Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Bassi livelli di vitamina D e Covid-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

È ormai noto che i livelli di 25-OH-vitamina D (25OHD) sono correlati con modalità differenti all’infezione da SARS-CoV2 e le evidenze disponibili suggeriscono che il deficit di vitamina D potrebbe essere associato a un aumentato rischio di infezione da COVID-19 attraverso vari meccanismi d’azione (Balla M, et al. J Community Hosp Intern Med Perspect 2020). «Sulla base di questi presupposti, potrebbe essere raccomandato ottimizzare i livelli di 25OHD per migliorare la risposta all’infezione da SARS-CoV2» afferma Giacomo Accardo, Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate, Università ‘Luigi Vanvitelli’, Napoli.Ad oggi però, precisa Accardo, «in letteratura i dati disponibili sono pochi, sia in merito al trattamento finalizzato alla prevenzione, che relativamente a protocolli di supplementazione in pazienti sintomatici ospedalizzati». Livelli ottimali di 25OHD sembrano essere associati con manifestazioni meno gravi dell’infezione da SARS-CoV2 come di altre patologie respiratorie (D’Avolio A, et al. Nutrients 2020). «In uno studio condotto su 235 pazienti di età media di 58.7 anni (Maghbooli Z, et al. PLoS One 2020) è stata rilevata un’associazione significativa tra livelli ottimali di 25OHD e ridotta gravità delle manifestazioni cliniche, ridotti livelli di proteina C reattiva (PCR) e aumento della risposta linfocitaria» riporta Accardo. «In questo studio, infatti, tra i pazienti > 40 anni solo il 9.7% di quelli con 25OHD ≥ 30 ng/mL moriva per l’infezione rispetto al 20% dei pazienti che invece avevano livelli 50 ng/mL), osservando negativizzazione al tampone (62.5% nei trattati vs 20.8% nei non trattati) e riduzione dei livelli di fibrinogeno» aggiunge Accardo. «Altri studi ancora in corso stanno valutando la distinzione tra supplementazione di colecalciferolo ad alte dosi (2 flaconi da 200000 UI da ingerire contemporaneamente il giorno del ricovero) rispetto a quella standard (50000 UI il giorno del ricovero) in pazienti con almeno un fattore prognostico negativo (età ≥ 75 anni, SpO2 ≤ 94%, PaO2/FiO2 ≤ 300 mm Hg)». Le conclusioni che si possono trarre – secondo Accardo -sono essenzialmente tre: 1) nei pazienti con infezione da SARS-CoV2 è importante valutare i livelli di vitamina D, al fine di ottimizzarne i valori per provare a prevenire le manifestazioni più gravi della malattia; 2) non esiste un protocollo univoco di trattamento dell’ipovitaminosi D in pazienti con infezione da SARS- CoV2; 3) non è ancora chiara l’utilità in questi pazienti di un trattamento con vitamina D ad alte dosi rispetto a un trattamento con dosi standard. (fonte Doctor33)

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