Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Umanità plurale Dal libro Pierre e Mohamed di Adrien Candiard

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

Le mie parole sono il frutto dell’esperienza. Non sono un politico. Sono nato in Algeria, ho seguito l’evoluzione di questo paese condividendo l’esistenza di milioni di algerini che oggi si trovano sprofondati nella crisi che tutti conosciamo. E ho l’impressione di rivivere dolorosamente ciò che ho vissuto in altri tempi.Ho trascorso infatti la mia infanzia nella «bolla coloniale». Non che tra i due mondi le relazioni mancassero, anzi. Ma nel mio ambiente sociale io sono vissuto in una bolla, ignorando l’altro, incontrandolo unicamente come elemento del paesaggio, dello scenario che avevamo creato nella nostra esistenza collettiva. Forse è proprio perché ignoravo l’altro o ne negavo l’esistenza che, un giorno, me lo sono trovato addosso. Ha fatto esplodere il mio universo chiuso, che si è disintegrato nella violenza – e come avrebbe potuto essere altrimenti? Ha affermato la sua esistenza.L’emergere dell’altro, il riconoscimento dell’altro, l’adeguamento all’altro sono diventati per me un’ossessione. È questa, verosimilmente, l’origine della mia vocazione religiosa. Mi sono chiesto perché, lungo tutta la mia infanzia, pur essendo cristiano – non più degli altri –, frequentando le chiese – come gli altri –, ascoltando i discorsi sull’amore per il prossimo, non avevo mai sentito dire che l’arabo era il mio prossimo. Forse lo avevano anche detto, ma io non l’avevo afferrato. Allora ho pensato: d’ora in poi, niente più muri, niente più frontiere, niente più separazioni. Occorre che l’altro esista, altrimenti noi ci esponiamo alla violenza, all’esclusione, al rigetto. Pertanto, dopo l’indipendenza ho chiesto di tornare in Algeria, per riscoprire questo mondo in cui ero nato, ma che ignoravo. E a quel punto è iniziata la mia vera avventura personale – una rinascita. Scoprire l’altro, vivere con l’altro, ascoltare l’altro, lasciarsi anche plasmare dall’altro: tutto questo non significa perdere la propria identità, rinnegare i propri valori; vuol dire, piuttosto, concepire un’umanità plurale, non esclusiva.Nell’esperienza che ho fatto della chiusura, poi della crisi e dell’emergere dell’individuo, ho acquisito la convinzione personale che l’umanità esiste soltanto plurale e che, dato che pretendiamo di possedere la verità o di parlare in nome dell’umanità – nella chiesa cattolica ne abbiamo fatto la triste esperienza per tutto il corso della nostra storia –, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno va alla sua ricerca. Certo esistono verità oggettive, ma che ci superano tutti e alle quali non è possibile accedere che al termine di un lungo percorso e ricomponendo quella verità un poco alla volta, spigolando, nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, quello che anche gli altri hanno acquisito, hanno ricercato, nel loro rispettivo cammino verso la verità.Io sono credente, credo che Dio c’è. Ma non pretendo di possederlo, né tramite Gesù, che me lo rivela, né tramite i dogmi della mia fede. Dio non lo si possiede. La verità non la si possiede, e io ho bisogno della verità degli altri. È l’esperienza che faccio oggi assieme a migliaia di algerini, condividendo l’esistenza e le domande che tutti ci facciamo.Si parla di tolleranza, che per me è il minimo, e neppure mi piace troppo questa parola. Tolleranza presuppone un vincitore e un vinto, un dominatore e un dominato, e che chi detiene il potere tolleri l’esistenza degli altri. A questa parola, ovviamente, si può attribuire anche un altro significato. Ma ho fatto troppo l’esperienza di ciò che essa significa nella società musulmana, nella sua accezione condiscendente, per accettarla veramente. Certo… certo, è sempre meglio del rifiuto, dell’esclusione, della violenza. Ma io preferisco parlare di rispetto per l’altro. Se soltanto, nella crisi algerina – dopo questo passaggio attraverso la violenza e le fratture profonde che si sono create nella società, ma anche nella religione e nell’identità –, si arrivasse a concepire che l’altro ha il diritto di esistere, che è portatore di una verità e che è degno di rispetto, allora tutti i pericoli ai quali ci siamo esposti non saranno stati corsi invano.

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