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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Covid-19, quando e a chi misurare gli anticorpi post-vaccino. Ecco le indicazioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2021

Sollecitare le autorità competenti a livello nazionale e regionale affinché sia possibile attivare nei centri di riferimento la valutazione degli anticorpi anti Sars-CoV-2, con metodi “validati”, per avere un quadro “della risposta immunitaria di soggetti e pazienti fragili (ad esempio immunocompromessi, in terapia con farmaci immunoregolatori come i trapiantati d’organo, anziani oltre 70 anni)”. A lanciare l’appello sono tre scienziati italiani: Mario Plebani, del Dipartimento di Medicina di laboratorio dell’Azienda-ospedale università di Padova; Giuseppe Banfi dell’Irccs Istituto ortopedico Galeazzi e dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e Giuseppe Lippi, della Sezione di Biochimica clinica dell’università di Verona. Il tema è al centro dell’attenzione con l’avvento dei vaccini anti-Covid e le riflessioni successive sulla necessità o meno della terza dose: quando fare il test per la misurazione degli anticorpi e a chi? Che utilità e limiti può avere questo tipo di analisi? Ha senso o sono solo “soldi buttati”? Gli esperti, in un intervento a loro firma che entra nel cuore del dibattito, riflettono su questi punti. E sottolineano in primo luogo un aspetto, che riassumono con la formula “one size does not fit all”. “Lo studio della cinetica di risposta anticorpale e la sua eterogeneità correlata a variabili quali età, sesso, indice di massa corporea, patologie croniche e utilizzo di farmaci immunosoppressori, in epoca di medicina di precisione, permette” di dirlo. Per gli studiosi, “specialmente in alcune categorie di soggetti e pazienti, l’analisi anticorpale dovrebbe essere utilizzata per verificare la qualità della risposta immune e per guidare successive decisioni cliniche e terapeutiche, finanche l’utilizzo di dosi ulteriori di vaccino (‘boost’) in soggetti in cui si risconti una modesta/insufficiente risposta anticorpale alla dose consueta e raccomandata”, fanno notare. Lo studio della risposta immunitaria verso Sars-CoV-2, scrivono Plebani, Banfi e Lippi, “ha assunto importanza rilevante fin dall’inizio della pandemia da Covid-19, e risulta ancor più importante oggi nel contesto dello sviluppo di nuovi vaccini e nella valutazione dell’efficacia di quelli approvati e utilizzati. Benché la risposta adattativa al virus sia determinata dall’insieme di varie componenti, lo studio degli anticorpi specifici, soprattutto quelli neutralizzanti, è l’aspetto più studiato e valutato”. Gli esperti sottolineano dunque “l’importanza di valutare i rapporti fra anticorpi e anticorpi neutralizzanti, che rimangono il reale riferimento per valutare la risposta immunitaria umorale del soggetto all’infezione. Attualmente, a fronte dello sviluppo di oltre 270 candidati vaccini, 90 dei quali nella fase di trial clinico, la valenza della sierologia anti Sars-CoV-2 assume maggiore rilievo”, osservano. “L’analisi dei risultati dei trial di 7 vaccini attualmente in uso – proseguono – ha dimostrato come gli anticorpi anti-S rappresentino un correlato idoneo di protezione, e ancor più hanno documentato una stretta relazione fra titolo di anticorpi neutralizzanti ed efficacia vaccinale, quanto meno nel prevenire le forme più gravi di malattia”. Un altro aspetto, rimarcato dagli esperti, chiama in causa la medicina di precisione: “Una valutazione del titolo basale di anticorpi neutralizzanti anti Sars-CoV-2 consente di razionalizzare la somministrazione delle dosi successive di vaccino, ad esempio evitando la seconda dose, o riducendo il dosaggio, mantenendo inalterata l’efficacia nei pazienti che abbiano già sviluppato la cosiddetta ‘memoria immunologica’”. “Inoltre, lo studio degli anticorpi specifici e dell’eventuale capacità delle nuove varianti di evadere (almeno parzialmente) l’attività neutralizzante”, rappresenta un altro motivo a detta di Plebani, Banfi e Lippi “per suggerire una loro razionale utilizzazione, specialmente in categorie di pazienti fragili e con possibile compromissione della risposta immunitaria”. Infine: cosa dire dell’analisi degli altri elementi che caratterizzano la risposta al virus? “Se è vero che lo studio della memoria cellulare, delle cellule T, ed anche dell’immunità innata può integrare i dati della sierologia – concludono gli esperti – è altrettanto vero che queste metodologie sono molto meno standardizzate, meno disponibili per la maggior parte dei laboratori clinici e quindi di più difficile applicazione routinaria. Almeno per ora”. (fonte:doctor33)

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