Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Le logiche del progresso e del regresso

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2021

Oggi avvertiamo un decadimento che non riguarda una nazione o un continente ma è globale. Ciò significa che il veleno iniettato nel tempo è ora in circolo e tende a colpire gli organi vitali dei sistemi che si richiamano alla varie politiche che le nazioni adottano. Il tutto può essere iniziato nel momento in cui abbiamo stabilito il concetto di possesso e di proprietà. Quando abbiamo deciso che un pezzo di terra è sottraibile alla comunità per assegnarlo a un singolo noi abbiamo iniziato quel percorso infausto che ha diviso il genere umano in due distinte categorie tra chi ha e chi è. Nel chi ha, ovviamente, alberga la minoranza poiché la ricchezza per essere tale abbisogna di grandezze mentre la povertà parte dal poco per diventare il nulla. Già nella lotta tra plebei e patrizi, nell’antica Roma, noi abbiamo riconosciuto i limiti e le risposte di questa condizione umana. Se la società non si costruisce nella condivisione delle risorse i conflitti tra i ceti sociali sono inevitabili. Se nell’antichità si riuscì a comprendere l’importanza dello stare insieme per la necessità imposta dal lavoro cooperativo oggi questo criterio si attenua di molto per via del sistema tecnologico che sopravvivenza e tende a imporsi facendo la differenza. Già nel XX secolo con le sue crisi economiche, politiche e sociali e i conflitti ideologici e guerre fratricide, che ne sono derivati, abbiamo avuto modo di capire come la componente umana tenda a marginalizzarsi nel mondo della produzione e a restare in piedi solo in quello dei consumi, anche se per poco ancora. Questo perché l’automazione e la robotizza-zione dei cicli industriali stanno riducendo la presenza degli addetti ai lavori per cui si può produrre di più limitando al tempo stesso la manodopera. Tutto questo comporta una inevitabile decrescenza dell’apporto umano nel mondo del lavoro e con le conseguenze che tutti noi possiamo immaginare. È una spirale perversa che ci porta a delle inevitabili considerazioni: 1. Non abbiamo più bisogno di grandi masse di lavoratori; 2. la produzione industriale deve diminuire perché i suoi sbocchi consumistici si riducono a fronte di popolazioni sempre più povere e nella migliore delle ipotesi con redditi modesti che permettono loro solo di devolverli all’essenziale e scartando quindi ciò che rappresenta il superfluo. L’unica strada che si offre, per l’immediato, è o di ridurre le ore lavorative o i salari o nel ritenere necessario, per evitare conflitti sociali sempre più aspri, d’assegnare a chi non lavora una sorta di “rendita sociale”. Come dire: Io ti pago se non lavori. (Riccardo Alfonso)

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