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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 271

Ictus Silvestrini: “Pensare di curare la malattia solamente riaprendo un vaso può essere pericoloso”

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 giugno 2022

“Diciamo no alla moltiplicazione delle Stroke Unit con piccoli volumi di attività, perché non sarebbero nell’interesse del paziente. Quanto alla trombectomia, pensare di curare la malattia solamente riaprendo un vaso, può essere pericoloso: il cervello è anatomicamente e funzionalmente più complesso del cuore. Ogni giorno lavoriamo in collaborazione con i cardiologi e con i cardiologi interventisti, ma il rispetto per le competenze può cambiare radicalmente il corso di una patologia e la vita delle persone”. Questa la reazione del Presidente di ISA-AII Italian Stroke Association-Associazione Italiana Ictus, Prof. Mauro Silvestrini all’allarme lanciato dal GISE sulla carenza di carenza in Italia di Unità Ictus e di una delle procedure utilizzate per disostruire i vasi occlusi, la trombectomia.“Il paziente colpito da ictus – prosegue Silvestrini – normalmente viene prima sottoposto a terapia farmacologica fibrinolitica per via endovenosa. In casi selezionati e in specifiche condizioni si procede con la trombectomia. Ricordiamo però che la procedura da sola non risolve: il trattamento offerto al paziente è efficace se c’è un percorso adeguato in cui l’intervento può avere un ruolo limitato, non per importanza, ma perché inserito nell’ambito di un percorso che è molto più articolato e che non è per tutti. Le evidenze ci dicono che ciò che migliora la prognosi del paziente non è un singolo passaggio ma una gestione appropriata e competente dell’insieme di problematiche che caratterizzano un ictus. Estrarre quel solo elemento da tutto il processo non migliora la speranza di vita di una persona”.“Noi – spiega il Presidente ISA-AII – abbiamo a che fare con il trattamento di una condizione che riguarda il cervello, che è un organo che chiaramente ha le sue peculiarità. Quindi è impensabile che qualsiasi tipo di gestione dei pazienti venga fatta al di là e al di fuori di una supervisione o competenza di tipo neurologico. Se è vero che alcuni pazienti non riescono ad avere un trattamento appropriato, ciò accade soprattutto quando il trasporto in Ospedale non avviene tempestivamente. Questo è minimamente influenzato dal numero delle Unità Ictus che sono attualmente 220 (64 delle quali in grado di effettuare la trombectomia) e che nella maggior parte delle regioni italiane, assicurano già una buona copertura, in netta crescita anche al Sud: prova ne è il numero sempre crescente di pazienti che viene sottoposto a un trattamento nella fase acuta. Bisogna sempre ricordare che l’adeguatezza di un centro e la capacità di effettuare trattamenti efficaci è relazionabile al numero di interventi che vengono eseguiti. Creare strutture che hanno ridotti volumi di attività o che solitamente si occupano di altri trattamenti, non vuol dire rendere un buon servizio alla comunità. Ciò che serve è l’ottimizzazione del funzionamento della rete, dalla consapevolezza dei cittadini sui sintomi al trasporto col 118. “Le figure del cardiologo e del cardiologo interventista sono preziose – conclude il Presidente ISA-AII -. In tutte le Unità Ictus esiste una collaborazione strettissima fra neurologo e cardiologo. La relazione, anche come Società Scientifica, è molto forte: la competenza cardiologica nell’ictus è fondamentale, basti pensare al tema della prevenzione secondaria. Tuttavia crediamo con forza che le competenze specifiche debbano restare tali, sempre nell’ambito di un lavoro di squadra. Un neuroradiologo non tratta l’ictus da solo, ma in collaborazione con l’intera Unità Ictus, normalmente gestita da neurologi, gli unici che possono dare indicazione all’intervento di trombectomia insieme al neuroradiologo, proprio perché tutto quello che viene fatto prima e dopo quell’atto richiede una visione della complessità della problematica. Scorporare questo segmento del percorso, senza uno sguardo d’insieme, non va a vantaggio della salute del paziente, che deve sempre essere al centro di tutti gli sforzi terapeutici della fase acuta dell’ictus”.

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