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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

La visione leopardiana del mondo e la sua concezione della vita

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2020

Fin da quando ho avuto il mio primo approccio con la poesia leopardiana e il sofferto mondo dell’autore ho cercato di comprendere il fascino e il mistero del cosmo volgendo, come lui, lo sguardo verso il lontano scintillare delle stelle. È stato scritto in proposito: “Non c’è mai stato poeta senza Dio, quale comunemente viene ritenuto il Leopardi, che abbia tanto tenuto gli occhi rivolti verso il cielo, ad indagarvi la ragione profonda dell’essere eterno e della “flebile vita umana”. Lo ha, probabilmente, affascinato l’immensità e il silenzio, nel continuo fluire del tempo, e tormentato il significato del verbo espresso dal brillare delle stelle e del tacito silenzio della luna. In questa trasfigurazione del pensiero Leopardi veste il metafisico con un manto di stelle e una fantastica miriade di mondi disseminati nell’infinità dell’etere. Non a torto è stato definito il poeta dell’immensità stellare ma anche degli “ameni errori” che da sempre hanno acceso la fantasia degli uomini. In lui vi riverberano “Le luminose facelle del cielo e una segreta nostalgia per le mitiche invenzioni del mondo antico.” Nella stessa composizione poetica “Piccoli idilli” già il termine usato dal poeta non vuol significare una teocritea, o arcadica contemplazione di una bellezza paesistica, bensì “la visione stupita e dolorosa di uno spazio infinito, di un paese metafisico, una visione pensosa e religiosa che prende forma per un’improvvisa comparazione del limite del nostro temporale di fronte alle imperscrutabili ragioni dell’essere.” In questo contesto è paradigmatico l’esempio dell’ “Infinito” dove il poeta si rivolge inizialmente al contingente: “l’ermo colle”, la siepe, lo stormire del vento fra le piante per poi planare nella sua visione metafisica con “gli “interminati spazi”, i “sovrumani silenzi”, la “profondissima quiete”, “l’eterno” e le “morte stagioni” dove le Muse donano al poeta un ramo d’alloro come simbolo della sua vocazione poetica. È una visione che nasce proprio dal contrasto fra il limite del contingente e l’infinito silenzio dell’essere eterno e che già ritroviamo nei Pensée di Pascal ne “Le silence des espaces eterneles m’effraie”. La sua proposta esprime il valore immutabile dell’Essere di fronte al limite esistenziale dell’uomo, di fronte alla sua flebile voce che si perde negli abissi del tempo. Ed è proprio nel rapporto fra la dolorosa coscienza del limite e la cifra misteriosa dell’Infinito si inserisce la chiave decisiva per penetrare nel profondo della poetica leopardiana. (Riccardo Alfonso)

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