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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

PGIM Fixed Income: post FED Meeting – Short-Term Pain, Long-Term Gain

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

A cura di Robert Tipp, Portfolio Manager del fondo PGIM Absolute Return. Nell’ultima riunione il FOMC ha aumentato il tasso sui Fed Funds di 75 punti base e ha innalzato in modo significativo il percorso previsto per il tasso ufficiale nei prossimi anni. Le reazioni del mercato erano prevedibili visto l’esito aggressivo: aumento dei tassi a breve, calo dei prezzi delle azioni e ampliamento degli spread del credito. Tuttavia, la Fed potrebbe essere vicina alla fine del ciclo di rialzo e anche i tassi a lungo termine, che sono scesi dopo la riunione, potrebbero essere vicini al picco. Le quattro implicazioni per i mercati Punto 1: I tassi a lungo termine sono vicini al “picco” del ciclo? Nonostante il drammatico ri-prezzamento della parte finale della curva nelle ultime settimane, che è proseguito fino a mercoledì 21 settembre– per esempio, il Treasury a 2 anni, è salito di oltre 100 pb negli ultimi due mesi – l’obbligazionario a lungo termine sta a malapena toccando nuovi massimi di rendimento rispetto a metà giugno. In effetti, i rendimenti dei Treasury a lungo termine sono scesi. Punto 2: Valvola di sfogo: Tassi a breve termine. Nonostante i rialzi dei tassi di mercoledì 21 settembre, resta il fatto che l’economia non ha ancora cambiato chiaramente rotta, con un’inflazione che si mantiene criticamente alta a causa di una domanda superiore all’offerta. Finché questa tensione economica permane, il tasso sui Fed Funds e i rendimenti dei Treasury a breve termine fungeranno da valvola di sfogo, e le aspettative sui tassi potrebbero non essere ancora superiori a quelle attuali. Punto 3: Percorso accidentato, ma forse non letale per i prodotti di rischio… Nonostante la debolezza di mercoledì 21 settembre, a questo punto i prezzi delle azioni sono al di sopra e gli spread creditizi al di sotto dei loro livelli peggiori di giugno, il che suggerisce che, per quanto riguarda i mercati, le probabilità di un hard landing non sembrano essere più elevate di quanto non fossero a giugno, il che riflette un piccolo voto di fiducia da parte dei mercati, nonostante il percorso verso tassi d’interesse più elevati e l’inflazione ostinata. Di conseguenza, il bicchiere delle prospettive per la propensione al rischio dovrebbe essere mezzo vuoto o mezzo pieno a seconda dell’evoluzione dell’inflazione. Punto 4: Il percorso del dollaro si conferma al rialzo. Mentre in gran parte del mondo si discute delle basi dell’elevata inflazione e dell’aumento dei tassi a breve termine, per quanto riguarda le valute, la situazione degli Stati Uniti sembra meno grave o migliore di quella del resto del mondo. Per concludere la Fed ha evidenziato la propria determinazione a ridurre l’inflazione, continuando a spostare verso l’alto la traiettoria prevista per il tasso sui Fed funds in risposta alle rilevazioni più elevate. Tuttavia, il mercato continua a confidare nella capacità della Fed di stabilizzare l’inflazione e i rendimenti a lungo termine, e a meno che non si verifichi un altro aumento delle aspettative sui tassi a breve, potrebbero già trovarsi nella “zona di picco” per questo ciclo. Per quanto riguarda la propensione al rischio, sebbene sia le azioni che i prodotti a spread siano rimasti deboli dopo la riunione di mercoledì 21 settembre, stazionano comunque a livelli migliori rispetto ai livelli peggiori toccati a giugno, suggerendo che, in assenza di una Fed ancora più falco e/o di un peggioramento del contesto dei fondamentali, la propensione al rischio potrebbe essere incanalata in un processo di stabilizzazione.

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