Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

La religione è capace di percepire il disagio umano?

Posted by fidest press agency su domenica, 30 agosto 2020

Mi diceva, giorni fa, una signora, mamma e nonna, con un certo scoramento, “mio marito e i miei figli non vanno in chiesa e meno che mai si confessano e si comunicano. E dire che i miei rampolli li ho educati secondo i precetti della mia religione e sono stati battezzati comunicati e cresimati al tempo giusto e lo hanno fatto con animo sereno e partecipato. Non capisco perché ad un certo punto della loro vita questo legame si è spezzato ed io che sono una fervente cattolica mi sono ritrovata a convivere con una famiglia di agnostici”.
Cosa può aver spinto questi congiunti a staccarsi dalla pratica religiosa sia pure ridotta ai minimi come assistere la domenica alla messa e confessarsi e comunicarsi una volta all’anno? “Se io chiedo loro – soggiunge – il motivo del loro diverso rapporto con la pratica religiosa, pur considerandosi cattolici e quindi non rinnegando la propria fede, le risposte che riesco ad avere sono evasive, a tratti persino imbarazzate, e se io faccio leva su questo esitante atteggiamento invogliandoli ad accompagnarmi a messa la domenica ricevo solo pretestuose scuse per rifiutare le mie sollecitazioni.” Mentre questa signora mi parlava mi promettevo d’indagare più a fondo su questo diverso comportamento dei figli e del marito nei confronti della religione per capire se dovevo considerarlo un fatto isolato o lo fosse di dimensioni più ampie e ancora se fosse solo una questione di genere o altro ancora. Così m’impegnai ad assistere di tanto in tanto a una messa domenicale nella parrocchia del mio quartiere e di quelle limitrofe. L’impressione che ne trassi non mi convinse molto nel senso che il rapporto di fidelizzazione religiosa non mi sembrò del tutto indicatore tra i sessi e la loro età. In certe cerimonie, tuttavia, come la messa cantata o nelle festività religiose la distinzione mi parve più marcata con una presenza maggiore delle donne rispetto agli uomini e per entrambi era più consistente il numero delle persone anziane, ma i giovani, e soprattutto i giovanissimi, non mancavano. Per gli altri eventi religiosi, come la recita del rosario, questa ripartizione mi apparve insignificante. Con molta probabilità avevo sbagliato metodo di osservazione. Non era il genere delle presenze durante la funzione religiosa ma semmai il rapporto esistente tra quanti frequentavano la parrocchia e coloro che vivevano nel quartiere. Aggiustai, quindi, il tiro e mi resi conto che il popolo dei fedeli, nell’area osservata, costituiva una minoranza rispetto a quelli che disertavano sistematicamente la chiesa e le opere annesse (Caritas, azione cattolica, ecc.). Per quanto sia lungi da me arrivare a una conclusione per affermare che vi sono tutte le premesse per constatare un “raffreddamento” del sentimento non tanto religioso quanto di appartenenza a una comunità o per lo meno all’osservanza acritica della pratica religiosa devo, comunque, riconoscere che se il mio sguardo si amplia, noto, di là dell’affiliazione religiosa, che sta diventando conflittuale il diverso modo delle persone di rapportarsi alla vita sociale. Forse è ancora prematuro riconoscerne tutti i presupposti sebbene qua e là i segnali non mancano. È che progredisce la tendenza a non vedere il mondo allo stesso modo, sia pure con i suoi pregi e i suoi difetti. Non ci accontentiamo, probabilmente, dell’uso che si fa delle parole ma vorremmo da esse la capacità di darci risposte concrete ai nostri problemi esistenziali. (Riccardo Alfonso)

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