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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

La fine del super dollaro?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2020

Commento a cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Il dollar index, che traccia la performance del dollaro con le altre 10 valute più importanti, è caduto del 10% dal punto di massima a marzo. Dato la dimensione mastodontica del mercato finanziario americano, e il peso ciclopico di azioni e obbligazioni a stelle e strisce negli indici globali, quando il dollaro si muove è fondamentale per chi investe analizzare cause e conseguenze della dinamica.Il dollaro è la valuta di riserva a livello mondiale e come tale anche la valuta più scambiata sui mercati. Il petrolio viene prezzato in dollari (anche se la recente volatilità del mercato del petrolio in dollari ha favorito l’ascesa del mercato in yuan) e molti paesi del mondo accettano il dollaro come valuta corrente o hanno legato la propria valuta al dollaro. Il valore del dollaro è sicuramente influenzato dagli stessi fattori che influenzano le altre valute: livello degli scambi, quantità di valuta in circolazione, estensione della base monetaria.Tutti questi fattori sono in definitiva riconducibili alla fiducia globale dell’egemonia statunitense, che rendono il biglietto verde la divisa considerata più sicura per conservare valore, sia da parte di privati sia da parte di istituzioni come le banche centrali. La forza del dollaro permette al governo Usa e alla Fed di adottare misure politiche e fiscali estremamente significative senza intaccare il valore della moneta in modo eccessivo. Esistono tuttavia dei limiti.
Dal punto di vista fiscale il Congresso sta discutendo un nuovo pacchetto di stimoli che probabilmente avrà la dimensione di 1.500 miliardi di dollari. Quando i tassi vengono tagliati e la base monetaria (la quantità di moneta in circolazione) viene aumentata così tanto rispetto a quella di altre valute, è evidente che sia le richieste di dollari, sia il valore relativo della moneta sono destinati a scendere.Le implicazioni sono piuttosto ampie. Le valute dei mercati emergenti tendono ad aumentare il proprio valore con un dollaro più debole (taper tantrum 2013). Tuttavia, questa volta sembra che il dollaro si sia indebolito soprattutto a spese di altre valute forti come l’euro, lo yen e il franco svizzero. Bisogna ricordare che molti Paesi Emergenti sono alle prese con dinamiche recessive molto dure a causa della pandemia e non è scontato che nel medio termine riescano ad avvantaggiarsi del dollaro debole. Bisogna ricordare che:
L’economia americana ha mostrato molta resilienza e probabilmente si avvia verso una ripresa più veloce nel 2021; questa dinamica – se si verificasse – andrebbe a compensare gradualmente l’indebolimento del biglietto verde nel medio termine.
La Fed non agisce in modo isolato. Per quanto l’espansione monetaria – e quella fiscale – sia stata chiaramente più pronunciata che in altre geografie, la storia ci insegna che le principali banche centrali mondiali tendono nel tempo a colmare il gap di policy con la Federal Reserve.
Detto questo, e considerato anche il punto di partenza che vede un dollaro comunque ai massimi storici, probabilmente nei prossimi mesi potremmo assistere a un graduale riposizionamento del dollaro nei confronti dell’euro e a un parziale ritorno della volatilità da un punto di vista valutario.
Questi dati indicano un ambiente difficile. I comunicati sugli utili raccontano una storia di buone prestazioni aziendali in un ambiente difficile. Il contesto macro sembra ancora impegnativo, mentre le valutazioni – sia per le obbligazioni che per le azioni negli Stati Uniti – sono elevate rispetto ai loro standard storici. Le nostre previsioni di rendimento a lungo termine suggeriscono ancora che le azioni genereranno un rendimento migliore delle altre asset class, con rendimenti obbligazionari prossimi allo zero in gran parte dei mercati sviluppati, anche se è probabile che tali rendimenti saranno inferiori rispetto al passato. All’interno dello spazio azionario, una domanda importante è fino a che punto le azioni statunitensi possono continuare a sovraperformare il resto del mondo come hanno fatto negli ultimi anni. Scommettere contro le azioni statunitensi a grande capitalizzazione è stato un perdente costante, e i risultati del II trimestre spiegano perché. La combinazione di una composizione settoriale favorevole, una crescita più forte e una maggiore redditività hanno ampiamente compensato la valutazione iniziale più elevata. Questo mix è difficile da battere. E in un mondo in lenta ripresa, è probabile che i vincitori continueranno a vincere, a meno che non intervenga la politica. (Abstract – fonte: http://www.moneyfarm.com)

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