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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Una crisi politica che sa tanto di “Autolesionismo allo stato puro”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2022

By Enrico Cisnetto Direttore Terza Repubblica. Riprendiamo, sia pure per sommi capi, un interessante articolo di Cisnetto, un giornalista molto noto e qualificato: “Questa crisi è talmente surreale da indurmi a pensare che persino l’avvocato Conte viva con imbarazzo questa follia, inspiegabile agli occhi degli italiani, figuriamoci a quelli delle cancellerie di tutto il mondo e caduto per un dissenso sull’installazione di un termovalorizzatore a Roma, caput mundi in quanto a rifiuti che la sommergono. E poi che la crisi è arrivata nonostante il governo abbia ottenuto la fiducia in parlamento e conservato, anche senza i dissidenti, un’ampia maggioranza a sostenerlo. Detto questo, non è vero che quanto è successo in queste ore sia un fulmine al ciel sereno, del tutto imprevisto e imprevedibile. Basta mettere insieme i pezzi giusti, e vedrete che il puzzle si comporrà dimostrando che la crisi viene da lontano. Una è l’inacidirsi dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le forze politiche, in particolare i parlamentari e alcuni leader, Conte e Salvini in primis (direi a pari merito). Un’altra è l’allontanamento sostanziale tra Draghi e Mattarella: rapporti perfetti sul piano formale, ma fine della precedente sintonia. Un’altra ancora è il cambiamento di umore dello stesso Draghi, il cui livello di insofferenza, e dunque in parallelo il desiderio di chiudere un’esperienza che non avrebbe neanche voluto iniziare, è andato via via crescendo. E, paradossalmente, la crescita di ruolo di Draghi nello scenario di guerra – decisivo in Europa e principale interlocutore di Washington – ha finito per acuire le tensioni, non fosse altro per gelosia nei suoi confronti e per la sempre più evidente constatazione della distanza siderale che separa la sua statura da quella di tutti gli altri, rosiconi e non, cosa che allunga la sua figura oltre le prossime elezioni e fa temere ai tanti aspiranti di non poter competere per lo scranno di palazzo Chigi. D’altra parte, per come Conte ha messo le cose, Draghi non poteva certo far finta di niente, derubricando l’uscita dall’aula dei senatori grillini ad una ragazzata, come peraltro molti di loro, spaventati dal pericolo delle elezioni anticipate che loro stessi hanno innescato, avrebbero voluto. Specie dopo aver commesso l’errore di aver detto e poi con tigna ripetuto che il suo governo o era con i 5stelle dentro, o non era. Non c’è dubbio che l’eventuale ritiro di Draghi dalla scena rappresenterebbe un danno per l’Italia – che, ricordiamoci, è la principale beneficiaria del Next Generation Ue, soldi che sono a rischio se il Pnrr non dovesse marciare, in termini di investimenti e di riforme strutturali, così come previsto – ma anche per l’Europa orfana di leadership forti e sotto il tiro di Putin, che ha nella destabilizzazione del Vecchio Continente il vero obiettivo dell’attacco a Kiev. E lo stesso vale per l’intero fronte occidentale, ora che Putin e Xi Jinping fanno a gara a voler ridisegnare la cartina geografica mondiale. Ma Draghi si farà convincere da un messaggio di Biden e una telefonata di Powell (Federal Reserve) piuttosto che da un accorato appello di Macron e von der Leyen, a riprendere il cammino interrotto, in modo da evitare elezioni anticipate? E se sì, è più probabile ed è meglio per il Paese che lo faccia attaccando i cocci della vecchia maggioranza – approfittando della quasi certa disponibilità dei 5stelle a tornare sui loro passi e votare la fiducia – oppure che lo faccia presentando un programma stringente che induca Conte a rimanere fuori e su cui misurare preventivamente le intenzioni dell’ondivago Salvini? Sono le domande che ho posto a quattro esperti di politica e di funzionamento delle istituzioni come Armaroli, Folli, Panarari e Panebianco in un’edizione speciale di War Room, ottenendone una sola ma importante certezza: mercoledì il presidente dimissionario alla Camera farà un discorso durissimo, mettendo in fila le responsabilità di ciascuno. Questo, però lascia inevasa la domanda: ma per fare cosa? A palazzo Chigi e nell’entourage di Draghi in queste ore si lascia intendere che dopo quel discorso tutto dipenderà dalle risposte che i partiti daranno. Se saranno convincenti forse l’ex banchiere si lascerà convincere. Altrimenti il pallino tornerà nelle mani del presidente della Repubblica, cui spetterà di decidere se mandarci a votare tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre chiedendo a questo governo, specie se non avrà ottenuto un voto di sfiducia così come è stato fin qui, di restare in carica per gli affari correnti. Oppure se metter su un governo elettorale con alla guida una figura istituzionale come il presidente della Corte Costituzionale, Amato, o del Consiglio di Stato, Frattini. O, ancora, se scaricare su Draghi la colpa dello stallo e incaricare qualcuno con l’obiettivo di arrivare al voto a scadenza naturale (tra il 23 di marzo e la fine di maggio del 2023), dimostrando che in fondo la maggioranza, almeno numericamente, c’è.Ovviamente io non posso conoscere ciò che probabilmente non sanno neppure gli interessati, e cioè quali delle diverse opzioni diventerà realtà. E comunque, piuttosto che avventurarmi in pronostici, preferisco dire ciò che auspico avvenga. Io spero che Draghi voglia cogliere l’occasione per fare due cose. La prima è continuare a dare all’Italia un governo che affronti i tanti e gravi problemi che sono sul tappeto e colga le opportunità che pure ci sono, specie in sede europea. La seconda, invece, è di natura squisitamente politica: fare in modo che entro i tempi di questa legislatura il sistema politico evolva archiviando finalmente la fallimentare contrapposizione bipolare a favore di ricomposizione del quadro politico che unisca in un patto di governo le forze euro-atlantiste e lasci fuori quelle populiste e sovraniste. Si dirà: ma Draghi ha sempre detto di non avere alcuna intenzione di scendere nell’arena politica. Vero, e non c’è alcun bisogno che lo faccia. Basterebbe che facesse in modo da favorire nei fatti il determinarsi di questa distinzione.In questa situazione, Draghi dovrebbe presentarsi in Parlamento con un programma di riforme lontano anni luce dalla bonus economy fin qui praticata – versione moderna del vecchio partito della spesa pubblica, che dal 2018 ad oggi ci è costata ben 38 miliardi, di cui 23 per il solo reddito di cittadinanza (sono grato ad Antonio Mastrapasqua per questo calcolo) – e tutto finalizzato ad accelerare il (troppo lento) convoglio del Pnrr e ad affrontare con la necessaria fermezza le emergenze dell’autunno. Se 5stelle e Lega, o parte di esse, non lo voteranno, tanto meglio. Se ci saranno i numeri vada fino in fondo, tenendo fede al suo blasone, e altrimenti avrà comunque scavato un solco nel quale le pur (fin qui) smandrappate forze che guardano al centro o che comunque non intendono schierarsi né con il centro-destra né con il centro-sinistra, potranno fare strada. Francamente, è inutile dire che i nodi li deve sciogliere Conte, è come pretendere che uno zoppo corra i 100 metri. Il pallino è in mano a Draghi. E a Mattarella. Si ricordino entrambi che prima di ogni altra cosa viene il Paese. (n.r. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur) fonte: http://www.terzarepubblica.it

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