Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro. Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti. Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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