Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Dalla prefazione del “Mito” di Riccardo Alfonso

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Nel porre mano a questo mio lavoro ho inteso titolarlo “Il mito” per il contenuto che mi sono proposto di conferirgli ma anche memore da ciò che ho tratto dalle mie letture. Non dimentico, infatti che nel mythos gli antichi greci non si riferivano solo al racconto delle azioni compiute dalle divinità, dai loro eroi leggendari ma anche per cercare una qualche spiegazione ai fenomeni che non sapevano intendere e che affondavano le loro origini nella notte dei tempi. Erano i miti della creazione o delle origini. Erano i miti naturalistici e quelli storici che avevano la funzione di tramandare le vicende e le tradizioni di un popolo. E oggi hanno il merito di consentirci di conoscerli e di comprenderli meglio. E anche di riflettere sugli aspetti naturali che attraversano le generazioni sui temi dalla nascita alla morte e ancor più sul mistero dell’aldilà e il rapporto con il soprannaturale.A tratti l’antico pensiero ci rinfranca con uno dei miti più profondi e soavi che l’anima greca abbia intessuto sopra una storia d’amore e di morte. Mi riferisco al trace Orfeo. Non fu un eroe ma un poeta tenero e armonioso. Incantò con le sue melodie le stesse Sirene che avevano circondato la nave degli Argonauti per affascinarli. Fu lo sposo della bella ninfa Euridice e viveva con essa nella ridente Tracia. Ma il destino volle che un giorno la diletta sposa per sfuggire ad Aristeo, che avrebbe voluto offrirle amore, mise il piede sopra una serpe nascosta nell’erba e la sua vita si spense tra le braccia del disperato sposo. Il suo dolore fu grande, il suo canto angosciato turbò la natura e i suoi abitanti che fecero eco ai suoi lamenti. Un giorno Orfeo, per cercare di placare la sua disperazione, volle cercare Euridice fra i morti e scese nell’Erebo. Il giovane avanzava lento tra sentieri mai battuti da un uomo vivo e si accompagnava con il tinnire della cetra in tono lamentoso: Euridice, Euridice, gemeva con il suo canto. Taceva Cerbero e non s’udiva l’urlo delle Furie. Quest’amore così straziante e disperato alla fine impietosì Plutone. Consentì che la giovane amata ritornasse in vita ma ad una sola condizione: Orfeo non doveva mai volgersi indietro a guardare Euridice finché non fossero giunti entrambi alla luce. Una dura condizione che avrebbe comunque rispettata se ad un certo punto non sentendo più i lievi passi dell’amata sull’erba si girò a guardarla. Non vide altro che un’ombra che svaniva. L’Erebo aveva ripreso per sempre la sua preda. La disperazione del poeta divenne incontenibile. Vagava come un folle nelle selve e negli spechi e il suo canto era mesto come un singhiozzo o lacerante come un grido. Un mattino il suo corpo fu trovato smembrato in un bosco. Le Menadi, fide a Bacco, rivale e nemico d’Orfeo, lo avevano dilacerato in una notte d’orgia. L’insegnamento che ne traiamo è la virtù divina della poesia che è capace persino di ridestare i morti e l’essenza di sogno delle cose desiderate, che se guardate troppo da presso, si dissolvono come nebbia.

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