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Fixed Income – Qualche riflessione sulle obbligazioni indicizzate all’inflazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2021

A cura di Mickael Benhaim, Head of Fixed Income Investment Strategy & Solutions e Manesh Mistry, Investment Analyst di Pictet Asset Management.I prezzi al consumo stanno salendo e gli investitori sono sempre più alla ricerca di prodotti che li proteggano dall’inflazione, come le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Tuttavia, è necessario che chi investe sia consapevole della complessità di questi strumenti. La spiegazione è semplice: un’inflazione sorprendentemente elevata è la principale fonte di preoccupazione per gli investitori obbligazionari. Di per sé, l’inflazione è un fenomeno naturale, integrato nei prezzi di mercato. Tuttavia, un cambiamento delle aspettative di inflazione può portare scompiglio nei portafogli a reddito fisso: un forte aumento nelle previsioni dei prezzi al consumo costringerà gli investitori a cercare rendimenti più elevati, spingendo così il valore delle obbligazioni verso il basso. Le obbligazioni indicizzate esistono per aiutare gli investitori a minimizzare questo rischio. Sebbene esistano da secoli in una forma o nell’altra, hanno acquisito popolarità nella loro versione moderna sulla scia dell’inflazione degli anni ’70: una strada aperta dal governo britannico con la creazione dei Gilt indicizzati. Tutte le obbligazioni sono emesse con un valore nominale, ossia il valore al quale saranno rimborsate alla loro scadenza. Nel caso delle obbligazioni indicizzate, il prezzo di rimborso finale sarà determinato dal valore nominale più l’inflazione cumulativa tra l’emissione e il rimborso, solitamente calcolata con un indice ufficiale dei prezzi al consumo. Se, ad esempio, il valore nominale di un’obbligazione indicizzata con scadenza a dieci anni è 100 e l’indice dei prezzi al consumo è nel frattempo cresciuto del 30%, alla scadenza dell’obbligazione gli investitori possono aspettarsi di ricevere 130 dal debitore. Per tutta la sua durata, ogni anno il valore nominale dell’obbligazione verrà adeguato conformemente a ciò che è accaduto all’inflazione in quello stesso anno. Quel valore nominale, a sua volta, determinerà l’entità della cedola annuale che riceverà l’investitore. Prendiamo, ad esempio, un’obbligazione del Tesoro statunitense indicizzata all’inflazione con scadenza decennale e che offre un tasso di interesse del 2%. Qualora, nel primo anno, si verificasse un’inflazione del 5%, l’investitore riceverebbe una cedola pari al 2% di 105 dollari, vale a dire 2,1 dollari. E se l’anno successivo l’inflazione fosse del 3%, il valore nominale sarebbe leggermente superiore ai 108 dollari e la cedola sarebbe pari al 2% di questo. Alla fine del decimo anno, gli investitori ottengono il 2% del nuovo valore nominale, pari a 130 dollari, ossia 2,6 dollari. Chi investe in un’obbligazione tradizionale equivalente, con lo stesso tasso di interesse, ottiene 2 dollari ogni anno, nel primo come nell’ultimo. In genere, gli investitori tendono a passare facilmente dalle obbligazioni indicizzate emesse da un governo a quelle tradizionali equivalenti; per questo motivo, se il prezzo di una di queste comincia ad apparire più interessante rispetto all’altra, venderanno le ultime e acquisteranno le prime finché i loro prezzi non si riequilibreranno di nuovo. La differenza di rendimento tra obbligazioni indicizzate e tradizionali con la stessa scadenza è il cosiddetto tasso di breakeven. La regola generale è che il tasso di breakeven è l’aspettativa implicita del mercato relativa all’inflazione nel corso della durata dell’obbligazione. Dato che i tassi di breakeven non sono un modo completamente affidabile per misurare le aspettative di inflazione, è utile adottare altre misure: ad esempio, è possibile prendere in considerazione gli swap sull’inflazione. In sostanza, uno swap sull’inflazione è un contratto in cui una parte (il pagatore) effettua pagamenti di interessi fissi per un periodo definito; detti pagamenti si basano sulle aspettative di inflazione al momento della sottoscrizione dell’accordo. Sul versante opposto del contratto, la controparte (il ricevente) effettua pagamenti al pagatore che si basano sul tasso di inflazione effettivo nel corso del periodo di validità del contratto. Il pagatore, quindi, desidererà un’inflazione effettiva superiore a quanto inizialmente previsto nei termini del contratto, mentre il ricevente la vorrà più bassa. In questo modo è possibile misurare il tasso di inflazione atteso del mercato. Il più popolare di questi swap è il tasso “five-year, five-year forward” (5y5y), che misura quella che sarà l’inflazione quinquennale attesa prevista dal mercato tra cinque anni; in altre parole: un’indicazione delle aspettative dei mercati sull’inflazione a lungo termine. Mantenendo i tassi di interesse reali il più negativi possibile, ciò che la Fed sta effettivamente cercando di fare è trasferire risorse dai creditori ai debitori: un fenomeno noto come repressione finanziaria. Un aumento dei rendimenti reali, invece, grava economicamente sui debitori. Per evitare che ciò accada, è probabile che la Fed manterrà condizioni monetarie ultra-accomodanti ancora per un po’. La repressione finanziaria è stata molto efficace in passato. Ad esempio, in seguito all’enorme onere debitorio accumulato dal Regno Unito durante la seconda guerra mondiale, il governo limitò il costo del servizio di tale debito mantenendo bassi i livelli dei tassi di interesse nominali e promuovendo al contempo la crescita e l’inflazione attraverso una politica monetaria espansiva, trasformando di fatto in negativi i tassi di interesse reali. È facile vederne l’effetto osservando i dati: nel 1945 il debito pubblico britannico valeva il 216% del PIL, nel 1955 questo valore era sceso al 138%. Tutto questo rappresenta un monito per gli investitori obbligazionari e un ulteriore motivo per interessarsi ai titoli indicizzati all’inflazione. (abstract) fonte: : https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/06/fixed-income-qualche-riflessione-sulle-obbligazioni-indicizzate-all-inflazione.

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