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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 341

Tumori femminili, ad Asco focus su mammella, ovaio ed endometrio

Posted by fidest press agency su sabato, 11 luglio 2020

La ginecologia oncologica ha avuto un ruolo di primo piano anche nell’ultima edizione “virtuale” 2020 del congresso Asco (American society of clinical oncology) dove sono stati presentati i risultati positivi dello studio di fase 3 Keynote-355 che ha analizzato pembrolizumab, terapia anti-Pd-1, in combinazione con la chemioterapia nel trattamento di prima linea delle pazienti con tumore della mammella triplo negativo metastatico (mTnbc).Nelle pazienti con espressione Pd-L1 con Combined positive score (Cps) ≥10, pembrolizumab e chemioterapia hanno dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (Pfs), riducendo il rischio di progressione o morte del 35% e migliorando la Pfs a una mediana di 9,7 mesi rispetto a 5,6 mesi nelle pazienti trattati con sola chemioterapia. Nelle pazienti con espressione Pd-L1 e Cps ≥1, pembrolizumab in combinazione con chemioterapia ha migliorato la Pfs rispetto alla sola chemioterapia (7,6 mesi versus 5,6 mesi). Lo studio continua senza variazioni con l’obiettivo di valutare il duplice endpoint primario di sopravvivenza globale (Os). «Tra i diversi tipi di tumore mammario, quello con la prognosi ad oggi peggiore è il triplo negativo, sia per l’elevata aggressività biologica sia per l’assenza di efficaci terapie a bersaglio molecolare. Infatti, questo tipo di tumore deve il suo nome alla assenza dei recettori estro-progestinici e di Her2» ha affermato Giampaolo Bianchini, Breast cancer unit, dipartimento di Oncologia medica, Ospedale San Raffaele, Milano. «I risultati di questo studio consolidano il ruolo fondamentale dell’immunoterapia per il trattamento di prima linea delle pazienti con tumore mammario triplo-negativo, anche se al momento limitato al sottogruppo con espressione di Pd-L1».Di rilievo anche nuove evidenze di tipo diagnostico: Genomic Health Italia ha presentato i risultati di tre studi sul test “Oncotype Dx breast recurrence score” – condotto sui campioni tumorali ottenuti dalle pazienti tramite core biopsy mammaria – i cui risultati confermano il valore del test per la personalizzazione e il miglioramento del processo decisionale sulle terapie neoadiuvanti (ossia antecedenti all’intervento chirurgico) nelle donne affette da tumore alla mammella positivo al recettore degli estrogeni e Her2-negativo: le pazienti con un risultato “Recurrence score” più elevato mostrano una maggior probabilità di ottenere una risposta patologica completa (pCr; nessun residuo tumorale invasivo) con la chemioterapia. «È importante poter selezionare con cura la pazienti con malattia luminale che potrebbero evitare un trattamento chemioterapico. Questo sia per ridurre l’esposizione a rischi inutili sia per poter selezionare con più accuratezza il trattamento preoperatorio con chirurgia senologica posticipata» ha detto Carlo Tondini, direttore del reparto di Oncologia medica presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «Le nuove evidenza presentate al Congresso Asco20 sono un importante contributo a supporto dell’utilizzo del test Oncotype Dx per poter meglio caratterizzare la probabilità di beneficio terapeutico in base alla profilazione multigenica della neoplasia». Concorda anche Alberto Zambelli, dirigente medico oncologo della stessa struttura. «Abbiamo dimostrato in uno studio prospettico che circa la metà delle pazienti con malattia luminale iniziale e dubbio clinico sull’utilità di una chemioterapia adiuvante può evitare l’utilizzo della chemioterapia con l’utilizzo della profilazione multigenica della neoplasia (studio). I dati presentati sono un ulteriore importante contributo a questo concetto e favoriscono lo sviluppo di una medicina sempre più personalizzata dove i benefici dei trattamenti impiegati vengono sempre più calibrati in base al paziente e alla neoplasia che si deve trattare, raggiungendo un livello di precisione superiore a quello ottenibile coi tradizionali fattori clinico-patologici».Da sottolineare ancora una serie di presentazioni relative a niraparib e alla sua utilità nel trattamento del tumore ovarico. Si ricorda che la Fda nello scorso aprile ha approvato niraparib, un inibitore orale in monosomministrazione giornaliera della poli (Adp-riboso) polimerasi (Parp) [Parp-inibitore], come trattamento di mantenimento di prima linea in monoterapia per le donne con tumore ovarico epiteliale avanzato, delle tube di Falloppio o tumore primario peritoneale che hanno risposto a una chemioterapia di prima linea basata su derivati del platino, indipendentemente dalla presenza di biomarcatori. La ricerca prosegue anche nel trattamento del carcinoma endometriale, in particolare con approccio immuno-oncologico. È il caso di dostarlimab, un anticorpo monoclonale death-1 (Pd-1) in fase di sperimentazione che ha dimostrato risultati clinicamente significativi in donne con carcinoma endometriale con deficit di riparazione (dMmr) ricorrente o avanzato che hanno progredito durante o dopo un regime a base di platino. Dostarlimab continua a essere valutato sia in monoterapia, sia in combinazione con altre molecole su tumori solidi. (fonte Doctor33)

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