Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Medicina di famiglia verso la dipendenza

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

La medicina generale è destinata alla dipendenza, lo dice il Recovery Plan o meglio, un addendum di Agenas, l’agenzia dei servizi sanitari regionali, di cui è venuto in possesso il Corriere della Sera. Il documento specifica cos’è scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza inviato dal governo Draghi a Bruxelles alla componente “medicina di prossimità”, destinataria di poco meno di metà dei 19 miliardi previsti per la salute nel Piano. Accanto ai 4 miliardi per l’assistenza domiciliare, ai 2 per le case di comunità popolate da team multi-professionali con Mmg, specialisti, infermieri, diagnostica strumentale e di laboratorio, a 1 miliardo per gli ospedali di comunità, agli investimenti per telemedicina e per 602 maxi-sportelli, uno per distretto di orientamento e coordinamento socio sanitario, un punto stabilirebbe che il medico di medicina generale, dovendo essere meglio coordinato per fare medicina d’iniziativa e contenere accessi e ricoveri impropri in ospedale, è ad un bivio: diventare dipendente del Ssn come l’ospedaliero o restare convenzionato, ma “arruolato in cooperative intermedie che garantiscano la copertura dell’assistenza nelle case della comunità”. Le coop si porrebbero come unica àncora di salvezza del rapporto convenzionale che per la quasi totalità dei sindacati è invece garanzia di “terzietà” del medico di famiglia tra un cittadino-paziente che cerca risposte e una sanità-giungla dove non tutto è perfetto e bisogna scegliere i servizi più idonei. Ma come si porrebbe a sua volta la coop tra medico di famiglia e servizio sanitario? Il modello fin qui prevalente in Italia non è esattamente quello societario britannico (“practice” che assumono medici che poi operano per il National Health Service). In un recente incontro Antonio Di Malta, medico di famiglia e presidente del consorzio Sanità Co.S che le raggruppa, ha spiegato come le cooperative di servizio alla medicina generale anche durante la pandemia si siano distinte realizzando presidi territoriali in grado di affiancare gli ospedali nel fronteggiare il virus. E ha fornito una ricetta in 10 passaggi per costruire questi presidi oltre a presentare un Manifesto strategico per dare slancio organizzativo alla medicina generale. Il punto centrale è che la coop non assume medici ma ha per soci i medici, che a loro volta tra loro, per gli interventi “professionali” in convenzione, possono coordinarsi in aggregazioni funzionali (di soli Mmg) e unità complesse di cure primarie pluriprofessionali. In compenso, la coop può assumere amministrativi, collaboratori e infermieri. «Nella gestione del Covid sul territorio, i risultati delle Aft, in termini di esiti di salute sono stati impattanti nei territori dove il personale dipendeva da una coop di servizio dei medici: il coinvolgimento qui è più facile che nei confronti di personale distaccato Asl-Ats», spiega Di Malta. Quanto alle cronicità, dove negli ultimi 10 anni un po’ ogni regione ha diretto i giochi, la coop «potenzia il motore di Aft e Uccp consentendo di svolgere medicina proattiva, diagnostica, accrescere competenze».Il numero due Fimmg Pierluigi Bartoletti rileggendo le indiscrezioni di Corsera osservava due rischi imminenti: l’arrivo di una sanità dei “palazzinari” al posto di quella dei cittadini e la privatizzazione rapida del Ssn. Anche se è al medico di famiglia che si rimprovera nel primo picco di Covid di non aver fatto da argine all’accesso indiscriminato di pazienti in pronto soccorso, «il collasso del sistema è avvenuto in regioni che avevano smontato la rete dei medici di famiglia chi – la Lombardia – contando sugli ospedali, chi – l’Emilia Romagna – sulle Case della salute. Dallo schema pubblicato – contesta Bartoletti – emerge un sistema frammentato, in cima il centralino, poi una serie di palazzi, un “domicilio”, la parola medico non c’è, si parla col centralino che smista ai palazzi dove ci sono operatori sanitari. E chi vuole invece avere il suo medico che lo segue? Lo pagherà evidentemente». Per Di Malta, la medicina generale può ben gestire al posto della politica sia l’assistenza domiciliare (“casa come primo luogo di cura”) sia case e ospedali di comunità.Già ad aprile il Co.S ga ha anticipato che il salvataggio della “terzietà” del Mmg sta in quattro interventi: prevedere nel compenso, accanto alla quota fissa, compensi correlati al raggiungimento di obiettivi di salute, più un finanziamento che alle coop di servizio copra i costi di personale, logistica, beni e servizi, tecnologia. Le coop, previste all’articolo 54 comma 14 dell’Accordo nazionale del 2005 andrebbero riconosciute anche fiscalmente sull’esempio delle coop sociali (legge 381/91). Si dovrebbe poi promuovere la costituzione di consorzi di servizi (o compagnie o reti d’impresa) che acquisiscano fattori produttivi, formazione, consulenze su modelli gestionali, in modo autonomo rispetto ai sindacati. In parallelo, si dovrebbe dare alla medicina di famiglia un ruolo attivo nei Dipartimenti di Cure primarie e di SanitaÌ pubblica per partecipare ai processi di riorganizzazione e gestione di nuovi servizi. Di medicina di prossimità e assistenza domiciliare si è parlato anche al Digital Debate di Confcooperative, dove il ministro della Salute Roberto Speranza non ha nascosto l’ambizione dell’Italia di coprire il 10% degli over 65 (siamo appena saliti al 6%) superando big come la Germania. Il presidente di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese ha ribadito l’esigenza di «un modello di continuità assistenziale nazionale centrato sulla casa, che superi le impasse originate dal Titolo V» e possa «garantire 240 ore di assistenza all’anno ad un milione di anziani occupando 112 mila operatori specializzati». By Mauro Miserendino fonte doctor33

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