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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Allarghiamo gli affetti ristretti dal carcere – Le proposte del Volontariato

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

A cura della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Permettere alle persone detenute di salvare i loro affetti è importante sempre: lo è nella fase iniziale della carcerazione, che è uno dei momenti di particolare fragilità, in cui il rischio suicidi è decisamente alto, lo è poi in quella fase della detenzione in cui la persona detenuta vive nell’attesa di poter accedere ai permessi, e ricostruirsi davvero i legami famigliari e le relazioni sul territorio. Ed è anche un investimento sulla sicurezza, perché solo mantenendo saldi i legami dei detenuti con i loro cari, genitori, figli, coniugi, compagni e compagne, sarà possibile immaginare un reinserimento nella società al termine della pena. L’Ordinamento penitenziario del 1975 è un Ordinamento per molti versi ancora attuale, spesso purtroppo non rispettato, ma forse la parte più invecchiata è proprio quella che riguarda gli affetti. E proprio quella parte non è stata però toccata dai recenti interventi di riforma dell’Ordinamento penitenziario. È vero che nel percorso di reinserimento delle persone detenute sono previste tappe importanti come i permessi premio e le misure di comunità, fondamentali proprio per ricostruire prima di tutto i legami famigliari e le relazioni, ma è altrettanto vero che prima di accedere a questi, che ancora sono benefici e non diritti, le persone spesso trascorrono anni in carcere e dovrebbero cercare di salvare i loro affetti con sole sei ore di colloqui al mese e dieci minuti di telefonata a settimana (questo succedeva prima del Covid, e non deve succedere che si torni a quel regime). Ecco perché riteniamo che l’Ordinamento andava cambiato proprio su questi temi, ma non lo si è ancora fatto. Se si vuole davvero tentare di prevenire almeno qualche suicidio, si deve pensare prima di qualsiasi altra cosa a rafforzare in tutti i modi i rapporti delle persone detenute con le famiglie, e l’unica strada percorribile è, come ha proposto con forza il cappellano del carcere di Busto Arsizio, concedere a TUTTE LE PERSONE DETENUTE di disporre di un cellulare in cella e di poter chiamare liberamente i propri cari. Le forme di controllo ci sono, oggi niente è più controllabile di un telefono cellulare. Quello che è importante è che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria provveda intanto a inviare una nuova circolare, totalmente dedicata a promuovere in tutte le carceri condizioni più favorevoli a mantenere e curare i rapporti delle persone detenute con le loro famiglie.

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