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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Medicina territoriale, Usca senza lavoro. Ecco cosa non funziona

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2020

Scudo legale Covid, cresce pressing per introdurlo. L’avvocato: serve ad aziende e manager più che ai medici. Sono state uno dei principali cambiamenti nella medicina territoriale italiana dopo 42 anni. Sono entrate nelle case dei pazienti sospetti Covid a fare i tamponi e a trarre indicazioni per i dipartimenti di prevenzione Asl e i medici di famiglia. Infine, sono state oggetto nel decreto rilancio, di un finanziamento complessivo da oltre 1 miliardo. Oggi le Unità speciali di continuità assistenziale, le “Usca”, sono un po’ in sofferenza. Non solo perché ogni regione ne ha deciso le componenti in modo differente (chi soli medici di medicina generale, chi di varia estrazione, chi medici più infermieri) ma perché con l’attenuarsi della pandemia lavorano poco. In attesa di sapere se lo stato di emergenza sarà prolungato, il decreto rilancio ha aggiunto il carico da novanta: nelle Usca composte anche da infermieri questi ultimi hanno la chance di essere assunti come “infermieri di famiglia e comunità” nel distretto Asl; il collega medico, se non è in alto nelle graduatorie della medicina generale, rischia di sentirsi dire “arrivederci e grazie”. O al più, può far valere il periodo lavorato entro il 31 dicembre di quest’anno per ammonticchiare i 3 anni di ingaggio nel servizio sanitario utili a farlo accedere ai concorsi per la stabilizzazione. D’altra parte, dove il virus non corre le Asl iniziano a fare i conti e qualche manager potrebbe pensare di star buttando via quattrini, i medici Usca – che dovrebbero essere due per turno in una sede ogni 50 mila abitanti operativa 7 giorni su 7 – prendono per legge 40 euro/ora per 24 ore settimanali massime, e possono portare a casa 3600 euro lordi al mese. Esperienza da chiudere come una parentesi? «Nelle Marche, non mi pare proprio che i colleghi Usca siano inoperosi», ribatte Massimo Magi segretario Fimmg Marche, uno dei primi a lavorare a questo istituto, nella fattispecie comprensivo di medici ed infermieri. «Pur nel calo di diffusione del virus, stanno praticando i tamponi a tempo pieno, finalmente a un numero ampio di soggetti, e lavorano spesso al di sopra delle proprie possibilità, anche su cittadini extracomunitari e provenienti da fuori area Schengen. Visto l’andamento della crisi nel mondo, non mi sentirei di dire che l’esperienza sia sul punto di terminare. Bisogna vedere che cosa succederà a ottobre, con la riapertura delle scuole». Il vero problema «è che le Usca sono esterne alla medicina generale, non sono articolazioni delle nostre aggregazioni funzionali territoriali come invece dovrebbero essere. In alcune regioni sono state pensate come addentellato del Servizio di igiene e prevenzione dell’Asl o dell’ospedale. Il decreto 34 (rilancio) ne parla un po’ con la logica dei sylos, favorendo la frammentazione dell’assistenza territoriale. Diventa problematico rivendicarne una collaborazione stretta, non mediata, con l’assistenza primaria. Tra l’altro – aggiunge Magi – alle Usca sono stati assegnati non solo medici tirocinanti del corso di formazione in medicina generale, ma pure neolaureati con obiettivi personali vari. Il reale “movente” dell’Usca, in un contesto di scarsità dei presidi territoriali, sembra essere stato quello di concentrare i DPI in nuclei operativi da destinare all’assistenza domiciliare dei pazienti Covid e dei contatti stretti, mentre in parallelo procedevano continuità assistenziale ed assistenza primaria per il resto della popolazione. Ora il contesto è in parte cambiato e si evidenzia come solo nel contatto con la medicina generale e nella rete territoriale queste risorse siano impiegate in modo ottimale. Nelle Marche abbiamo molti medici del tirocinio e qualche medico “senior” che li coordina e fa da raccordo con l’assistenza primaria. Abbiamo il polso dei focolai del virus e possiamo gestire l’apprendimento pratico dei colleghi del triennio, assegnando crediti per la pratica. In altre regioni, talora, la scelta dei team non è stata altrettanto accurata, o si è addentellata l’Usca al Sisp dell’Asl, o si è creato un meccanismo “diffuso”, come nel Lazio, dove ogni singolo medico di assistenza primaria può indirizzare l’Usca. In ogni caso non si può pensare di potenziare il territorio con logiche della dipendenza, e con medici che vogliono diventare ospedalieri e sono ingaggiati per stare a contatto con dipendenti e non con i convenzionati. Questa è la logica da rigettare, se in autunno vorremo controllare l’evoluzione della pandemia le reti territoriali devono funzionare in accordo tra loro». (by Mauro Miserendino – fonte doctor33)

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