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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°32

Fixed Income – Il ritorno delle obbligazioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2022

A cura di Raymond Sagayam, Chief Investment Officer – Fixed income di Pictet Asset Management. Il reddito fisso sta vivendo un nuovo Rinascimento. Gli investitori sono ripagati sempre meglio per il rischio che si assumono e, in alcuni casi, sono più che ricompensati. Questo rappresenta una straordinaria inversione di rotta: per oltre un decennio, infatti, i prezzi delle obbligazioni sono stati insostenibilmente alti. Ad esempio, i tassi reali a 10 anni negli Stati Uniti sono passati in pochi mesi dal -1% al +1,5%. Oscillazioni di questa portata sono eventi straordinari, specie a fronte del fatto che, in altre parti del mondo, sono state ancora più ampie. Nel Regno Unito, ad esempio, i tassi reali sono saliti dal -2% al +2%. La prospettiva di fissare al 2% i tassi reali nei mercati sviluppati del reddito fisso è sempre stata considerata allettante nella storia moderna dell’investimento. Rendimenti reali di questa entità rappresentano una sorgente d’acqua fresca e cristallina in quello che è stato per troppo tempo un deserto invivibile. Senza dubbio, un domani ripenseremo stupiti a quel periodo in cui i tre quarti circa dei titoli di Stato emessi dai Paesi più ricchi pagavano rendimenti nominali negativi. Per il momento, però, sembra che i mercati prevedano tassi di interesse superiori a questo valore. Il presidente della Federal Reserve statunitense, Jerome Powell, ha recentemente citato in modo positivo uno dei suoi predecessori (il “super falco” Paul Volcker), noto per essere riuscito a superare l’ultimo grande episodio inflazionistico negli Stati Uniti, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Ciò suggerisce una crescente propensione all’errore, perseguendo una stretta monetaria eccessiva per contrastare l’allentamento delle misure di politica monetaria, prima che sia completamente attenuato il problema dell’inflazione. In effetti, un rialzo dei tassi di 75 punti base nel corso delle riunioni della Fed sembra essere diventata la nuova normalità. Di conseguenza, i mercati stanno già scontando il raggiungimento di un picco critico prossimo al 5% sui Fed fund durante la prima metà del 2023, seguito poco dopo da un ritorno all’allentamento monetario (si veda la Fig. 1). Alla luce delle persistenti pressioni sui prezzi e della contrazione del mercato del lavoro, questa pare essere una lettura eccessivamente ottimistica della velocità con cui l’inflazione potrebbe rientrare nel target prefissato dalle banche centrali. Al momento, i rendimenti obbligazionari a più lunga scadenza sono interessanti, ma la volatilità trasforma l’investimento in tali titoli in un potenziale rischio. Per questo motivo, al momento, preferiamo le obbligazioni short-duration e di alta qualità. A complicare il quadro è il timore che banche centrali, con le loro azioni, portino a un incidente: la paura di causare un crollo nel settore pensionistico ha infatti spinto di recente la Bank of England ad acquistare titoli di Stato britannici (gilt) in modo da stabilizzare i rendimenti a lunga scadenza. Il ricorso ai derivati da parte dei fondi pensione aveva ampliato a dismisura la leva finanziaria sul mercato dei gilt, nel tentativo di ottenere rendimenti aggiuntivi in un mondo a tasso zero. Questa leva si è ribaltata, ritorcendosi contro di loro, nel momento in cui i rendimenti hanno preso a salire, soprattutto quando il mercato è finito nel panico per via dell’approccio dissoluto adottato nei confronti delle finanze pubbliche dall’ormai ex Primo Ministro britannico, Liz Truss. Parte di questa forza relativa è dovuta al fatto che le banche centrali dei mercati emergenti hanno anticipato il decorso dell’inflazione, agendo in modo aggressivo prima delle banche centrali del G7 per ripristinare la stabilità dei prezzi. L’estrema sopravvalutazione del dollaro dovrebbe iniziare a diminuire non appena cominceranno a stabilizzarsi i tassi di interesse statunitensi, il che rappresenterebbe una spinta per il debito in valuta locale dei mercati emergenti. Contemporaneamente, il settore delle obbligazioni societarie dei mercati emergenti è in uno stato generale di buona salute: la leva finanziaria è relativamente bassa, le società che emettono debito sono tendenzialmente di alta qualità e, rispetto al passato, una parte crescente di questo debito è detenuta da investitori domestici ed è quindi meno soggetta a vendite dettate dal panico. Il debito dei mercati emergenti (sia quello in dollari che quello in valuta locale) merita una maggiore attenzione, anche se molti investitori sono scettici sul fatto che questa volta le cose siano davvero diverse. Anche se è ancora presto, per gli investitori i mercati obbligazionari sono più interessanti ora di quanto non lo siano stati per anni, in alcuni casi per decenni. La volatilità e i rischi di un allargamento degli spread e una propagazione della stagflazione rappresentano ancora un pericolo per tutti gli asset rischiosi. Non è possibile non tenere in considerazione il rischio di incidenti causati dai policymaker, ma agli investitori disposti ad affrontare il rischio aspetta una lauta ricompensa. (abstract fonte: http://www.bc-communication.it)

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