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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 201

Svetlana Aleksievič e i nuovi volti del male tra Russia, Ucraina e Černobyl’

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 Maggio 2022

«Il poeta russo Aleksandr Blok afferma: “tutto ciò che è russo è triste”. Io potrei definirmi cronachista di questa civiltà delle lacrime e della sofferenza. Da vent’anni ormai scrivo la storia del piccolo uomo e della grande utopia. Questo Paese, il Paese dell’utopia, dell’utopia comunista non esiste più e quanto più questa esperienza si allontana nel tempo, tanto più assume le caratteristiche di un mito e appare incapace di restituirci ciò che è stata davvero. Perché l’utopia comunista, così come è stata realizzata, era sanguinaria, ma continua a ipnotizzare le menti degli uomini. Da vent’anni sto raccontando la sua storia attraverso le voci di coloro che l’hanno vissuta. Il mio modo di scrivere e di narrare è nato nel momento in cui mi sono resa conto che l’arte non riusciva a star dietro alla vita delle persone: il mondo cambia in fretta e molte cose della vita sfuggono all’attenzione di uno sguardo artistico. Per il fatto di essere cresciuta in campagna e di essere giornalista ho viaggiato molto per il Paese, ho parlato con molte persone e mi sono resa conto che in ogni uomo c’era un testo, piccolo o grande che fosse, degno di nota. Allora mi sono chiesta: perché non ricavare da ognuna di queste voci una o due pagine, così da ottenere un tessuto, un «romanzo» in cui entri ogni mio interlocutore?» sono le parole di Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa di madre ucraina e Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, autrice del volume “Il male ha nuovi volti. Černobyl’, la Russia, l’Ucraina”, disponibile in libreria in questi giorni con il marchio Scholé (pp. 144, € 12), con Introduzione di Goffredo Fofi e curato da Alberto Franchi e Sergio Rapetti. Pagine che mostrano come la letteratura anticipi e possa essere d’aiuto a comprendere il presente. Le decine di esperienze raccolte dall’autrice ripercorrono i nodi cruciali della Russia e dell’Ucraina e aiutano a capire il nostro oggi: la grande utopia del comunismo e la sua fine, la Seconda guerra mondiale e la guerra dell’Armata rossa in Afghanistan e infine l’insorgere della paura ecologica scatenata dal disastro di Černobyl’ e la guerra del Donbass. Lo sguardo giornalistico fa posto alla profonda empatia e capacità di avvertire il dolore degli altri, riuscendo a trasmetterlo e soprattutto a comprenderlo. «Le persone che Svetlana ascolta e di cui trasmette il dolore sono persone vere, le loro fatiche e il loro dolore non tollerano le astuzie della letteratura, e anche questo è un grande merito di questa scrittrice-mediatrice, in un’epoca in cui va di moda (è un consumo tra i tanti) che si finga di partecipare alle sofferenze del mondo leggendo scrittori e scrittrici che se ne dicono portavoce, e che lo fanno a fini di successo e di lucro» – scrive Goffredo Fofi nella sua Introduzione al volume. «Unica infine l’intenzione, unico il progetto: quello di “piangere insieme”» continua Fofi «Nella speranza o nella prospettiva di reagire insieme? Anche questo, certo, perché se è vero, come ci ricorda Sergio Rapetti, che Svetlana ha detto che “sulle barricate la vista peggiora” è però anche vero che ella guarda con fiducia a coloro che “scendono nuovamente per strada” e “si prendono per mano”, e protestano e si confrontano, ed elaborano nuove strategie per nuove lotte sentendone la necessità nella loro pelle, anzi l’indispensabilità. La speranza e la carità sopravvivono alla perdita della fede, e possono sembrarci oggi più importanti della stessa fede». Intense pagine autobiografiche che costringono a confrontarsi con la propria precarietà, sco­prendosi indifesi di fronte a una nuova dimensione del male, a minacce impalpabili, a nemici invisibili quanto inesorabili. Introduzione di Goffredo Fofi pp. 144 € 12

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