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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Archive for the ‘Confronti/Your and my opinions’ Category

Your and my opinions

Paesi ricchi e disagio sociale

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La fatica e l’attività sono figlie predilette della necessità. Il popolo che necessita di vivere e di propagarsi sa stimolare energie favolose e creare fonti di ricchezza che a tutta prima sembrerebbero inaccessibili. Per misurare il valore fisico, morale e intellettuale di un popolo basta guardare le risorse che sa scoprire attorno a sé e in sé quando gli ostacoli gli tolgono o gli offuscano la prosecuzione del suo cammino verso il progresso. Sono crisi che in tutti i tempi hanno attraversato le nazioni, i popoli e le razze. Esse possono temprare la vita fisica di un uomo se è consapevole di una prospettiva che gli permetta di vivere con serenità. Se volgiamo il nostro sguardo al passato credo che molto della straordinaria e rapida potenza della Roma repubblicana prima, e imperiale dopo, fu dovuto alla guerra instancabile che dovette a lungo combattere prima con le popolazioni laziali, e quindi latine, e poi campane, sannite e via di questo passo. Finché durò la severità dei costumi repubblicani, tanto da Catone rimpianta, nessuna forza parve potesse abbattere il vessillo romuleo. E il decadimento cominciò quando la molle civiltà greca e le effeminate civiltà orientali penetrarono e corruppero la città di Lucrezia, di Camillo, di Fabrizio e di Bruto. Ricca e sicura sembrò la Roma imperiale in cui la natura elargì a piene mani tesori naturali di vegetazioni, acque, coste e un clima temperato. A ciò si aggiunse la fama di conquistatori, di protettori e di ricchi tenutari. Eppure, non fu sufficiente per tenere unito saldamente un così grande impero. Una delle cause fu senza dubbio la perdita del collante sociale con un popolo di plebei sempre più impoverito e una ricchezza riservata a pochi eletti. Fu una lezione che non riuscimmo a farne tesoro e ancora oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi con paesi ricchi il cui benessere invece di essere diffuso resta nelle mani di pochi. A pagarne, come al solito, sono le classi meno abbienti e fa specie osservare, da una parte, un’opulenza sfacciata e arrogante e, dall’altra, una povertà estrema che s’ingrossa sempre di più. (Riccardo Alfonso)

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La felicità nelle grandi e piccole cose

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’anima è superiore al corpo e secondo il lume della ragione la sua felicità o infelicità non ha motivo di dipendenza. Ma l’esperienza ci insegna che noi dobbiamo anche sopportare che ci taglino un braccio senza dolore.Gli stoici seguendo le false idee della loro filosofia chimerica, s’immaginano di essere saggi e felici e che occorra solo pensare alla virtù e all’indipendenza per diventare felici e indipendenti. Il buon senso e l’esperienza ci dicono, invece, che il miglior modo per non dolerci per una puntura è di non pungersi. Gli stoici invece dicono: “Pungete e io con la forza della mia anima e l’aiuto della mia filosofia mi separerò dal mio corpo in modo da non sentire il dolore della puntura.” In questo modo si ritiene che il dolore non fosse un male tant’è che dall’espressione del suo viso e dal contegno impassibili di tutto il resto del suo corpo la sua filosofia lo rende invulnerabile. Se affrontiamo il tema da un altro punto di vista ritengo che un grande contributo alla comune felicità è dato da tutto ciò che non è solo maggiormente utile, ma semplicemente utile. In proposito Malebranche così argomentava: “Come mai avviene che uomini ragionevoli si dedicano tanto fortemente alla scienza astronomica e accettano, per contro, errori grossolani al riguardo della verità sui corpi sublunari? È così che gli uomini si lasciano abbagliare da una falsa idea di grandezza che li lusinga e li agita e tanto che la loro immaginazione ne resta colpita. L’effetto è tale che la ragione ne rimane accecata.”Ma questa può considerarsi felicità se ad esempio ci ingolfiamo in studi inutili? Direi, piuttosto, che la felicità è nella conoscenza anche se il campo di osservazione appare a molti solo uno spreco di tempo. Felice è, a mio avviso, colui che non vive dell’opinione altrui e non segue chi nega l’importanza delle scienze poco importanti perché è consapevole che la conoscenza dell’uomo è grande solo se non si pone dei limiti. Nessuna scienza astratta è vana se da essa si sa cogliere l’essenza della vita. Un quadro, un marmo, un libro sono veramente apprezzabili se manifestano energie che non conoscevamo o che ancora non avevamo messo in azione. (Riccardo Alfonso)

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Gocce di saggezza antica: La libertà umana secondo Schelling

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La connessione del concetto di libertà con la veduta complessiva del mondo rimane pur sempre l’oggetto di una inchiesta necessaria senza la cui soluzione, vacillando il concetto stesso di libertà, la filosofia perderebbe il suo valore guida. Questo sembra essere il grande problema verso la conoscenza dal più basso sino al più alto grado. Cavarsi d’impaccio rinnegando la ragione, somiglia piuttosto a una fuga che a una vittoria. L’unico possibile sistema della ragione è il panteismo, e questo è inevitabilmente pessimismo. Quando per un sistema si è trovato il nome giusto, il resto viene da sé e si è dispensati dalla fatica di ricercare più esattamente ciò che ha in proprio. Anche l’ignorante può, appena gli si da quel mezzo, servirsene per giudicare le opere più meditate. Nondimeno nel fare una così straordinaria affermazione, quel che importa è determinare più precisamente il concetto. Si potrebbe, infatti, non negare che se il panteismo non designasse altro che la dottrina della immanenza delle cose di Dio, si dovrebbe riferire a questa dottrina ogni veduta della ragione in un certo senso. Il senso, però, fa qui la distinzione. Che si possa ammettere il senso fatalistico è innegabile. I più, se fossero sinceri, confesserebbero che, nel modo come sono rappresentate le loro organizzazioni le libertà individuali siano in contraddizione con quasi tutte le qualità di un essere supremo, per esempio con l’onnipotenza. Con la libertà si viene ad affermare, accanto e fuori della potenza divina, un influsso secondo il suo principio incondizionato che è indispensabile in base a quei concetti. Come il sole nel firmamento estingue tutti gli splendori celesti, così e ancor più l’infinita potenza su ogni altra finita. La casualità assoluto nell’essere uno lascia agli altri solo una pas-sività incondizionata. Si aggiunge la dipendenza di tutti gli esseri mondani da Dio, e che anche la loro persistenza è sempre una sola rinnovata creazione, in cui l’essere finito è prodotto, non come una generalità indeterminata, ma come questo essere determinato, simbo-lo, con certi e non altri pensieri e atti. Dire che Dio tenga indietro la sua onnipotenza affinché l’uomo possa operare, o che egli conceda la libertà, non spiega nulla. Se Dio ritirasse per un istante la potenza l’uomo cesserebbe di essere. (Riccardo Alfonso)

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Se la verità dorme la menzogna signoreggia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Lichtwehr ci narra l’origine della favola con il seguente aneddoto: “Un giorno – era l’ultimo dell’età dell’oro – la Menzogna sorprese la Verità addormentata, la spogliò della sua veste bianca la indossò e divenne subito la dea della terra. Sedotte tutte le genti dal falso splendore, in pochi giorni si videro decadute dalla prima innocenza rinunciarono, quindi, a ogni saggezza e a ogni probità. La Verità fu scacciata e misconosciuta e fu reso alla Menzogna, che aveva preso il nome di quella, il culto che a quella era dovuto. Tutto ciò che la verità diceva era considerata fandonia e tutto ciò che faceva era ritenuto una stravaganza. Se la Verità protestava, le si rideva in faccia, se supplicata era considerata un’importuna. Essa batteva invano di porta in porta e quando si presentava per entrare, le gridavano di proseguire oltre. Vi fu anche chi osò d’incolparla di libertinaggio per la sua nudità. E a lei che fuggiva le gridò: “Ritirati, disgraziata, non troverai qui certo facile modo di esercitare i tuoi fascini.” La Verità proseguì la corsa spaventata. Madida di pianto si rifugiò e si nascose in un deserto. Ma era appena giunta che trovò in una siepe le sue vesti logore che la Menzogna aveva lasciato. Non esitò a indossarle e con quelle vesti rimase sempre Verità, si, ma rivestita dalle apparenze della menzogna. In quel camuffamento riapparve tra gli uomini, i quali l’accolsero con piacere e quelli che prima si erano scandalizzati per la sua nudità l’accolsero in casa propria e la salutarono con il nome di Favola, un nome che da quel giorno essa volle assumere.” A conti fatti cos’è la favola? O meglio la vera favola? E’ una verità necessariamente camuffata di Menzogna per ammaestrare alla virtù e al bene l’uomo. E ancora una volta ci pensa il Fénelon a offrirci un esempio di favola dimostratrice facendo agire con rara sapienza il lupo e il montone. “Parecchi montoni – scrive – si ritenevano in sicurezza nel loro parco: i cani dormivano e il pastore, all’ombra di un grande olmo, si divertiva sonando la zampogna insieme con i pastori suoi vicini. Un lupo famelico si aggirava nei pressi. Un piccolo montone, senza esperienza e che nulla aveva fino allora veduto attaccò discorso con il lupo. “Che venite a cercare qui?” gli chiese. “L’erba tenera e fiorita” rispose il lupo e soggiunse: “Voi sapete che nulla è più dolce quanto pascolare in un verde prato punteggiato di fiori per placare la fame e spegnere la sete nel limpido ruscello. Io ho trovato qui tutto ciò che desideravo. Che posso pretendere di meglio? Io amo la filosofia che insegna a contentarci di poco.” “E’ dunque vero – rispose il montone – che voi non mangiate la carne degli animali e che un poco d’erba soddisfa il vostro appetito? Se così è viviamo insieme e pascoliamo insieme.” Non appena il piccolo montone lascia il parco per il prato, il sobrio lupo lo assale, lo sbrana e lo divora.” Nel commento Fénelon ammonisce: “Diffidate delle belle parole di chi si vanta di essere virtuoso. Giudicate non dalle loro proteste di virtù ma dalle loro azioni.” Il Fénelon rappresenta nel lupo il finto virtuoso e nell’inesperto montone l’animo semplice e trasparente che soccombe dinanzi alla scaltrezza del suo interlocutore. La colpa è forse del lupo scaltro che divora o del montone credulo che si lascia divorare? La risposta è difficile. Di lupi e di montoni è piena la vita sociale e se sono quasi sempre i primi a trionfare sui secondi è così vero che in proposito si suole dire che “chi si fa agnello il lupo lo divora”. Dobbiamo quindi evitare di farci agnelli e cercare quanto più possibile di riconoscere il lupo sin dalle sue prime battute. D’altronde sarebbe inutile condannare il lupo solo perché trae profitto della credulità dell’agnello. Si potrebbe osservare a questo punto che il lupo dà prova di viltà perché non si misura con forze uguali. Non parteggio certo con chi sostiene d’essere del più forte il diritto di vita e di morte, nei confronti del più debole, perché non vedo con simpatia che il forte debba debilitarsi con il debole. Sta di fatto che nella società vi sono lupi e agnelli e la brutta fine, purtroppo, la fanno sempre gli agnelli. (Riccardo Alfonso)

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Non omnis moriar

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Questo monito è un fervido incitamento come quello che stimola a una morale sopravvivenza o, almeno, al desiderio di una morale sopravvivenza. Non voglio morire del tutto ripete tra sé chi guarda la vita come fecondo campo di lotta nel quale tanto più si vince quanto più si combatte. È se vogliamo, la molla che stimola a vivere nonostante le possibili avversità che incombono e ci possono opprimere sino a portarci alla disperazione e alla rinuncia della stessa vita. Non solo. Vogliamo sentirci detentori di un messaggio che vada oltre il proprio tempo. In proposito Cicerone argomentava: “Terribile è la morte a coloro, per i quali, insieme alla vita, tutto si estingue, non a quelli, di cui sopravvive al mondo la lode.” E di che altro è fatta la lode che sopravvive se non del bene operato nella vita? Né va inteso per bene la so-la azione di un vivere onesto o di un sentimento altruistico per cui continuamente abbiamo agito beneficando. No. È bene e sommo bene la nobiltà dell’ideale di cui siamo portatori, che abbiamo nutrito con fervore e per cui la vita ha assunto nella nostra coscienza un valore che abbiamo saputo manifestare o nell’espressione dell’arte, o nelle speculazioni della scienza, o nella tenacia dello studio, o nella perseveranza di una virtù sempre mantenendoci conformi ai voleri di quelle etiche superiori che sono i cieli sereni della vita morale. In ciò consiste la vera continuazione della vita “poiché a noi si nega vivere lungamente – osserva Cicerone – lasciamo almeno qualcosa che faccia testimonianza dell’essere noi vissuti.” (Riccardo Alfonso)

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Quoties inter homines fui, minor homo redii

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

La sentenza è di Seneca, il grande cinico. Ma dobbiamo ritenere ispirata a cinismo questa sentenza dato che rispecchia il volto di un’amara verità? Sembra che essa consigli di tenersi lontano dagli uomini, quindi sembra dettata da un profondo sentimento di misantropia. Da una prima lettura sembra anche un paradosso inaccettabile sotto ogni rapporto, ma se andiamo più a fondo dobbiamo ritenerla assolutamente vera. Di certo è che non tutti possono approvarla senza curare che lo spirito superiore sdegni la folla: “Odi profanum vulgus” – dice Orazio -. Non è tuttavia necessario ritenersi spiriti superiori per comprendere come trovandosi tra gli uomini se ne esca peggiorati. Non faccio questione di morale. Quante volte ci siamo trovati a contatto con i nostri simili ed è accaduto, di avvertire, in alcune circostanze, un senso se non proprio di disgusto di certo di rammarico? È che lo spirito superiore, aduso al raccoglimento e alla meditazione, si sente defraudato dalla comunicazione con uomini abituati a vani e insulsi cicalecci. Dice bene Socrate che quante volte fu tra gli uomini “minor homo redii” e significa non aumentato ma diminuito. E in che riconosciamo la diminuzione se non nello spirito? La volgarità poco si cura dello spirito intenta più alla vita grossolana che traffica di sentimento come di merce. Nessuna cosa dispiace di più allo spirito che il contatto con la volgarità. Alla volgarità lo spirito superiore non s’impone, come non s’impone luce agli occhi di chi non vede. Vivere giova allo spirito superiore tra uomini che lo comprendano e lo assecondino. Oltre questa cerchia non c’è per esso la sofferenza morale, la diminuzione. Meglio dunque la solitudine, madre feconda d’intensa vita spirituale, creatrice di un mondo senza confine al quale si può riversare tutto il sentimento di cui disponiamo e siamo capaci. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo è degli operosi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Scriveva Cesare Balbo nel “Sommario della Storia d’Italia”: “Il mondo è di chi sei prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.” Se riduco in estrema sintesi l’osservazione del Balbo, ne ricaverei questa prodigiosa sentenza: “Il mondo è degli indipendenti”. L’indipendenza è un valore che si oppone alla servitù. Nella vita sociale non dovrebbe essere per l’individuo altra servitù all’infuori di quella per la quale ci sentiamo costretti al compimento del proprio dovere, ammesso che il dovere che dobbiamo sempre compiere per noi stessi possa talora apparire come servitù. Non sembri, a questo punto, un paradosso l’affermazione: “Chi è dolcemente e continuamente servo fedele e pronto del proprio dovere è più che mai libero e indipendente.” Nella fattispecie, però, si tratta di ben altro. L’indipendenza morale di cui vogliamo indicare, è già una diretta conseguenza del dovere compiuto tranquillamente e assiduamente, conseguenza che determina uno stato di spirituale sicurezza per cui ci sentiamo liberi in noi e, quel che più importa, liberi al cospetto del mondo. Chi opera servo non della propria coscienza ma dell’altrui, non opera più per sé e contravviene al fecondo spirito d’indipendenza che è spirito rinnovatore e conquistatore. La servitù è sempre un attributo dei deboli come la gruccia un sostegno per chi non può reggersi. Dalla sicurezza di sé lo spirito d’indipendenza e quindi il carattere motore del vero indipendente è che tutto fa per sé e sempre fa, anche quanto tutto quello che fa è per gli altri. “Il mondo è di chi sel prende” non di chi consente che altri lo prendano perché non sanno superare sé stessi e si prestano ai sottili servigi altrui eliminando a poco a poco la propria azione. È il caso quindi di dire che i più grandi indipendenti sono quelli che hanno saputo abilmente spiazzare gli altri. Il tema trattato è per me avvincente. Credo che le parole del Balbo riassuminino il pensiero prevalente dell’Ottocento dove l’opera dell’uomo deve essere improntata a “operosità”, a inventiva, a impegno solidale con i propri simili. Sta di fatto che oggi riusciamo a vedere le cose un tantino diverso. Manca all’uomo la libertà di scelta. Fin dalla nascita è oppresso dai suoi stessi natali: può essere stato generato da famiglie povere o ricche, può essere procreato nel profondo sud e mi riferisco soprattutto all’Africa nera e all’America meridionale ed essere figlio delle bidonville. E oggi ce lo ritroviamo agli angoli delle strade dell’opulento occidente a stendere una mano per elemosinare una monetina per sopravvivere. Come potrà essere operoso? E che senso può avere in questo caso l’operosità? (Riccardo Alfonso)

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I dolori innominati

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Fu Pietro Verri, per quanto ne so, a chiamarli per primo “dolori innominati”. È un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di quale natura sia e da quale parte di noi trae origine. Per Verri ogni uomo ha con sé, quasi sempre, qualche dolore di questo genere, perché ogni uomo ha qualche difetto fisico o ansia spirituale che lo assilla. I “dolori innominati” possono essere il tedio, la noia, l’inquietudine, la malinconia. Sono dolori non forti, ma decisi che ci rendono addolorati senza darci un’idea locale del dolore e formano alla fine il nostro malessere. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Se esaminiamo l’uomo in cui è veramente allegro, contento e vivace, lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e a ogni espressione artistica a meno che non sia abituato a riflettervi meccanicamente e la vanità lo spinga a mostrarsi sensibile ipocritamente. Per contro se un uomo è triste presterà maggiore attenzione all’armonia, gusterà con delizia la melodia di un bel concerto, godrà un piacere fisico reale che gli farà cessare il suo dolore innominato. La musica, è bene ricordarlo, è una forma di comunicazione molto forte e incisiva e sa esprimere parecchie cose provocando in ciascuno di noi sensazioni anche diversissime. Uno la troverà sommamente semplice e innocente, l’altra tenera e appassionata, il terzo la troverà armonica e ripiena e così via. L’idea che si possa apprezzare meglio la musica quando si è tristi non mi convince del tutto. Sembra quasi che sia un predisposizione necessaria per una lettura di un certo genere. Per quanto possa essere limitata la mia esperienza, posso dire che la musica mi piace in ogni occasione e se sono lieto e ben disposto non mi lascio di certo distrarre da questa mia condizione per divagare con la mente altrove. E questo discorso vale sia per la musica classica sia per quella concertistica ma non certo per quella da camera e questo mi fa pensare che non è il mio dolore innominato a fare la sua scelta ma, semmai, il mio modo di recepire il messaggio musicale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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L’insegnamento che proviene dalla mitologia: Pallade, Atena

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Dal cervello di Giove balzò questa dea che è la più decisa delle divinità elleniche. Ma non aveva Giove inghiottito la sua prima moglie Meti? In proposito vale una precisazione. Meti (il cui nome significa “prudenza” o, in senso cattivo “perfidia”) è una divinità della prima generazione. È figlia d’Oceano e di Teti. Passava per essere stata la prima moglie (o la prima amante) di Zeus. Proprio lei gli diede la droga grazie alla quale Crono dovette rivomitare tutti i figli che aveva divorato. Poi essendo Meti incinta, Gaia e Urano fecero sapere a Giove che dopo avergli dato una figlia, sarebbe nato un figlio, ma costui, più tardi, lo avrebbe spodestato, come lui aveva fatto con Crono. Allora consigliato da Gaia (o dalla stessa Meti) inghiottì Meti e così mise alla luce Atena. Nacque baldanzosa, pronta e armata di tutto punto con tanto di asta, scudo e l’egida della Gorgone. Il tutto incominciò quando un giorno il re degli dèi si sentì dolere fortemente il capo. Chiamò Vulcano e lo pregò di dargli sulla fronte un colpo con il fendente dell’accetta. Vulcano obbedì e dalla larga fessura vide saltar fuori con un acuto grido una bella guerriera con l’elmo d’oro e un giavellotto, che ballò davanti agli dèi attoniti una danza di guerra. Minerva manifestò subito il suo carattere guerriero aiutando il padre nella lotta contro i Titani. Si suppone che prese il nome di Pallade proprio dal nome di uno dei Titani più membruto e feroce degli altri che aveva atterrato. Quando Cecrope ebbe fondata Atene, si trattò di dare il nome a quella città. Nettuno e Minerva si fecero avanti, accampando ciascuno il proprio diritto. Gli dèi, radunati da Giove stabilirono di consacrare l’Attica e d’intitolarla a chi, fra i due, avesse fatto all’umanità il dono più utile. Nettuno batté con il suo tridente la riva del mare, e si vide balzar fuori uno sbuffante cavallo. Minerva colpì il suolo con il ferro della lancia, ed ecco sorgere un albero dai rami contorti, dalle foglie aguzze e grigie, dal tronco rude e nodoso e dalle piccole bacche brune: l’olivo. La sentenza degli dèi, che rivela la loro saggezza, fu la seguente: “Atene sia sacra a Pallade, perché l’umanità ha più da guadagnare dal mite ulivo, simbolo di pace, che dal cavallo, destinato a tirare i carri di guerra e a spandere la morte nei campi di battaglia.” Atena è la dea della guerra, ma differisce molto dal suo sanguinario fratello Marte. Essa combatte non per l’amore della zuffa e della strage, ma per il trionfo della giustizia. Il senso naturalistico della dea è evidente. Dal cielo in bufera balza il raggio luminoso che tutto vede, tutto schiarisce e tutta l’ombra affronta e uccide. Pallade è il fuoco dell’anima e dell’intelletto. Incoraggia gli eroi e li illumina. Li guida all’assalto. È l’amica di Achille, di Ulisse, di Diomede, di Calcante e di altri eroi. È an-che la dea della perseveranza, della misura, della fatica e quindi dell’industria, dell’agricoltura. Ella incoraggia la costruzione di città e la formazione degli stati, agevola la coltura, inventa l’olivo, tempra l’aratro e perfeziona il telaio. Pallade era adorata ad Argo, a Corinto, a Sparta in Tessaglia, in Beozia, a Rodi e specialmente nell’Attica ad Atene, che aveva vinto a Poseidone con l’offerta dell’olivo. Due templi erano nell’Acropoli, l’Eretteo e il Partenone, a lei dedicati, l’uno a settentrione, con tre celle destinate ad Atene, a Poseidone, a Pandroso, l’altro il Partenone interamente dedicato al culto di Atena vergine e scolpita da Fidia.Le più notevoli feste che si celebravano in onore di Pallade erano le panatenee dell’anno terzo di ogni olimpiade con varie manifestazioni di corse, giochi, offerte e processioni. Con Pallade Atena presto venne identificata dai romani la loro Minerva, senonché in origine la Minerva romana non fu guerriera, ma soltanto pacifica protettrice del lavoro. Dopo le grandi conquiste soltanto Pompeo prima e Augusto poi le eressero dei templi. Con Giove e Giunone Minerva era anche adorata nel tempio del Capitolino. Come le panatenee in Grecia e così a Roma molte feste avevano luogo in onore di Minerva. La più grande fu quella che si celebrava a marzo a cui tutto il popolo prendeva parte straordinaria ed entusiastica. Altre feste minori si celebravano nel giugno. Minerva o Pallade Atena ha di sé lasciata impronta profonda e indelebile in tutte le arti. I poeti da Omero a Pindaro l’hanno in tutte le fogge esaltata. Figure di legno o di bronzo, chiamati appunto Palladi, si tenevano accanto al focolare e si fissa-vano sulle mura delle città per allontanare i nemici. Rappresentata da una miriade di scultori, essa fu in eterno fermata e immortalata dallo scalpello di Fidia nella statua che si adorava nella cella di Atena Parteno. Il Gentile in merito scrisse: “Rappresentava la vergine dea protettrice di Atena, nella serena maestà della pace dopo la vittoria. Ritta con il piede destro leggermente in avanti, la copriva un semplice chitonche a larghe pieghe. Le scendeva ai piedi, nuda le braccia e il collo, il petto coperto dall’egida, nel cui mezzo effigiato il capo anguicrinito della Medusa, la testa difesa con l’elmetto attico, adorno sul davanti da una figura di sfinge, e sui lati da due grifoni in alto rilievo, simbolo quello della imperscrutabile sapienza della dea. La mano sinistra posava leggermente sull’orlo superiore dello scudo e insieme reggeva l’asta che come abbandonata le si reclinava alla spalla. Di sotto allo scudo ergeva il collo un serpente accovacciato. La mano destra era protesa in avanti sostenendo sulla palma una statuetta della vittoria alata.” Tutte le figurazioni posteriori alla dea sono ispirate a questi tre tipi. E gli scultori non hanno dimenticato mai di porle accanto la civetta e il serpente, che, come l’ulivo, le sono sacri. (Riccardo Alfonso)

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Dal passato remoto all’attualità: La lezione che viene da Tito Livio

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Scriveva Tito Livio: “Questa è l’indole della moltitudine o servilmente si sottomette o ferocemente signoreggia; non sa né misuratamente spregiare, né possedere la libertà che è nel mezzo.” Nel commento si legge: “La storia di tutti i tempi e di tutte le genti ci offre larga messe di esempi per dimostrare la profonda verità di questa sentenza. In ogni popolo sempre la libertà è divenuta anarchia, la sommissione cesarismo.” Cosa s’intende dire? Dobbiamo forse considerare che la grande massa, la parte più vitale di una nazione, finisce con l’essere governata più dall’istinto che dalla ragione, più dall’impeto che non conosce confini ed è inerte, grave, brutale? Quante volte assistiamo alla parola che riesce a provocare e ad abbagliare chi ascolta, ma trascorso il momento magico la stessa parola sarà trascinata nel fango, dall’irrisione e annegata nella gora della volgarità. Come la foresta ora il piano ora il dorso mostra delle foglie a seconda che vada o venga la raffica, e così la moltitudine ha entusiasmi e odi, a seconda di illogiche e fugaci variazioni. Dobbiamo, quindi, arguire, che quando più ferreo e insoffribile il giogo tanto più chi lo subisce lo tollera paziente e rassegnato? Ma fino a quando? Finché arriverà un imbonitore di turno che cavalcherà la speranza di una riforma, chiederà una rivoluzione, parlerà di una rinnovazione e si arriverà alla guerra? E dopo? Penso alla “Enciclopedia” che aveva preparato alla rivolta filosofica e che condusse alla Rivoluzione Francese e al Marxismo che aveva costruito le premesse per la Rivoluzione d’ottobre in Russia. Segue, logica e ineluttabile, la personificazione di questa rivolta che è sedata con la vittoria ma è pagata con l’arbitrio e già si pensa ad un’altra rivoluzione. E via di questo passo. La mia riflessione a questo punto s’incentra su un personaggio di mia creazione: Vulnus. Un uomo che ho collocato intorno al tremila d.C. ma con una dote particolare che gli ha permesso di ricordare il tempo in cui aveva vissuto nel XX secolo. Ciò mi consentì un parallelismo tra una società come la mia, in una crisi profonda d’identificazione, e quella possibile che avrebbe potuto scaturire un millennio dopo. L’interrogativo di fondo resta quello di chiedersi se fosse stato possibile costruire un modello di società in cui non vi fosse un popolo da sottomettere e un altro da sollevare in armi per spezzare il giogo che lo tiene imprigionato. La risposta che ho trovato è positiva ma a quale prezzo? E Vulnus sta lì a raccontarcelo in tutti i dettagli. (Riccardo Alfonso dal libro “Io scrivo”)

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“Chi biasima la pittura biasima la natura”

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Vi sono alcune cose nelle quali è insopportabile la mediocrità: la poesia, la musica, la pittura, i discorsi pubblici, ecc. Così la pensava La Bruyère. Come immaginare un mediocre in poesia, in quest’arte eletta di pensiero, che varca i limiti dell’individuazione e si ricongiunge ad altissimi cerchi di eternità? Così la musica, si può definire il linguaggio inespresso e inesprimibile dell’universo. A chi se non agli eletti essa prodiga la virtù dei suoi prodigiosi tesori? E gli eletti sono coloro che dell’arte hanno un sacerdozio, e servono in adorazioni assidue, si-lenziose, logoratrici, coloro per cui l’arte non è più godimento, ma sofferenza. I mediocri vi portano invece le loro consuetudini inerte e meschine. Il mediocre in arte si riconosce appunto dal suo agevole adattamento alle costrizioni della vita e le reputa necessarie e ineluttabili. Scrivendo i miei otto volumi sulla Storia della pittura non ho considerato in questo, come in altri campi, che vi possa essere stato una mediocrità. Si può accettare o respingere un’opera d’arte, una poesia, un’espressione musicale, ma tutto questo fa parte della personale sensibilità, della capacità o meno di recepire un segnale. D’altra parte, la creazione artistica di chi osserva un dipinto con occhio eccessivamente critico dovrebbe considerare, come argomenta Leonardo, che “Chi biasima la pittura biasima la natura, perché l’opera del pittore rappresenta la stessa natura e per questo il biasimatore ha carestia di sentimento.” Ne consegue che se l’opera del pittore rappresenta la natura il pittore deve essere convinto di studiare ciò che è la “natura”, non il deforme che pure è in natura ma non è la natura. In altri termini: “Il pittore disputa e gareggia con la natura”. E la natura, si sa, è equilibrio e armonia ed è quella che regge l’Universo. La pittura interpretando in tal modo la natura “ha il suo fine – a detta di Leonardo – comunicabile a tutte le generazioni dell’Universo, perché il suo fine è subietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune con il medesimo modo che vi passa per il vedere. Questa non ha dunque bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha soddisfatto all’umana specie, non altrimenti delle cose della natura. E non alla specie umana, soltanto, ma anche agli altri animali come avvenne di una pittura alla quale fecero carezze li piccioli figlioli che ancora erano nelle fasce e similmente il cane e la gatta della casa. Era cosa meravigliosa considerare tale spettacolo.” È perché la pittura è arte per eccellenza, Leonardo che non commentava certo per rivelarsi, come si suole dire, “Cicero pro domo” né per far emergere l’opera propria osserva: “La proporzione è dall’immaginazione all’effetto qual è dall’ombra al corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla poesia alla pittura. Perché la poesia pone le sue cose nell’immaginazione mentre la pittura riceve dall’occhio le similitudini come se fossero naturali. La poesia le dà senza similitudini e non passano all’impressione per la via della virtù visiva come la pittura.” E prosegue asserendo: “La pittura rappresenta al senso con più verità e certezza, le opere di natura, che non facciano le parole e le lettere, ma le lettere rappresentano con più verità le parole che non faccia la pittura. Ma diremmo essere più mirabile quella scienza che configura l’opera di natura che quella che rappresenta l’opera dell’operatore, cioè l’opera degli uomini che sono le parole, come della poesia e simili che passano per l’umana lingua.” Io non so se si possa in tutto convenire intorno all’eccellenza della pittura su tutte le arti, ma certo che potrei dinanzi all’armonia muta dei colori, chiedere se non prevalga sul sentimento umano e non giovi meglio all’educazione l’armonia vibrante della musica. Il discorso vale anche quando apriamo un libro e incominciamo a leggere o ascoltare chi lo legge. La prima cosa che cerco di fare è quella d’entrare in armonia con l’autore, di comprendere il suo intimo messaggio. Solo in questo modo posso mettere in attiva commozione il mio sentimento votato, per lo più, alla semplicità per disporre l’animo all’accoglienza. In tutto questo, a differenza di Leonardo, non cerco primati riconoscendo ad ogni espressione artistica e letteraria un suo predominio in sé che è volto alla sete del sapere, del conoscere e del riconoscerci con la natura e a cercare d’entrare con essa in simbiosi con la propria sensibilità percettiva.Ogni libro deve, quindi, attingere e profondamente agitare qualche, sia pur piccola, parte di noi, per conquistare ogni giorno una vetta e renderci coscienti di queste graduali conquiste. Di solito leggo un libro senza tener conto dei giudizi della critica convinto, come sono, che i libri non vanno considerati attraverso il parere altrui e così vale per tutte le altre espressioni artistiche compresa, ovviamente, la pittura. Come lettore cerco di mettere nella lettura qualcosa di me. Leggere, tuttavia, ha tanti significati quanti possono essere i lettori. Perciò se una lettura eccita in noi l’entusiasmo, l’angoscia, il dolore, qualunque insomma delle squisite e sterili emozioni dell’arte, non guardiamo sottilmente indagatori se qua vi è un refuso, là una manchevolezza e più in là una ripetizione o un madornale errore grammaticale o sintattico. Chi ama il libro che legge è certo capace d’amare molte altre cose belle nella vita e porterà nelle sue adorazioni la stessa dote di interesse e di raccoglimento e che va, indubbiamente, oltre la forma. Come esercizio e pratica di vita, la lettura è la più rapida preparazione culturale e la più efficace. Perché ci abitua a guardare entro le cose e ce le mostra in luce di purezza e di poesia. Del resto, non è ancora dimostrato che sia male penetrare nella vita con un poco di illusioni. Abituiamoci a non pretendere da un libro la perfezione e la cura del particolare. È uno sforzo che non è dell’uomo. Flaubert, giunto a sana e fisica maturità d’ingegno, impazziva intere giornate nella ricerca di un aggettivo. E questa malattia dell’aggettivo fu proprio di tutta un’età letteraria. Penso al Baudelaire e al Verlaine. (Riccardo Alfonso)

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L’ape è quel meraviglioso insetto assunto dall’arte a simboleggiare l’industria

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Con il suo lavoro veramente assiduo, non solo edifica cellette ceree che costituiscono un vero reame ordinato e regolato sotto la reggenza di un’ape, detta regina, ma trae dai fiori con pazienza esemplare sotto ogni rapporto il succo che si tra-sforma in miele. Lavoro istintivo, senza dubbio, ma che noi eleviamo a simbolo per eccellenza. Se confrontiamo la sua attività con quella, ad esempio, del ragno entrambi possono essere considerati industriosi ma con la differenza che quest’ultimo costruisce la sua produzione con l’insidia. Anche se volessimo trascurare il miele che è la produzione industriale dell’ape dovremmo mettere in conto pure l’altro suo prodotto: la cera. Che vediamo nella cera se non un meraviglioso simbolo di luce? L’ape, dunque, ci ammaestra come il lavoro possa solo volgere in dolcezza e in luce ogni più amara e oscura fatica. Al contrario della formica l’ape nelle favole è rappresentata come simbolo spietato di vendetta. Eppure, nel pungere l’ape lascia il proprio pungiglione e muore. Essa muore per difendersi e nessuna morte è tanto grande quanto quella di questo insetto che dinanzi all’insidia sacrifica la sua vita. Il Fénelon proponeva l’esempio delle api al duca di Borgogna, suo allievo, il quale morì prima di essere re. Ecco l’esempio: “Un giovane principe all’apparire della primavera, quando tutta la natura si rianima, passeggiava in un delizioso giardino. Come udì un forte ronzio scorse un alveare. Si avvicinò per godere di quello spettacolo nuovo per lui, e con sorpresa vide l’ordine, la cura e il lavoro di quella piccola repubblica. Le cellette cominciavano a formarsi e ad assumere aspetto regolare. Le api in parte le riempivano con il loro dolce nettare, altri portavano fiori scelti tra la ricchezza della primavera. L’ozio e la pigrizia erano prescritti da quel piccolo stato, tutto era in moto ma senza confusione e senza tumulto. Tra le api, le più esperte guidavano le altre, le quali obbedivano senza rammarico e non nutrivano gelosia per quelle che erano le proposte. Mentre il giovane principe contemplava quella cosa, un’ape, che tutte le altre riconoscevano regina, si avvicinò a lui e disse: “La vista dell’opera nostra e della nostra condotta vi consola, ma essa deve ancora meglio istruirvi. Noi non soffriamo mai, nel nostro stato, né disordine né altro. Nel nostro ambiente si è autorevoli se gioviamo al benessere della nostra organizzazione. Il merito è l’unica via che elevi ai primi posti.” “Noi non ci occupiamo d’altro notte e giorno se non di cose dalle quali l’uomo trae ogni utilità. Possiate voi pure un giorno essere come noi e condurre nell’umana società l’ordine che tanto ammirate nel nostro piccolo stato. In questo modo voi lavorerete sia per la vostra felicità sia per quella degli uomini e adempirete così l’ufficio che il destino vi ha assegnato senza però sentirvi maggiore degli altri, se non per proteggerli, se non per impedire i mali che li minacciano, se non per procurare loro tutti i beni che hanno diritto di aspettare da un governo vigile e paterno.” La sapiente ape regina di Fénelon ignora il machiavellismo e si offre esempio vivente di senno e di generosità. C’è quindi una morale? Certo. Quante vespe umane dovrebbero da questo insetto imparare che cosa sia dignità di vita? E di questo ho trovato sufficiente materia per scrivere un libro per ribadire un concetto semplice nella definizione ma difficile nel volerlo realizzare e che posso riassumere in quello che è il diritto alla vita e a vivere. Abbiamo sostenuto, e a ragione, che il diritto alla vita è sacro mentre abbiamo reso molto sfumato l’altro diritto a vivere. È come dire noi ti garantiamo la vita ma al resto devi provvedervi personalmente. È senza dubbio un modo egoistico per affrontare la situazione. A mio avviso sono due diritti inscindibili tra loro. Che senso può avere, infatti, darsi tanto da fare per assicurare la vita se poi ce la riprendiamo non offrendo ai nascituri l’assistenza necessaria per crescere, maturare e prosperare nella vita a prescindere dai propri natali ma in nome di una solidarietà universale che si può anche chiamare dignità e diritto a voler spartire equanimemente le risorse disponibili sulla terra. (Riccardo Alfonso)

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I rischi dei passaggi mentali condivisi: il raggio verde

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Uno di questi aspetti è senza dubbio il rischio di entrare in un paesaggio mentale colonizzato. Come, ad esempio, abbiamo vissuto le nostre mutazioni antropologiche o le gestiamo in una situazione particolare? Un esempio illuminante lo abbiamo dal prologo di un dialogo di Platone il “Protagora” nel quale egli mostra come Socrate gestisse una situazione insolita. Immaginiamoci la scena: Ippocrate, figlio di Apollodoro arriva a casa di Socrate e bussa con insistenza alla sua porta. Ha fretta e si fa premura di richiamare l’attenzione di Socrate e Socrate di rimando: cos’è che ti accade, perché vieni a quest’ora? E lui, tutto agitato, gli risponde: “ma come non lo sai? È arrivato Protagora e dobbiamo fare qualcosa.” A questo punto Socrate prende tempo e cerca di far ragionare il suo giovane amico non tanto per impedirgli di andare ad ascoltare Protagora quanto di capire che egli non è il tutto ma solo una parte della conoscenza e in questo modo ci ha impartito una lezione magistrale che regge il suo e il nostro tempo: “consapevolezza delle caratteristiche dell’informazione, accesso all’informazione, disponibilità di una molteplicità di fonti, esame critico e dialogo dell’informazione. Ha creato una vera e propria comunità di apprendimento, di collaborazione. Lui ha scelto il rischio, non si tira indietro, si espone ma lo fa a ragion veduta. Se ci caliamo da questo pensiero “antico” nella nostra quotidianità mi rendo conto che i nostri maggiori errori stanno proprio nel fatto che non cerchiamo di mettere a frutto la nostra intelligenza per analizzare ciò che più di ogni altra cosa l’anima si nutre: di cognizioni, d’informazioni che assumiamo dall’ambiente, ma lo dobbiamo fare con la mente sgombra da presunzioni, luoghi comuni, da logiche oscurantiste. Come dire, restando all’insegnamento di Socrate, andiamo pure ad ascoltare Protagora, poi però lo discuteremo anche con altri. Significa crescere in un clima di verità nelle relazioni. Il saperlo fare significa sgrossare queste verità dalle false, stereotipate, interessate rappresentazioni in situazioni che sovente nulla c’entrano con il digitale ma rientrano in ambiti familiari e ambienti sociali. E la realtà a volte ci sfugge perché non è complicata come si pensa. Un esempio classico lo posso avere dal film di Rohmer dal titolo “Il raggio verde” tratto dal libro di Verne. Il raggio verde è l’ultimo raggio di sole che in giornate particolarmente limpide si colora di questa tonalità. Alla fine arriva e si tratta di un bellissimo puntino verde. Tutto qui? E’ valsa l’attesa per questo quasi insignificante “segnale”? Sì, se riusciamo a recepirne l’insegnamento. (Riccardo Alfonso)

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Lo spirito, la materia e i ricordi

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Ho impostato il ragionamento su tre direttrici. Non penso, a questo punto, possa avere importanza dare la priorità a un discorso in luogo di un altro. Lo spirito, la materia e i ricordi sono, a mio avviso, tre facce ugualmente valide e importanti. Il rappresentarle, semmai, mi ricorda altre triadi famose che appartengono ad antiche manifestazioni di fede. Il loro accostamento, tuttavia, è puramente casuale. La mia riflessione è più semplice e limitata. Cerco, semmai, di capire e, ciò facendo, di sciogliere i tanti nodi gordiani che nel corso dei millenni l’essere umano ha annodato per poi affidare ai posteri il compito di scioglierli. Impresa non facile poiché sono stati stretti con innumerevoli fili e che oggi si sono ispessite dai rancori, odi razziali, immani stragi, violenze d’ogni genere frutti di conquiste e di sudditanze, di rivolte da oppressi e da vendette di conquistatori. Da tutto ciò non sono esenti le mie tre figure. Lo spirito, in primo luogo, io l’ho immaginato come la fonte principale della nostra religiosità, quindi come un atto d’amore che dall’interno si espande per ogni dove nel mondo. In pratica non è stato così. L’odio, e quanto altro, tende a confondersi con i gesti d’amore. Gli odori dell’incenso, nei riti religiosi, si sono mescolati con quello acre del sangue dei loro martiri, ma anche in virtù di una spada vendicatrice che ha reso, occhio per occhio dente per dente, l’ingiustizia subita e traendo, da tutto ciò, altre vittime, altri dolori, altre spietate esecuzioni. La materia, a sua volta, ha seguito questo tormentone esistenziale diventando il tramite attraverso il quale tutto è stato possibile realizzare ed anche distruggere. A questo punto non ho l’intenzione, di configurare, nella sua identità sofferente, le ingiustizie subite e che appartengono al passato e si riverberano nel presente, quanto qualcosa che si sta maturando oggi e che tende a pregiudicare il futuro. Mi limito, in altre parole, a osservare ciò che rimane nel rapporto essere umano-natura, parlando di medicine e di medicamenti, anche perché mi aprono la porta a un altro discorso. E’ quello che edifica la sua costruzione sulle fondamenta di una società più giusta e più ricca di condivisioni: dalle risorse energetiche ai ritrovati della scienza, ai benefici offerti dalle innovazioni tecnologiche. Su tutto presiedono i ricordi. Non sono la memoria storica degli eventi grandi, e che hanno riempito innumerevoli pagine di corposi libri di storia e nemmeno il frutto delle cronache del nostro e di altri tempi, attraverso piccoli, e a volte insignificanti, episodi che solo marginalmente sembrano sfiorare la grande avventura umana.È qualcosa di più personale e intimo. È la semplice reminiscenza di un personaggio che immagino colto nel momento in cui, seduto un po’ scomposto davanti ad un caminetto, gravido d’anni, stanco e dal volto solcato in profondità dalle rughe, è ancora capace di alzare a tratti il capo con fierezza e fissare, pur con i suoi appannati occhi, quel lontano punto, senza confini, che gli consente di richiamare i ricordi della sua infanzia. Sono altri tempi. Essi sono ripresi e riversati sull’occasionale, e forse anche distratto, visitatore, ora bambino, ora adulto. (Riccardo Alfonso)

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Dalla prefazione del “Mito” di Riccardo Alfonso

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Nel porre mano a questo mio lavoro ho inteso titolarlo “Il mito” per il contenuto che mi sono proposto di conferirgli ma anche memore da ciò che ho tratto dalle mie letture. Non dimentico, infatti che nel mythos gli antichi greci non si riferivano solo al racconto delle azioni compiute dalle divinità, dai loro eroi leggendari ma anche per cercare una qualche spiegazione ai fenomeni che non sapevano intendere e che affondavano le loro origini nella notte dei tempi. Erano i miti della creazione o delle origini. Erano i miti naturalistici e quelli storici che avevano la funzione di tramandare le vicende e le tradizioni di un popolo. E oggi hanno il merito di consentirci di conoscerli e di comprenderli meglio. E anche di riflettere sugli aspetti naturali che attraversano le generazioni sui temi dalla nascita alla morte e ancor più sul mistero dell’aldilà e il rapporto con il soprannaturale.A tratti l’antico pensiero ci rinfranca con uno dei miti più profondi e soavi che l’anima greca abbia intessuto sopra una storia d’amore e di morte. Mi riferisco al trace Orfeo. Non fu un eroe ma un poeta tenero e armonioso. Incantò con le sue melodie le stesse Sirene che avevano circondato la nave degli Argonauti per affascinarli. Fu lo sposo della bella ninfa Euridice e viveva con essa nella ridente Tracia. Ma il destino volle che un giorno la diletta sposa per sfuggire ad Aristeo, che avrebbe voluto offrirle amore, mise il piede sopra una serpe nascosta nell’erba e la sua vita si spense tra le braccia del disperato sposo. Il suo dolore fu grande, il suo canto angosciato turbò la natura e i suoi abitanti che fecero eco ai suoi lamenti. Un giorno Orfeo, per cercare di placare la sua disperazione, volle cercare Euridice fra i morti e scese nell’Erebo. Il giovane avanzava lento tra sentieri mai battuti da un uomo vivo e si accompagnava con il tinnire della cetra in tono lamentoso: Euridice, Euridice, gemeva con il suo canto. Taceva Cerbero e non s’udiva l’urlo delle Furie. Quest’amore così straziante e disperato alla fine impietosì Plutone. Consentì che la giovane amata ritornasse in vita ma ad una sola condizione: Orfeo non doveva mai volgersi indietro a guardare Euridice finché non fossero giunti entrambi alla luce. Una dura condizione che avrebbe comunque rispettata se ad un certo punto non sentendo più i lievi passi dell’amata sull’erba si girò a guardarla. Non vide altro che un’ombra che svaniva. L’Erebo aveva ripreso per sempre la sua preda. La disperazione del poeta divenne incontenibile. Vagava come un folle nelle selve e negli spechi e il suo canto era mesto come un singhiozzo o lacerante come un grido. Un mattino il suo corpo fu trovato smembrato in un bosco. Le Menadi, fide a Bacco, rivale e nemico d’Orfeo, lo avevano dilacerato in una notte d’orgia. L’insegnamento che ne traiamo è la virtù divina della poesia che è capace persino di ridestare i morti e l’essenza di sogno delle cose desiderate, che se guardate troppo da presso, si dissolvono come nebbia.

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La cultura della fede Il linguaggio della politica

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Tanto il mistico quanto il politico sono intimamente commossi dalla loro esperienza e tale commozione abbraccia la totalità del loro essere.Questo concetto lo considero appropriato dove vi è la fede nel suo valore più alto.Non vi è, tuttavia, motivo di mescolanza, senza distingui, poiché il mistico mira all’unione spirituale con Dio mentre il politico guarda alle cose terreno e, quindi, più collimanti con il suo pragmatismo culturale.È un altro aspetto da non sottovalutare se si pensa a quel mix che germoglia schietto nell’animo umano e concorre a riempire una parte senza trascurare l’altra. Penso, ad esempio, a Jacopone da Todi che condusse vita di società e alla sua formazione culturale concorse sicuramente, oltre allo studio della legge, la conoscenza di molte altre cose e alla fine nel ritrovarsi in una sua feconda e legittima ragione di vita. Il suo pathos lirico emozionale accoglie e sublima i risvolti umani in armonia con la viva sostanza dello spirito francescano.Lo stesso potrei dire di un altro personaggio, ma questa volta del nostro tempo, Luigi Sturzo che fece della fede il suo primo amore ma nel bel mezzo del cammino si ritrovato a un’altra passione quella della politica.In lui non vi fu contraddizione ma l’intima convinzione che esiste una predicazione sociale che vuole saggiare la sua capacità di trovare sbocchi utili attraverso un fondante messaggio spirituale. L’uomo e il suo corpo e la sua psiche, in definitiva, è un produttore di beni. Egli è tendenzialmente portato a volare alto per sentirsi libero dai coinvolgimenti psicologici che poteva essersi costruito e in cui per anni si era identificato per poi riconoscersi nella sua originaria identità di homo transcendens, ritrovando il filo d’Arianna smarrito della sua esistenza. Per cogliere, quindi, l’uomo nella sua globalità, unità, essenza, occorre oltrepassare la logica delle culture separate e ricercarvi una sintesi.Nella celebre metafora di Pascal dove “l’uomo è una canna, ma è una canna che pensa” si racchiude il concetto che l’essere umano sente di non essere veramente tale se non invadendo con il suo intelletto, con il suo pensiero le cose tutte e se stesso. (Riccardo Alfonso dal libro: La cultura della fede il linguaggio della politica)

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Beppe Grillo rompe con Giuseppe Conte: Parliamoci chiaro

Posted by fidest press agency su martedì, 29 giugno 2021

E’ un divorzio che era già nell’aria. Giuseppe Conte ha voluto forzare la mano per porsi alla guida di un movimento snaturando la sua espressione politica, organizzativa e di rappresentanza degli iscritti. Un cambiamento invocato sulla logica dei tempi nuovi. Un cambiamento che in realtà avrebbe snaturata la sua origine e la sua vocazione. Non dimentichiamo che i pentastellati sono nati perché i partiti tradizionali hanno deluso, sono diventati a tratti clientelari, hanno curato interessi partigiani e tessuto rapporti ambigui con congreghe malavitose. Ma i pentastellati a loro volta hanno anche commesso errori allorché sono diventati “partito di governo” alleandosi ora a destra e ora a sinistra e con gli stessi personaggi chiacchierati e in parte invisi agli elettori benpensanti. Forse nutrivano la segreta speranza che lavorare insieme avrebbe permesso il ritrovamento di un interesse più genuino e leale. Forse sono stati degli ingenui a pensarlo. Sia chiaro. Conte è una brava persona e merita rispetto ma oggi occorrono uomini e donne di “rottura”, che animino il confronto con la gente e nel sapersi misurare usando lo stesso linguaggio dell’uomo della strada. E lo stesso sta accadendo al Partito Democratico con Enrico Letta che parla da letterato, da uomo colto ma non riesce a tenere le stesso passo di Salvini e della stessa Meloni. Ora la sola speranza è quella di una rinascita dei pentastellati e che Grillo ritrovi la sua energia di combattente e che sappia affiancarsi da donne e da uomini che abbiano le sue stesse caratteristiche. I pentastellati devono ritrovare il tratto e la forza dei tempi passati e devono oggi, soprattutto, restare uniti. Non è il tempo delle rotture. (Riccardo Alfonso)

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Anniversario della morte di Enrico Berlinguer

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2021

Un ricordo di Agostino Spataro. Il giornalista e politico italiano ci riporta, nei suoi ricordi, la morte all’ospedale di Padova del compagno Enrico Berlinguer avvenuta 11 giugno del 1984. Vi fu ricoverato il 7 dello stesso mese per un ictus cerebrale che lo ha colpito durante lo svolgimento del comizio. “E’ stata – scrive – Una lunga e triste agonia, senza speranza di ripresa. In ogni caso, politicamente era morto. E nei dettagli rammenta: “Questa mattina, verso le 10,00, mi telefona Siso Montalbano, della segreteria Fed, per comunicarmi di aver parlato con il Comitato regionale (C.R.) che gli avevano detto che Berlinguer era praticamente morto e che i funerali erano stati previsti per mercoledì 13 a Roma”. E Spataro continua prendendo lo spunto dal suo brano autografo dal suo quaderno n° 3: “In serata si dovevano tenere assemblee di commemorazione al chiuso. Non capii e chiesi: “Ma è morto o no”. Siso era imbarazzato. M’invitò a recarmi subito in federazione. “Dunque, hanno deciso di staccare la spina?”- replicai. Accesi la radio, mentre mi preparavo per partire. Su Rai/1 davano una emissione sulla vicenda di Luther King. Nessun riferimento al dramma di Berlinguer. Giunto in federazione (verso le ore 11,000) trovo esposta al balcone la bandiera rossa del nostro destino, listata a lutto. Non c’era più dubbio Enrico era morto. Eppure la radio non aveva detto nulla! Forse per non interrompere le trasmissioni programmate? Dopo King, seguì un concerto di musiche italiane degli anni ’50. In Federazione trovai tanti compagni e compagne in evidente apprensione. Volti tesi, scuri. Niente lacrime. Origliai fra i vari capannelli. Parole bisbigliate, spezzate. Praticamente, capii che la morte di Berlinguer era avvenuta, ma non era stata ancora ufficialmente annunciata. I compagni mi dicono che è morto stamattina intorno alle 9,30 che, però, la segreteria nazionale del partito ha deciso di annunciarne il trapasso verso le ore 13,00. Insomma, ufficialmente, era ancora vivo anche se erano stati programmati i funerali. Non capisco la ragione di tale strano (forse un po’ stupido) comportamento del Centro del partito. Mi dicono che, forse, prendono tempo per preparare il testo del comunicato. Osservo che il comunicato si può emettere anche qualche ora dopo la morte. Intanto bisognava darne l’annuncio. Il povero Gildo Mocada, cui sfuggiva il complicato ingranaggio di cui sopra, da vecchio partigiano pensò bene di esporre dal balcone la bandiera a lutto. Le due cose non reggevano: la bandiera confermava la morte che però non era stata annunciata. Si decise di ritirare la bandiera. Qualcuno ri-telefona a Roma per avere ragguagli. Nulla di nuovo: è morto e la morte sarà comunicata più tardi. Ascoltiamo il Tg/uno delle 12,00. Il conduttore dice che “le condizioni di salute dell’on. Enrico Berlinguer si sono aggravate… L’elettrocardiogramma è piatto…ci sono pochissime speranze di ripresa.” L’annunciò della morte verrà dato da Achille Occhetto al Tg/2 e rilanciato nell’edizione del Tg/1. Ancora non c’è un comunicato della Direzione. Sarà emanato in serata. Viene ri-esposta la bandiera a lutto. A questo punto non si capisce perché questa sceneggiata in cui sono state raggiunte punte di crassa stupidità che ometto per carità di … partito.” E continua: “La sera vado a Favara a tenere la commemorazione. Assemblea molto partecipata. Sono presenti delegazioni di altri partiti: Psi, Dp e Dc (guidata dall’on. Angelo La Russa). Parlo a braccio. Non ho avuto tempo per preparare un discorso. Dico quel che sento, che ricordo del caro compagno Berlinguer che ebbi l’onore di presentare (10 anni prima, il 25 aprile 1974) alla grande manifestazione pro-divorzio del nostro Partito che tenemmo nella piazza Stazione di Agrigento.” E Spataro ancora ricorda: ” Ho assistito dal palco delle autorità istituzionali, in Piazza San Giovanni, a Roma, alla imponente manifestazione di popolo, del nostro popolo comunista, svoltasi per dare l’estremo saluto al compagno Enrico Berlinguer. Una manifestazione davvero grandiosa che- a detta degli esperti- ha superato tutte le precedenti per partecipazione. Senza offesa per nessuno. Bella, calda, commossa la piazza, quanto scialbi, freddini i discorsi commemorativi di Nilde Iotti, di Marco Fumagalli (Fgci) e di Giancarlo Pajetta che era quello ufficiale. Già sul palco circolavano critiche soffuse, leggere insofferenze verso le parole di Pajetta che continua ad atteggiarsi come il primo della classe. Uno che – come diceva Leo Longanesi di Curzio Malaparte – al matrimonio vuole essere la sposa e al funerale il caro estinto. L’indomani (14/6), in partenza per Palerno, all’aeroporto di Fiumicinio incontro Occhetto e la sua compagna. Con loro c’è anche Ammavuta. Achille (che oggi quando m’incontra finge di non riconoscermi- ndr) si lascia andare, arrivando addirittura a sentenziare che “Pajettta ha parlato contro Berlinguer”. Un giudizio eccessivo anche se, in effetti, dal suo discorso è venuto fuori un ritratto non pienamente corrispondente alla personalità del segretario del Pci, sicuramente, il più amato, e rispettato, dentro e fuori del Partito. In alcuni passaggi, a braccio, si lasciò sfuggire degli accenni critici (indiretti) alla più recenti posizioni di Berlinguer contro il decreto Craxi per il taglio della scala mobile e ai tentativi di ricerca di punti di contatto, di convergenza con la Dc, allusivi alla vicenda dell’on. Aldo Moro, non citato per nome. E’ inutile negarlo, nel Pci c’e una corrente di pensiero (e d’azione) che flirta con il craxismo anche quando questo opera per ridimensionare il Pci, per capovolgere, in suo favore, i rapporti di forza all’interno della sinistra. Secondo questo pensiero in simil pelle, la grande forza popolare, democratica, elettorale del Pci costituisce in Europa un’anomalia da eliminare, quantomeno da ridimensionare. Non è un mistero che, per quanto non dichiarata, tale tendenza si polarizza, si organizza intorno alla “corrente” migliorista a cui anche Pajetta si richiama. Anche in questo drammatico frangente, Giancarlo Pajetta si è dimostrato un esibizionista, per altro senza più quella verve polemica, ironica che, in passato, lo ha contraddistinto nello scontro politico e parlamentare. E’ vecchio, eppure non mostra alcuna intenzione di “far posto ai giovani”. Sostiene che vuole “morire sul campo” ossia non mollare gli incarichi di alta e delicata responsabilità, specie nel settore esteri, che detiene da una vita. Pur sapendo di sfidare l’ira del nostro popolo. A piazza San Giovanni anche la Iotti ha voluto ringraziare, pubblicamente, Bettino Craxi, (per che cosa poi?) l’uomo che nel recente congresso del Psi, a Verona, non ha fischiato Berlinguer solo “perché non sapeva fischiare”. Com’era prevedibile, al solo udire il nome di Craxi la piazza di San Giovanni insorse, fece partire una marea di fischi che annichilirono il serioso presidente del Consiglio seduto in prima fila sulla tribuna d’onore. Posizioni di ostentato dissenso rispetto alla linea del defunto segretario nei rapporti con Craxi che creano confusione e disagio nel partito e consentono al leader del Psi di poter affermare che “non tutti nel Pci condividono la linea della scontro” e a Martelli di blaterare che Berlinguer è un “neurocomunista”. La direttiva del Centro, e quindi anche della Federazione, era quella di limitarsi a fare la commemorazione al chiuso e di evitare, fino al giorno dei funerali, discorsi elettorali. Mi parve una direttiva sbagliata, per altro, in contrasto con quanto ci raccomandò Berlinguer già colpito dall’ictus: “Continuate a lavorare, andate casa per casa…” Ripresi questo accorato appello e invitai i compagni a intensificare la mobilitazione elettorale. Almeno a Favara quella direttiva restò inapplicata. (Nota del direttore: E’ questo, a mio avviso, il punto centrale di quella parte significativa della storia italiana dove lo spartiacque rappresentava la tessitura di una trama in cui due uomini, Berlingue e Moro, sia pure culturalmente diversi per formazione, si sentirono uniti per imprimere una svolta significativa al modo di fare politica e, soprattutto, per porre un argine alle politiche corruttive che stavano inquinando il mondo politico italiano. Si è trasformata, invece, in una svolta involutiva che ancora oggi fa sentire il suo peso sebbene sia ora necessario, forse più che in passato, offrire ampio spazio di manovra alla parte sana del paese per una sua crescita culturale e sociale capace di proiettarci nel futuro con fermezza di intenti e solido impegno civile. Se oggi continuiamo a parlarne lo dobbiamo senza dubbio al sacrificio e alla dedizione di uomini come Berlinguer e Moro, ma pure di molti altri e tra costoro di Mino Pecorelli. Il loro ricordo deve esserci d’insegnamento ed è quindi un nostro dovere affidarli alla storia per tramandarli alle future generazioni. E’ questo il motivo del perché anch’io nel mio piccolo, ho cercato con il libro “Il Dittatore” di richiamarne l’attenzione riproponendolo in questi giorni dopo che ai tempi della prima stesura mi fu impedita la pubblicazione. (Riccardo Alfonso)

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A proposito dei vaccini anti Covid-19

Posted by fidest press agency su martedì, 20 aprile 2021

Le notizie riportate nei succitati lanci d’agenzia riguardo la presenza dei vaccini anticovid attualmente in distribuzione ci convincono sulla necessità di un chiarimento dopo che anche dall’estero sono emerse delle incertezze circa la necessità, dopo sei mesi, di doverli ripetere dando l’impressione che quelli inoculati non siano dei vaccini che rendono immuni ma dei farmaci che aiuterebbero l’organismo a meglio difendersi. “Pertanto, scrive Pier Luigi Ciolli, Coordinatore editoriale di “Nuove Direzioni” dobbiamo ancora confidare che dei ricercatori trovino un vero vaccino altrimenti gli unici a godere della pandemia saranno i produttori di detti farmaci che incasseranno miliardi di euro ogni 6 mesi, o forse meno, dando sempre la colpa alle nuove varianti. Produttori e Governi che NON vogliono attivare una piattaforma informatizzata (del costo irrisorio) dove far registrare tutti coloro ai quali vengono somministrati detti farmaci e gli effetti collaterali, che provocano anche decessi e invalidità pure in anticipo come è successo e con contratti secretati. Una modalità per individuare e isolare il Covid-19 è quella di effettuare esami a tappeto. Però, non avendo gli strumenti a disposizione per intervenire contestualmente in tutto il territorio nazionale, occorre concentrarli, partendo da una prima area per poi proseguire liberando le aree limitrofe. “Umano è il desiderio – osserva Ciolli – che il virus si dissolva spontaneamente, ma il pessimismo dell’intelligenza ci dice il contrario. Infatti, la certezza è che questo virus è un nemico che ha invaso tutto il territorio nazionale e di cui NON conosciamo ancora la sua forza di diffusione, i suoi tempi di sopravvivenza nell’ambiente, la sua capacità di ricomparsa, il riacutizzarsi in uno stesso essere umano e/o animale in via di guarigione o apparentemente già guarito, i suoi punti di forza per uccidere o invalidare gli esseri umani e gli animali, la sua possibilità di mutare. Non dobbiamo rimanere inattivi, restando solo a vedere ogni giorno curare i malati, contare i morti e veder sparire ogni mese una cittadina di oltre 6.000 abitanti. Siamo in grado di combattere il Covid-19 che ci ha invaso, liberando via via il nostro territorio nazionale; ma per farlo occorre ottimizzare le risorse per individuare il Covid-19, isolare gli infettati, curare i malati e far tornare i cittadini al lavoro, a nuove occupazioni e alle attività sociali. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, i parlamentari, il Presidente della Repubblica, la Presidente del Senato e il Presidente della Camera dei Deputati devono entrare in azione, ciascuno per le proprie competenze, il più velocemente possibile, perché la notizia ricevuta il 30 gennaio 2021 conferma che ilCovid-19, oltre alle mutazioni già conosciute, potrà colpirci ancora per anni e anni.

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Pianeta terra: A proposito di ecologia e dei guasti all’ecosistema

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 marzo 2021

Mi viene in mente un racconto tanto “per rinfrancare lo spirito” letto nel libro di Daniel Taub, edito dalla San Paolo, titolato “Luci della Torà”: “Il Signore parlò a Noè e disse: “Noè tra sei mesi manderò la pioggia, finché il mondo intero sarà coperto dall’acqua e tutte le cose malvagie saranno distrutte. Ma voglio salvare alcune persone buone e due esemplari di ogni essere vivente sul pianeta. Ti ordino di costruire un’arca.” Trascorsi sei mesi il cielo prese a rannuvolarsi e in-cominciò a cadere la pioggia. Il Signore guardò giù e vice Noè che piangeva seduto in giardino, ma niente arca. “Noè!” Gridò il Signore. “Dov’è la mia arca?” “Signore perdonami” Implorò Noè. “Ho fatto del mio meglio ma ci sono state grosse difficoltà: Prima di tutto ho dovuto procurarmi un permesso per la costruzione dell’arca, ma i tuoi progetti non erano a norma. Poi i vicini si sono lamentati, dicendo che violavo le ordinanze del quartiere, e dovevo farmi dare i permessi. Poi ho avuto enormi problemi a tagliare legna sufficiente per l’arca, per via del divieto di abbattere gli alberi. E adesso, quando finalmente ho cominciato a raccogliere gli animali, sono stato denunciato da un gruppo di animalisti che protestano perché mi porto solo due esemplari di ogni tipo. Davvero, non credo di riuscire a finire l’arca in meno di cinque anni.”
Di fronte a ciò il cielo si rischiarò, il sole cominciò a splendere e un arcobaleno tese il suo arco nel cielo. Noè guardò su e sorrise: “Vuoi dire che non distruggerai il mondo?”, chiese pieno di speranza. “No”, disse il Signore, “ci ha già pensato il governo.” A ben pensarci è esattamente quello che sta accadendo con la distruzione delle foreste equatoriali, con il crescendo delle violenze personali e di gruppo e i tanti scempi che si compiono per la devastazione dell’ecosistema. È tempo quindi non più, o per lo meno non solo di diluvi ma anche per dirci che siamo noi come sistema politico, economico e sociale a gettarci la zappa sui piedi e ad autodistruggerci.(Riccardo Alfonso)

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