Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 35 n°33

Santa Messa nella cattedrale di Mainz

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2022

10 dicembre 2022 Omelia – Card. Michael Czerny S.J. Le letture che abbiamo ascoltato quest’oggi portano all’attenzione della nostra riflessione di fede la figura del grande profeta Elia. Nativo di Tisbe, Dio lo invia al re Acab per invitarlo a ravvedersi e a tornare sui propri passi. Il primo Libro dei Re (cap, 17) ci racconta del coraggio con cui Elia, parlando in nome di Dio, affronta il re di Samaria e denuncia la sua scelta di abbandonare il vero Dio per cedere alla seduzione degli idoli. Istigato dalla moglie Gezabele, infatti, Acab aveva rinnegato la fede nel Signore, il Dio dei suoi padri, e si era prostrato in adorazione dinanzi a Baal, divinità cananea della tempesta e del caos. In questi testi narrativi dell’AT, dai toni forti e vividi, è possibile riconoscere un importante punto di arrivo nella maturazione della coscienza di fede di Israele: la relazione con il Signore è personale, cioè richiede reciprocità nell’alleanza. Per questo motivo può essere faticosa, esigente, persino frustrante, ma è sempre autentica e volta al bene dell’uomo, perché orientata alla sua crescita. Al contrario, con gli idoli si stabilisce un rapporto di potere che è dato dalla logica dello scambio, del do ut des, e questo attrae sempre perché offre all’uomo l’illusione di poter controllare il divino. Al contrario, è un inganno che lo precipita nella schiavitù verso i propri istinti più bassi e lo degrada nella giustificazione del proprio egoismo. L’autore del Libro del Siracide – nella prima lettura di oggi – coglie nello zelo di Elia per il Signore il tratto essenziale che caratterizza la sua esistenza e la sua vicenda di profeta, tanto da accostare il suo temperamento ad un fuoco che arde e divampa, illumina e fende l’oscurità. Quella di Elia è una parola “incendiaria”, perché scuote le coscienze, le ridesta dal sonno, le richiama al presente, le infiamma di amore per Dio. Ci mostra che la profezia è sempre radicata nella storia, perché è capacità di guardare all’oggi con gli occhi di Dio, di leggere le trame dell’attualità a partire dalla Parola rivelata, così da smascherare il male che agisce nell’ombra. La profezia scaturisce dall’essere pienamente inseriti nella vita e nella società del proprio tempo, ma senza perdere di vista la meta ultima a cui tendiamo, cioè il Regno di Dio verso cui siamo in cammino. Per questo ogni profeta vive con profonda e lacerante tristezza le contraddizioni, le resistenze, i rinnegamenti, cioè ogni offesa alla dignità dell’uomo, che nella società si oppongono alla verità dell’essere creati degni e fatti per la comunione con Dio. Il brano del vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato, ci riporta un dialogo tra Gesù e i discepoli che l’evangelista colloca dopo l’evento della Trasfigurazione. Si tratta di poche battute, un dialogo fatto appena di una domanda e una risposta, ma che comunica un messaggio potente. È un invito alla vigilanza, a tenere gli occhi bene aperti. Gesù ammonisce i suoi discepoli affinché non agiscano allo stesso modo, ma al contrario li esorta a prestare attenzione ai segni dei tempi. Il Regno di Dio non viene con clamore, di modo che si possa dire: “Eccolo qua o eccolo là”. Dio parla al cuore dell’uomo, parla attraverso questo tempo forte di Avvento, il Vangelo che ascoltiamo, la liturgia che celebriamo, il magistero che ci guida e ci orienta, gli avvenimenti personali, familiari, sociali e culturali in cui tutti siamo coinvolti. Tocca a noi riconosce la voce di Dio nella loro voce. Nella schiera dei profeti che Dio ha suscitato nella stagione del Concilio, testimoni coraggiosi, umili nella loro libertà di parola, fedeli al Vangelo e obbedienti alla Chiesa, per lo più incompresi e guardati con sospetto, ma la cui memoria è una benedizione, c’è anche il vescovo Helder Camara, di cui vorrei citare un pensiero: «Chi vive dove milioni di creature umane soggiacciono a condizioni disumane, se non è sordo sente il clamore degli oppressi. E il clamore degli oppressi è la voce di Dio». C’è corrispondenza diretta tra l’ascolto della voce di Dio e l’ascolto del grido degli oppressi. In altre parole, l’autentico zelo per il Signore non può mai essere scisso da un effettivo interesse per il bene comune. Chiediamo al Signore che in questo tempo di preparazione al Natale, il nostro cuore si apra al dono della profezia e la nostra fede segua il dinamismo dell’Incarnazione del Verbo. Chiediamo al Signore occhi per vedere il fratello ferito sul nostro cammino, orecchi per ascoltarne il suo grido di dolore, mani per risollevarlo da terra, fede per riconoscere nel suo volto il volto di Cristo. (abstract)

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