Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

“Green New Deal”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 luglio 2020

E’ il grande tema della ricostruzione post pandemia a cui è dedicato il nuovo libro di Giuseppe Sabella (allievo di Giulio Giorello) “Ripartenza verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid”, da oggi in libreria. Ripartenza verde è l’immagine della ricostruzione post covid e della politica di rilancio della produzione sempre più proiettata verso l’intelligenza artificiale e la transizione ecologica ed energetica. Verde è anche il motore digitale che rende l’industria più produttiva e sostenibile. E più giovane. Digitale è infatti sinonimo di giovane. I giovani sono i veri portatori di innovazione e sono coloro che conoscono
meglio le nuove tecnologie. Questa società vecchia ha un bisogno enorme di giovani e di nuova linfa: oggi ha la grande occasione di allargare lo spazio che ha loro riservato, non solo perché è giusto ma anche perché ne ha bisogno. L’industria è il principale responsabile della crisi ambientale ma è, allo stesso tempo, il principale attore che può ripristinare un equilibrio
nel pianeta, sia per le potenti risorse di cui dispone, sia per la capacità che da sempre esprime per interagire, anche in modo virtuoso, con l’ambiente esterno. Perché possiamo a ragione dire queste cose? Perché il digitale, il nuovo motore, ha introdotto un nuovo modello produttivo, oltretutto soggetto a evoluzione potente e velocissima, basato sul minor consumo di risorse. Sta a noi proseguire su questa strada, sfruttando anche le potenti innovazioni combinatorie tra tecnologia e fonti energetiche alternative che ci daranno sorprese inimmaginabili. Ancora una volta il driver del cambiamento non è l’ideologia ma l’imprevedibile evoluzione di scienza e tecnica (è ciò che l’autore, allievo di Giulio Giorello, ha appreso da lui in anni di studio, amicizia e collaborazione). L’ambientalismo ha infatti spesso prestato il fianco a derive antindustriali e della decrescita. E, contrariamente alla narrazione dominante, sostenibilità e velocità della trasformazione ci inducono a pensare che – superata la turbolenza planetaria – l’era digitale sarà migliore dell’era industriale. È oggi del tutto evidente che ciò che ha reso la Cina il più importante baricentro, e non soltanto la fabbrica del mondo, ha avuto inizio con la delocalizzazione di attività manifatturiere. Anche per questo le produzioni stanno rientrando e la pandemia sta accelerando la riorganizzazione delle catene del valore.
L’industria è il soggetto della globalizzazione e all’inizio di questo nuovo corso – più orientato alla regionalizzazione dell’economia – si è finalmente compreso, anche in Europa, che non c’è futuro senza innovazione e senza una nuova centralità della produzione. È la sfida del Green New Deal, occasione decisiva per l’Italia. La crisi che attraversa oggi il mondo avanzato è in parte dovuta alla pandemia, per altri versi anche alla debolezza di risposte che sono seguite alla contrazione del 2008. Difatti, oltre le politiche monetarie si è fatto poco altro. In questi anni, l’Europa – come gli usa del resto – ha recuperato parte delle sue attività produttive sparse per il mondo, in Cina in particolare, ma non è riuscita a impostare un piano programmatico
per la crescita dell’industria e dell’economia. È lo sforzo di oggi, del Recovery plan e del Green New Deal. È evidente che in questo momento l’economia è in contrazione e che impresa e lavoro vano sostenuti. Ma è questo il momento per progettare il
futuro. Il domani non può essere il recupero del passato, il domani è soprattutto il nuovo. E il nuovo, per Europa e Italia, è il Green New Deal e la modernizzazione delle produzioni. In questo spazio vi sono, anche, la speranze per l’industria italiana e per la nostra economia. Se sapremo inserirci in modo virtuoso nella trasformazione dell’industria, torneremo ad essere un Paese che produce ricchezza. A differenza degli anni che sono seguiti alla crisi del 2008, questa volta le risorse non dovrebbero mancare. Ma il punto è che non sono sufficienti: bisogna investirle nel modo giusto e proiettare il Paese verso
il futuro.

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