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Fixed Income – Una Fed meno aggressiva?

Posted by fidest press agency su domenica, 29 Maggio 2022

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Presto raggiungeremo il picco dell’aggressività della Fed, se non l’abbiamo già fatto. Ciò significa che la banca centrale più importante del mondo, la Federal Reserve statunitense, è vicina a raggiungere la vetta in termini di atteggiamento aggressivo nel ciclo inflazionistico attuale. Non solo le pressioni sui prezzi inizieranno ad allentarsi nei prossimi mesi, ma un recente aumento dei rendimenti obbligazionari mostra che la retorica aggressiva della Fed ha già fatto parte del suo lavoro.Il fatto che nella sua riunione di maggio la Fed abbia alzato i tassi di interesse di 50 punti base e annunciato ulteriori rialzi di simile entità nelle prossime riunioni è semplicemente una conferma di ciò che il mercato aveva già previsto. C’è motivo di credere che non si realizzeranno le aspettative più pessimistiche degli investitori riguardo alla stretta monetaria. Prevediamo che l’inflazione proseguirà il suo cammino nel secondo trimestre, raggiungendo un picco dell’8,6% negli Stati Uniti (si veda la Fig. 1). L’inflazione statunitense è salita in modo più significativo rispetto a quella delle altre regioni del mondo sviluppato a causa della politica economica aggressiva adottata in risposta alla pandemia di COVID, non da ultimo tramite enormi stimoli fiscali. I rubinetti fiscali, però, si stanno chiudendo e la Fed ha iniziato a invertire la sua politica ultra-accomodante. Allo stesso tempo, alcune delle strozzature delle catene di approvvigionamento, causa di un aumento dei prezzi delle materie prime e di altri fattori di produzione, stanno iniziando a risolversi. E, anche se il conflitto in Ucraina potrebbe ancora provocare un ulteriore aumento nei prezzi dell’energia e delle materie prime, è improbabile che ritornino sui massimi precedenti visti il rallentamento della crescita globale e la diminuzione dell’accumulo di scorte di emergenza. I prezzi del petrolio sono stati uno dei principali motori dell’aumento delle pressioni inflazionistiche, ma sono in calo dai massimi e questo movimento sta già mostrando i suoi effetti sull’inflazione headline. Se i prezzi del petrolio resteranno sui livelli attuali (intorno ai 107 dollari, da un picco di poco meno di 140 dollari), ciò avrà inevitabilmente un effetto disinflattivo sull’inflazione headline. Quindi, a meno che le sanzioni occidentali nei confronti della Russia non provochino un ulteriore calo delle forniture energetiche russe, i prezzi dell’energia non dovrebbero alimentare le pressioni inflazionistiche nei prossimi trimestri. L’inflazione core, che non tiene conto dei prezzi di generi alimentari ed energia (in quanto più volatili), è destinata quindi a scendere in virtù dell’effetto base. I prezzi delle merci hanno già raggiunto il picco, mentre quelli dei beni durevoli sono in lieve calo e i costi di produzione in forte calo. Nel frattempo, l’aspettativa del mercato di un aumento dei tassi di interesse statunitensi ha portato a un inasprimento delle condizioni finanziarie: i Treasury USA a 30 anni hanno perso un terzo del loro valore dai massimi, a causa della prospettiva di una stretta monetaria da parte della Fed. Questo movimento si è ripercosso sui tassi ipotecari: quello fisso medio a 30 anni è salito di circa 220 punti base nell’ultimo anno quasi fino al 5,4%. L’effetto sulla domanda di mutui è stato netto e ha fatto scendere bruscamente le richieste sia di prestiti che di rifinanziamenti. L’inflazione è diventata un problema politico significativo. Considerato il consenso crescente del Consiglio della Fed verso l’adozione di un atteggiamento aggressivo per contrastare l’inflazione, è probabile che qualsiasi prova che suggerisca che l’inflazione è effettivamente transitoria segnerebbe sia il culmine dell’aggressività della banca centrale che il segnale di una fine imminente della stretta monetaria. (abstract) fonte: http://www.bc-communication.it

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