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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 137

Covid-19, il fallimento della medicina territoriale?

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2021

La medicina di famiglia è rimasta protagonista durante il Covid, ha assistito quasi tutti i malati (al netto dell’assistenza psicologica e “burocratica” ai loro familiari asintomatici) e a quelli più gravi ha evitato il ricovero nell’80% dei casi; il “fallimento della medicina territoriale” in buona parte è dunque figlio non dei medici convenzionati bensì di situazioni in cui a collassare sono state le Asl con i loro Dipartimenti di prevenzione. Lo spiega Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi Fimmg, alla presentazione del 16° Rapporto Crea Sanità, enumerando alcuni dati ancora grezzi di una ricerca in corso del suo sindacato (che è anche co-editore del Rapporto).«La tragedia del Covid sul territorio va vista in chiaroscuro. L’emergenza ha portato un “tele-adeguamento” tecnologico della nostra categoria e dell’utenza con cui abbiamo iniziato a dialogare in remoto, e sono partite sperimentazioni di telemedicina. Troppo, per contro, si è guardato agli indicatori degli ospedali, ad esempio ai dati delle terapie intensive, senza considerare che grandissima parte di questa malattia si affronta e si decide sul territorio. E là dove è stata affrontata dalla medicina territoriale, pur in contesti molto diversi tra loro e con modelli e risposte più e meno efficaci, è stata affrontata bene. Oltre il 96% dei malati è gestito a casa-sottolinea Misericordia, medico di famiglia nelle Marche – e come Centro Studi Fimmg abbiamo calcolato che anche dove la patologia si presenta moderata o severa solo nel 20% dei casi per i nostri pazienti si è dovuto ricorrere al trasferimento in ospedale. Il territorio sta sostenendo la gestione del Covid e sta attuando tempestivi interventi». Il problema è semmai coordinarsi con i “Sisp”, i servizi di prevenzione delle Asl, «che sono stati travolti, non riuscendo ad adempiere alle attività di tracciamento o di sorveglianza dei pazienti in isolamento e quarantena». La ricerca Fimmg starebbe evidenziando modelli territoriali di risposta alla pandemia più completi nelle situazioni in cui in giro per l’Italia c’è stato maggiore dialogo tra distretto e Mmg. Dove cioè il distretto Asl non ha perso la bussola. Sono spesso realtà dove si è fatta anche telemedicina: da qui si dovrebbe partire per le sperimentazioni sulle nuove case della salute e soprattutto sulle cure domiciliari. Nel Recovery Plan al capitolo- “prossimità”, spicca la scommessa “casa come primo luogo di cura” per assistere a casa altri 500 mila ultrasessantenni, disabili o malati cronici. Un progetto che fin qui non pare mettere al centro medicina di famiglia, oggetto anzi di polemiche, a partire – come ha sottolineato Francesco Spandonaro responsabile del centro ricerche Crea Sanità dell’Università Cattolica – dal futuro ruolo giuridico del medico. Convenzionato come è ora o dipendente? Misericordia risponde con i dati della medicina convenzionata, e intanto si interroga, a un anno dall’inizio della pandemia, sulla difficoltà del Ssn di programmare i vaccini anti-Covid puntando sui medici di famiglia, che già da 30 anni prendono in carico l’antinfluenzale garantendo ampia copertura. «Si tergiversa nel coinvolgerci. Eppure, ci stiamo attrezzando con sistemi che consentono di stabilire rapidamente le priorità nella scelta dei pazienti da vaccinare».Altri investimenti dal Recovery plan dovrebbero riguardare telemedicina e professioni sanitarie, in particolare l’infermiere di famiglia; vi accenna il Direttore generale dell’Agenzia dei sistemi sanitari regionali Domenico Mantoan, che invoca nuove competenze in coordinamento con i medici, e chiede agli ordini (dei medici) di accettare più flessibilità come avviene nel resto d’Europa. «Non si può accettare che per ogni lastra prodotta debba uscire il radiologo». Nel 2020 tra territorio ed ospedale sono peraltro mancati sia infermieri sia medici. Ergo, «i medici all’ingresso nei corsi di specialità e medicina generale devono essere pari a quelli che si laureano». Per Mantoan, la gestione della formazione post laurea dovrebbe cambiare, passare dall’Università al Ministero della Salute e alle Regioni. Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, ricorda la parte del Rapporto secondo cui i cittadini delle fasce più deboli nel 2018 anno speso di più per la propria salute. «Stride con il titolo V della Costituzione che era stato riformato nel 2001 per avvicinare le cure al cittadino ponendole in capo alle regioni; senza nulla cambiare nelle responsabilità esercitate dalle Regioni e nella sussidiarietà, quando si attua il Recovery Plan bisognerà fare in modo che il governo e il ministero della Salute esercitino i loro poteri sostitutivi se ci sono singole regioni inadempienti nel realizzare gli obiettivi». By Mauro Miserendino (fonte: Doctor33)

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