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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Industria calzaturiera italiana: Calo produzione e fatturato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 dicembre 2020

Il comparto calzaturiero in Italia ha sperimentato nel terzo trimestre dinamiche un po’ meno sfavorevoli, ma comunque ancora non positive. E’ quanto emerge dai dati elaborati dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici, che evidenziano nel periodo esaminato cali a doppia cifra nel fatturato delle aziende raggiunte dall’indagine (-26,6%). Solo il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver superato, o quantomeno eguagliato, il fatturato del terzo trimestre 2019, mentre più della metà del panel ha denunciato un calo compreso tra il -20 e il -50%. Dati che trovano riscontro nell’indice della produzione industriale di Istat, che ha registrato in luglio-settembre un -17,4%. Il calo da inizio anno resta considerevole, in tutte le variabili.Nel dettaglio, relativamente al mercato interno, i dati cumulati dei primi 9 mesi mostrano contrazioni degli acquisti delle famiglie italiane del -17,8% in quantità e del -23% in termini di spesa, con prezzi medi in calo del -6,3%, anche per il maggior utilizzo, nei mesi di quarantena, di pantofoleria e calzature ad uso domestico di minor valore medio unitario (oltre che per il minor numero di cerimonie e occasioni di utilizzo). Secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca per Assocalzaturifici, i segmenti merceologici più colpiti risultano quelli delle scarpe “classiche” per uomo e donna (con cali attorno al -30%), mentre per le calzature da bambino e le sportive/sneakers le flessioni sono comprese tra il -15 e il -20%. Meno pesante, come anticipato, la frenata per il segmento pantofoleria/relax, sceso del -7,4% in paia e del -6,8% in spesa.Malgrado il boom delle vendite online, si profila dunque un 2020 nero per gli acquisti in Italia, considerato anche il crollo dei flussi turistici dall’estero e dei mancati introiti da essi derivanti, soprattutto per le fasce lusso.Le esportazioni, che da sempre costituiscono il traino del settore, hanno subìto nei primi 9 mesi dell’anno una contrazione del -20,1% in quantità, con un -17,2% in termini di valore. Complessivamente sono stati esportati da gennaio a settembre, operazioni di pura commercializzazione incluse, 127,1 milioni di paia (quasi 32 milioni in meno rispetto all’analogo periodo del 2019) per 6,4 miliardi di euro. Prezzi medi in aumento del +3,6%.I dati diffusi da Istat evidenziano come, dopo il dimezzamento subìto nel bimestre marzo-aprile di lockdown (-52% in volume) e il trend ancora marcatamente sfavorevole di maggio-giugno (-26,5%), nel trimestre luglio-settembre, pur in assenza di alcun auspicabile “rimbalzo”, la riduzione si sia decisamente affievolita (-6,5% in volume e -1,5% in valore tendenziali), grazie in particolare al mese di settembre, in cui il numero di paia esportate ha eguagliato quello dello stesso mese 2019 (+0,3%).Le esportazioni entro i confini comunitari (che rappresentano il 65% del totale quantità) sono calate nei primi 9 mesi 2020 del -16,5% in volume (-14,5% a valore). Superiore al 20%, sia in quantità che valore, la flessione dei flussi verso la Francia, che comprendono anche prodotti del terzismo per le griffe; meno pesante quella verso Germania (-14% in paia, che fa seguito però alla riduzione del -8,4% registrata già a consuntivo 2019), Olanda (-12%, con un -2,6% in valore) e Belgio (-13,4%).Tra le destinazioni extra-UE (scese nell’insieme del -26% circa in quantità, quasi dieci punti percentuali più di quelle comunitarie, e del -19,3% in valore), cali nell’ordine del 30% per il Nord America (con gli USA che segnano un -35% in volume e -29,6% in valore). In Far East (che perde il -23,3% in quantità, globalmente), arretramenti non trascurabili in tutti i principali mercati (Cina -20% in volume, Hong Kong -35%, Giappone -25%), con l’unica eccezione della Corea del Sud (cresciuta del 16% in valore, pur a fronte di una flessione del -6,8% nelle paia), che ha raggiunto il settimo posto nella graduatoria dei paesi di destinazione in valore (era decima a consuntivo 2019). Quanto alla Cina, va sottolineato un certo dinamismo nel terzo trimestre (+16,8% a valore), ascrivibile perlopiù – considerato l’incremento rilevante dei prezzi medi – al solo alto di gamma: i volumi hanno ceduto infatti il -2,1% su luglio-settembre 2019. Male anche la CSI (con la Russia che perde il -25% in volume) e il Medio Oriente (-20,5%). Un po’ meno pesante (-16,4% in quantità e -9% in valore) la riduzione dell’export verso la Svizzera, tradizionale hub logistico-distributivo delle grandi multinazionali del lusso, grazie al recupero (+6% nelle paia e +10% in valore) registrato nel terzo trimestre.

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