Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 341

La diversa dimensione umana nell’età del declino psico-fisico

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2020

È un aspetto del mutato rapporto esistente tra l’uomo contemporaneo, della società evoluta, con l’ambiente e il lavoro. In tale ambito molte attività sono tipicamente sedentarie e tendono a ridurre la possibilità dell’organismo di condurre una vita più dinamica. È una circostanza che incide maggiormente sugli anziani.
Ciò spiega, probabilmente, il perché taluni tendono a partecipare intensamente alle attività della comunità locale oltre a continuare a prestare il proprio contributo dopo il pensionamento e a farlo, per lo più, nell’ambito delle organizzazioni non governative. Alla fine, dovremmo augurarci che diventi una regola. Se si riuscirà a coinvolgere una percentuale più ampia degli anziani, in buone condizioni di salute, nel volontariato e negli altri settori dell’economia sociale, si verrà ad avere uno strumento fondamentale d’attivazione delle strategie d’invecchiamento.
Prepararsi a una vita più lunga, più operosa e di qualità e andare in pensione in modo più graduale per afferrare l’opportunità di contribuire in modo attivo alla vita sociale, sono altrettanti fattori che garantiscono un’ottimizzazione della fiducia per se stessi e per l’autodeterminazione, lungo tutto il tratto della terza età. Ciò potrebbe compensare il progressivo e inevitabile calo delle facoltà intellettive dell’anziano. Concorrerebbe a diminuire il grado di dipendenza nei rapporti familiari e nella società in senso lato. D’altra parte, oggi vi sono non pochi motivi che dovrebbero indurre gli addetti ai lavori a una seria riflessione sui temi che riguardano l’invecchiamento e al modo da renderlo meno dipendente dall’assistenza sanitaria, favorendo la prevenzione e, sull’altro fronte, riducendo sensibilmente il carico previdenziale. È un aspetto che oggi è maggiormente attuabile con lavori in part-time o domiciliabili attraverso l’homeworking, teleworking e lo smartworking.
Il recupero d’efficienza, del resto, ha una sua indubbia componente psicologica. Pensiamo, ad esempio, al trauma che l’anziano affronta per una semplice caduta. La stessa persona si può trasformare da anziano, attivo e pieno di fiducia, in un individuo molto dipendente e con una salute in rapido declino.
L’accesso, a questo punto, a buoni servizi di riabilitazione può impedire che la situazione diventi drammatica per sé e per i familiari, che l’hanno in carico, e per le stesse strutture che sono proposte all’assistenza ordinaria, sia in termini economici sia in attrezzature e quanto altro. In ogni caso le capacità degli anziani non si possono solo definire virtuali. Essi costituiscono un notevole serbatoio di risorse, anche se fino ad ora il tutto è stato riconosciuto e mobilitato in misura poco efficiente. D’altra parte, non ci allontana dalla realtà affermare che tutte le generazioni possono trarre vantaggio dai cambiamenti di politiche che consentono agli anziani di realizzarsi e rimanere più efficienti, motivandoli in tal senso. La prima risposta può essere quella di diminuire fortemente il loro grado di dipendenza e di disabilità. In questo modo si potrà collaborare alla riconciliazione, tra la chiara aspirazione degli anziani di vivere più a lungo, in buone condizioni di salute, e le legittime preoccupazioni della società riguardo alla necessità di minimizzare i costi dovuti all’invecchiamento demografico. Se, a questo punto, mi concentro maggiormente sull’aspetto dell’invecchiamento fisiologico, posso affermare subito che esso non deve essere considerato malattia a dispetto di una certa letteratura. Si tratta, semmai, di un continuum d’adattamenti omeostatici compensatori legati in buona parte anche all’alimentazione. Uno squilibrio quantitativo o qualitativo della stessa e ancor più un errore nutrizionale delle cellule (permeabilità di “membranae” post recettoriale, deficit di ATP, ecc.) può provocare uno stato di malattia che potrei definire cronico.
Il primo dubbio deriva dall’incertezza sui tempi che presiedono al cambiamento del fabbisogno proteico nell’invecchiamento. Sta di fatto che Watkin nel 1978 ha dimostrato che il turnover delle proteine nell’anziano si riduce in rapporto al calo della massa proteica muscolare, ma è del tutto simile a quello del giovane adulto se espresso per unità di massa magra. Ciò l’ha portato alla conclusione che il fabbisogno proteico giornaliero ottimale per l’anziano è di gr. 0,80/kg di peso corporeo ideale. Nello stesso tempo il bilancio azotato diviene negativo se la quota proteica scende sotto i gr. 0,55/kg/die nell’uomo e di 0,42/kg/die della donna. È una condizione che, purtroppo, non trova riscontro pratico dato che la media, per quanto mi è dato di sapere, delle persone anziane non raggiunge la quota di assunzione proteica minimale e riscontrabile con livelli dell’albumina, della prealbumina e della transferrina in difetto.
Altre ricerche fanno dipendere il deficit proteico dal basso reddito finanziario dei soggetti anziani. Vi è, inoltre, chi sostiene che lo stato nutrizionale non è dipendente dall’età per se stessa, ma dalle condizioni psichiche soggettive, ambientali e socio-economiche. In linea di massi-ma, si può ritenere che gli introiti proteici animali minimi di sicurezza siano di 0,55 gr/kg/die nell’uomo e di 0,42 gr/kg/die nella donna in equilibrio metabolico. Questi valori diminuiscono dopo gli 80 anni del 16% nei soggetti auto-sufficienti e del 28% nei non-autosufficienti.
Qui non si tratta solo di prendere in considerazione alcuni aspetti nutrizionali, penalizzando gli altri ma di vederla nel loro insieme. Se noi, ad esempio, sotto il profilo dell’azione ipocolesterolemizzante e ipotrigliceridemizzante, trattassimo solo l’apporto delle proteine di soia ci troveremmo spiazzati nei confronti degli aminoacidi vegetali che, per altro, hanno lo stesso valore energetico e calorico di quelli animali ed entrano nella sintesi delle proteine dell’uomo, anche se la carne ha un più elevato valore biologico che acquista significante importanza in particolari circostanze in varie epoche dello sviluppo e nel mantenimento delle funzioni vitali dell’essere umano.
Da questo nasce l’opportunità d’introdurre nell’alimentazione umana anche elementi d’origine animale con funzione di “alimenti protettivi”. Sappiamo, d’altra parte, che l’eccesso di proteine vegetali va a scapito, tanto nella prima infanzia quanto nella vecchiaia, della nutrizione cerebrale e quindi nell’attività del sistema nervoso centrale (triptofano, serotonina, tirosina, DOPA, noradrenalina, istidina, oppiacei, releasing-factors: GnRH, RH, ecc., ormoni diencefalici (adiuretina) ed ipofasari ecc., del sistema scheletrico (sintesi della matrice proteica sotto controllo insulinico e del GH, calcificazione dello stesso: calcitonina, vit. D3, della costellazione endocrina tirosina e tetrajodotiroxina) ecc. Va ad aggiungersi la circostanza che non è ancora del tutto chiarito il rapporto tra la nutrizione “globale” e le necessità dei singoli organi ed apparati. Traguardo ultimo sarà, nel bambino il raggiungimento di un armonico sviluppo cerebrale, nell’adulto il mantenimento di una fisiologica attività cellulare, nell’anziano l’equilibrio omeostatico che garantisce il benessere psico-fisico e l’autosufficienza totale fino all’esaurirsi della “carica vitale” geneticamente determinata. Altri fattori che influenzano lo stato nutrizionale dell’anziano sono l’abbandono della vita attiva, la difficoltà di procurarsi il cibo (dieta monotona, cibi conservati ecc.), la ridotta attività motoria (osteoporosi, obesità relativa ecc.) l’eventuale assunzione di farmaci anoressizzanti a cause di male assorbimento intestinale, di perdita di elettroliti e di oligoelementi, di acqua, la diminuzione dell’olfatto e del gusto e dell’anoressia. Quest’ultima è strettamente collegata con la disponibilità d’aminoacidi, che intervengono nella neuro-modulazione dell’appetito. Se si tiene presente che gli anziani, oltre ai fattori esogeni di carenza, possono essere portatori di malattie croniche pauci o asintomatiche – dalla stipsi alla diarrea, alle bronchiti croniche, ecc – causa di ipermetabolismo o di carenza di assorbimento, è opportuno portare la quota proteica giornaliera anche al 12-15% dell’introito totale, salvo particolari controindicazioni (nefropatie, gotta, ecc.). La patologia di mancanza proteica cronica nell’anziano da cause ambientali o organiche, secondo l’espressione del Lanzola, può essere correlata a uno o più momenti patogenetici. (redazionale)

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