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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 221

Terapie Covid a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2022

All’inizio era tachipirina e vigile attesa, la cura per il coronavirus sintomatico: l’alternativa, l’ospedale. Poi sono arrivati chinino, altri antinfiammatori, antibiotici, anti-ebola, cortisonici, eparine, ognuno con la sua indicazione. Nel 2021 si è provato con gli anticorpi monoclonali, con alti e bassi. Quest’anno, ecco gli antivirali e in particolare il Paxlovid. Da somministrare in adulti, non in ossigenoterapia, massimo entro 5-7 giorni dall’esordio dei sintomi: soggetti con patologie concomitanti quali bpco, diabete non compensato, tumori, malattie oncoematologiche, obesità che pur con probabilità di ammalarsi gravemente sono a casa in condizioni non gravi. Insomma, una finestra stretta che riguarda una platea teorica di 600 mila persone ma nella pratica molti meno. E difatti fino al 5 maggio è stato dispensato a poco più di 12 mila pazienti, e solo 280 confezioni distribuite per conto l’ultima settimana, nelle farmacie territoriali. Tanto che l’ex presidente Aifa ed Ema Guido Rasi si domanda quanti degli attuali mille morti settimanali per Covid potrebbero essere salvati dal nuovo antivirale e ha chiesto che la platea si allarghi a tutti gli over 70 senza patologie, poiché il rischio di aggravamento è età-dipendente. Complicare un po’ le cose uno studio Pfizer volto a valutare se il contagio da Covid-19 si prevenga con Paxlovid: 3 mila pazienti a rischio sono stati divisi in due gruppi, uno trattato 5 giorni e uno 10, contro placebo. La riduzione dei contagi c’è stata (32 e 37% in meno) ma “non significativa” al punto da chiedere un’estensione delle indicazioni di un farmaco già “sorvegliato” con triangolo nero per le importanti interazioni con altre terapie, tra cui antiaritmici, anticoagulanti, cortisonici, ma anche prodotti erboristici. Quanto agli anticorpi monoclonali, il DG Aifa Nicola Magrini ha annunciato una ricerca per vedere se “sdoganare” i più recenti; le indicazioni del promettente Evusheld di AstraZeneca sono al momento ristrette ad una platea potenziale di neanche 100 mila utenti, in genere a rischio e in condizioni più gravi di chi usa antivirale, ma qui ci sarebbero più chance di evitare il contagio da Covid-19. Intanto l’Istituto Mario Negri dà notizia di due studi sugli antinfiammatori, che confermano l’impatto dei trattamenti precoci con Fans e paracetamolo nel prevenire ricoveri.Per Walter Marrocco responsabile scientifico Fimmg eResponsabile Progetti Formazione e Ricerca Metis Fimmg, rispetto a un anno fa, l’arsenale terapeutico è di certo migliorato. «Grazie alla recente possibilità di prescrivere il Paxlovid, disponiamo di farmaci in grado di modificare ulteriormente l’andamento della malattia da Covid-19. Purtroppo, come si evince dall’ultimo report Aifa, non in tutte le regioni si è partiti con prescrizione del Paxlovid in distribuzione per conto. Mancano Lombardia, Veneto, Liguria, Puglia e Sicilia; mentre in Umbria e Toscana c’è già un buon rapporto tra prescrizioni e numero di abitanti, e Lazio, Marche, Piemonte sono partiti». Marrocco concorda con l’idea che le indicazioni d’uso vadano estese in base all’età, dai 70 anni in su, «meglio ancora dai 65, perché è in quella fascia che iniziamo ad osservare maggiormente i fattori di rischio e si riscontrano più facilmente casi di decesso». Quanto all’indagine Pfizer sugli effetti “profilattici” di Paxlovid, «credo sia opportuno riflettere. Era intuibile che un antivirale non potesse prevenire i contagi. Solo modificando la risposta immunitaria con un effetto di lunga durata si può attendere, anche se solo in una certa percentuale, una protezione dei soggetti trattati da un eventuale alto rischio di contagi. Questo si può ottenere principalmente con i vaccini o con alcuni anticorpi monoclonali. Noi dobbiamo però usare le nostre armi in modo mirato e non “sparando” a caso come se usassimo una mitragliatrice; è questo ciò che sta cercando di fare il medico di famiglia. Gli antivirali, sia per infusione che orali, possono fermare la replicazione del virus, ed è intuibile che non possano impedirne l’ingresso». Per Marrocco il Mmg può mirare nel modo più efficace l’antivirale, basandosi su un riscontro precoce della positività del paziente e sulla sua valutazione clinica «ma al momento, al di là delle difformità di utilizzo tra regioni, si scontano problemi di tipo clinico, amministrativo e di distribuzione dei famaci antivirali. Va anche evidenziato, secondo dati rilevati recentemente da FIMMG Lazio, come il lavoro del MMG, in questi due anni sia cresciuto del 300%. Infatti,il medico di famiglia si trova impegnato verso la cura dei pazienti non Covid e verso l’onda di ritorno di chi tra loro non è stato adeguatamente assistito nell’emergenza pandemica. Nel caso poi dell’uso degli antivirali, il Mmg deve affrontare nuove modalità prescrittive , da cui è sempre stato escluso. Mi riferisco alla compilazione di un piano terapeutico, con cui deve comunque familiarizzare, ma ancor più perché questa è una compilazione cartacea, che prende tempo, sottraendolo al resto dell’attività. Attendiamo con ansia che le regioni facilitino un percorso prescrittivo informatizzato. Sempre relativamente al Covid-19, oltre al notevole carico di lavoro clinico, in molte regioni, incluso il Lazio, continua il sovraccarico di funzioni, come quelle medico legali, tipiche dei dipartimenti d’Igiene pubblica delle Asl, quali il confinamento del paziente con tampone positivo, la certificazione di malattia, il controllo sul successivo tampone (effettuati spesso dallo stesso Mmg) e lo sblocco dall’isolamento con il relativo certificato di guarigione. Il nostro grido di allarme è che va evitata altra burocrazia inutile. Ci sono poi ancora vincoli alla distribuzione nelle farmacie, con i foglietti illustrativi tradotti in italiano non ancora a regime, da stampare sul momento».Un cenno alle altre terapie che il paziente può seguire a casa: cosa sappiamo di più di un anno fa? «Più che novità, vanno ribaditi alcuni principi, in primis i farmaci disponibili, vanno usati in modo sempre più mirato», dice Marrocco. «L’antibiotico non serve di fronte ai sintomi dei primi giorni e ad una chiara positività, se non in situazioni limitate; l’eparina va utilizzata “cum grano salis” anche in ospedale, di fronte a malati allettati o anziani; gli anticorpi monoclonali vanno indicati solo in situazioni specifiche, dettagliate da Aifa nei particolari. Quanto ai cortisonici, sono molto efficaci, ma non andrebbero usati nei primi giorni, in fase viremica quando il virus sta colonizzando l’organismo, perché si rischia di ritardare la risposta immunitaria; vanno semmai utilizzati dopo, di fronte a un’eventuale risposta infiammatoria importante». By Mauro Miserendino fonte: Doctor33

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