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Tumore del rene

Posted by fidest press agency su domenica, 27 settembre 2020

Il 35% delle diagnosi di tumore del rene è in fase avanzata o metastatica. Per questi pazienti l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la neoplasia, sta cambiando lo standard di cura. Oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente migliorato la sopravvivenza globale, riducendo del 40% il rischio di morte, e ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. Sono i risultati principali degli studi di fase 3, CheckMate -2141 e CheckMate -9ER2, condotti su pazienti mai trattati in precedenza e presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si è svolto dal 19 al 21 settembre in forma virtuale. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili”.Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.600 nuovi casi di tumore del rene e più di 129mila persone vivono dopo la diagnosi. La forma più frequente è quella a cellule renali. CheckMate -214 è uno studio di fase 3, randomizzato, che ha valutato, in prima linea, la combinazione di nivolumab e ipilimumab rispetto allo standard di cura costituito da sunitinib, nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato.Oggi invece, grazie alla combinazione, più della metà dei pazienti è vivo a 4 anni. Un grande passo in avanti in termini di speranza di vita. Nivolumab e ipilimumab, inoltre, hanno continuato a mostrare un tasso di risposta globale più alto rispetto a sunitinib (65% rispetto a 52%). Questi miglioramenti sono stati mantenuti anche nei pazienti a rischio intermedio o basso”.Emergono importanti prospettive anche dalla combinazione dell’immuno-oncologia con la terapia a bersaglio molecolare. “Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, che ha coinvolto 651 pazienti, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib – sottolinea Sergio Bracarda -. Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione mediana, endpoint primario dello studio, è raddoppiata (16,6 mesi) rispetto ai pazienti che hanno ricevuto solo sunitinib (8,3 mesi), così come il tasso di risposta oggettiva (56% rispetto a 27%). Va evidenziato anche il buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab. I dati di CheckMate -9ER contribuiscono a rafforzare il valore della combinazione di nivolumab e cabozantinib in prima linea per i pazienti per cui viene scelto il regime costituito dall’immunoterapia con un inibitore di tirosin-chinasi”.Al Congresso ESMO è stata presentata anche l’esperienza italiana della combinazione ipilimumab e nivolumab: Ipilimumab and Nivolumab compassionate use program in metastatic renal cell carcinoma patients with intermediate or poor IMDC risk score: the large multicenter Italian study (Poster 721P).

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