Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Archive for the ‘Confronti/Your and my opinions’ Category

Your and my opinions

Il bla, bla delle parole che di fatto ci negano un nuovo modello di sviluppo

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

È storia di questi giorni, ma è stata storia che si ripete a ogni generazione, quella di parlare di un “nuovo modello di sviluppo”. Non pochi sono coloro che si sono guardati bene dallo spiegarci con chiarezza cosa s’intende dire concretamente e, soprattutto, quali conseguenze possono derivarne per l’uomo che lavora, per la famiglia e per i ceti più deboli. È come dire che siamo insoddisfatti del modo come viviamo e vorremmo qualcosa d’altro, ma il passo che dobbiamo compiere mette in gioco molti interessi consolidati e che alla prova dei fatti non vorremmo rinunciarci. È questo l’effettivo nodo gordiano che non riusciamo a sciogliere e c’induce a gestire l’esistente guardando l’oltre solo con il pensiero. Finché non ci chiariamo le idee, e siamo con esse conseguenti, rischiamo di definirci con le parole ma non con i fatti. In tali condizioni una maggiore cautela sarebbe di rigore. “Io non nego – precisa Ferrarotti – che il concetto di partecipazione abbia lontane implicazioni di ordine filosofico e religioso”. “Inoltre mi sembra che non si possa prescindere dalla situazione economica e politica in cui versiamo”. “Non è per niente il caso di gridare allo scandalo, perché tutto è ridotto alla politica”. Al contrario. Si tratta invece di capire se la politica è cosa troppo importante per lasciarla, in esclusiva, nelle mani dei professionisti politici. “E questa presa di coscienza avrà la sua ragione d’essere se sarà assunta coralmente, se l’uomo della strada se ne farà carico, se riuscirà a coglierne il senso e a comprenderne l’importanza”. (Riccardo Alfonso)

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Le ragioni del degrado ambientale

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

“Il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici lungimiranti o del perseguimento di miopi interessi economici che si trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato.” È un problema grave se consideriamo che le diverse forme di vita interagiscano con l’atmosfera e gli oceani nella regolazione del clima, per ripulire l’acqua dagli inquinamenti e nel mantenere un bilanciamento microbico e controllare gli agenti patogeni dannosi. Tutti questi fremiti esistenziali richiedono, per Franco Fornari, un’analisi più accurata delle cause. Mi chiedo, a questo punto, se anche lo stimolo verso la ricerca tecnologica, gli studi scientifici e le scoperte che ne sono derivate, non siano anch’esse una risposta alla paura della morte che spesso, se non sempre, condiziona l’essere umano sia per cercare di capire cosa lo attende di là della vita sia per volerla penetrare sollevando, anzitempo, il velo per dominarla ed esorcizzarla. La riflessione che abbiamo espunto da Fornari in due suoi libri: “Psicanalisi della situazione atomica” (Ed. Rizzoli) e “Psicanalisi della guerra” (ed. Feltrinelli) sembra andare in questo senso. È un tema, per altro, che non si discosta di molto dal capire l’origine della violenza e dei modi anche subdoli in cui si appalesa. (Riccardo Alfonso dal libro “Il pendolo” Edizioni Fidest)

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L’ansia di costruire l’effimero

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

L’essere umano sembra restare abbacinato dalle meravigliose scoperte che la scienza ha fatto per penetrare la natura e sembra rassegnato a pagarne un prezzo altissimo asservendo l’ambiente, che lo circonda, ai suoi personali interessi. Tutto questo spiegamento di forze conquistatrici “dell’industria umana”, quest’ansia trasformatrice per costruire l’effimero, sulle ceneri del creato, è diventato una spinta compulsiva per una corsa verso il niente e null’altro. Annota Nicole: “Se sono stati così numerosi gli uomini che hanno chiuso gli occhi, così a lungo, davanti alla sfida ecologica, forse é perché la minaccia mondiale obbliga ciascuno alla coerenza e al realismo responsabili della saggezza e dell’amore”. “Amore vero per sé, amore vero per i propri figli e per la propria discendenza, amore vero per la natura, per il Pianeta e per tutti i suoi esseri viventi, amore vero per quel genio umano che ha esercitato come lo merita, in favore della vita e non con barbarie.” E soggiunge, in altra parte del suo libro: “Oggi, l’uomo “mondano” fa fatica a svegliarsi dal suo sogno, ad aprire gli occhi davanti ad una resistenza imprevista”. “Questa resistenza non proviene da teorie morali, né dalla violenza avversa, ma dalla vulnerabilità stessa della sua preda”. “I limiti della terra, della natura, della materia, si oppongono, molto umilmente, all’illimitato della sua volontà di potenza”. “Una potenza che non costruisce, ma distrugge, fa terra bruciata intorno a sé e oltre”. Abbiamo trascurato, “ribelli, increduli, desiderosi di godere, e di credere infinita la nostra preda e ora, siamo posti con crudezza al cospetto della vera natura del nostro essere e del nostro divenire”. Non vorrei pensare che il male profondo, che corrode l’umanità, debba riassumersi con le parole di San Basilio di Cesarea, quando esclama: “L’uomo è un animale la cui vocazione è divenire Dio.” Questa voglia di potenza e di dominio sulla natura e sui propri simili non potrà sortire, alla fine, che la distruzione della sua aberrazione ideologica. (Riccardo Alfonso dal libro “Il pendolo” Edizioni Fidest)

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La distruzione dell’ecosistema sa di antico

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

Se mettiamo un campo a coltura intensiva, se seghiamo gli alberi più del dovuto, se continuiamo a costruire megalopoli, noi finiamo con l’annullare gli ecosistemi causando la distruzione degli habitat naturali e le specie che vi vivono sono condannate all’estinzione. Se ciò accade in dimensioni modeste la natura riesce a sopportare il vulnus. Ma se procediamo con le grandi opere, senza porci un confine, il danno finisce con lo sfuggire al controllo ambientale. Questo decadimento è diventato più evidente negli ultimi due secoli e ha dimostrato i limiti oltre i quali noi mettiamo in gioco tutto, non solo per le generazioni presenti, ma soprattutto per quelle future. Lo scriveva a Madame de Grignan Madame de Sévigné già nel 1680, allorché annotava: “Ieri sono andata Buron e ne sono ritornata la sera; sono stata sul punto di piangere vedendo la degradazione di quella terra. C’erano i boschi più belli del mondo, mio figlio in occasione del suo ultimo viaggio, gli ha inferto gli ultimi colpi di scure. Inoltre, ha voluto vendere un boschetto di squisita bellezza; tutto questo è deplorevole. Ne ha ricavato ottocento scudi, e un mese dopo non aveva più un centesimo. È impossibile comprendere quello che fa.” Nel suo recente libro “Verde come la speranza” (San Paolo edizioni) Nicole Ėchivard fa sentire forte il suo messaggio ecologista. Si richiama allo stesso stupore che in passato ha visto la distruzione sistematica dell’ecosistema. Ancora una volta cita Madame de Sévigné allorché scrive: “Tutte queste driadi afflitte che vidi ieri, questi vecchi fauni che non sanno più dove nascondersi, tutti questi corvi antichi che dimorano da duecento anni nell’orrore di questo bosco, queste civette che nell’oscurità annunciavano con i loro gridi funesti le disgrazie di tutti gli uomini, tutto questo ieri elevò dei lamenti che mi ferirono il cuore, e chissà, forse qualcosa di queste vecchie querce ha anche parlato. “Una folle cupidigia ha rotto l’incanto”. (Riccardo Alfonso dal libro “Il pendolo” Edizioni Fidest)

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Libro: Il pendolo

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

E con quel “forse” continua a oscillare il nostro pendolo interiore sulla “malattia dello stupore d’esistere” come l’ha definita William James. E in esso l’alternanza ci porta da una parte la “nausea” di Sartre e dall’altra la figura d’Innocent Smith, il personaggio del racconto esistenziale “Manalive”, di Chesterton, che è talmente esilarato dal privilegio di esistere che passa il tempo a inventare strani modi per stupirsi del fatto che sia lui sia il mondo sono qualcosa. Questo voler uscire dalla “nausea” è anche un problema dei nostri tempi e tende a farsi sempre più pressante. Il sostegno, probabilmente, di una cultura tramandata nel tempo è ciò che da corpo a una speranza, per un futuro meno gravido d’incognite, e rende meno insopportabile il nostro presente. Una cultura che forse non ci spiega del tutto la ragione per la quale vi sono uomini che emergono sopra gli altri, per quanto siano in pochi, e degli altri, e sono la gran massa, che restano ai margini. Costoro sono le comparse, in altre parole piccole pedine, quasi invisibili, che ogni tanto esplodono o sono fatte deflagrare ad arte per darci ora una rivoluzione, ora un genocidio, ora una guerra terribilmente distruttiva. Si vive intorno a queste cose e si resta a esse vincolate dimenticando che esistono altri valori, altri sistemi per misurare la forza del nostro essere e del nostro divenire. Dobbiamo, altresì, togliere dalla nostra mente le tracce del cattivo insegnamento ed anche di quello onesto portato a esaltare in buona fede, la falsità e l’inganno degli altri. (dal libro “Il pendolo” di Riccardo Alfonso Edizioni Fidest)

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Il filo-arabismo italiano

Posted by fidest press agency su martedì, 12 ottobre 2021

Molti ritengono, e noi siamo tra costoro, che l’amicizia italo araba abbia radici che trovano la loro ragione d’essere intorno agli anni cinquanta. In quel periodo, a livello internazionale, vi era da una parte l’Unione Sovietica intenzionata a esercitare un suo ruolo egemone sull’area medio orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti decisi a contrastarla. Due sono, uno per parte, gli aspetti che richiamano tale circostanza. Il primo è dell’aprile del 1955 quando il quotidiano Izvestija pubblicò un comunicato del Ministero degli esteri in cui si manifestava l’intenzione dell’Urss di sviluppare rapporti più stretti con i paesi del Medio Oriente. Alla fine del mese di settembre fu reso pubblico l’accordo tra Egitto e unione Sovietica per la fornitura di armi. Sull’altro versate Eisenhower scrisse nelle sue memorie, a proposito della risoluzione americana sul Medio Oriente: “Con essa eravamo riusciti ad ottenere il consenso del Congresso alla decisione governativa di fermare la marcia dell’Unione Sovietica verso il Mediterraneo, verso il canale di Suez, gli oleodotti e verso i pozzi sotterranei di petrolio che alimentano le case e fabbriche dell’Europa occidentale.” Entro questa logica si muoveva l’Italia per indicare al mondo arabo una terza via di alleanze tra l’occidente e l’oriente. Inizialmente gli Stati Uniti videro con favore tale iniziativa: “Italy had a great deal of experience with the Arabs”, ma ben presto si accorse che la disinvolta azione dell’Eni e l’attivismo di Mattei toccavano, nei loro interessi, le società petrolifere statunitensi. Da qui si tentò in tutte le maniera di “oscurare” l’opera filoaraba italiana a vantaggio della dottrina Eisenhower che prevedeva interventi diretti americani nella regione, allora con la scusante dell’anticomunismo ed ora del terrorismo arabo. Ma l’Italia continuò nella sua strada di buone relazioni con il mondo arabo ed anzi ne acquistò meriti per via del fastidio che arrecava al potente alleato americano. Ora se una certa parte degli arabi è severamente critica con l’Italia lo dobbiamo al fatto che l’attuale governo è avvertito troppo schierato dalla parte americana e dal suo ruolo considerato più ostile nei loro confronti. Tutto questo rischia di rallentare il nostro processo di riavvicinamento e proprio in una fase molto delicata nei rapporti oriente-occidente e con la mina vagante dell’integralismo religioso panarabo dopo il “risveglio” afghano. (Riccardo Alfonso)

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Paesi ricchi e disagio sociale

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La fatica e l’attività sono figlie predilette della necessità. Il popolo che necessita di vivere e di propagarsi sa stimolare energie favolose e creare fonti di ricchezza che a tutta prima sembrerebbero inaccessibili. Per misurare il valore fisico, morale e intellettuale di un popolo basta guardare le risorse che sa scoprire attorno a sé e in sé quando gli ostacoli gli tolgono o gli offuscano la prosecuzione del suo cammino verso il progresso. Sono crisi che in tutti i tempi hanno attraversato le nazioni, i popoli e le razze. Esse possono temprare la vita fisica di un uomo se è consapevole di una prospettiva che gli permetta di vivere con serenità. Se volgiamo il nostro sguardo al passato credo che molto della straordinaria e rapida potenza della Roma repubblicana prima, e imperiale dopo, fu dovuto alla guerra instancabile che dovette a lungo combattere prima con le popolazioni laziali, e quindi latine, e poi campane, sannite e via di questo passo. Finché durò la severità dei costumi repubblicani, tanto da Catone rimpianta, nessuna forza parve potesse abbattere il vessillo romuleo. E il decadimento cominciò quando la molle civiltà greca e le effeminate civiltà orientali penetrarono e corruppero la città di Lucrezia, di Camillo, di Fabrizio e di Bruto. Ricca e sicura sembrò la Roma imperiale in cui la natura elargì a piene mani tesori naturali di vegetazioni, acque, coste e un clima temperato. A ciò si aggiunse la fama di conquistatori, di protettori e di ricchi tenutari. Eppure, non fu sufficiente per tenere unito saldamente un così grande impero. Una delle cause fu senza dubbio la perdita del collante sociale con un popolo di plebei sempre più impoverito e una ricchezza riservata a pochi eletti. Fu una lezione che non riuscimmo a farne tesoro e ancora oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi con paesi ricchi il cui benessere invece di essere diffuso resta nelle mani di pochi. A pagarne, come al solito, sono le classi meno abbienti e fa specie osservare, da una parte, un’opulenza sfacciata e arrogante e, dall’altra, una povertà estrema che s’ingrossa sempre di più. (Riccardo Alfonso)

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La felicità nelle grandi e piccole cose

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’anima è superiore al corpo e secondo il lume della ragione la sua felicità o infelicità non ha motivo di dipendenza. Ma l’esperienza ci insegna che noi dobbiamo anche sopportare che ci taglino un braccio senza dolore.Gli stoici seguendo le false idee della loro filosofia chimerica, s’immaginano di essere saggi e felici e che occorra solo pensare alla virtù e all’indipendenza per diventare felici e indipendenti. Il buon senso e l’esperienza ci dicono, invece, che il miglior modo per non dolerci per una puntura è di non pungersi. Gli stoici invece dicono: “Pungete e io con la forza della mia anima e l’aiuto della mia filosofia mi separerò dal mio corpo in modo da non sentire il dolore della puntura.” In questo modo si ritiene che il dolore non fosse un male tant’è che dall’espressione del suo viso e dal contegno impassibili di tutto il resto del suo corpo la sua filosofia lo rende invulnerabile. Se affrontiamo il tema da un altro punto di vista ritengo che un grande contributo alla comune felicità è dato da tutto ciò che non è solo maggiormente utile, ma semplicemente utile. In proposito Malebranche così argomentava: “Come mai avviene che uomini ragionevoli si dedicano tanto fortemente alla scienza astronomica e accettano, per contro, errori grossolani al riguardo della verità sui corpi sublunari? È così che gli uomini si lasciano abbagliare da una falsa idea di grandezza che li lusinga e li agita e tanto che la loro immaginazione ne resta colpita. L’effetto è tale che la ragione ne rimane accecata.”Ma questa può considerarsi felicità se ad esempio ci ingolfiamo in studi inutili? Direi, piuttosto, che la felicità è nella conoscenza anche se il campo di osservazione appare a molti solo uno spreco di tempo. Felice è, a mio avviso, colui che non vive dell’opinione altrui e non segue chi nega l’importanza delle scienze poco importanti perché è consapevole che la conoscenza dell’uomo è grande solo se non si pone dei limiti. Nessuna scienza astratta è vana se da essa si sa cogliere l’essenza della vita. Un quadro, un marmo, un libro sono veramente apprezzabili se manifestano energie che non conoscevamo o che ancora non avevamo messo in azione. (Riccardo Alfonso)

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Gocce di saggezza antica: La libertà umana secondo Schelling

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La connessione del concetto di libertà con la veduta complessiva del mondo rimane pur sempre l’oggetto di una inchiesta necessaria senza la cui soluzione, vacillando il concetto stesso di libertà, la filosofia perderebbe il suo valore guida. Questo sembra essere il grande problema verso la conoscenza dal più basso sino al più alto grado. Cavarsi d’impaccio rinnegando la ragione, somiglia piuttosto a una fuga che a una vittoria. L’unico possibile sistema della ragione è il panteismo, e questo è inevitabilmente pessimismo. Quando per un sistema si è trovato il nome giusto, il resto viene da sé e si è dispensati dalla fatica di ricercare più esattamente ciò che ha in proprio. Anche l’ignorante può, appena gli si da quel mezzo, servirsene per giudicare le opere più meditate. Nondimeno nel fare una così straordinaria affermazione, quel che importa è determinare più precisamente il concetto. Si potrebbe, infatti, non negare che se il panteismo non designasse altro che la dottrina della immanenza delle cose di Dio, si dovrebbe riferire a questa dottrina ogni veduta della ragione in un certo senso. Il senso, però, fa qui la distinzione. Che si possa ammettere il senso fatalistico è innegabile. I più, se fossero sinceri, confesserebbero che, nel modo come sono rappresentate le loro organizzazioni le libertà individuali siano in contraddizione con quasi tutte le qualità di un essere supremo, per esempio con l’onnipotenza. Con la libertà si viene ad affermare, accanto e fuori della potenza divina, un influsso secondo il suo principio incondizionato che è indispensabile in base a quei concetti. Come il sole nel firmamento estingue tutti gli splendori celesti, così e ancor più l’infinita potenza su ogni altra finita. La casualità assoluto nell’essere uno lascia agli altri solo una pas-sività incondizionata. Si aggiunge la dipendenza di tutti gli esseri mondani da Dio, e che anche la loro persistenza è sempre una sola rinnovata creazione, in cui l’essere finito è prodotto, non come una generalità indeterminata, ma come questo essere determinato, simbo-lo, con certi e non altri pensieri e atti. Dire che Dio tenga indietro la sua onnipotenza affinché l’uomo possa operare, o che egli conceda la libertà, non spiega nulla. Se Dio ritirasse per un istante la potenza l’uomo cesserebbe di essere. (Riccardo Alfonso)

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Se la verità dorme la menzogna signoreggia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Lichtwehr ci narra l’origine della favola con il seguente aneddoto: “Un giorno – era l’ultimo dell’età dell’oro – la Menzogna sorprese la Verità addormentata, la spogliò della sua veste bianca la indossò e divenne subito la dea della terra. Sedotte tutte le genti dal falso splendore, in pochi giorni si videro decadute dalla prima innocenza rinunciarono, quindi, a ogni saggezza e a ogni probità. La Verità fu scacciata e misconosciuta e fu reso alla Menzogna, che aveva preso il nome di quella, il culto che a quella era dovuto. Tutto ciò che la verità diceva era considerata fandonia e tutto ciò che faceva era ritenuto una stravaganza. Se la Verità protestava, le si rideva in faccia, se supplicata era considerata un’importuna. Essa batteva invano di porta in porta e quando si presentava per entrare, le gridavano di proseguire oltre. Vi fu anche chi osò d’incolparla di libertinaggio per la sua nudità. E a lei che fuggiva le gridò: “Ritirati, disgraziata, non troverai qui certo facile modo di esercitare i tuoi fascini.” La Verità proseguì la corsa spaventata. Madida di pianto si rifugiò e si nascose in un deserto. Ma era appena giunta che trovò in una siepe le sue vesti logore che la Menzogna aveva lasciato. Non esitò a indossarle e con quelle vesti rimase sempre Verità, si, ma rivestita dalle apparenze della menzogna. In quel camuffamento riapparve tra gli uomini, i quali l’accolsero con piacere e quelli che prima si erano scandalizzati per la sua nudità l’accolsero in casa propria e la salutarono con il nome di Favola, un nome che da quel giorno essa volle assumere.” A conti fatti cos’è la favola? O meglio la vera favola? E’ una verità necessariamente camuffata di Menzogna per ammaestrare alla virtù e al bene l’uomo. E ancora una volta ci pensa il Fénelon a offrirci un esempio di favola dimostratrice facendo agire con rara sapienza il lupo e il montone. “Parecchi montoni – scrive – si ritenevano in sicurezza nel loro parco: i cani dormivano e il pastore, all’ombra di un grande olmo, si divertiva sonando la zampogna insieme con i pastori suoi vicini. Un lupo famelico si aggirava nei pressi. Un piccolo montone, senza esperienza e che nulla aveva fino allora veduto attaccò discorso con il lupo. “Che venite a cercare qui?” gli chiese. “L’erba tenera e fiorita” rispose il lupo e soggiunse: “Voi sapete che nulla è più dolce quanto pascolare in un verde prato punteggiato di fiori per placare la fame e spegnere la sete nel limpido ruscello. Io ho trovato qui tutto ciò che desideravo. Che posso pretendere di meglio? Io amo la filosofia che insegna a contentarci di poco.” “E’ dunque vero – rispose il montone – che voi non mangiate la carne degli animali e che un poco d’erba soddisfa il vostro appetito? Se così è viviamo insieme e pascoliamo insieme.” Non appena il piccolo montone lascia il parco per il prato, il sobrio lupo lo assale, lo sbrana e lo divora.” Nel commento Fénelon ammonisce: “Diffidate delle belle parole di chi si vanta di essere virtuoso. Giudicate non dalle loro proteste di virtù ma dalle loro azioni.” Il Fénelon rappresenta nel lupo il finto virtuoso e nell’inesperto montone l’animo semplice e trasparente che soccombe dinanzi alla scaltrezza del suo interlocutore. La colpa è forse del lupo scaltro che divora o del montone credulo che si lascia divorare? La risposta è difficile. Di lupi e di montoni è piena la vita sociale e se sono quasi sempre i primi a trionfare sui secondi è così vero che in proposito si suole dire che “chi si fa agnello il lupo lo divora”. Dobbiamo quindi evitare di farci agnelli e cercare quanto più possibile di riconoscere il lupo sin dalle sue prime battute. D’altronde sarebbe inutile condannare il lupo solo perché trae profitto della credulità dell’agnello. Si potrebbe osservare a questo punto che il lupo dà prova di viltà perché non si misura con forze uguali. Non parteggio certo con chi sostiene d’essere del più forte il diritto di vita e di morte, nei confronti del più debole, perché non vedo con simpatia che il forte debba debilitarsi con il debole. Sta di fatto che nella società vi sono lupi e agnelli e la brutta fine, purtroppo, la fanno sempre gli agnelli. (Riccardo Alfonso)

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Non omnis moriar

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Questo monito è un fervido incitamento come quello che stimola a una morale sopravvivenza o, almeno, al desiderio di una morale sopravvivenza. Non voglio morire del tutto ripete tra sé chi guarda la vita come fecondo campo di lotta nel quale tanto più si vince quanto più si combatte. È se vogliamo, la molla che stimola a vivere nonostante le possibili avversità che incombono e ci possono opprimere sino a portarci alla disperazione e alla rinuncia della stessa vita. Non solo. Vogliamo sentirci detentori di un messaggio che vada oltre il proprio tempo. In proposito Cicerone argomentava: “Terribile è la morte a coloro, per i quali, insieme alla vita, tutto si estingue, non a quelli, di cui sopravvive al mondo la lode.” E di che altro è fatta la lode che sopravvive se non del bene operato nella vita? Né va inteso per bene la so-la azione di un vivere onesto o di un sentimento altruistico per cui continuamente abbiamo agito beneficando. No. È bene e sommo bene la nobiltà dell’ideale di cui siamo portatori, che abbiamo nutrito con fervore e per cui la vita ha assunto nella nostra coscienza un valore che abbiamo saputo manifestare o nell’espressione dell’arte, o nelle speculazioni della scienza, o nella tenacia dello studio, o nella perseveranza di una virtù sempre mantenendoci conformi ai voleri di quelle etiche superiori che sono i cieli sereni della vita morale. In ciò consiste la vera continuazione della vita “poiché a noi si nega vivere lungamente – osserva Cicerone – lasciamo almeno qualcosa che faccia testimonianza dell’essere noi vissuti.” (Riccardo Alfonso)

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Quoties inter homines fui, minor homo redii

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

La sentenza è di Seneca, il grande cinico. Ma dobbiamo ritenere ispirata a cinismo questa sentenza dato che rispecchia il volto di un’amara verità? Sembra che essa consigli di tenersi lontano dagli uomini, quindi sembra dettata da un profondo sentimento di misantropia. Da una prima lettura sembra anche un paradosso inaccettabile sotto ogni rapporto, ma se andiamo più a fondo dobbiamo ritenerla assolutamente vera. Di certo è che non tutti possono approvarla senza curare che lo spirito superiore sdegni la folla: “Odi profanum vulgus” – dice Orazio -. Non è tuttavia necessario ritenersi spiriti superiori per comprendere come trovandosi tra gli uomini se ne esca peggiorati. Non faccio questione di morale. Quante volte ci siamo trovati a contatto con i nostri simili ed è accaduto, di avvertire, in alcune circostanze, un senso se non proprio di disgusto di certo di rammarico? È che lo spirito superiore, aduso al raccoglimento e alla meditazione, si sente defraudato dalla comunicazione con uomini abituati a vani e insulsi cicalecci. Dice bene Socrate che quante volte fu tra gli uomini “minor homo redii” e significa non aumentato ma diminuito. E in che riconosciamo la diminuzione se non nello spirito? La volgarità poco si cura dello spirito intenta più alla vita grossolana che traffica di sentimento come di merce. Nessuna cosa dispiace di più allo spirito che il contatto con la volgarità. Alla volgarità lo spirito superiore non s’impone, come non s’impone luce agli occhi di chi non vede. Vivere giova allo spirito superiore tra uomini che lo comprendano e lo assecondino. Oltre questa cerchia non c’è per esso la sofferenza morale, la diminuzione. Meglio dunque la solitudine, madre feconda d’intensa vita spirituale, creatrice di un mondo senza confine al quale si può riversare tutto il sentimento di cui disponiamo e siamo capaci. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo è degli operosi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Scriveva Cesare Balbo nel “Sommario della Storia d’Italia”: “Il mondo è di chi sei prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.” Se riduco in estrema sintesi l’osservazione del Balbo, ne ricaverei questa prodigiosa sentenza: “Il mondo è degli indipendenti”. L’indipendenza è un valore che si oppone alla servitù. Nella vita sociale non dovrebbe essere per l’individuo altra servitù all’infuori di quella per la quale ci sentiamo costretti al compimento del proprio dovere, ammesso che il dovere che dobbiamo sempre compiere per noi stessi possa talora apparire come servitù. Non sembri, a questo punto, un paradosso l’affermazione: “Chi è dolcemente e continuamente servo fedele e pronto del proprio dovere è più che mai libero e indipendente.” Nella fattispecie, però, si tratta di ben altro. L’indipendenza morale di cui vogliamo indicare, è già una diretta conseguenza del dovere compiuto tranquillamente e assiduamente, conseguenza che determina uno stato di spirituale sicurezza per cui ci sentiamo liberi in noi e, quel che più importa, liberi al cospetto del mondo. Chi opera servo non della propria coscienza ma dell’altrui, non opera più per sé e contravviene al fecondo spirito d’indipendenza che è spirito rinnovatore e conquistatore. La servitù è sempre un attributo dei deboli come la gruccia un sostegno per chi non può reggersi. Dalla sicurezza di sé lo spirito d’indipendenza e quindi il carattere motore del vero indipendente è che tutto fa per sé e sempre fa, anche quanto tutto quello che fa è per gli altri. “Il mondo è di chi sel prende” non di chi consente che altri lo prendano perché non sanno superare sé stessi e si prestano ai sottili servigi altrui eliminando a poco a poco la propria azione. È il caso quindi di dire che i più grandi indipendenti sono quelli che hanno saputo abilmente spiazzare gli altri. Il tema trattato è per me avvincente. Credo che le parole del Balbo riassuminino il pensiero prevalente dell’Ottocento dove l’opera dell’uomo deve essere improntata a “operosità”, a inventiva, a impegno solidale con i propri simili. Sta di fatto che oggi riusciamo a vedere le cose un tantino diverso. Manca all’uomo la libertà di scelta. Fin dalla nascita è oppresso dai suoi stessi natali: può essere stato generato da famiglie povere o ricche, può essere procreato nel profondo sud e mi riferisco soprattutto all’Africa nera e all’America meridionale ed essere figlio delle bidonville. E oggi ce lo ritroviamo agli angoli delle strade dell’opulento occidente a stendere una mano per elemosinare una monetina per sopravvivere. Come potrà essere operoso? E che senso può avere in questo caso l’operosità? (Riccardo Alfonso)

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I dolori innominati

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Fu Pietro Verri, per quanto ne so, a chiamarli per primo “dolori innominati”. È un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di quale natura sia e da quale parte di noi trae origine. Per Verri ogni uomo ha con sé, quasi sempre, qualche dolore di questo genere, perché ogni uomo ha qualche difetto fisico o ansia spirituale che lo assilla. I “dolori innominati” possono essere il tedio, la noia, l’inquietudine, la malinconia. Sono dolori non forti, ma decisi che ci rendono addolorati senza darci un’idea locale del dolore e formano alla fine il nostro malessere. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Se esaminiamo l’uomo in cui è veramente allegro, contento e vivace, lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e a ogni espressione artistica a meno che non sia abituato a riflettervi meccanicamente e la vanità lo spinga a mostrarsi sensibile ipocritamente. Per contro se un uomo è triste presterà maggiore attenzione all’armonia, gusterà con delizia la melodia di un bel concerto, godrà un piacere fisico reale che gli farà cessare il suo dolore innominato. La musica, è bene ricordarlo, è una forma di comunicazione molto forte e incisiva e sa esprimere parecchie cose provocando in ciascuno di noi sensazioni anche diversissime. Uno la troverà sommamente semplice e innocente, l’altra tenera e appassionata, il terzo la troverà armonica e ripiena e così via. L’idea che si possa apprezzare meglio la musica quando si è tristi non mi convince del tutto. Sembra quasi che sia un predisposizione necessaria per una lettura di un certo genere. Per quanto possa essere limitata la mia esperienza, posso dire che la musica mi piace in ogni occasione e se sono lieto e ben disposto non mi lascio di certo distrarre da questa mia condizione per divagare con la mente altrove. E questo discorso vale sia per la musica classica sia per quella concertistica ma non certo per quella da camera e questo mi fa pensare che non è il mio dolore innominato a fare la sua scelta ma, semmai, il mio modo di recepire il messaggio musicale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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L’insegnamento che proviene dalla mitologia: Pallade, Atena

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Dal cervello di Giove balzò questa dea che è la più decisa delle divinità elleniche. Ma non aveva Giove inghiottito la sua prima moglie Meti? In proposito vale una precisazione. Meti (il cui nome significa “prudenza” o, in senso cattivo “perfidia”) è una divinità della prima generazione. È figlia d’Oceano e di Teti. Passava per essere stata la prima moglie (o la prima amante) di Zeus. Proprio lei gli diede la droga grazie alla quale Crono dovette rivomitare tutti i figli che aveva divorato. Poi essendo Meti incinta, Gaia e Urano fecero sapere a Giove che dopo avergli dato una figlia, sarebbe nato un figlio, ma costui, più tardi, lo avrebbe spodestato, come lui aveva fatto con Crono. Allora consigliato da Gaia (o dalla stessa Meti) inghiottì Meti e così mise alla luce Atena. Nacque baldanzosa, pronta e armata di tutto punto con tanto di asta, scudo e l’egida della Gorgone. Il tutto incominciò quando un giorno il re degli dèi si sentì dolere fortemente il capo. Chiamò Vulcano e lo pregò di dargli sulla fronte un colpo con il fendente dell’accetta. Vulcano obbedì e dalla larga fessura vide saltar fuori con un acuto grido una bella guerriera con l’elmo d’oro e un giavellotto, che ballò davanti agli dèi attoniti una danza di guerra. Minerva manifestò subito il suo carattere guerriero aiutando il padre nella lotta contro i Titani. Si suppone che prese il nome di Pallade proprio dal nome di uno dei Titani più membruto e feroce degli altri che aveva atterrato. Quando Cecrope ebbe fondata Atene, si trattò di dare il nome a quella città. Nettuno e Minerva si fecero avanti, accampando ciascuno il proprio diritto. Gli dèi, radunati da Giove stabilirono di consacrare l’Attica e d’intitolarla a chi, fra i due, avesse fatto all’umanità il dono più utile. Nettuno batté con il suo tridente la riva del mare, e si vide balzar fuori uno sbuffante cavallo. Minerva colpì il suolo con il ferro della lancia, ed ecco sorgere un albero dai rami contorti, dalle foglie aguzze e grigie, dal tronco rude e nodoso e dalle piccole bacche brune: l’olivo. La sentenza degli dèi, che rivela la loro saggezza, fu la seguente: “Atene sia sacra a Pallade, perché l’umanità ha più da guadagnare dal mite ulivo, simbolo di pace, che dal cavallo, destinato a tirare i carri di guerra e a spandere la morte nei campi di battaglia.” Atena è la dea della guerra, ma differisce molto dal suo sanguinario fratello Marte. Essa combatte non per l’amore della zuffa e della strage, ma per il trionfo della giustizia. Il senso naturalistico della dea è evidente. Dal cielo in bufera balza il raggio luminoso che tutto vede, tutto schiarisce e tutta l’ombra affronta e uccide. Pallade è il fuoco dell’anima e dell’intelletto. Incoraggia gli eroi e li illumina. Li guida all’assalto. È l’amica di Achille, di Ulisse, di Diomede, di Calcante e di altri eroi. È an-che la dea della perseveranza, della misura, della fatica e quindi dell’industria, dell’agricoltura. Ella incoraggia la costruzione di città e la formazione degli stati, agevola la coltura, inventa l’olivo, tempra l’aratro e perfeziona il telaio. Pallade era adorata ad Argo, a Corinto, a Sparta in Tessaglia, in Beozia, a Rodi e specialmente nell’Attica ad Atene, che aveva vinto a Poseidone con l’offerta dell’olivo. Due templi erano nell’Acropoli, l’Eretteo e il Partenone, a lei dedicati, l’uno a settentrione, con tre celle destinate ad Atene, a Poseidone, a Pandroso, l’altro il Partenone interamente dedicato al culto di Atena vergine e scolpita da Fidia.Le più notevoli feste che si celebravano in onore di Pallade erano le panatenee dell’anno terzo di ogni olimpiade con varie manifestazioni di corse, giochi, offerte e processioni. Con Pallade Atena presto venne identificata dai romani la loro Minerva, senonché in origine la Minerva romana non fu guerriera, ma soltanto pacifica protettrice del lavoro. Dopo le grandi conquiste soltanto Pompeo prima e Augusto poi le eressero dei templi. Con Giove e Giunone Minerva era anche adorata nel tempio del Capitolino. Come le panatenee in Grecia e così a Roma molte feste avevano luogo in onore di Minerva. La più grande fu quella che si celebrava a marzo a cui tutto il popolo prendeva parte straordinaria ed entusiastica. Altre feste minori si celebravano nel giugno. Minerva o Pallade Atena ha di sé lasciata impronta profonda e indelebile in tutte le arti. I poeti da Omero a Pindaro l’hanno in tutte le fogge esaltata. Figure di legno o di bronzo, chiamati appunto Palladi, si tenevano accanto al focolare e si fissa-vano sulle mura delle città per allontanare i nemici. Rappresentata da una miriade di scultori, essa fu in eterno fermata e immortalata dallo scalpello di Fidia nella statua che si adorava nella cella di Atena Parteno. Il Gentile in merito scrisse: “Rappresentava la vergine dea protettrice di Atena, nella serena maestà della pace dopo la vittoria. Ritta con il piede destro leggermente in avanti, la copriva un semplice chitonche a larghe pieghe. Le scendeva ai piedi, nuda le braccia e il collo, il petto coperto dall’egida, nel cui mezzo effigiato il capo anguicrinito della Medusa, la testa difesa con l’elmetto attico, adorno sul davanti da una figura di sfinge, e sui lati da due grifoni in alto rilievo, simbolo quello della imperscrutabile sapienza della dea. La mano sinistra posava leggermente sull’orlo superiore dello scudo e insieme reggeva l’asta che come abbandonata le si reclinava alla spalla. Di sotto allo scudo ergeva il collo un serpente accovacciato. La mano destra era protesa in avanti sostenendo sulla palma una statuetta della vittoria alata.” Tutte le figurazioni posteriori alla dea sono ispirate a questi tre tipi. E gli scultori non hanno dimenticato mai di porle accanto la civetta e il serpente, che, come l’ulivo, le sono sacri. (Riccardo Alfonso)

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Dal passato remoto all’attualità: La lezione che viene da Tito Livio

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Scriveva Tito Livio: “Questa è l’indole della moltitudine o servilmente si sottomette o ferocemente signoreggia; non sa né misuratamente spregiare, né possedere la libertà che è nel mezzo.” Nel commento si legge: “La storia di tutti i tempi e di tutte le genti ci offre larga messe di esempi per dimostrare la profonda verità di questa sentenza. In ogni popolo sempre la libertà è divenuta anarchia, la sommissione cesarismo.” Cosa s’intende dire? Dobbiamo forse considerare che la grande massa, la parte più vitale di una nazione, finisce con l’essere governata più dall’istinto che dalla ragione, più dall’impeto che non conosce confini ed è inerte, grave, brutale? Quante volte assistiamo alla parola che riesce a provocare e ad abbagliare chi ascolta, ma trascorso il momento magico la stessa parola sarà trascinata nel fango, dall’irrisione e annegata nella gora della volgarità. Come la foresta ora il piano ora il dorso mostra delle foglie a seconda che vada o venga la raffica, e così la moltitudine ha entusiasmi e odi, a seconda di illogiche e fugaci variazioni. Dobbiamo, quindi, arguire, che quando più ferreo e insoffribile il giogo tanto più chi lo subisce lo tollera paziente e rassegnato? Ma fino a quando? Finché arriverà un imbonitore di turno che cavalcherà la speranza di una riforma, chiederà una rivoluzione, parlerà di una rinnovazione e si arriverà alla guerra? E dopo? Penso alla “Enciclopedia” che aveva preparato alla rivolta filosofica e che condusse alla Rivoluzione Francese e al Marxismo che aveva costruito le premesse per la Rivoluzione d’ottobre in Russia. Segue, logica e ineluttabile, la personificazione di questa rivolta che è sedata con la vittoria ma è pagata con l’arbitrio e già si pensa ad un’altra rivoluzione. E via di questo passo. La mia riflessione a questo punto s’incentra su un personaggio di mia creazione: Vulnus. Un uomo che ho collocato intorno al tremila d.C. ma con una dote particolare che gli ha permesso di ricordare il tempo in cui aveva vissuto nel XX secolo. Ciò mi consentì un parallelismo tra una società come la mia, in una crisi profonda d’identificazione, e quella possibile che avrebbe potuto scaturire un millennio dopo. L’interrogativo di fondo resta quello di chiedersi se fosse stato possibile costruire un modello di società in cui non vi fosse un popolo da sottomettere e un altro da sollevare in armi per spezzare il giogo che lo tiene imprigionato. La risposta che ho trovato è positiva ma a quale prezzo? E Vulnus sta lì a raccontarcelo in tutti i dettagli. (Riccardo Alfonso dal libro “Io scrivo”)

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“Chi biasima la pittura biasima la natura”

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Vi sono alcune cose nelle quali è insopportabile la mediocrità: la poesia, la musica, la pittura, i discorsi pubblici, ecc. Così la pensava La Bruyère. Come immaginare un mediocre in poesia, in quest’arte eletta di pensiero, che varca i limiti dell’individuazione e si ricongiunge ad altissimi cerchi di eternità? Così la musica, si può definire il linguaggio inespresso e inesprimibile dell’universo. A chi se non agli eletti essa prodiga la virtù dei suoi prodigiosi tesori? E gli eletti sono coloro che dell’arte hanno un sacerdozio, e servono in adorazioni assidue, si-lenziose, logoratrici, coloro per cui l’arte non è più godimento, ma sofferenza. I mediocri vi portano invece le loro consuetudini inerte e meschine. Il mediocre in arte si riconosce appunto dal suo agevole adattamento alle costrizioni della vita e le reputa necessarie e ineluttabili. Scrivendo i miei otto volumi sulla Storia della pittura non ho considerato in questo, come in altri campi, che vi possa essere stato una mediocrità. Si può accettare o respingere un’opera d’arte, una poesia, un’espressione musicale, ma tutto questo fa parte della personale sensibilità, della capacità o meno di recepire un segnale. D’altra parte, la creazione artistica di chi osserva un dipinto con occhio eccessivamente critico dovrebbe considerare, come argomenta Leonardo, che “Chi biasima la pittura biasima la natura, perché l’opera del pittore rappresenta la stessa natura e per questo il biasimatore ha carestia di sentimento.” Ne consegue che se l’opera del pittore rappresenta la natura il pittore deve essere convinto di studiare ciò che è la “natura”, non il deforme che pure è in natura ma non è la natura. In altri termini: “Il pittore disputa e gareggia con la natura”. E la natura, si sa, è equilibrio e armonia ed è quella che regge l’Universo. La pittura interpretando in tal modo la natura “ha il suo fine – a detta di Leonardo – comunicabile a tutte le generazioni dell’Universo, perché il suo fine è subietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune con il medesimo modo che vi passa per il vedere. Questa non ha dunque bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha soddisfatto all’umana specie, non altrimenti delle cose della natura. E non alla specie umana, soltanto, ma anche agli altri animali come avvenne di una pittura alla quale fecero carezze li piccioli figlioli che ancora erano nelle fasce e similmente il cane e la gatta della casa. Era cosa meravigliosa considerare tale spettacolo.” È perché la pittura è arte per eccellenza, Leonardo che non commentava certo per rivelarsi, come si suole dire, “Cicero pro domo” né per far emergere l’opera propria osserva: “La proporzione è dall’immaginazione all’effetto qual è dall’ombra al corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla poesia alla pittura. Perché la poesia pone le sue cose nell’immaginazione mentre la pittura riceve dall’occhio le similitudini come se fossero naturali. La poesia le dà senza similitudini e non passano all’impressione per la via della virtù visiva come la pittura.” E prosegue asserendo: “La pittura rappresenta al senso con più verità e certezza, le opere di natura, che non facciano le parole e le lettere, ma le lettere rappresentano con più verità le parole che non faccia la pittura. Ma diremmo essere più mirabile quella scienza che configura l’opera di natura che quella che rappresenta l’opera dell’operatore, cioè l’opera degli uomini che sono le parole, come della poesia e simili che passano per l’umana lingua.” Io non so se si possa in tutto convenire intorno all’eccellenza della pittura su tutte le arti, ma certo che potrei dinanzi all’armonia muta dei colori, chiedere se non prevalga sul sentimento umano e non giovi meglio all’educazione l’armonia vibrante della musica. Il discorso vale anche quando apriamo un libro e incominciamo a leggere o ascoltare chi lo legge. La prima cosa che cerco di fare è quella d’entrare in armonia con l’autore, di comprendere il suo intimo messaggio. Solo in questo modo posso mettere in attiva commozione il mio sentimento votato, per lo più, alla semplicità per disporre l’animo all’accoglienza. In tutto questo, a differenza di Leonardo, non cerco primati riconoscendo ad ogni espressione artistica e letteraria un suo predominio in sé che è volto alla sete del sapere, del conoscere e del riconoscerci con la natura e a cercare d’entrare con essa in simbiosi con la propria sensibilità percettiva.Ogni libro deve, quindi, attingere e profondamente agitare qualche, sia pur piccola, parte di noi, per conquistare ogni giorno una vetta e renderci coscienti di queste graduali conquiste. Di solito leggo un libro senza tener conto dei giudizi della critica convinto, come sono, che i libri non vanno considerati attraverso il parere altrui e così vale per tutte le altre espressioni artistiche compresa, ovviamente, la pittura. Come lettore cerco di mettere nella lettura qualcosa di me. Leggere, tuttavia, ha tanti significati quanti possono essere i lettori. Perciò se una lettura eccita in noi l’entusiasmo, l’angoscia, il dolore, qualunque insomma delle squisite e sterili emozioni dell’arte, non guardiamo sottilmente indagatori se qua vi è un refuso, là una manchevolezza e più in là una ripetizione o un madornale errore grammaticale o sintattico. Chi ama il libro che legge è certo capace d’amare molte altre cose belle nella vita e porterà nelle sue adorazioni la stessa dote di interesse e di raccoglimento e che va, indubbiamente, oltre la forma. Come esercizio e pratica di vita, la lettura è la più rapida preparazione culturale e la più efficace. Perché ci abitua a guardare entro le cose e ce le mostra in luce di purezza e di poesia. Del resto, non è ancora dimostrato che sia male penetrare nella vita con un poco di illusioni. Abituiamoci a non pretendere da un libro la perfezione e la cura del particolare. È uno sforzo che non è dell’uomo. Flaubert, giunto a sana e fisica maturità d’ingegno, impazziva intere giornate nella ricerca di un aggettivo. E questa malattia dell’aggettivo fu proprio di tutta un’età letteraria. Penso al Baudelaire e al Verlaine. (Riccardo Alfonso)

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L’ape è quel meraviglioso insetto assunto dall’arte a simboleggiare l’industria

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Con il suo lavoro veramente assiduo, non solo edifica cellette ceree che costituiscono un vero reame ordinato e regolato sotto la reggenza di un’ape, detta regina, ma trae dai fiori con pazienza esemplare sotto ogni rapporto il succo che si tra-sforma in miele. Lavoro istintivo, senza dubbio, ma che noi eleviamo a simbolo per eccellenza. Se confrontiamo la sua attività con quella, ad esempio, del ragno entrambi possono essere considerati industriosi ma con la differenza che quest’ultimo costruisce la sua produzione con l’insidia. Anche se volessimo trascurare il miele che è la produzione industriale dell’ape dovremmo mettere in conto pure l’altro suo prodotto: la cera. Che vediamo nella cera se non un meraviglioso simbolo di luce? L’ape, dunque, ci ammaestra come il lavoro possa solo volgere in dolcezza e in luce ogni più amara e oscura fatica. Al contrario della formica l’ape nelle favole è rappresentata come simbolo spietato di vendetta. Eppure, nel pungere l’ape lascia il proprio pungiglione e muore. Essa muore per difendersi e nessuna morte è tanto grande quanto quella di questo insetto che dinanzi all’insidia sacrifica la sua vita. Il Fénelon proponeva l’esempio delle api al duca di Borgogna, suo allievo, il quale morì prima di essere re. Ecco l’esempio: “Un giovane principe all’apparire della primavera, quando tutta la natura si rianima, passeggiava in un delizioso giardino. Come udì un forte ronzio scorse un alveare. Si avvicinò per godere di quello spettacolo nuovo per lui, e con sorpresa vide l’ordine, la cura e il lavoro di quella piccola repubblica. Le cellette cominciavano a formarsi e ad assumere aspetto regolare. Le api in parte le riempivano con il loro dolce nettare, altri portavano fiori scelti tra la ricchezza della primavera. L’ozio e la pigrizia erano prescritti da quel piccolo stato, tutto era in moto ma senza confusione e senza tumulto. Tra le api, le più esperte guidavano le altre, le quali obbedivano senza rammarico e non nutrivano gelosia per quelle che erano le proposte. Mentre il giovane principe contemplava quella cosa, un’ape, che tutte le altre riconoscevano regina, si avvicinò a lui e disse: “La vista dell’opera nostra e della nostra condotta vi consola, ma essa deve ancora meglio istruirvi. Noi non soffriamo mai, nel nostro stato, né disordine né altro. Nel nostro ambiente si è autorevoli se gioviamo al benessere della nostra organizzazione. Il merito è l’unica via che elevi ai primi posti.” “Noi non ci occupiamo d’altro notte e giorno se non di cose dalle quali l’uomo trae ogni utilità. Possiate voi pure un giorno essere come noi e condurre nell’umana società l’ordine che tanto ammirate nel nostro piccolo stato. In questo modo voi lavorerete sia per la vostra felicità sia per quella degli uomini e adempirete così l’ufficio che il destino vi ha assegnato senza però sentirvi maggiore degli altri, se non per proteggerli, se non per impedire i mali che li minacciano, se non per procurare loro tutti i beni che hanno diritto di aspettare da un governo vigile e paterno.” La sapiente ape regina di Fénelon ignora il machiavellismo e si offre esempio vivente di senno e di generosità. C’è quindi una morale? Certo. Quante vespe umane dovrebbero da questo insetto imparare che cosa sia dignità di vita? E di questo ho trovato sufficiente materia per scrivere un libro per ribadire un concetto semplice nella definizione ma difficile nel volerlo realizzare e che posso riassumere in quello che è il diritto alla vita e a vivere. Abbiamo sostenuto, e a ragione, che il diritto alla vita è sacro mentre abbiamo reso molto sfumato l’altro diritto a vivere. È come dire noi ti garantiamo la vita ma al resto devi provvedervi personalmente. È senza dubbio un modo egoistico per affrontare la situazione. A mio avviso sono due diritti inscindibili tra loro. Che senso può avere, infatti, darsi tanto da fare per assicurare la vita se poi ce la riprendiamo non offrendo ai nascituri l’assistenza necessaria per crescere, maturare e prosperare nella vita a prescindere dai propri natali ma in nome di una solidarietà universale che si può anche chiamare dignità e diritto a voler spartire equanimemente le risorse disponibili sulla terra. (Riccardo Alfonso)

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I rischi dei passaggi mentali condivisi: il raggio verde

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Uno di questi aspetti è senza dubbio il rischio di entrare in un paesaggio mentale colonizzato. Come, ad esempio, abbiamo vissuto le nostre mutazioni antropologiche o le gestiamo in una situazione particolare? Un esempio illuminante lo abbiamo dal prologo di un dialogo di Platone il “Protagora” nel quale egli mostra come Socrate gestisse una situazione insolita. Immaginiamoci la scena: Ippocrate, figlio di Apollodoro arriva a casa di Socrate e bussa con insistenza alla sua porta. Ha fretta e si fa premura di richiamare l’attenzione di Socrate e Socrate di rimando: cos’è che ti accade, perché vieni a quest’ora? E lui, tutto agitato, gli risponde: “ma come non lo sai? È arrivato Protagora e dobbiamo fare qualcosa.” A questo punto Socrate prende tempo e cerca di far ragionare il suo giovane amico non tanto per impedirgli di andare ad ascoltare Protagora quanto di capire che egli non è il tutto ma solo una parte della conoscenza e in questo modo ci ha impartito una lezione magistrale che regge il suo e il nostro tempo: “consapevolezza delle caratteristiche dell’informazione, accesso all’informazione, disponibilità di una molteplicità di fonti, esame critico e dialogo dell’informazione. Ha creato una vera e propria comunità di apprendimento, di collaborazione. Lui ha scelto il rischio, non si tira indietro, si espone ma lo fa a ragion veduta. Se ci caliamo da questo pensiero “antico” nella nostra quotidianità mi rendo conto che i nostri maggiori errori stanno proprio nel fatto che non cerchiamo di mettere a frutto la nostra intelligenza per analizzare ciò che più di ogni altra cosa l’anima si nutre: di cognizioni, d’informazioni che assumiamo dall’ambiente, ma lo dobbiamo fare con la mente sgombra da presunzioni, luoghi comuni, da logiche oscurantiste. Come dire, restando all’insegnamento di Socrate, andiamo pure ad ascoltare Protagora, poi però lo discuteremo anche con altri. Significa crescere in un clima di verità nelle relazioni. Il saperlo fare significa sgrossare queste verità dalle false, stereotipate, interessate rappresentazioni in situazioni che sovente nulla c’entrano con il digitale ma rientrano in ambiti familiari e ambienti sociali. E la realtà a volte ci sfugge perché non è complicata come si pensa. Un esempio classico lo posso avere dal film di Rohmer dal titolo “Il raggio verde” tratto dal libro di Verne. Il raggio verde è l’ultimo raggio di sole che in giornate particolarmente limpide si colora di questa tonalità. Alla fine arriva e si tratta di un bellissimo puntino verde. Tutto qui? E’ valsa l’attesa per questo quasi insignificante “segnale”? Sì, se riusciamo a recepirne l’insegnamento. (Riccardo Alfonso)

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Lo spirito, la materia e i ricordi

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Ho impostato il ragionamento su tre direttrici. Non penso, a questo punto, possa avere importanza dare la priorità a un discorso in luogo di un altro. Lo spirito, la materia e i ricordi sono, a mio avviso, tre facce ugualmente valide e importanti. Il rappresentarle, semmai, mi ricorda altre triadi famose che appartengono ad antiche manifestazioni di fede. Il loro accostamento, tuttavia, è puramente casuale. La mia riflessione è più semplice e limitata. Cerco, semmai, di capire e, ciò facendo, di sciogliere i tanti nodi gordiani che nel corso dei millenni l’essere umano ha annodato per poi affidare ai posteri il compito di scioglierli. Impresa non facile poiché sono stati stretti con innumerevoli fili e che oggi si sono ispessite dai rancori, odi razziali, immani stragi, violenze d’ogni genere frutti di conquiste e di sudditanze, di rivolte da oppressi e da vendette di conquistatori. Da tutto ciò non sono esenti le mie tre figure. Lo spirito, in primo luogo, io l’ho immaginato come la fonte principale della nostra religiosità, quindi come un atto d’amore che dall’interno si espande per ogni dove nel mondo. In pratica non è stato così. L’odio, e quanto altro, tende a confondersi con i gesti d’amore. Gli odori dell’incenso, nei riti religiosi, si sono mescolati con quello acre del sangue dei loro martiri, ma anche in virtù di una spada vendicatrice che ha reso, occhio per occhio dente per dente, l’ingiustizia subita e traendo, da tutto ciò, altre vittime, altri dolori, altre spietate esecuzioni. La materia, a sua volta, ha seguito questo tormentone esistenziale diventando il tramite attraverso il quale tutto è stato possibile realizzare ed anche distruggere. A questo punto non ho l’intenzione, di configurare, nella sua identità sofferente, le ingiustizie subite e che appartengono al passato e si riverberano nel presente, quanto qualcosa che si sta maturando oggi e che tende a pregiudicare il futuro. Mi limito, in altre parole, a osservare ciò che rimane nel rapporto essere umano-natura, parlando di medicine e di medicamenti, anche perché mi aprono la porta a un altro discorso. E’ quello che edifica la sua costruzione sulle fondamenta di una società più giusta e più ricca di condivisioni: dalle risorse energetiche ai ritrovati della scienza, ai benefici offerti dalle innovazioni tecnologiche. Su tutto presiedono i ricordi. Non sono la memoria storica degli eventi grandi, e che hanno riempito innumerevoli pagine di corposi libri di storia e nemmeno il frutto delle cronache del nostro e di altri tempi, attraverso piccoli, e a volte insignificanti, episodi che solo marginalmente sembrano sfiorare la grande avventura umana.È qualcosa di più personale e intimo. È la semplice reminiscenza di un personaggio che immagino colto nel momento in cui, seduto un po’ scomposto davanti ad un caminetto, gravido d’anni, stanco e dal volto solcato in profondità dalle rughe, è ancora capace di alzare a tratti il capo con fierezza e fissare, pur con i suoi appannati occhi, quel lontano punto, senza confini, che gli consente di richiamare i ricordi della sua infanzia. Sono altri tempi. Essi sono ripresi e riversati sull’occasionale, e forse anche distratto, visitatore, ora bambino, ora adulto. (Riccardo Alfonso)

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