Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Gli equilibri instabili dei sistemi democratici

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2021

di Giuseppe Bianchi. Viviamo, dopo l’esperienza fascista, da quasi 80 anni in un regime democratico. Non è stato e non è il migliore dei mondi possibili ma guardando all’indietro è stata la fase più espansiva del nostro benessere economico e sociale, con le libertà garantite dallo Stato di diritto.Nello stesso tempo abbiamo acquisito una concezione più realistica della democrazia. Non è il governo del popolo, dal popolo e per il popolo, secondo la lirica definizione di Abramo Lincoln.
Sappiamo che in tutte le società, anche quelle democraticamente organizzate, la divisione del lavoro produce una gerarchia di posizioni professionali e di condizioni sociali che vanno coordinate nell’interesse comune attraverso una linea di comando politica. Il problema è quello di legittimare tale linea di comando, cruccio che ha tormentato per secoli la filosofia politica.
Nel sistema democratico la legittimazione è affidata a un insieme di regole e procedure che prevedono le elezioni, il pluralismo dei partiti, l’alternarsi delle maggioranze che consentono al popolo di cambiare i governi senza ricorrere alla violenza di piazza. Il popolo decide in quando rappresentato da una oligarchia da che ha eletta.Ma la democrazia si concretizza anche nell’azione dello Stato e dei Governi che gestiscono un insieme di politiche per soddisfare i bisogni della collettività. Bisogni che evolvono nel tempo sotto la sferza dei cambiamenti che intervengono nelle società e che richiedono adattamenti che impegnano anche il sistema politico.C’è quindi uno sdoppiamento della democrazia che ne evidenzia la fragilità: garantire nel contempo rappresentanza e governabilità. Un equilibrio difficile da mantenere quando si presenta una situazione d’emergenza, come quella in atto, che cumula pandemia sanitaria e crisi economica e sociale. Un sovraccarico per il Governo in carica che da un lato deve sostenere imprese e lavoratori in difficoltà e dall’altro riallineare un sistema produttivo, disomogeneo nelle sue performance settoriali lungo nuove direttrici di “sviluppo sostenibile”, che prevedono irrepetibili risorse da impiegare. Uno straordinario impegno progettuale di rinnovamento per un Governo che, privo di una maggioranza coesa, trova difficoltà oggettive nell’istituzionalizzare una capacità di decisione all’altezza delle nuove sfide.È nella fisiologia democratica rimettere in moto le procedure e le regole affidate al confronto politico, al dibattito parlamentare, alle consultazioni, per verificare l’esistenza di una maggioranza politica in grado di meglio ricomporre i fattori destabilizzanti in atto in un nuovo progetto di ricostruzione del Paese.È ingeneroso rappresentare questi momenti istituzionali come stanche liturgie o teatrino della politica, benché questa fase possa includere intrighi di palazzo per la conquista del potere in assenza di un codice accettato di buona creanza. Rimane in ogni caso la garanzia costituita dal fatto che le nuove élite emergenti si propongono al consenso del popolo rappresentato e non si impongono come avviene nei sistemi illiberali.Certo, la fisiologia democratica presuppone che a un governo politico subentri un governo altrettanto politico, espresso dal Parlamento. Quando ciò non avviene ed è il Presidente della Repubblica a proporre, come estrema ratio, un suo candidato eccellente per un Governo di Salute Pubblica, il messaggio che arriva è quello di un grave disfunzionamento delle istituzioni democratiche. La soluzione carismatica dell’uomo “migliore” al potere può certamente accelerare i tempi della fuoriuscita dalla crisi in quanto sostenuta da inedita maggioranza parlamentare. Ma si tratta pur sempre di una tregua che deve riportare alla normalità del gioco democratico imperniato sulla dialettica dei partiti e sull’alternanza dei Governi. Una sfida per il nostro sistema democratico ormai sfibrato – in crisi di rappresentanza perché i cittadini, in gran parte, hanno smesso di essere politicamente attivi – e debole nella sua capacità governante per la dispersione dei centri decisionali. Il Governo Draghi può segnare una rottura con il passato se l’adesione a un programma di rilancio del Paese diventa l’occasione per un riposizionamento non strumentale dei partiti che devono saper offrire una ristrutturazione dell’offerta politica in grado di riattivare la partecipazione dei cittadini. Va infine ricordato che la governabilità democratica non si esaurisce nell’equilibrio interno dei poteri dello Stato che definiscono la sua autorità regolatoria. In una economia di mercato c’è l’operare autonomo della finanza, delle imprese, del lavoro, che danno vita ad ordinamenti di rappresentanza collettiva, sottratti alla sfera statale, le cui regole influenzano la competitività produttiva e le potenzialità di crescita del sistema Paese.
Questo per dire che la fuoriuscita dalla crisi non è solo legata alla bontà dei progetti con cui impiegare le risorse europee e alla capacità di spesa dell’apparato pubblico. Non meno importante è l’attivazione degli investimenti privati e una nuova propensione condivisa all’innovazione produttivistica quale opportunità per meglio retribuire quanti concorrono a produrla.Tanto più se si considera che le nuove direttrici di uno sviluppo sostenibile accelereranno la riallocazione del lavoro e del capitale riproponendo la necessità di un dialogo fra Governo e parti sociali in grado di sostenere tali processi e renderli socialmente accettabili.Una missione difficile in un Paese di separati in casa. Ma la democrazia è un sistema in cui il potere è diffuso. Se non si ricreano istituzioni di coordinamento in grado di ricomporre gli interessi di parte con gli interessi generali della collettività, le libertà individuali e collettive di cui abbiamo goduto cessano di essere il vantaggio competitivo rispetto ai più efficienti sistemi autoritari. (https://www.facebook.com/QuaderniISRIL/

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