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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Historia magistra vitae

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2020

La storia è maestra di vita. La locuzione è espunta nel contesto di un ragionamento espresso nell’opera De Oratore di Cicerone. Ma cosa doveva servire a Cicerone e a noi questo tuffo nel passato mentre i nostri pensieri si proiettano nel futuro? È solo una forma di ragionamento filosofico? È la nemesi tracciata dai nostri antenati per umiliare la nostra voglia d’andare oltre le colonne d’Ercole? Forse si, forse no. Sta di fatto che in mille modi abbiamo cercato di mestare nel torbido riesumando il trascorso dei nostri antenati per volgere gli eventi storici, a nostro uso e consumo, attualizzandoli. La conclusione che dovremmo trarne è che ben poco c’è da vantarsi delle nostre conquiste, delle nostre sconfitte, delle nostre trame, dei nostri genocidi perché per quanto esecrabili ed esecrati possano essere noi non ci siamo emendati, ma abbiamo cercato di fare di peggio. E allora che insegnamento possiamo trarre dalla storia se non la caducità del nostro tempo, di tutti i tempi e che, di là del tormento inflitto, carnefici e vittime alla fine sono morti lasciando alle loro spalle allievi analfabeti e privi di memoria orale per i posteri.
Questa premessa può valere qualcosa se ci permette una severa autocritica e la consapevolezza che il nostro passato a poco è servito per redimerci. Ci vuole ben altro. Così come il tempo ha le sue quattro stagioni noi dovremmo misurare i nostri pensieri nella canicola estiva e nel gelo delle notti invernali e diventare più saggi e comprendere che su tutto e su tutti prevalgono due fondamentali diritti: alla vita e al vivere. Il resto è un’aberrazione ideologica. (Riccardo Alfonso)

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Il bene comune

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

E’ stato scritto: “il bene comune di una nazione passa anche attraverso la fatica del pensare, l’urgenza dell’interrogare, la necessità del dialogare in modo critico e costruttivo con la cultura pluralista che ci avvolge”. Se volgiamo questo pensiero alla politica, che intendiamo circoscrivere a quella italiana, ci rendiamo conto di quanto sia distante nella realtà quotidiana questo semplice ma incisivo precetto. Nella migliore delle ipotesi ci imbattiamo in una classe elettorale protesa alla ricerca di “stabilità” individuabile con le “parole” ma non sempre costituenti una premessa per ottenere un conseguente effetto. In questo frangente diventiamo facili vittime di un imbonitore di turno e la grancassa dei media rende l’eco più immaginifico smarrendo in tal modo il senso del reale. In tale contesto ci rendiamo sempre più consapevoli che la crisi non sta nel sistema ma nella misura in cui abbiamo smarrito il senso della vita, del vivere in comunità, nella perdita dei valori dove il profitto prevale alla solidarietà, dove il male diventa una necessità e ci ritroviamo con lo homo homini lupus che per Rousseau significa “l’uomo è un lupo divoratore per ogni altro uomo”. In tutto questo ripiegamento agli usi barbari è possibile un rinsavimento? La risposta è dentro di noi restituendo al pensiero e alla ragione la possibilità di valutare e meditare e di renderci conto che esistono due soli grandi diritti: quello alla vita e al vivere e non possiamo garantire il primo senza rispettare il secondo. (Riccardo Alfonso)

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Essere grillini: ieri ed oggi

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

Sono trascorsi circa undici anni da quando è stato fondato il Movimento Cinque Stelle dalla penna di Grillo e Casaleggio. Da allora sino al 2018 è cresciuto in maniera esponenziale per poi subire un flop, con le europee del 2019, passando dal 32% dei consensi alla sua metà e oggi i sondaggi lo danno ancora in ribasso tanto che si pensa possa attestarsi a non più del 10%. Se partiamo dall’iniziativa grillina possiamo dire che il consenso è venuto da chi, di destra e di sinistra, è rimasto deluso dal comportamento dei rispetti partiti di riferimento i cui rappresentanti si sono succeduti al governo del Paese. E’ mancato, per farla breve, il naturale feeling tra l’elettore e gli eletti, dalle promesse disattese agli inciuci di varia natura. Alla fine nel 2018 vi è stata la svolta: Il Movimento 5 stelle si è messo in gioco per la governance del paese. E’ stato un passo obbligato per evitare una instabilità politica che lo stesso popolo grillino non avrebbe compreso. Ora a distanza di circa due anni e il doppio cambio di alleanze il Movimento ha dimostrato ai suoi elettori l’incapacità di portare un reale cambiamento al sistema paese. Ed è andata ancora peggio perché ha lasciato l’impressione di non saper gestire la sua forza elettorale in termini di realizzazione di programmi tanto che gli elettori si son fatta la convinzione che per scardinare l’apparato esistente si possa fare solo se alla guida del paese vi sia una leadership forte. Ora pensano a Salvini e continuano ad illudersi che possa essere il solo che possa farcela avendo un partito coeso e alleati, per quanto ricalcitranti, alquanto disponibili. Sappiamo che non è così, ma se non consentiamo agli elettori di ritagliarsi uno sbocco il male maggiore diventa minore. (Riccardo Alfonso)

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La crisi della governance politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

In questi giorni assistiamo al solito balletto, con maggioranze e minoranze che escono dal voto popolare e giocano la loro parte tra chi forma un governo e chi resta all’opposizione, al ritmo di una musica fatta di compromessi e rinvii su programmi intesi a conferire un assetto più conforme al passo con i tempi. In questo modo la politica spesso non decide e finisce con rendere il solco più profondo con la società civile, l’evoluzione tecnologica e la difesa dei ceti più deboli. Il male oscuro che determina questa impasse è espressa dalla mancanza di un confronto sui programmi, piuttosto che sulle sole persone, e sulla omogeneità d’intenti scaturiti dalla maggioranza parlamentare e quel che ne segue per la formazione di un governo. Se a questo punto ci caliamo nella fattispecie odierna è condivisibile l’idea di quanti ritengono l’attuale sistema politico italiano ingessato poiché ogni possibile riforma, per quanto possa essere discutibile, si blocca nel corso d’opera dai veti incrociati legati più ad interessi partigiani che ad obiettive valutazioni di merito. D’altra parte, da 25 anni a questa parte i partiti hanno espresso una loro immagine opacizzata tanto da provocare reazioni, a volte scomposte nel corpo elettorale e in qualche modo hanno favorito la nascita di partiti ad personam. Possibile che non ci rendiamo conto sulla necessità, se non l’urgenza, e il discorso vale anche per i rappresentanti della Comunità europea, che si addivenga, non attraverso i soliti lunghi dibattiti e noiosi approfondimenti per favorire i rinvii e non le possibili soluzioni, ma agendo con decisioni rapide. E’ il caso, ad esempio della guerra civile in Libia. Avremmo potuto evitarla o per lo meno ridurne gli effetti distruttivi se si fosse intervenuti per tempo. Ed invece abbiamo lasciato incancrenirla ed ora vorremmo correre ai ripari ma abbiamo finito con il renderci ridicoli con la nostra impotenza. (Riccardo Alfonso)

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I mali della mente e le loro ricadute nei rapporti tra gli esseri viventi

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 gennaio 2020

Un aspetto da non trascurare sta, infatti, anche nella constatazione che l’attività cerebrale spesso esce dai suoi ambiti naturali nel governo del singolo individuo per collegarsi virtualmente con altri esseri umani e persino con il mondo animale. Lo stesso Pavlov nelle “Torri del Silenzio” coglie dati analogici tra il comportamento del cane e quello dell’uomo e ne evidenzia lo stato di turbamento e di disagio derivante dai contrasti tra gli impulsi a compiere una determinata azione e quelli inibitori e frustranti in molteplici “riflessi condizionati”. Del resto non solo i cani ma anche altri animali hanno dato segni di spiccata individualità e intelligenza istintiva oltremodo aperta e in sintonia, a volte, con le contestuali emotività umane.La stessa reattività negli atteggiamenti dell’uomo, posto davanti all’uso di farmaci sia afferenti ad alcune malattie del corpo sia attinenti alla salute mentale nell’ambito della Depressione, Schizofrenia, Disturbo Bipolare e Disturbo da Deficit dell’attenzione e Iperattività (ADHD), sono indicativi di questo rapporto “forte” tra causa ed effetto a livello cerebrale. Un esempio significativo l’ho tratto dalla lettura dell’interessante libro di Oliver Sacks “Risvegli” (Editore Gli Adelphy) dove l’autore traccia “La vita e le reazioni di alcuni pazienti che si sono trovati in una situazione del tutto unica, e le considerazioni che essi suggeriscono alla medicina e alla scienza”. Devo precisare per chi non avesse letto il libro che si tratta di malati, tra i pochi sopravvissuti, alla grande epidemia di encefalite letargica nei primi anni del XX secolo. Il percorso narrativo affronta un tema di natura metafisica essendo l’autore convinto che non basti considerare l’infermità in funzioni puramente meccanici e chimici, e che occorra invece considerarla anche in termini biologici o metafisici, cioè sotto l’aspetto di organizzazione e di disegno strutturale.
Dal mio punto di vista sono propenso ad allargare il discorso perché la sostanza, che possiamo palpare fisicamente, ha un contenuto di una vitalità e diversità di compiti, straordinaria se è ben alimentata e può disporre degli opportuni utilizzi.Penso, facendo un esempio banalissimo, a una batteria che presa da sola posso gingillarla tra le mani ma non saprei proprio che farne se non la impiegassi per alimentare un piccolo elettrodomestico o il mio rasoio elettrico e così via.In questo gioco delle parti le capacità cognitive del cervello sono senza dubbio importanti. Qui entrano in gioco strumenti quali il linguaggio, la comprensione, la memoria, l’apprendimento, la concentrazione, l’attenzione l’orientamento, la capacità di lettura e scrittura, il calcolo, il giudizio, il pensiero astratto, la programmazione, l’organizzazione e via di questo passo. Sono, indubbiamente, delle capacità complesse risultanti da processi che possono essere comuni a diverse funzioni cognitive. Il tutto, indubbiamente, non è a se stante, sottoforma di tante camere stagne, ma bisogna considerare gli svariatissimi intrecci e scambi d’informazioni interagenti tra loro per cui un danno provocato da una parte che non risponde ai requisiti d’efficienza può, inevitabilmente, avere effetti ritorcenti su quelle funzionanti a regola d’arte. A complicare il tutto va ad aggiungersi la possibilità che l’effetto reattivo può rendersi manifesto non tanto nel settore nel quale la disfunzione si è espressa ma rivelarsi, per la sua ricaduta, su un’altra porzione inizialmente sana e che tale sarebbe rimasta se non avesse subito il danno di riflesso.Tale aspetto, come si può agevolmente dedurre, rende ardua la diagnosi e la conseguente terapia sia essa di natura chirurgica o medica.
Da qui parte uno studio più accurato e approfondito che può riguardare sia la neurologia in generale, sia la neuropsicologia in particolare, che è deputata ad analizzare i processi mentali scomponendoli in sotto-processi indipendenti come accade per la memoria nella quale si possono distinguere tre fasi. La prima parte dalla codifica delle informazioni. La seconda si verifica con l’immagazzinamento e successiva conservazione nel tempo dell’informazione e alla fine al suo recupero e all’analisi critica e comparativa dell’esperienza acquisita quotidianamente. Per queste tre modalità si prevedono vari passaggi proprio perché le loro interazioni sono inevitabili per la stessa efficienza dell’intera operazione cognitiva. Penso a questo riguardo al ruolo mnemonico di una memoria ora sensoriale che mantiene l’informazione al massimo per due secondi e seguita da quella a breve termine dove il dato è trattenuto tra i dieci e i trenta secondi e alla fine sopravviene quella a lungo termine che salda l’informazione e la rende permanente. Ma non finisce qui, ovviamente. (Riccardo Alfonso)

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Il virus della follia che corrode la mente umana e inquina l’ecosistema

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 gennaio 2020

La storia dell’essere umano si può sintetizzare in due mitici personaggi: Abele e Caino. Il primo è il saggio amante della pace e privo di sentimenti antagonistici cruenti e l’altro è il suo opposto. Cosa possa aver germinato questa diversità non è facile diagnosticarlo. Il cervello, dove si suppone si forma la coscienza, è senza dubbio una “macchina” complessa e le cui funzioni non sembrano del tutto note alla scienza, per quanto siano stati fatti grandi progressi, in specie da un trentennio a questa parte. E’ che vi appare sempre più come un ponte di comando da dove partono tutti gli ordini e dotato di un apparato che proprio per le sue complesse funzioni mostra d’essere molto sensibile ai cambiamenti nel suo intreccio particolarmente vulnerabile.
Se in questa sede mi limito a quelle patologie che si richiamano alle malattie psichiatriche non vuol dire che non riconosca le diverse interdipendenze in atto che possono interagire con il male che ho considerato al centro della mia attenzione e restarvi integre o appena sfiorate, lasciandovi delle tracce labili. Sta di fatto che se noi vogliamo fissare un confine dobbiamo farlo coincidere necessariamente con l’estrema frontiera della scienza, forse la sua sfida finale, che è quella della “comprensione delle basi biologiche della coscienza e dei processi mentali che ci consentono di agire, di percepire, di apprendere o di ricordare”.
“Questi processi sono confinati in particolari regioni del sistema nervoso o rappresentano una proprietà globale che procede dall’intera struttura nervosa? E se i diversi processi mentali sono localizzati in singole regioni cerebrali, quali possono essere le proprietà che pongono in relazione le caratteristiche anatomiche e fisiologiche con i meccanismi specifici, di una certa regione, che essa mette in opera nel corpo della percezione, del pensiero o del movimento? E per approfondire meglio questi rapporti è opportuno condurre un esame globale della regione stessa o analizzare il comportamento delle sue singole cellule? In che modo i geni ne influenzano il condotta e per quali vie i processi dello sviluppo e dell’apprendimento regolano l’espressione genica delle cellule nervose?”
Il cervello, quindi, raccoglie in se una complessità di non facile lettura proprio per le sue svariatissime implicazioni che non a caso spinsero i neurologi della prima metà del XX secolo a considerare il sistema nervoso come una impenetrabile scatola nera e dalla quale ne trassero la convinzione che fosse impossibile ricavarne un’analisi obiettivamente validabile.
Ora di certo ne sappiamo di più ma non credo che tutto “l’universo cerebrale” sia stato scandagliato a dovere anche per via di taluni limiti posti dalla nostra stessa cultura scientifica tradizionale. Penso, ad esempio, ai poteri dell’inconscio collegabili alla psicologia, alla parapsicologia, allo spiritualismo e più in generale all’esoterismo il cui valore oggettivo ha motivo di mostrarsi di gran lunga superiore alla vasta e composita fenomenologia psichica. Dobbiamo probabilmente a quelli che con una certa fantasia sono stati chiamati “psiconauti” se oggi dobbiamo mettere in conto una svariata tipologia di procedimenti atti a scoprire leggi o costanti biopsicologiche di indiscusso valore universale, la cui violazione, a livello inconscio, può, su soggetti costituzionalmente predisposti, essere causa di profondi turbamenti e con il conseguente instaurarsi di conflitti interiori, di gravi neurosi e imponenti disturbi psicosomatici. I numerosi studiosi che vi hanno posto mano lo hanno fatto spesso per vie diverse e con angoli di visuale addirittura contrapposti e spesso unilaterali. Il fine era, comunque, comune. Essi tendevano alla conoscenza dell’essere umano nella sua totalità e a mettere in piena luce la sua vita psichica e le forme del suo comportamento. Tutto questo per cercare di capire se i tragici eventi di tutti i tempi che ci hanno portato a quelli odierni possono darci una logica spiegazione delle violenze perpetrate non solo a livello individuale ma di gruppi e di esseri umani che hanno raggiunto i vertici del potere e ne hanno fatto un uso “folle” provocando distruzioni e genocidi in nome di un primato della razza o in odio antisemitico. Tutto questo si richiama agli eventi odierni e alle violenze contro i propri simili che si ripropongono con una continuità sconcertante. Da qui la domanda: è follia? O cos’altro? (Riccardo Alfonso)

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Dalla penna del grafomane alla lettura impegnata

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 gennaio 2020

Credo che fin dalla mia infanzia non ho smesso di privilegiare la lettura del libro stampato anche se a volte, per lo più trovandomi fuori casa, mi son servito di un lettore. Intendo riferirmi a quell’aggeggio piccoletto tanto da poterlo mettere in tasca ma con la sua capacità di contenere almeno un centinaio di libri. E per soddisfare la mia vanità vi ho aggiunto una sessantina di miei libri. Ma nonostante il fascino della modernità non si attenua la mia voglia di ritrovarmi con libri freschi di stampa o ingialliti dal tempo toccandoli, sfogliandoli e riprendendo il percorso di mio figlio che aveva avuto cura di segnare la pagina con striscioline di carta e di servirsene con qualche piccolo commento.
Io, invece, ero criticabile perché le pagine che m’interessavano, e potevo poi trarne lo spunto per un mio articolo, si distinguevano dalle altre perché rilevavo a matita i periodi che intendevo riprendere per una citazione e a margine vi aggiungevo, a volte, anche qualche mia breve riflessione.
Era un modo di fare che mio figlio disapprovava e che, alla fine, ne riconoscevo la ragione e facendo violenza alle mie malsane abitudini ho poi cercato di ovviarvi dotandomi di alcuni foglietti dove annotavo gli argomenti che m’interessavano e riuscivo anche ad aggiungervi qualche laconico commento. Tutto questo lo sto dicendo ora che credo di essere vicino al capolinea della mia esistenza se non altro per ragioni anagrafiche.
Se invece mi chiedo da dove è venuta questa voglia di leggere, ma anche di scrivere non saprei con franchezza fissare una data precisa. Posso solo pensare che vi sono state circostanze fortuite che alla fine hanno fatto scattare la scintilla dell’interesse e prima ancora della curiosità. Di certo una delle concause può essere stata la voglia di leggere i libri che per imitazione suscitavano nei compagni di giochi e di confidenze un qualche interesse. Penso al primo libro che mi spinse a fuggire di casa perché mia madre non volle assolutamente comprare. Si trattava delle “Mie prigioni” di Silvio Pellico e per giunta in edizione economica. Mia madre si era convinta che non era fatto per la mia età. Mio padre, in quel periodo, era di stanza con il suo reggimento in un’altra città e di certo non poteva, in qualche modo, esprimere la sua opinione.
Un altro indizio, qualche anno più tardi, lo potrei individuare nella mia scoperta di una vecchia libreria messa da qualche tempo in cantina che conteneva molti libri e persino scritti di un prozio di mio padre che era abate in convento di frati francescani e che aveva lasciato in eredità alla famiglia.
Così scoprii le opere integrali di alcuni autori dell’antica Grecia e romani con il testo in greco e in latino e di lato la traduzione in italiano. Fu anche il tempo in cui mi dedicai a trascrivere con la mia calligrafia le prediche del mio bisavolo e a prendere confidenza di una prosa molto infiorata di parole che non conoscevo e di citazioni in latino.
Si aggiungeva, altresì, la circostanza che alcuni miei amici avevano dei genitori appassionati di letture per cui le loro biblioteche erano una fonte inesauribile di curiosità e d’interessi.
Così mi trovai al cospetto di una palese contraddizione, dove disdegnavo il libro scolastico ma mi abbeveravo ad altre fonti in un certo senso più specialistiche e meno commentate dove diventava più facile che incorressi in errori di valutazione e di non avere un quadro d’insieme della storia letteraria e filosofica dalle sue origini a oggi. Così sono maturati i miei pensieri e la mia grande sete di conoscenza e ora di averli in libera uscita. (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani leggono poco?

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 gennaio 2020

Durante le festività di fine anno ho avuto modo di osservare con più frequenza, e alle ore più disparate, quanti si recavano nelle due librerie che si trovano a pochi metri dalla mia abitazione e mi son fatta l’idea che il libro stampato continua ad essere un’attrazione alquanto diffusa. Ho notato, nello specifico, bambini che cercavano di scegliere libri non sempre adatti alla loro età forse attratti dalle figure della copertina, giovani che pensavano di fare dei regali agli amici con un libro e con qualche preferenza sul fantastico e altri con scelte forse orientate dalla pubblicità mediatica o dal nome altisonante del personaggio del giorno o dalle suggestioni di un classico. E’, nel loro insieme mi è apparso uno spettacolo incoraggiante. Non saprei, tuttavia, fare un confronto meticoloso tra gli anni della mia gioventù e quelli delle nuove generazioni in fatto di letture. Posso solo chiedermi quanti libri ho letto, sino ad oggi, mentre sono seduto sullo scranno dei miei anni dall’età scolare e ancor prima per merito di chi me li ha letti dalle favole a quelli un po’ più impegnativi, ma in edizione per bambini e con tante immagini come pinocchio, cenerentola, ecc. Ed anche in questo caso la risposta non riuscirei a darla.Ora una loro parte è lì silenziosa a fare bella mostra sugli scaffali delle mie librerie da quella del salotto all’altra nella camera di mio figlio e persino nella mensola in cucina o in una piccola étagère nella mia stanza da letto o nei riposti angoli degli armadi.Non li ho contati, con certosina precisione, ma mi sono fatta l’idea che non fossero meno di tremila. Li ho letti tutti? Non so anche perché alcuni sono gli acquisti fatti da mio figlio e gli argomenti non sempre mi attiravano. Di certo non saprei disfarmene a cuor leggero anche se per talune pubblicazioni ne avrei la voglia avendo, nel frattempo, cambiato gusti e interessi. Avrei voluto dar loro un certo ordine raccogliendoli per tematiche per consentirmi una più facile lettura o consultazione, ma alla fine è prevalso un altro modo di tenerli raccolti conservando con maggior cura le edizioni più vecchie a prescindere dagli argomenti trattati. Con mio figlio, poi, ho dovuto convivere con libri scritti in Inglese, spagnolo e francese. Egli, man mano che approfondiva lo studio in queste lingue, preferiva entrare in possesso dei classici che prima aveva letto tradotti in italiano.Vi sono quindi dei libri “doppiati” e per quanto avessi poca dimestichezza nella lingua, che non fosse la mia, ogni tanto cercavo di leggerli anche avvalendomi del fatto che l’avevo già fatto in italiano. Mio figlio, poi, a volte s’intrometteva spiegandomi che alcuni traduttori avevano fatto un uso non preciso di talune parole e mi aveva convinto della necessità che per leggere correttamente un autore straniero era molto importante sapere chi lo avesse tradotto. Così con quest’andante adagio finivo con ritrovarmi con una pila di libri sul mio comodino pronti per essere letti e che a volte mi limitavo a scorrere le prime pagine prima di passare a un altro autore. Ho sempre letto di tutto: narrativa, saggistica, letteratura, filosofia, ecc. In particolare dopo che mio figlio si era iscritto alla facoltà di psicologia il mio interesse per questa materia, si era accresciuto. Arrivò ad avere tra testi universitari e letture di riferimento non meno di centotrenta volumi. Ma ciò che posso dire con assoluta certezza avvalendomi dalle mie osservazioni andando a trovare parenti, amici e conoscenti è che non ho trovato famiglie che possedessero più di un centinaio di libri al di fuori di quelli scolastici. E allora? Mi rimane il dubbio ma in parte tende a dissolversi quando vedo sul tram o sui bus o in treno dei giovani e meno giovani che in luogo del classico smartphone prendono dal loro zainetto un libro e si concentrano alla sua lettura. (Riccardo Alfonso)

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Problemi di comunicazione e di circolazione

Posted by fidest press agency su domenica, 5 gennaio 2020

Mi riferisco, nello specifico, ai nuovi orientamenti sul trasporto urbano i quali attengono l’uso intensivo del veicolo “ibrido”, sia se dotato di un diesel a bassissima emissione di gas o a batterie, per consentire la trazione elettrica, oppure con motore ad idrogeno, con scarichi di vapore acqueo. Questi criteri sono di per sé validi. Resta, tuttavia, la mancanza di spazi per muoversi congiunto ai problemi di sicurezza, se pensiamo al modo come sia possibile manipolare un gas così insidioso qual è l’idrogeno. Attualmente i trasporti urbani di numerose città italiane ed europee utilizzano il biodiesel.
Esso è un prodotto ottenuto dalla esterificazione di oli vegetali (colza, soia, girasole) e i loro derivati con alcoli inferiori (ad esempio alcol metilico). Costa quasi il doppio del gasolio, ma non contiene zolfo e quindi bruciando non emette anidride solforosa. Ma tutto sommato si è rivelato ben poca cosa per ridurre l’inquinamento atmosferico delle grandi città. (redazionale)

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Il problema della discernibilità

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Alla fine ci siamo trovati ad affrontare il problema della discernibilità e dell’individualità non solo in chiave astratta e filosofica ma anche scientificamente con tutte le sue interazioni e possibili implicazioni sull’uomo e sugli altri esseri viventi. Oggi, comunque, si colloca entro questo genere di percorso un nuovo motivo di inquietudine.Infatti per quanto l’uomo abbia cercato da tempo di modificare la genetica degli animali di allevamento, allo scopo di migliorare alcune caratteristiche mediante la paziente e laboriosa selezione degli incroci, il cui risultato finale era l’ottenimento di determinati caratteri ereditari, mai era intervenuto su se stesso in misura così sistematica e generalizzata come si sta cercando di fare ai nostri tempi. In effetti nemmeno le istituzioni sanitarie naziste con la scrupolosa selezione, dal lato biologico, di ragazze ritenute ariane per farle accoppiare con altrettanti selezionati maschi riuscirono a produrre quella “razza eletta” tanto decantata dal regime. Eppure l’eugenetica ha rappresentato una costante nell’impegno razziale nazista per la difesa e la purezza della stirpe.Analogo discorso è valso con la tecnica della stimolazione precoce ed intensiva dei bambini “superdotati” (Gifted and Talented, G, & T.) o con il criterio di riprodurre una specie eletta vendendo lo “sperma surgelato” prelevato da insigni premi Nobel. Per entrambi i casi l’errore derivò dal fatto che i modelli di arricchimento “naturali” e psicologici previsti erano sostanzialmente estranei alla realtà culturale, familiare ed emotiva sia del feto, dato che il bambino non inizia ad apprendere solo dalla nascita, che del nascituro e del ragazzo.
La prova di quanto asserito l’abbiamo avuta dalle intelligenti e metodologicamente sofisticate ricerche di Sandra Scarr-Salapateck che riguardano i gemelli monovulari adottati in famiglie di diverso livello socioeconomico: l’influenza dell’ambiente, a parità di corredo genetico, emerge qui in modo significativo. In effetti l’intelligenza è un fenomeno quanto mai dinamico. Essa coinvolge processi differenziati, i quali innestano disposizioni ereditarie su differenti impatti sui diversi fattori ambientali. In ogni caso il “prodotto” non si può manipolare a proprio piacimento anche se presenta particolari caratteristiche di adattabilità.Ci riferiamo nello specifico a bambini già dotati di particolari capacità intellettuali. Per essi la tecnica di assoggettarli ad immagini visive inconsuete e vivide, a tecniche di autoregolazione delle onde cerebrali, a diete e farmaci tali da rafforzare la memoria, di addestrarli alla logica deduttiva e induttiva, di farli ragionare su analogie, relazioni ed ipotesi innovative, non è efficace più di tanto per arrivare ad un comportamento individuale o di “gruppo” con risultati omogenei e significativi. Si traduce spesso solo in violenza indebita.D’altra parte l’uomo ha sempre cercato di capire e di sezionare il temperamento che rende una persona diversa dall’altra. Lo aveva in precedenza sperimentato Socrate allorché tuonava col suo “Conosci te stesso” e Aristotele più o meno nel 350 a.C. aveva pienamente riconosciuto il potere potenziale del temperamento umano. Oggi gli psicologi hanno riaffermato le vecchie teorie già abbozzate da Wilhem Wundt in 4 principali stili comportamentali, ciascuno dei quali presente in maggiore o minore misura in ogni individuo e rappresentanti il materiale grezzo, da cui si forma la personalità: il temperamento artistico, impulsivo, socievole e negativo. (Riccardo Alfonso)

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Sorriso e pianto sembrano caratterizzare il percorso dell’uomo

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Tragedia e commedia lo attraversano, ma appaiono, nel loro insieme, un gioco ora piacevole ed ora perverso, ora dolce ed ora amaro. Ed il tutto si compie lungo un breve tragitto quanto può esserlo un segmento posto lungo una retta della quale non si conosce la provenienza ed il luogo dove si dirige. Posso solo aggiungere che le mie letture mi hanno portato alla convinzione che esistono due mondi di cui uno compenetra l’altro. Il primo è senza tempo ed il secondo è il frutto di un pensiero che si sofferma creando il tempo. Il primo non ha bisogno della luce per vedere ed il secondo appaga con la vista la debolezza del suo ideare speculativo e fa del sole la sua luce.Tra i due momenti vi è un sottile legame che potremmo definire poco poeticamente “micro-buco-nero”. Al di qua vi è la creazione della materia, il tempo e la luce e al di là il suo annichilimento ed il silenzio dell’eternità. Chiederci, a questo punto, se al di là della vita vi è un’altra vita è un non senso: l’eternità è vita e non vita in ugual misura e non è una contraddizione nei termini. (Riccardo Alfonso)

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L’uomo e l’universo che lo circonda e lo compenetra

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Scriveva Isaac Asimov: “Eccoci in un piccolo pianeta di una stella media persa nella galassia che contiene centinaia di miliardi di stelle in altre centinaia di miliardi di galassie.Perché ci dovrebbe essere solo per noi un universo così vasto da non poter essere immaginato?” Ed aggiunge: “Ciò che accadde dopo il big bang deve essere stato di una natura tale da permettere alle stelle e alle galassie di formarsi. Anche piccole differenze lo avrebbero reso impossibile.Se non fosse per gli atomi, le stelle e le galassie che sono possibili perché lo sono, noi stessi non saremmo possibili. Anche la terra non sarebbe abitabile se la sua orbita cambiasse anche di poco o si modificasse la massa solare.Ugualmente, piccole modifiche della chimica, per esempio, se l’acqua non si espandesse quando diventa ghiaccio o se gli atomi di carbonio non si agganciassero gli uni agli altri, avrebbero reso impossibile la vita.”La teoria dei quantum ci fa pure apparire indispensabili. Secondo questa teoria, ci sono condizioni in cui è impossibile dire come un elettrone si comporta sino al momento in cui esso viene osservato. Quando l’elettrone non è osservato, non è possibile neppure la teoria decidere come si sta comportando. Secondo alcuni scienziati, ciò significa che l’universo non può esistere senza i suoi osservatori.Con questa logica dobbiamo pensare che anche i dinosauri siano stati degli osservatori?A questo punto del ragionamento il coinvolgimento religioso diventa inevitabile. Sempre secondo un “forte principio antropico” l’universo fu formato da Dio soltanto a beneficio degli esseri umani. Ed è, dunque, Dio l’osservatore universale che presiede su tutto il cosmo?
Le risposte da dare a tali interrogativi sono controverse. Vi sono degli scienziati che propendono per un “debole principio antropico”. Essi sostengono che l’uomo non è solo nel mondo.Vi possono anche essere luoghi dove non è possibile vivere alle condizioni dei terrestri, ma ciò non esclude una possibilità alternativa e un grado di compatibilità con il luogo in cui si è inseriti. Lo stesso accade per certi animali sul nostro pianeta con la loro caratteristica di stare a proprio agio nell’acqua e di morire se si trasferiscono sulla terra o vice versa.Ci riferiamo ai pesci e alle piante acquatiche che vivono negli abissi dei mari e a tutte quelle altre forme di “vita” che l’ambiente terrestre rende impossibile il soggiorno.Ed ecco come il forte ed il debole principio antropico che alberga fuori dal nostro pianeta ci fa rivivere le nostre conflittualità di “persona” nella sua origine etimologica dal latino “personare”, ossia suonare attraverso, come la voce degli attori per la maschera teatrale che portavano sulla scena. (Riccardo Alfonso)

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La conflittualità permanente tra ciò che appare e ciò che è

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

E i conflitti che l’uomo ha dovuto affrontare non sono stati solo quelli contingenti, ma anche di natura ideale come il desiderio di essere libero, di costruirsi la propria vita modellandola secondo i propri gusti e personali inclinazioni e di ricercare un modo, il meno cruento possibile, per poter coesistere con i propri simili accordando, in tal modo, le proprie inclinazioni con quelle degli altri. Ecco perché i comportamenti dell’uomo e di tutto il creato si somigliano e si integrano nel bene e nel male, hanno una loro logica spiegazione anche nella violenza, nell’arbitrio e nel suscitare sentimenti di avversione o di attrazione fatale. E non vi è cultura che possa soddisfarci e ricondurre ad un unicum queste emozioni, apparentemente scomposte, degli esseri viventi se non ritroviamo una nostra più autentica identità.Ed allora quando parliamo di uno scienziato o di un pecoraio noi dobbiamo pensare che prima di tutto dietro quella faccia e quel corpo vi è un essere umano e non il mestiere che esercita. Entrambi appartengono al comune esercito che si avvia sulla strada del futuro dando un contributo temporale alla sua costruzione e definizione per quanto fatiscente e superficiale possa apparire nelle loro soggettive funzioni. Ecco perché noi guardiamo con diffidenza chi si autodefinisce un saggio o un dotto ed esibisce i suoi titoli. Non è certo un pezzo di carta e certi studi a dare all’uomo una patente di onorabilità. Essa si conquista sul campo e sul modo come si mette a frutto la sua capacità all’apprendimento e le fortune che lo attraversano per metterle a frutto. Quel pastorello di nome Giotto non sarebbe andato molto al di là nel disegnare i suoi cerchi perfettamente rotondi se un giorno non si fosse imbattuto con l’uomo giusto che ne avrebbe esaltate le doti e….così potremmo dire di molti altri personaggi. Ma a questo proposito dovremmo fare una distinzione tra gli uomini cosiddetti di successo. Tra coloro che lo perseguono perché, senza di esso, hanno l’impressione di non essere nessuno e coloro che, raggiunti dal successo senza averlo cercato, ne possono fare tranquillamente a meno. I primi di gran lunga più numerosi si riducono con il tempo a dei poveri diavoli: sono condannati a spiare ossessivamente ogni oscillazione della fortuna, a trepidare davanti ad ogni tiepidissimo segno di sfavore.I secondi disdegnano qualsiasi rapporto di servitù e di dipendenza con gli altri simili in specie se costoro si sommano in opinione come in una sorta di tribunale che decide del valore altrui. E se ben consideriamo l’insieme di tali rapporti ci rendiamo conto che l’uomo sarà completo solo se riuscirà a valutare da solo i momenti cruciali della propria esistenza, anche se nel fare talune scelte sbaglia. Il confronto che può seguirne con i propri simili deve essere impostato in condizioni paritarie. Esso deve maturarsi ed evolversi attraverso una riflessione personale, una capacità di discernimento propria e non condizionata da fattori esterni privi di logica e di obiettività di giudizio. E sembra quasi una favola germinata da una creatura dalla mentalità troppo accesa che il principio antropico, dal greco “ciò che riguarda l’uomo”, abbia come presupposto un piccolo punto in un mondo quasi senza confini. Solo se usciamo da questi schemi convenzionali l’individuo sarà in grado di portarsi ad un livello più alto delle potenzialità insite nella propria specie. (Riccardo Alfonso)

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Il vaso di pandora dell’ingegneria genetica

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Non lo è, ovviamente, se con l’ingegneria genetica diamo il via alla creazione di nuovi ceppi di batteri o di virus resistenti agli antibiotici sinora conosciuti. Lo stesso discorso vale anche per la fauna e la flora, in generale, allorché si interviene a livello genetico per lenire i crescenti bisogni di alimentazione terrestri attraverso la produzione di animali transgenici per ricavarvi specie più resistenti alle malattie e per diminuire i costi di gestione dell’allevamento. L’unica cautela da prendere è che le modifiche genetiche introdotte non nuocino, per altra via, alla salute di chi se ne ciba. Ma il problema non è solo quello di “riprodurre” ma anche di “conservare”. Attualmente sono numerose le specie animali e vegetali in estinzione. “Basta pensare – osserva l’Accademico dei Lincei Claudio Barigozzi – a un esempio famoso: la formazione delle specie di equini da lontane epoche geologiche fino alla comparsa del cavallo attuale.”“L’albero di derivazione o filogenetico è, per Barigozzi, abbastanza solito da meritare di essere discusso in un corso universitario, anche se non vi mancano incertezze di connessione fra le varie specie fossili che lo compongono. Siccome le specie estinte degli equini hanno portato, attraverso questa o quella combinazione di meccanismi evolutivi, al cavallo domestico e a qualche specie selvatica, di cui una è tuttora vivente, (l’Equus przywalski della steppa nord-asiatica), dovrebbe essere evidente che la estinzione di questa seconda specie equivarrebbe alla scomparsa del solo ed insostituibile materiale di studio per analizzare le differenze fra cavallo selvatico e cavallo domestico.”Il concetto di insostituibilità di ogni specie è quello davanti al quale dovrebbero recedere tutti i mezzi di estinzione. E seguendo proprio questa diversa chiave di lettura, espressa in più epoche e in più forme di discernimento e di conoscenze acquisite man mano, si è maturato il mondo dei pensieri dell’homo faber e dei suoi nipoti. E’ un rapporto che si è sviluppato con fasi alterne e si è manifestato con un confronto stressante finché non si è acquistata l’autorevolezza sufficiente per entrambi sul comune terreno della ricompattazione e della ridefinizione dei rispettivi ruoli. A distinguerli come sempre è rimasta solo la forma ma non la sostanza. A differenziarli è subentrata unicamente una scelta di vita e circostanze casuali ad essa collegabili come la necessità primaria di cercarsi un qualsiasi lavoro per vivere o quella di essere eredi occasionali di fortune accumulate da altri. (Riccardo Alfonso)

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L’intelligenza umana si può modificare o superare specializzandola?

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Se, a questo punto, riuscissimo a fare tesoro delle diversità emerse e delle complessità emergenti e il possibile modo di ovviarle, considerando che il cervello mentre pensiamo si modifica, saremmo più cauti nel pensare sia ad un modello di essere umano “preconfezionato” sia al modo di apportare delle varianti sostanziali al “prodotto finito”.Basti pensare che anche chi ha un basso quoziente di intelligenza può manifestare ad un certo momento della propria vita grandi capacità mentali. Infatti è dimostrato che alcuni ritardati possono mostrare dei comportamenti straordinari. Ancora oggi la scienza non sa dare una spiegazione razionale al fatto che soggetti incapaci, a volte, di formulare una frase sensata siano in grado di fare calcoli matematici più velocemente di un computer o di scolpire o di dipingere opere d’arte da vero artista. Per contro oggi tale metodica selettiva può avere più successo sull’uomo, allorché si incomincia ad adottare trattamenti più sofisticati, inserendo o eliminando uno o più geni dal patrimonio genetico.Lo si deve alla biologia molecolare con i suoi studi sui geni e sul loro costituente il DNA o acido desossiribonucleico. Queste molecole di DNA portatrici di determinate caratteristiche possono essere sintetizzate in laboratorio. Le loro particolari doti vengono poi distinte ed inserite in esseri viventi, ottenendo in altri termini, ma per una via molto più breve e con maggiore efficacia, quello che si otteneva da millenni mediante gli incroci. Un organismo così ottenuto viene detto “transgenico”. E’ un genere d’intervento che, se applicato sull’uomo, diventa senza dubbio positivo se resta preminentemente terapeutico. In effetti le carenze genetiche di un individuo possono provocare gravi malanni quali l’emofilia, la fibrosi cistica e via dicendo e intervenire su di essi è estremamente positivo. (Riccardo Alfonso)

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Il temperamento umano alla conquista del mondo

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Nel suo rapporto con la natura e i propri simili l’essere umano si distingue per le sue diverse sensibilità. Lo ritroviamo, infatti, a misurarsi con il suo temperamento artistico, impulsivo, socievole e negativo.Il temperamento artistico si riconosce dalla capacità di discernere la bellezza in senso lato. E’ un genere di comportamento che troviamo anche in chi non ha alcuna inclinazione verso fantasie artistiche. Le tappe del processo creativo sono essenzialmente tre: la capacità di recepire e di immagazzinare una serie di informazioni importanti, l’abilità di rielaborarle più o meno coscientemente, si dice che la solitudine sia la scuola del genio, e l’improvvisa illuminazione che si concretizza poi nell’opera d’arte. La creatività è essenziale e funzionale al processo di adattabilità della specie e l’atto creativo del singolo si riflette sul presente e sull’avvenire dell’intera comunità.
L’impulsività si estrae da soggetti che amano il rischio misto ad uno spiccato senso di intraprendenza. Un temperamento impulsivo spinto agli estremi porta ad effetti deleteri, cioè alla ricerca dell’eccitazione a tutti i costi. Per contro un grado equilibrato di impulsività può rappresentare una buona spinta.Il socievole e il suo opposto entrano nella categoria degli introversi e degli estroversi. Sono sempre esistiti. Gli estroversi non avranno mai chiusure davanti ad un estraneo. Gli introversi, invece, rimarranno timidi ed isolati tutta la vita. L’ideale sarebbe quello di stabilire un equilibrio tra queste due tendenze. Per i soggetti introversi esiste una base neurologica per il loro lato caratteriale con bassi livelli di capacità di eccitazione per cui necessiterebbero di più stimoli rispetto agli introversi più “autosoddisfacenti”. Sull’argomento ne ha parlato diffusamente il psicologo americano Perry Buffington, in un recente convegno.La figura negativa, a sua volta, è da ritenersi la componente caratteriale più studiata. Si tratta della propensione individuale a rispondere in modo positivo o negativo ad una situazione stabilita. Ad un lato estremo troviamo rabbia, depressione, ansietà e preoccupazione e dal lato opposto felicità, allegria e serenità. Ed è proprio la componente “negatività” quella che si è mostrata più importante per la salute psichica e fisica dell’uomo. I soggetti con preponderanza di “negatività” tendono ad ammalarsi più di frequente ed impiegano più tempo a guarire. Sono in genere individui che hanno un’opinione negativa di se stessi. Si preoccupano più degli insuccessi che dei successi. Invecchiando hanno più disturbi e dolori degli altri. (Riccardo Alfonso)

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La paura della morte

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

La considero l’espressione più drammatica dell’Io narcisistico che si oppone all’universo. Chi è tranquillo davanti alla prospettiva della morte rivela di aver fatto un grande salto dalla identificazione con il sé alla identificazione con l’essere. Un nulla che abbiamo voluto, in un moto estremo d’orgoglio frammisto a presunzione, riempire di un qualcosa che ci appaghi. Ma è una pura illusione. Noi nasciamo poiché si compongono due sistemi creativi: quello per clonazione e l’altro per un atto sessuale. Il primo ci duplica ed il secondo ci differenzia. Il primo finirebbe con il renderci tutti uguali fisicamente e mentalmente mentre il secondo determina le opportune variazioni per farci sentire diversi per quel poco che basta per riempire d’orgoglio o per annichilire le nostre mire personalistiche. Esse si riconducono al desiderio di quanti ricercano la lode, l’approvazione, il riconoscimento, l’applauso e si tormentano se non ce l’hanno. Che poi costoro, arsi dal successo, riescano, pur privi dell’elogio e del consenso degli altri, a ritrovare per altri versi, una loro identità resta un fatto puramente illusorio. A pensarci bene, è lo stato più precario in cui si possa trovare un essere umano. (Riccardo Alfonso)

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La mia mente sembra essersi “illuminata d’immenso”

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Sono le parole del famoso verso di Ungaretti aprendo la finestra al primo sole mattutino. Svegliarsi dopo un sonno profondo, appagati dal ritrovato riposo, pone la mente nella posizione ideale nel mettere le cose in una sorta di sintonia creativa con quelle che ancora non sono: arte, natura e armonia con la scrittura. E’ forse così che nasce la cultura dominante e a portare a fondo una certa visione del mondo. E’ la visione di Nietzsche, teorico del superuomo, e la visione di Heidegger teorico della morte dell’uomo.
E’ come imprimermi nella mente la locuzione latina “Cogito ergo sum” (penso dunque sono) richiamata da Cartesio per esprimere la certezza che l’uomo ha di se stesso poiché soggetto pensante.
Io sono sveglio, la vita scorre intorno a me, c’è chi accanto mi sorride e mi parla dolcemente, il pendolo segna l’ora, i rumori della casa si fanno sentire con l’acqua del rubinetto che scorre per chi si sta lavando, del frigorifero il cui motore si mette in moto con un brontolio e ancora il cigolio di una porta che si apre e la televisione che entra in funzione per comunicarci le notizie dell’ultima ora.
Ma questi due aspetti per essere compresi vanno analizzati meglio. Incominciamo con il dire che le cosiddette “megalopoli”, una parola coniata da Gottmann, un geografo che ai problemi dell’urbanesimo ha dedicato l’intera vita ed è l’autore di un libro “La città invincibile” (editore Calogero Muscarà) , non sono più il frutto della rivoluzione industriale che è degenerata nelle black Countries inglesi. Oggi si presentano in modo diverso perché accolgono non solo la grande metropoli, che si identificano nell’organismo forte dell’insieme, ma anche la città media e la città piccola e persino il villaggio. Sono delle “entità legate – per il geografo Eugenio Turri – ad una molteplicità di funzioni dentro un quadro unitario che sembra richiamare il sinecismo greco. Nel loro tessuto ciascuna di esse non contiene solo edificazioni senza respiro, ma anche spazi verdi, parchi e tutte quelle differenti infrastrutture per la produzione, lo studio, lo sport, il tempo libero, che consideriamo gli imprescindibili servizi del moderno vivere urbano. Megalopoli come spazio dell’uomo e per l’uomo e in altre parole: il suo spazio di massima umanizzazione, tutto predisposto per i suoi molteplici bisogni.”
E sempre per Turri “Il fatto stesso che la megalopoli sia costruita di città piccole e grandi sta a testimoniare che essa tende di per sé a rifuggire dalla grande inumana concentrazione. Essa ha il suo punto focale nelle cities, nei centri fitti di grattacieli, dove la contiguità è indispensabile per quelle attività quaternarie, direttive, transnazionali, internazionalizzanti, che stanno al vertice dell’organismo megalopolitano. “Tutte queste considerazioni vogliono dire una sola cosa per noi. Stiamo portandoci, un poco alla volta, ad una seconda trasformazione delle megalopoli dopo quella succedutasi all’era della rivoluzione industriale. La stessa fuga dei cittadini verso le aree verdi denota la nostra incapacità di pervenire ad una riformulazione delle aree urbane, densamente popolate, in tempi brevi. Una tendenza che è invece considerata da qualcuno come un primo tentativo di rarefazione da parte degli uomini alla concentrazione. In pratica essa è in atto ma si verifica dentro l’area delle megalopoli come per dire che il criterio della urbanizzazione non va rinnegato ma ciò che si chiede in più è uno spazio maggiore nel rapporto uomo-ambiente. Oggi le distanze possono essere ricoperte agevolmente e in minor tempo rispetto al passato con i nuovi mezzi di comunicazione e questo facilita la creazione di trame urbane continue. Oggi lo sono già le aree periferiche alle grandi città o le distanze che rientrano in una fascia di 35/60 km dal suo centro storico. Pensiamo ad esempio a Parigi con i suoi treni a grande velocità per raggiungere la “banlieue” che si allunga rispetto al centro della capitale francese di almeno 40/50 Km. e forse più.
Un altro criterio di sviluppo delle “megalopoli” è quello legato alla “ecumenopoli” immaginata da Doxiadis con la definitiva trasformazione della terra in città dell’uomo ovvero la definitiva sistemazione dell’antroposfera dentro la biosfera. Un criterio che immagina una massiva presenza dell’uomo e non quella, di certo, di un contenimento o riduzione della sua presenza numerica. Per altri l’immagine di riferimento, come nei primi racconti di Marco Polo a Kublai Kan, è quella dataci da Italo Calvino nelle sue Città invisibili, “All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio di una città”. Una città, dunque, immaginata come rifugio e conforto dalle asprezze della vita primitiva tant’è che se ci soffermiamo sui numeri della precedente tabella notiamo che le metropoli che crescono di più sono proprio quelle dei paesi sottosviluppati o in via di industrializzazione come la Cina. Per tutti questi Paesi la vita “rurale” è ai limiti della sopravvivenza. Ma questa “tendenza” sembra invece affievolirsi negli altri grandi aggregati umani. Lo dimostra l’incessante flusso di persone che sceglie il pendolarismo. Pare di notare che da una parte la città è vista come un miraggio da toccare e godere e dall’altra vi è chi fugge da essa come da un inferno. Probabilmente è un fatto soggettivo. Dipende per lo più dal come la città viene percepita e, a sua volta, dalla sua capacità di offrire dei servizi validi e ben distribuiti. Resta, infatti, un dato oggettivo. Le grandi aree metropolitane non possono affrontare i fenomeni di “gigantismo” senza dotarsi di efficienti strutture dove lo spazio dell’uomo deve rendersi più a sua misura e non essere soffocato dalle costruzioni, dal traffico, dalle carenze dei servizi ed in primo luogo dei trasporti. Nello stesso tempo è impensabile che le grandi città debbano farsi carico delle conseguenze dell’incremento demografico mondiale che, a nostro avviso, ha già superato la linea di guardia. Lo dimostrano gli slums a ridosso dei grattacieli, i ghetti con la povertà spinta sino alla miseria e all’abiezione e la stabile presenza dell’accattone all’angolo di strada sia nei quartieri residenziali che in quelli popolari. Per non parlare della minicriminalità, delle micro rivolte sociali e via dicendo. Così mentre il discorso sulle possibili trasformazioni delle nostre megalopoli diventa “accademico” noi, con più realismo ci stiamo appuntando quelli che sono già i nuovi segnali che provengono dall’uso che facciamo di tali insediamenti urbani, dai rischi oltre che dai vantaggi che presentano per capire le strade possibili da percorrere e che l’uomo, forse inconsapevolmente, sta tracciando per incamminarvisi per raggiungere un futuro prossimo o remoto che sia e che oggi purtroppo riusciamo solo a mescolare confusamente. (Riccardo Alfonso)

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Somiglianza e diversità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 gennaio 2020

Tutti conoscono la barzelletta del cammello e del dromedario. Perché, si domanda, il cammello ha due gobbe e il dromedario una sola? perché, si risponde: per distinguerli! Ma al di là della battuta alla sua base sta un problema scientifico e filosofico molto profondo. Infatti se due individui sono “gemelli” in tutti i sensi dobbiamo dire che sono lo stesso individuo? Scriveva Liebniz nell’enunciare il “principio degli indiscernibili”: “due cose individuali non possono essere perfettamente identiche e devono differire tra loro per qualcosa di più del loro semplice esser due.” A questo punto chiunque si rifiuterebbe di ammettere che due gemelli sono lo stesso individuo. La difficoltà sembra superarsi abbastanza facilmente notando, come fece Kant, che i due gemelli hanno necessariamente una collocazione diversa nello spazio.Possono dunque avere tutte le caratteristiche eguali, ma non la posizione. Questo basta per distinguerli. Nonostante ciò la questione non fu risolta. Fa osservare G. Toraldo di Francia: “Le cose macroscopiche a misura d’uomo o più grandi non sono mai perfettamente identiche. Ma quando all’inizio di questo secolo, abbiamo cominciato ad entrare nel mondo delle particelle subatomiche, la situazione è cambiata radicalmente. Per quanto ne sappiamo gli elettroni hanno tutti identiche caratteristiche e lo stesso dicasi dei protoni, dei neutroni e così via. Possiamo dar loro un nome che li distingua ma la loro intrinsecità non muta. Tuttavia se da quello che si può sapere e calcolare ci viene detto che ad un dato punto e a un dato istante vi è la probabilità di trovare un elettrone di quel tipo e non un altro ciò non significa che siamo in grado di distinguere se è quello che gli abbiamo dato un certo nome o uno diverso.Le zone in cui è distribuita la probabilità di ciascun elettrone sono sovrapposte ed è proprio questo che rende le due particelle indistinguibili.” Tutto ciò diventa particolarmente evidente quando si parla di “meccanica statistica”. Il corpo di un uomo, ad esempio, è composto da un numero enorme di particelle. Il loro minuto comportamento ci sfugge. E’ inevitabile, a questo punto, ricorrere alla statistica e al calcolo di valori medi.Per fare questo è indispensabile calcolare quanti diversi casi microscopici corrispondono ad uno stesso stato macroscopico. Lo stato macroscopico che si realizza all’equilibrio è quello più probabile cioè quello al quale corrispondono un numero maggiore di casi microscopici diversi. In pratica significa che scambiare l’elemento A con il B vuol dire ottenere come risultato un altro caso. (Riccardo Alfonso)

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Italia ingessata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 gennaio 2020

Dal 1992 l’Italia e il cambiamento del sistema paese per non perdere ill passo con i tempi nuovi. Il segnale non fu colto tanto che si passò alla stagione di “mani pulite”. Eppure, si erano alzate voci autorevoli sul decadimento della classe politica da parte di Berlinguer, Moro e Fanfani. Non fu colta l’occasione nel mondo della produzione industriale, economica e finanziaria del Paese. Non ne trasse spunto la cultura in senso generale e nello specifico non vi pervennero gli intellettuali. Così si consolidò un’alleanza innaturale fondata sull’immobilismo secondo l’idea che chi sceglie la via nuova per la vecchia sa quel che lascia ma non quello che trova. Questo retaggio pesa ancora oggi grandemente e gli effetti, con il trascorrere del tempo, possono diventare intollerabili per l’opinione pubblica dopo che i vari governi, che da allora si sono avvicendati, alla guida del paese, hanno ragionevolmente predicato il cambiamento ma con la riserva mentale di lasciare le cose inalterate. Ma cosa significa, in pratica, voltare pagina? La risposta parrebbe ovvia ma non lo è. Ci siamo mai chiesti perché l’alta velocità si è fermata a Salerno? Perché il sistema industriale ha privilegiato per il meridione le “cattedrali nel deserto” invece di fare scelte più congeniali sul territorio? Perché la giustizia non funziona tanto che per arrivare ad una sentenza definitiva possono trascorrere anche due lustri? Perché l’istruzione scolastica è ferma da anni mentre sarebbe stato necessario rinnovare la didattica e preparare una nuova classe di docenti? Per non parlare della sanità e via di questo passo. Il tutto per arrivare all’amara conclusione che ci troviamo in un paese che invecchia ancor prima del dato anagrafico con una mentalità che si sta fossilizzando per un passato che non c’è più, in un presente confuso e per un futuro incerto. Eppure, dovremmo renderci conto che cambiare non è più un optional ma un inderogabile imperativo. (Riccardo Alfonso)

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