Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Il cambio di regime dei mercati richiede idee nuove

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

A cura di Justin Thomson, Head of International Equity, T. Rowe Price. L’economista Paul Samuelson una volta ha detto: “Quando i fatti cambiano, io cambio idea. E tu cosa fai?”. Per capire il presente, a volte è utile studiare il passato. A metà degli anni ‘60, ad esempio, l’inflazione iniziò a salire dopo un lungo periodo di inflazione generalmente bassa. Continuò a salire per tutti gli anni ‘70 e nei primi anni ‘80 – periodo che divenne noto come Grande Inflazione – e incorporò quattro recessioni, due gravi crisi energetiche, un lungo periodo di stagflazione e livelli mai visti prima di controlli sui salari e sui prezzi in tempo di pace.La Grande Inflazione durò fino al 1982, ma i semi della sua inversione furono gettati quattro anni prima, quando si concluse il mandato di Arthur Burns alla presidenza della Fed. Durante i suoi otto anni di presidenza, Burns si dimostrò poco incline ad affrontare il problema dell’inflazione e fu ampiamente considerato una pedina politica. Per volere del Presidente Nixon, Burns tagliò i tassi di interesse proprio quando avrebbero dovuto essere aumentati, alimentando un boom economico statunitense in vista delle elezioni del 1972. Burns fu sostituito nel 1978 da George William Miller, ma fu Paul Volcker, che assunse la presidenza della Fed nel 1979, a determinare la fine della Grande Inflazione. Non credo. Nonostante le analogie tra il presente e gli anni ’70 e i primi anni ’80, ci sono anche differenze significative. Negli anni ’70, la Fed era sottoposta a forti pressioni per evitare politiche anti-inflazionistiche che avrebbero rallentato la crescita; oggi, l’attuale presidente della Fed Jerome Powell gode di un notevole sostegno da parte della Casa Bianca e del Congresso nei suoi sforzi per ridurre l’inflazione. C’è però un rovescio della medaglia: se le banche centrali indipendenti e orientate all’inflazione sono positive per l’economia, non lo sono necessariamente per i mercati finanziari, almeno nel breve periodo. Questo è il cambiamento di paradigma a cui mi riferivo e che potrebbe avere implicazioni di lunga durata. Secondo il vecchio paradigma, era possibile avere successo individuando il miglior asset di ogni settore e osservandone l’aumento di valore. È improbabile che questo funzioni nella nuova era. I giorni delle valutazioni elevate, alimentate dalla generosità delle banche centrali, sono finiti. Nella nuova era, gli investitori dovranno probabilmente essere più sensibili alle valutazioni rispetto ai tempi recenti. Le competenze tradizionali, come la capacità di individuare driver azionari e rischi idiosincratici, continueranno a essere essenziali, ma potrebbero essere necessari quadri d’investimento più sofisticati e olistici per tenere conto di fattori macroeconomici, sociali e geopolitici più ampi, oltre che dei fondamentali delle società. Non fare nulla non è una strategia: gli investitori che avranno successo nel periodo a venire saranno probabilmente quelli che sapranno evolvere al meglio i loro processi alla luce della nuova realtà. Probabilmente ci troviamo nella fase iniziale di un ciclo di revisione negativa degli utili, quindi, è importante che gli investitori testino i modelli e capiscano dove gli utili sono più vulnerabili. Le dinamiche di mercato sono cambiate, probabilmente in modo permanente, ma questo non significa che non ci sia possibilità di generare alpha. Ritengo che gli investitori attivi che saranno in grado di adattarsi al nuovo paradigma abbiano buone possibilità di uscire da questo periodo difficile più forti che mai. (abstract http://www.verinieassociati.com/)

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