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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

“L’abbigliamento di seconda mano sta per sorpassare il fast fashion”

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 ottobre 2021

A cura di Andrea Carzana, gestore azionario europeo e Olivia Watson, analista investimenti responsabili di Columbia Threadneedle Investments. Gli sprechi e l’impronta di carbonio in costante crescita fanno della moda una delle industrie più inquinanti al mondo. Ogni anno si vendono circa 100 miliardi di articoli di abbigliamento, ovvero circa il 50% in più rispetto al 2006, principalmente a causa dell’avvento del “fast fashion”, cioè capi d’abbigliamento all’ultima moda e a basso costo. In effetti, oggi il settore emette più CO2 dell’industria aeronautica e di quella navale messe insieme, e usa 79 miliardi di metri cubi di acqua dolce all’anno, senza contare l’inquinamento idrico causato dalla produzione delle materie prime e dei tessuti. Sfortunatamente, una quota minuscola di ciò che il settore della moda produce viene riciclato e riutilizzato; la maggior parte degli articoli finisce in discarica o negli inceneritori entro un anno dalla produzione. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’industria mondiale della moda produce circa 53 milioni di tonnellate di fibre all’anno, di cui più del 70% finisce per diventare un rifiuto. Meno dell’1% viene riutilizzato per produrre nuovi capi d’abbigliamento. Tuttavia, al momento ci troviamo nelle fasi iniziali di una transizione strutturale a livello dei consumi di capi di vestiario, trainata dai consumatori più giovani e caratterizzata da una crescente presa di coscienza in materia di sostenibilità. I venditori stanno iniziando ad abbracciare l’idea del riciclo e della rivendita, mentre i governi stanno ideando una serie di iniziative a sostegno della transizione. Il riciclo di scarpe e indumenti vecchi per realizzarne di nuovi è un trend in crescita, come osservato da Pauline Grange, gestore di portafogli azionari globali, nel recente viewpoint “La moda punta alla sostenibilità attraverso l’economia circolare”. Oltre al riciclo, tuttavia, l’espansione del mercato del riutilizzo e dei capi di seconda mano è destinata a offrire agli investitori un’incredibile opportunità: secondo le proiezioni, dovrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni, arrivando a quota 77 miliardi di dollari, ed entro il 2030 potrebbe raggiungere volumi doppi rispetto al fast fashion.Tra gli attori che sono stati capaci di identificare e cogliere questa opportunità troviamo Zalando, società di e-commerce nel campo della moda e del lifestyle. L’azienda si prefigge di integrare la sostenibilità e i principi dell’economia circolare nella sua strategia, con l’obiettivo di diventare una piattaforma del fashion a impatto netto positivo. Accanto a tutte queste iniziative vi è un impulso normativo. Il Regno Unito e l’UE si stanno adoperando per prendere le distanze dall’economia consumistica, produttrice di rifiuti, definendo obiettivi vincolanti per il 2030 e il 2050. “Textiles 2030” fa leva sulle conoscenze e sull’esperienza dei leader della sostenibilità nel Regno Unito per sostenere l’industria della moda e quella dei tessuti britanniche nel percorso verso la sostenibilità e il cambiamento sistemico. L’iniziativa è aperta a tutte le aziende coinvolte nella value chain della moda e dei tessuti, dai rivenditori agli attori del riciclo. Questo accordo volontario permette alle imprese di collaborare su obiettivi connessi al carbonio, alle risorse idriche e ai tessuti circolari, ma anche di partecipare al dibattito politico su scala nazionale con le autorità britanniche in vista di ulteriori sviluppi normativi. Il Dipartimento dell’ambiente, dell’alimentazione e degli affari rurali britannico è impegnato in una serie di consultazioni in vista di un piano basato sulla responsabilità estesa del produttore[1] per la moda, l’edilizia, i veicoli, l’alimentazione e l’elettronica, e l’UE sta valutando meccanismi simili, anche per l’industria dell’abbigliamento, nell’ambito del suo Piano d’azione per l’economia circolare.

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