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Mercati emergenti: trade di breve o di lungo termine?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Tra i molti trend finanziari del 2021 troviamo sicuramente una rinnovata attenzione per il mondo emergente. Proprio questa settimana la Cina ha confermato la crescita positiva nel 2020, rinvigorendo il dibattito sull’evoluzione della geografia degli investimenti. Gli ultimi dieci non sono stati particolarmente favorevoli per chi avesse deciso di investire sui mercati emergenti. La performance di questo particolare indice, che comprende ormai un gruppo molto eterogeneo di Paesi, è rimasta stagnante. Ma quali sono le prospettive di questa particolare asset class nel mondo post-pandemia?
Andando a valutare con maggiore granularità la performance dell’indice si nota come gli ultimi 10 anni siano stati caratterizzati da una graduale divergenza tra la performance dell’Asia e quella dei Paesi Emergenti Europei (indice dominato dalla Russia che ha sofferto il crollo del prezzo del petrolio) e Sudamericani. Questa divergenza si è accentuata ancor di più nel 2020: le economie asiatiche hanno gestito la crisi legata alla pandemia in modo piuttosto ordinato e la relativa maturità di queste economie le ha rese più preparate a uno scenario recessivo globale. Questa dinamica di prezzo si è accompagnata a un significativo scostamento della composizione dell’indice “emergente”, un’etichetta che inizia a essere forse troppo eterogenea e poco idonea a rappresentare la realtà dei fatti. L’indice MSCI Emerging Markets è ormai composto per oltre l’80% da paesi asiatici. A livello settoriale, i comparti tradizionali (Financials, Materials, Energy) che pesavano quasi il 60% nel 2010 e giustificavano il raggruppamento di questi Paesi in un’unica asset class, a oggi occupano solo il 25% dell’indice, a vantaggio di settori growth e dei tecnologici. In un certo senso la dinamica in atto nell’indice emergente di MSCI è simile a quella dell’azionario americano, dove poche società muovono l’intero indice. Alibaba, Tencent, Taiwan Semiconductor e Samsung pesano per il 23% dell’intero indice. Anche il panorama obbligazionario appare molto cambiato. Se negli anni Novanta le emissioni di debito provenivano principalmente dai paesi dell’America Latina, nel corso degli ultimi 15 anni Cina e l’Asia hanno assunto una quota dominante in questo mercato.
Il 2021 sarà probabilmente caratterizzato da un rimbalzo del Pil molto significativo e ciò potrebbe giocare a favore delle prospettive di questa asset class, soprattutto per quanto riguarda la componente asiatica. I fattori che possono aiutare nel breve termine la performance, soprattutto in un’ottica relativa sono: dollaro debole, che storicamente favorisce la stabilità finanziaria e la performance economica di molti di questi Paesi, buon momentum delle materie prime che potrebbero mettere in atto una sorta di rimbalzo nel 2021, buona gestione della pandemia nei paesi più importanti dell’indice (Taiwan, Corea del Sud, Cina) e quindi conseguente rimbalzo economico più veloce e, infine, ripresa economica anche nei Paesi sviluppati.
Andando ad allungare l’orizzonte delle nostre valutazioni, non si possono ignorare questioni politiche dirimenti che andranno a definire la narrativa dominante della politica globale nei prossimi decenni. La Cina mostra un sempre maggiore attivismo per quel che riguarda la costruzione della propria egemonia regionale (e globale), con l’obiettivo di medio-lungo termine di affrancarsi sempre più dal sistema politico ed economico occidentale. Dall’altra parte gli Stati Uniti vedono la crescita del gigante asiatico con sempre maggiore diffidenza e stanno prendendo delle contromisure di tipo difensivo per limitare l’accesso delle aziende cinesi, soprattutto quelle tecnologiche, nel proprio sistema di riferimento. Per quanto concerne gli investitori è indubbio che esiste un nodo cinese ancora da sciogliere. Si tratta di un’economia sempre più matura, nella quale sono presenti aziende tra le più avanzate e promettenti a livello globale ma l’accessibilità del mercato cinese, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista finanziario, sembra sempre più legata nel lungo termine alla risoluzione delle tensioni internazionali: da una parte la Cina che proverà a utilizzare l’apertura selettiva di alcuni settori della propria economia come strumento politico di negoziazione, dall’altra lo spettro di tensioni commerciali e altre crisi politiche che resteranno un fattore di rischio concreto.
La crescita cinese (e indiana, per il prossimo decennio) in rallentamento, export stabili o in calo unitamente a una sorta di deglobalizzazione e le materie prime continueranno a pesare al ribasso sui risultati dell’area emergente. Tuttavia, i cambiamenti di cui abbiamo parlato, potrebbero in qualche modo isolare alcuni paesi dell’indice da queste dinamiche internazionali, e favorire un affrancamento dai fattori economici più tradizionali. Si impone una riflessione su quanto sia effettivamente utile considerare questo indice come un asset class univoca. Come gestori, siamo impegnati a ragionare su questa area geografica riconoscendone prima di tutto le diversità e le complessità ma siamo convinti che questo blocco di paesi ricoprirà un ruolo più importante nei portafogli multi-asset, soprattutto oggi che le geografie tradizionali sembrano offrire spunti di rendimento attesi limitati.

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