Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Anniversario della morte di Enrico Berlinguer

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2021

Un ricordo di Agostino Spataro. Il giornalista e politico italiano ci riporta, nei suoi ricordi, la morte all’ospedale di Padova del compagno Enrico Berlinguer avvenuta 11 giugno del 1984. Vi fu ricoverato il 7 dello stesso mese per un ictus cerebrale che lo ha colpito durante lo svolgimento del comizio. “E’ stata – scrive – Una lunga e triste agonia, senza speranza di ripresa. In ogni caso, politicamente era morto. E nei dettagli rammenta: “Questa mattina, verso le 10,00, mi telefona Siso Montalbano, della segreteria Fed, per comunicarmi di aver parlato con il Comitato regionale (C.R.) che gli avevano detto che Berlinguer era praticamente morto e che i funerali erano stati previsti per mercoledì 13 a Roma”. E Spataro continua prendendo lo spunto dal suo brano autografo dal suo quaderno n° 3: “In serata si dovevano tenere assemblee di commemorazione al chiuso. Non capii e chiesi: “Ma è morto o no”. Siso era imbarazzato. M’invitò a recarmi subito in federazione. “Dunque, hanno deciso di staccare la spina?”- replicai. Accesi la radio, mentre mi preparavo per partire. Su Rai/1 davano una emissione sulla vicenda di Luther King. Nessun riferimento al dramma di Berlinguer. Giunto in federazione (verso le ore 11,000) trovo esposta al balcone la bandiera rossa del nostro destino, listata a lutto. Non c’era più dubbio Enrico era morto. Eppure la radio non aveva detto nulla! Forse per non interrompere le trasmissioni programmate? Dopo King, seguì un concerto di musiche italiane degli anni ’50. In Federazione trovai tanti compagni e compagne in evidente apprensione. Volti tesi, scuri. Niente lacrime. Origliai fra i vari capannelli. Parole bisbigliate, spezzate. Praticamente, capii che la morte di Berlinguer era avvenuta, ma non era stata ancora ufficialmente annunciata. I compagni mi dicono che è morto stamattina intorno alle 9,30 che, però, la segreteria nazionale del partito ha deciso di annunciarne il trapasso verso le ore 13,00. Insomma, ufficialmente, era ancora vivo anche se erano stati programmati i funerali. Non capisco la ragione di tale strano (forse un po’ stupido) comportamento del Centro del partito. Mi dicono che, forse, prendono tempo per preparare il testo del comunicato. Osservo che il comunicato si può emettere anche qualche ora dopo la morte. Intanto bisognava darne l’annuncio. Il povero Gildo Mocada, cui sfuggiva il complicato ingranaggio di cui sopra, da vecchio partigiano pensò bene di esporre dal balcone la bandiera a lutto. Le due cose non reggevano: la bandiera confermava la morte che però non era stata annunciata. Si decise di ritirare la bandiera. Qualcuno ri-telefona a Roma per avere ragguagli. Nulla di nuovo: è morto e la morte sarà comunicata più tardi. Ascoltiamo il Tg/uno delle 12,00. Il conduttore dice che “le condizioni di salute dell’on. Enrico Berlinguer si sono aggravate… L’elettrocardiogramma è piatto…ci sono pochissime speranze di ripresa.” L’annunciò della morte verrà dato da Achille Occhetto al Tg/2 e rilanciato nell’edizione del Tg/1. Ancora non c’è un comunicato della Direzione. Sarà emanato in serata. Viene ri-esposta la bandiera a lutto. A questo punto non si capisce perché questa sceneggiata in cui sono state raggiunte punte di crassa stupidità che ometto per carità di … partito.” E continua: “La sera vado a Favara a tenere la commemorazione. Assemblea molto partecipata. Sono presenti delegazioni di altri partiti: Psi, Dp e Dc (guidata dall’on. Angelo La Russa). Parlo a braccio. Non ho avuto tempo per preparare un discorso. Dico quel che sento, che ricordo del caro compagno Berlinguer che ebbi l’onore di presentare (10 anni prima, il 25 aprile 1974) alla grande manifestazione pro-divorzio del nostro Partito che tenemmo nella piazza Stazione di Agrigento.” E Spataro ancora ricorda: ” Ho assistito dal palco delle autorità istituzionali, in Piazza San Giovanni, a Roma, alla imponente manifestazione di popolo, del nostro popolo comunista, svoltasi per dare l’estremo saluto al compagno Enrico Berlinguer. Una manifestazione davvero grandiosa che- a detta degli esperti- ha superato tutte le precedenti per partecipazione. Senza offesa per nessuno. Bella, calda, commossa la piazza, quanto scialbi, freddini i discorsi commemorativi di Nilde Iotti, di Marco Fumagalli (Fgci) e di Giancarlo Pajetta che era quello ufficiale. Già sul palco circolavano critiche soffuse, leggere insofferenze verso le parole di Pajetta che continua ad atteggiarsi come il primo della classe. Uno che – come diceva Leo Longanesi di Curzio Malaparte – al matrimonio vuole essere la sposa e al funerale il caro estinto. L’indomani (14/6), in partenza per Palerno, all’aeroporto di Fiumicinio incontro Occhetto e la sua compagna. Con loro c’è anche Ammavuta. Achille (che oggi quando m’incontra finge di non riconoscermi- ndr) si lascia andare, arrivando addirittura a sentenziare che “Pajettta ha parlato contro Berlinguer”. Un giudizio eccessivo anche se, in effetti, dal suo discorso è venuto fuori un ritratto non pienamente corrispondente alla personalità del segretario del Pci, sicuramente, il più amato, e rispettato, dentro e fuori del Partito. In alcuni passaggi, a braccio, si lasciò sfuggire degli accenni critici (indiretti) alla più recenti posizioni di Berlinguer contro il decreto Craxi per il taglio della scala mobile e ai tentativi di ricerca di punti di contatto, di convergenza con la Dc, allusivi alla vicenda dell’on. Aldo Moro, non citato per nome. E’ inutile negarlo, nel Pci c’e una corrente di pensiero (e d’azione) che flirta con il craxismo anche quando questo opera per ridimensionare il Pci, per capovolgere, in suo favore, i rapporti di forza all’interno della sinistra. Secondo questo pensiero in simil pelle, la grande forza popolare, democratica, elettorale del Pci costituisce in Europa un’anomalia da eliminare, quantomeno da ridimensionare. Non è un mistero che, per quanto non dichiarata, tale tendenza si polarizza, si organizza intorno alla “corrente” migliorista a cui anche Pajetta si richiama. Anche in questo drammatico frangente, Giancarlo Pajetta si è dimostrato un esibizionista, per altro senza più quella verve polemica, ironica che, in passato, lo ha contraddistinto nello scontro politico e parlamentare. E’ vecchio, eppure non mostra alcuna intenzione di “far posto ai giovani”. Sostiene che vuole “morire sul campo” ossia non mollare gli incarichi di alta e delicata responsabilità, specie nel settore esteri, che detiene da una vita. Pur sapendo di sfidare l’ira del nostro popolo. A piazza San Giovanni anche la Iotti ha voluto ringraziare, pubblicamente, Bettino Craxi, (per che cosa poi?) l’uomo che nel recente congresso del Psi, a Verona, non ha fischiato Berlinguer solo “perché non sapeva fischiare”. Com’era prevedibile, al solo udire il nome di Craxi la piazza di San Giovanni insorse, fece partire una marea di fischi che annichilirono il serioso presidente del Consiglio seduto in prima fila sulla tribuna d’onore. Posizioni di ostentato dissenso rispetto alla linea del defunto segretario nei rapporti con Craxi che creano confusione e disagio nel partito e consentono al leader del Psi di poter affermare che “non tutti nel Pci condividono la linea della scontro” e a Martelli di blaterare che Berlinguer è un “neurocomunista”. La direttiva del Centro, e quindi anche della Federazione, era quella di limitarsi a fare la commemorazione al chiuso e di evitare, fino al giorno dei funerali, discorsi elettorali. Mi parve una direttiva sbagliata, per altro, in contrasto con quanto ci raccomandò Berlinguer già colpito dall’ictus: “Continuate a lavorare, andate casa per casa…” Ripresi questo accorato appello e invitai i compagni a intensificare la mobilitazione elettorale. Almeno a Favara quella direttiva restò inapplicata. (Nota del direttore: E’ questo, a mio avviso, il punto centrale di quella parte significativa della storia italiana dove lo spartiacque rappresentava la tessitura di una trama in cui due uomini, Berlingue e Moro, sia pure culturalmente diversi per formazione, si sentirono uniti per imprimere una svolta significativa al modo di fare politica e, soprattutto, per porre un argine alle politiche corruttive che stavano inquinando il mondo politico italiano. Si è trasformata, invece, in una svolta involutiva che ancora oggi fa sentire il suo peso sebbene sia ora necessario, forse più che in passato, offrire ampio spazio di manovra alla parte sana del paese per una sua crescita culturale e sociale capace di proiettarci nel futuro con fermezza di intenti e solido impegno civile. Se oggi continuiamo a parlarne lo dobbiamo senza dubbio al sacrificio e alla dedizione di uomini come Berlinguer e Moro, ma pure di molti altri e tra costoro di Mino Pecorelli. Il loro ricordo deve esserci d’insegnamento ed è quindi un nostro dovere affidarli alla storia per tramandarli alle future generazioni. E’ questo il motivo del perché anch’io nel mio piccolo, ho cercato con il libro “Il Dittatore” di richiamarne l’attenzione riproponendolo in questi giorni dopo che ai tempi della prima stesura mi fu impedita la pubblicazione. (Riccardo Alfonso)

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