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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Le bugie di Barack Obama su Israele

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 gennaio 2021

Di Emanuel Baroz. “La Dichiarazione Balfour del 1917”, scrive l’uomo che per otto anni ha presieduto i destini degli Stati Uniti, “fu pubblicata dagli inglesi che allora occupavano la Palestina”. E’ nel capitolo 25 del suo libro, intitolato con un tocco di enfasi “Una Terra Promessa, volume 1 delle memorie presidenziali”, che Barack Obama presenta la sua visione molto personale degli eventi che hanno cambiato la storia del Medio Oriente. Solo che, il 2 novembre 1917, quando Lord Balfour, Ministro degli Affari Esteri del Regno Unito, inviò una lettera ufficiale a Lord Rothschild, uno dei leader della comunità ebraica d’Inghilterra, assicurandogli che il suo governo stava considerando favorevolmente la creazione di un focolare nazionale per il popolo ebraico in Palestina, gli inglesi non stavano ancora occupando la Palestina. Aspri combattimenti sono in corso tra le loro truppe e quelle dell’Impero Ottomano entrato in guerra a fianco della Germania nella Prima Guerra Mondiale. Fu invece l’11 dicembre del 1917 che le forze del Generale Allenby entrarono a Gerusalemme. Ma Obama conosce il peso della parola ‘Occupazione’ e la usa consapevolmente per delegittimare l’iniziativa britannica sin dall’inizio.Consideriamo ora il Piano di Partizione votato dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947, che prevede la divisione del Paese tra uno Stato ebraico e uno arabo – nessuno ancora parla di uno Stato palestinese. Secondo Obama, “i leader sionisti’ lo accettano, mentre gli ‘Arabi palestinesi’-ancora una volta fino ad allora nessuno aveva usato questo termine – come le nazioni arabe circostanti, che stavano appena uscendo dal giogo coloniale, lo rifiutano”. Ma di quale giogo coloniale sta parlando? Di quello dell’Impero Ottomano che aveva soffocato per quattro secoli qualsiasi velleità di indipendenza araba? No di certo. Parla delle potenze alleate vittoriose che hanno portato questi Paesi arabi all’indipendenza. Paesi che non si accontentano di ‘rifiutare’ il Piano: i loro eserciti lanciano un attacco concertato contro lo Stato ebraico, proclamato il 18 maggio del 1948. Solo che, dice Obama, hanno la meglio ‘le milizie ebraiche’ . Ma quali milizie? In realtà si tratta di Tsahal – l’Esercito di Difesa Israeliano – creato il 28 maggio e che comprende gli eserciti di terra, aria e mare. E l’ex Presidente così continua: “durante i tre decenni che seguono, Israele si impegnerà in una serie di conflitti con i suoi vicini arabi”. Il resto del capitolo è tutto dello stesso tono. Una presentazione dei fatti che è stata ovviamente adottata subito dai palestinesi, troppo felici di scoprirsi dei veri eroi. Un gruppo di cittadini interessati ha appena presentato una denuncia contro la Gran Bretagna a causa della dichiarazione Balfour “che ha dato la Palestina come focolare nazionale agli ebrei e permesso alle bande sioniste di occupare la Palestina”. Presentata davanti a un tribunale palestinese, la denuncia è stata dichiarata ammissibile. Questi competenti cittadini hanno indubbiamente dimenticato che nel 1920, quando la Gran Bretagna aveva ricevuto il Mandato della Palestina, si era affrettata ad amputarne i quattro quinti a beneficio di uno dei figli del suo vecchio alleato, lo Sharif della Mecca. Così era nato “l’Emirato della Transgiordania” che approfitterà della Guerra d’Indipendenza di Israele per occupare la Giudea e la Samaria – questo è il nome che compare nel Piano di Partizione, che poi sarebbe dovuta tornare allo Stato arabo – e prendere il nome di Giordania. Il giovane Stato di Israele dovrà accontentarsi di un decimo dei territori della Palestina mandataria. È vero che Barack Obama ha ignorato questo dettaglio che considera senza dubbio privo di interesse. Resta il fatto che di questo ammasso di inesattezze e di falsificazioni intenzionali, che farebbe vergognare uno studente di storia del primo anno, se ne sono già vendute un milione di copie nella prima settimana, e sarà tradotto in numerose lingue, per diventare poi un testo di riferimento per intere generazioni.

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