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Europa: Previsioni economiche d’inverno 2021

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 febbraio 2021

Secondo le previsioni economiche d’inverno 2021, l’economia della zona euro crescerà del 3,8 % sia nel 2021 che nel 2022, mentre l’economia dell’UE crescerà del 3,7 % nel 2021 e del 3,9 % nel 2022. L’Europa è ancora stretta nella morsa della pandemia di coronavirus. Il nuovo incremento del numero di casi e la comparsa di nuovi ceppi del coronavirus più contagiosi hanno costretto molti Stati membri a reintrodurre o a inasprire le misure di contenimento. Al tempo stesso l’avvio dei programmi di vaccinazione in tutta l’UE dà adito a un cauto ottimismo. L’economia della zona euro crescerà del 3,8 % sia nel 2021 che nel 2022, mentre l’economia dell’UE crescerà del 3,7 % nel 2021 e del 3,9 % nel 2022. Si prevede che le economie della zona euro e dell’UE raggiungeranno i livelli di produzione pre-crisi prima di quanto anticipato nelle previsioni economiche d’autunno 2020, in gran parte a seguito dello slancio di crescita più forte del previsto che si prospetta per la seconda metà del 2021 e per il 2022. Dopo la forte crescita registrata nel terzo trimestre del 2020, l’attività economica si è nuovamente contratta nel quarto trimestre a causa delle nuove misure di contenimento adottate a seguito della seconda ondata della pandemia. Con queste misure in vigore, si prevede che le economie dell’UE e della zona euro registreranno un calo nel primo trimestre del 2021. La crescita economica dovrebbe riprendere in primavera e acquistare slancio durante l’estate, con l’avanzare dei programmi di vaccinazione e il graduale allentamento delle misure di contenimento. Prospettive più incoraggianti per l’economia mondiale dovrebbero anch’esse sostenere la ripresa.L’impatto economico della pandemia rimane disomogeneo tra gli Stati membri e, secondo le previsioni, anche la ripresa sarà caratterizzata da andamenti molto diversi.In base alle previsioni l’inflazione nella zona euro dovrebbe aumentare, passando dallo 0,3 % del 2020 all’1,4 % nel 2021, per poi scendere leggermente all’1,3 % nel 2022. Le previsioni relative all’inflazione per il 2021 nella zona euro e nell’UE sono in lieve aumento rispetto all’autunno, ma nel complesso il dato dovrebbe rimanere contenuto. Il ritardo subito dalla ripresa continuerà presumibilmente a frenare le pressioni della domanda aggregata sui prezzi. Nel 2021 l’inflazione sarà temporaneamente spinta al rialzo da effetti base positivi sull’inflazione dei beni energetici, da adeguamenti fiscali – soprattutto in Germania – e dagli effetti di una domanda repressa su un’offerta ancora limitata in certi settori. Nel 2022, con l’adeguamento dell’offerta e la graduale riduzione degli effetti base, l’inflazione dovrebbe subire nuovamente un leggero calo. Rispetto all’autunno, i rischi che circondano le previsioni sono più equilibrati, pur rimanendo elevati, e sono principalmente connessi all’evoluzione della pandemia e al successo delle campagne di vaccinazione.I rischi positivi sono legati alla possibilità che il processo di vaccinazione conduca a un allentamento più rapido del previsto delle misure di contenimento e quindi a una ripresa più tempestiva e più forte. Inoltre Next Generation EU, lo strumento dell’UE per la ripresa il cui fulcro è costituito dal dispositivo per la ripresa e la resilienza, potrebbe alimentare una crescita più forte di quanto prospettato, dal momento che i finanziamenti previsti, per la maggior parte, non sono ancora stati integrati nelle previsioni. In termini di rischi negativi, nel breve periodo la pandemia potrebbe rivelarsi più persistente o grave di quanto ipotizzato nelle previsioni, o potrebbero verificarsi ritardi nell’attuazione dei programmi di vaccinazione. Ciò potrebbe ritardare l’allentamento delle misure di contenimento e, di conseguenza, incidere sui tempi e sull’intensità della prevista ripresa. Vi è inoltre il rischio che la crisi possa lasciare segni più profondi nel tessuto socioeconomico dell’UE, in particolare sotto forma di fallimenti generalizzati e capillari perdite di posti di lavoro. Ciò danneggerebbe altresì il settore finanziario, aumenterebbe la disoccupazione di lunga durata e aggraverebbe le disuguaglianze.

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