Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Una corporate governance “eugenetica”?

Posted by fidest press agency su sabato, 3 ottobre 2020

Di Marcello Bianchi. Uno dei più importanti gestori di portafoglio a livello mondiale, State Street, che investe oltre 3.000 miliardi di dollari in oltre 1.000 società di tutto il mondo, ha recentemente inviato una lettera ai presidenti delle società partecipate per informarli che, a partire dal 2021, chiederà loro di articolare la loro strategia, gli obiettivi e la politica di gestione dei rischi in funzione della diversità etnica e razziale, nonché di diffondere adeguate informazioni agli azionisti su questi aspetti. Il primo passo da compiere sarebbe una classificazione in base alla caratteristica etnico-razziale di tutta la forza lavoro impiegata a livello mondiale da ciascuna impresa, per poi procedere a illustrare la composizione, sempre per gruppi etnico-razziali, delle diverse categorie professionali: management, personale tecnico, altro personale. Per identificare le diverse categorie etnico-razziali, State Street suggerisce di adottare la classificazione del Sustainability Accounting Standards Board che prevede le seguenti categorie: asiatici, neri o afroamericani, ispanici o latini, bianchi, altro. Consola che sia prevista una categoria residuale “non rilevabile”. Ovviamente questa classificazione, nata nel contesto nord-americano, dovrebbe essere adattata nelle altre aree del mondo per riflettere adeguatamente le specifiche diversità etnico razziali. Ben prima di pensare alle insormontabili difficoltà pratiche per realizzare una tale operazione – innanzitutto per identificare le categorie etnico-razziali rilevanti nel contesto in cui operano e poi per avviare un esercizio, che potremmo definire grottesco se non avesse tragici precedenti, di puntuale definizione dei criteri per definire l’appartenenza a un determinato gruppo etnico-razziale – non può non scandalizzare la superficialità con cui tesi del genere possano essere proposte e, purtroppo, più o meno tacitamente accettate. Purtroppo la recente storia della corporate governance è segnata dal prevalere di teorie zoppicanti che si illudono di trovare la formula magica nella composizione degli organismi di direzione delle imprese con il duplice scopo di trovare soluzione a problemi sociali e al contempo assicurare la profittabilità delle imprese: dalla vecchia ricetta della codeterminazione con i rappresentanti dei lavoratori, a quelle più recenti della democrazia societaria, basata sulla presenza dei rappresentanti degli azionisti di minoranza, per arrivare ora all’equilibrio di genere, che assegna la funzione salvifica alla presenza femminile, e all’equilibrio etnico-razziale.Sembrano riecheggiare le tesi delle sociologie positivistiche ottocentesche, che covarono le stravaganze lombrosiane ma, ben più tragicamente, gli orrori della furia razzista. È ovvio che oggi non si prospettano gli stessi rischi di degenerazione, ma reintrodurre, seppure con le migliori intenzioni, fattori identitari basati sulle caratteristiche etnico-razziali indica la permeabilità della cultura collettiva non solo a pericolose amnesie ma soprattutto a deliranti illusioni. C’è da augurarsi che le persone reagiscano a questa deriva rifugiandosi nel cosiddetto don’t ask, don’t tell, facendo prevalere un prudente pudore rispetto all’indagine e all’affermazione delle caratteristiche etnico-razziali che, seppure possono far parte della identità di ognuno, insieme a molti altri aspetti, meritano di essere protette dalle smanie classificatorie e di restare libere da ogni tipo di strumentalizzazione.

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