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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

“Eravamo comunisti” esce per Rubbettino il nuovo libro di Umberto Ranieri

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 gennaio 2021

In occasione del centenario della fondazione del PCI una riflessione sul ruolo del comunismo nella storia d’Italia e sul riformismo Cosa ha rappresentato il PCI nella storia d’Italia? Un partito che viveva tra la scelta storica per il 1917 e la sua azione concreta nella società nazionale. Mentre spingeva il popolo italiano a misurarsi con i problemi del governo del Paese, rappresentava esso stesso, per i suoi legami internazionali, il maggiore ostacolo all’assunzione di responsabilità di governo. Questa la sua doppiezza, il lato tragico della sua storia. Perché il Pci non poteva gettare il cuore oltre l’ostacolo e imboccare la strada del socialismo democratico? L’interrogativo fu sollevato da Giorgio Amendola già negli anni Sessanta, seguito da Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (ai quali è dedicato il libro), e da quanti daranno vita all’area migliorista. Merito di Ranieri, aver dato conto, nel suo “Eravamo comunisti”, “sine ira et studio” dei passaggi-chiave della battaglia. Lo fa ricostruendo con passione alcuni momenti cruciali della storia di quel partito ad un secolo dalla sua fondazione.
Il libro di Ranieri non è però solo un libro di storia e di storie, ma vuole offrire una riflessione, importante e necessaria, su quelle alternative che avrebbero potuto essere percorse durante la grande stagione del riformismo di cui l’autore fu una delle figure di spicco. Dalla prefazione di Giuliano Amato. «Quello che si è notato di meno, e che emerge in modo inequivocabile da questo libro, è la ricaduta (lo spillover effect, si direbbe più efficacemente in inglese) del mito sovietico sulle stesse scelte politiche interne. Quel mito, al di là dell’orgoglio di appartenere a un grande blocco di potere mondiale (e questo, lo abbiamo visto, conta di per sé già molto), fece anche da selettore delle politiche interne che potevano apparire o meno meritevoli a chi lo condivideva: insomma, se io sono destinato alla fuoriuscita dal capitalismo, come posso spendermi, sprecarmi per un riformismo che rinuncia a priori a questo scopo, che mi dà qualche miglioramento, ma resta nell’alveo del sistema com’è? Sì, lo so, mi dicono che di capitalismi ce ne sono diversi, alcuni più chiusi e retrivi, altri più segnati dall’idea dell’economia sociale di mercato. Ma per me queste sono varianti minori, io viaggio a un’altra quota, a me col riformismo non mi incantano. L’ho detto con linguaggio non paludato, ma è così, o è anche così, che il Pci ha bruciato tra le proprie file la prospettiva riformista e, quindi, socialista. Ora l’ho capito ed è stato Umberto Ranieri che mi ha aiutato a capirlo con queste pagine. Il mito è sopravvissuto al distacco, che pure c’è stato, dall’Unione Sovietica, perché è penetrato nella cultura interna e l’ha resa ostile al riformismo possibile, arginando e ghettizzando le chiavi fornite dall’idealismo italiano, che pure Gramsci aveva introdotto e Togliatti, a suo modo, condiviso. Grazie a ciò le distanze dai socialisti non sono mai venute meno e ad esse i guai giudiziari di Craxi hanno offerto una scorciatoia per rafforzarsi e darsi una legittimazione che non meritavano. È qui il nocciolo della discussione a cui i miglioristi hanno ripetutamente invitato i loro compagni. Ma la discussione non c’è mai stata, né prima né dopo la fine del partito.
Ora, certo, viviamo in un’epoca diversa. Ora quello che sto scrivendo io qui e che ha scritto Umberto nelle pagine che seguono, può apparire a molti archeologia, interessante solo per gli archeologi. Eppure, dopo anni nei quali i partiti socialisti hanno perso, insieme, capacità di rappresentanza e capacità di governo, cedendo spazio politico tanto ai conservatori, quanto a nuovi movimenti, spesso populisti, il riformismo socialista ha preso a essere predicato, in Europa e negli stessi Stati Uniti, come un metodo di governo di cui avremmo ancora bisogno per governare un mondo sempre meno governabile; e meno governato».

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