Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Where are you going to live?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Dove andrai a vivere? Ho l’impressione che non sono pochi coloro che stanno ponendosi, o lo hanno già fatto o suppongo lo faranno, la domanda sul proprio futuro e quello che è sintomatico incominciano a configurarla da giovanissimi ma non ne sono immuni, al tempo stesso, i più anziani. Inizialmente ho pensato che si trattasse solo di una moda e come tale destinata a durare una stagione per poi rientrare nei ranghi della normalità. Ora non lo penso più e ritengo che si tratti di un problema più serio e duraturo nel tempo. Ne consegue l’interrogativo: perché? E sia chiaro non mi riferisco allo stimolo migratorio legato all’indigenza ma a quanti si sentono indotti ad evadere perché non riescono più a riconoscersi nell’ambiente in cui sono nati. Sono a volte le piccole cose che vanno in uggia e fanno montare sempre più il senso del diverso che non riesce a maturare dove predomina il conservatorismo mentre intorno si annuncia il risveglio di nuove sfide culturali e pratiche di vita e che i residenti non riescono a cogliere nella loro interezza. E non è solo, ovviamente, una questione anagrafica. La differenza e il conformismo sono trasversali. E non è nemmeno una mera diversità di opinioni. E’ qualcosa di più. E’ questa la spinta che porta ad evadere, ad esplorare mondi nuovi, a fare nuove conoscenze a saggiare un rapporto diverso tra coetanei e non solo. Forse il nomadismo è nato proprio da questa spinta ideale, da questa voglia di confrontarsi, di misurarsi, d’esplorare, di conoscere. E’ una sfida contro il tempo, le avversità della natura, le diffidenze degli autoctoni, le difficoltà di adattamento ma anche la consapevolezza di saper accettare la provocazione e di saperla gestire al meglio. A ben riflettere penso che sia l’unico modo per sentirsi realizzato e ad avere una visione della vita più appagante e motivata. (Riccardo Alfonso)

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Democrazia e governance: gli scenari del domani prossimo venturo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Si ha l’impressione che a molti stia sfuggendo la carica negativa determinata dall’internazionalismo liberal-democratico, lasciato a briglie sciolte, e la possibilità che vi sia una minoranza in grado d’incidere sul potere dei decisori alterandone le loro azioni in termini politici ed economici globali. Gli effetti distorsivi sono evidenti e si possono riconoscere sia nei movimenti di protesta, che si sono sviluppati su base nazionale, quali quelli femministi, ambientalisti e pacifisti, sia nella diffusione di nuove identità sovraniste da una parte e, dall’altra, di nuove nozioni di cittadinanza globale. Se a questo punto ci soffermiamo sugli effetti che tali linee di tendenza producono dal basso verso l’alto, in chiave movimentistica, e la capacità mediatica di determinarli, gli effetti che determinano possono diventare devastanti. Lo diventano, senza dubbio, sulla stessa democrazia e governance rendendola incapace di fronteggiare le minacce alla coesione sociale e i conseguenti rischi ecologici e politici della globalizzazione. Il tutto rileva un avvitamento in senso regressivo e involutivo dei regimi politici esistenti, sia in chiave democratica sia autoritaria, e che possono mettere in seria difficoltà la stessa rappresentatività della democrazia, a livello mondiale, come noi la conosciamo e ci interfacciamo.
Ciò ha, senza dubbio, una valida spiegazione che si può riassumere in un solo modo: non siamo preparati affrontare in maniera adeguata i due momenti cruciali della nostra identità esistenziale. Lo sono la crescita demografica fuori controllo e lo sviluppo tecnologico sempre più avanzato che rende evidente il surplus umano rispetto alle intelligenze innovative. In altri termini non possiamo convivere, nel giro di pochi anni, con una popolazione mondiale di nove miliardi di abitanti con un ecosistema già ora in profonda crisi esistenziale e uno sviluppo tecnologico innovativo la cui è eccellenza è quella di servirsi di pochi per gestirne il corso. L’umanità in crescita diventa a questo punto una “eccedenza” intollerabile e foriera di forti conflitti degenerativi. Come uscirne in modo meno indolore? È questo il punto. (Riccardo Alfonso)

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Pentastellati: Quo vadis?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

L’ascesa del movimento in termini elettorali ha toccato con le politiche del 2018 il 32% dei consensi per poi ridursi un anno dopo al 17% e ora, a distanza di una manciata di mesi, già si parla di un ulteriore crollo. In questo breve arco di tempo cosa è accaduto al Movimento? Vi è stato, è bene ricordarlo, il defaticante contratto per un’alleanza di governo con la Lega di Salvini e ora si viaggia con il P.D. di Zingaretti e l’ombra inquietante di Matteo Renzi e il suo personale partito Italia Viva. Nella prima esperienza governativa i Pentastellati si sono imbattuti in un Salvini che ha saputo gestire al meglio la sua verve mediatica giocando il doppio ruolo di opposizione e di governo ed è stato ripagato con un risultato sorprendente riuscendo ad erodere quelli che furono i consensi dell’alleato. Ora ci ritroviamo con il cambio di casacca sulla stessa posizione di perdente del Movimento essendo stato Salvini sostituito dall’ineffabile Matteo Renzi che sta ripetendo platealmente la stessa tecnica di Salvini e sembra avviarsi ad un successo significativo se qualcuno non riuscirà a fermarlo in tempo. A farne le spese sempre e comunque il Movimento. I fatti sono questi e se si va avanti con un siffatto passo possiamo recitare il de profundis per i pentastellati e con loro vanificare anni di battaglie nell’intento di restituire all’Italia la sua dignità di Nazione. In tutto questo bailamme ci spiace constatarlo ma l’anello debole sta proprio nel suo capo politico: Luigi Di Maio. E’ come dire “un bravo figliolo ma non ha le…” Al cospetto di un timido Pd e un segretario poco rappresentativo in termini mediatici e un Renzi fuori controllo occorre una ben altra figura per ristabilire gli equilibri in via di rotta di collisione che fanno diventare l’Italia un pasto prelibato per un ben concertato avventurismo politico. Facciamocene una ragione. Siamo sulla via di Damasco e ora ci serve solo una “luce dal cielo” e lo dobbiamo a milioni di italiani che hanno riposto tanta speranza in una rinascita della politica e non possiamo di nuovo deluderli. Potrebbe essere fatale per la stessa democrazia. (Riccardo Alfonso)

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La verità storica ovvero, per dirla con Terenzio “veritas odium parit”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Più volte abbiamo ripreso i dibattiti politici che hanno riguardato fatti storici recenti e gli stessi personaggi che sono stati protagonisti in Italia come Togliatti e De Gasperi, nel nostro secondo dopoguerra mondiale o quelli che in qualche modo li hanno preceduti da Gramsci a Matteotti e, per dirla alla grande, da Hitler a Mussolini e a Stalin.Dovremmo incominciare a pensare alle foibe di destra e di sinistra diventate il frutto degenere del rispetivo odio e che, per la loro stessa natura, meritano un giudizio complessivo molto severo perché a restarne sconfitto è l’essere umano, la sua dignità, la sua intelligenza se deve piegarsi alla violenza e al sopruso esercitato da un suo simile, chiunque e per qualsivoglia ragione lo faccia. Non vi à ragione che tenga, per legittimare tutto ciò, e vorremmo che i politici imparassero a considerare la violenza senza associarla, per giustificarla o criticarla, al colore della pelle politica. Questa visione oggi ci richiama con più frequenza quanto sta accadendo nel mondo che non è fatto solo di “guerre dichiarate” o diventate di “fatto” o “civili” o “rivoluzionare” che a dir sivoglia ma di manifestazioni di piazza “oceaniche” dove il malcontento serpeggia e talvolta sfocia in violenze che procurano morti e feriti.
Oggi non è necessario avere un dittatore nel senso classico e storico della parola, ma è sufficiente un governo con il paraocchi e una classe politica dove prevalgono le consorterie corporative nel ricercare il potere fine a se stesso e che generano malgoverno, interessi partigiani e sfruttamento dei più deboli. E il concetto è destinato ad affinarsi con l’arma mediatica capace di scatenare passioni, distogliere interessi legittimi, aspettative a lungo sbandierate dagli imbonitori di turno e che alla fine si fanno ricadere sugli avversari con le armi più insidiose della calunnia, del sospetto e del discredito. Da qui sino al punto di farci seriamente dubitare degli attuali modelli di governance esistenti nelle cosiddette democrazie compiute. (Riccardo Alfonso)

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La lotta di classe un “reperto” archeologico?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Gran parte se non tutto il XX secolo è stato attraversato dal conflitto nei rapporti tra le classi sociali nel mondo occidentale, nello specifico. Ora sembra che questa “lotta” abbia perso il suo mordente nelle relazioni industriali tra capitale e lavoro. Rimane, tuttavia, una contrapposizione dialettica tra imprenditori e dipendenti, tra capitale e lavoro che non va sottovalutata. In una visione strategica tra le parti non vi intravediamo convergenza sugli obiettivi, ma, semmai, una somma di interessi comuni ed altri divergenti. La vitalità e lo sviluppo dell’azienda sono, senza meno, un interesse primario sia dei dipendenti, sia dell’impresa e dei suoi finanziatori. La nota stonata è che l’evoluzione del prodotto, la sua quantità e qualità in un mondo sempre più concorrenziale, è data dal fatto che nel bene dell’impresa cercata dall’imprenditore non sempre si associa, come valore aggiunto, la produttività del dipendente e la giusta ricompensa per il suo contributo allo sviluppo dell’economia e al benessere della collettività che trascende quello particolare svolto in un determinato settore produttivo. In pratica l’imprenditore non sempre intravede una funzione sociale dell’impresa in un contesto locale e più in generale nazionale. In questo senso la vitalità e lo sviluppo dell’impresa non possono prescindere dalla stabilità e dalla crescita dell’occupazione e del prodotto e nel tradursi in più progredite forme di relazioni industriali e in una nuova articolazione dei redditi da lavoro dipendente. Spetta, quindi, alle rappresentanze delle parti sociali la definizione della portata e della struttura di queste relazioni e per l’imprenditore il riconoscimento del suo imprescindibile ruolo per la crescita dell’impresa. Se questo rapporto fosse ben chiaro e condiviso un altro passo in avanti lo faremmo nel coniugare in funzione più armonica la relazione tra capitale e lavoro. (Riccardo Alfonso)

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La guerra a volte unisce e non accentua le diversità etniche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Basta pensare al miracolo operato da Tito in Jugoslavia e dai guasti, per controprova, che derivarono il giorno dopo la sua dipartita. Il resto, si può dire, è storia dei nostri giorni. Forse più cronaca che storia, per il modo come la stiamo vivendo e per le passioni e le ambiguità che vi riversiamo.
D’altra parte ci volle una guerra mondiale per porre fine alle dittature di “destra” che volevano assicurare un diverso equilibrio mondiale, con una grande Europa dai Pirenei agli Urali, e ridimensionare lo stesso ruolo degli U.S.A. Il seguito mostrò una inevitabile divisione dell’Europa con l’Urss ed i suoi alleati, da una parte, e gli occidentali e gli Stati Uniti dall’altra.
Così incominciammo a gestire il secondo dopo guerra del XX secolo. In entrambi i casi dovemmo prendere coscienza degli orrori di una guerra e alle ragioni che si posero alla loro origine. La risposta, nel primo caso, la diedero le folle che gremirono le piazze di Parigi, Londra e Roma durante la visita del presidente americano Woodrow Wilson.
Tutti fremevano di gioia nella speranza che lo slogan, la “guerra per finire la guerra” sarebbe diventato vero e dal caos di sangue e di lacrime dalla più crudele delle guerre fino ad allora conosciute sarebbe sorta un’era nuova, un’era di nazioni libere, almeno dal timore di essere aggredite. Non più “les jours de glorie”. Quei giorni erano passati per sempre. La stessa parola “gloria” sembrava vuota e retorica o addirittura ipocrita e falsa. Qualcosa come il rhum che si dà ai soldati prima dell’ordine di saltare dalle trincee. Sopra le folle ancora ieri ebbre di guerra, un sogno di ragione apriva le sue ali iridate contro un cielo sereno. Wilson incarnava quello slancio popolare. In uno dei quattordici punti del suo messaggio, nella sessione unita delle camere del Congresso americano, il giorno 8 gennaio del 1918, egli diceva, tra l’altro: “Bisogna costruire una società generale delle nazioni in conformità a patti specifici nell’intento di assicurare agli stati tutti, piccoli e grandi, la loro indipendenza politica e integrità territoriale”. Wilson in questo senso fu un profeta sfortunato. Prima di tutto perché le sue formule risultarono, alla prova dei fatti, vaghe e inadattabili, a certe situazioni, e dando luogo a interpretazioni contraddittorie e che nessuno cercò di correggerle o almeno tentare di farlo. (Riccardo Alfonso)

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Le nostre crisi di identità

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 ottobre 2019

Fin dai primi vagiti cerchiamo di farci notare e ad allargare la nostra sfera d’influenza. Nel prosieguo ogni momento della nostra esistenza diventa un’occasione per farci distinguere e a centrare l’attenzione degli altri su di noi. Questa tendenza non è solo individuale ma collettiva. Il grande oratore affascina con la sua eloquenza e si procura dei fan che in un certo qual modo si identificano con lui e tendono ad appropriarsi dell’ascendente che promana per sentirsi parte di una comunità di pensiero e comportamentale affine. Se questo aspetto lo rapportiamo all’agire politico odierno forse è più agevole comprendere il nostro atteggiamento nei confronti di chi scende in piazza, è ripreso dai media nei talk show o nelle interviste compresa la carta stampata. Incominciamo con il notare che la cartina di tornasole si ripone tutto nel saper esercitare l’eloquenza come arma di comunicazione di massa cogliendo con abilità i nostri punti più sensibili nel nostro vedere gli eventi della vita e di ricercare chi sa metterli in mostra con sagacia e fermezza. Tutto questo, ad esempio, potrebbe spiegare gli “umori” degli italiani nei confronti di taluni politici. Penso al successo elettorale di Matteo Renzi alle europee del 2014. E’ bastato poco per suscitare in noi una speranza di rinnovamento dei politici, della loro classe dirigente e del loro modo di gestire gli eventi nel corso d’opera. Ma gli è bastato un passo falso per far crollare la sua leadership. Da qui la ricerca affannosa per scuotere l’immobilismo esistente. Fu trovato, nell’immaginario collettivo, nel carisma esercitato da Grillo e dal suo Movimento. Divenne il classico grimaldello per cercare di rendere consapevoli i responsabili dei partiti tradizionali che era caduto il carisma ideologico e che era il popolo con la sua sete di giustizia, onestà e franchezza di idee e modo di esporle per fare la differenza con il passato. Ma se è l’ascendente di taluni per procurarsi sostenitori vi è anche il rovescio della medaglia nella perdita di fiducia nel sentire popolare se l’eroe del giorno tradisce questo rapporto fiduciario non nutrito con sincerità ma con l’inganno. Lo è stato per Renzi con la sua famosa frase: “Enrico stai sereno…” e qualche giorno dopo lo accoltellò alle spalle. Renzi giura che non fu intenzionale ma a poco serve se è percepito diversamente dal popolo degli elettori. Ora è la volta di Matteo Salvini e gli chiediamo, riesumando una famosa frase latina: Quousque tandem abutere patientia nostra? (Riccardo Alfonso)

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L’Italia e le leggi ignorate

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 ottobre 2019

Qualcuno ha provato a calcolare quante leggi vi sono in Italia ma arrivato a un certo numero astronomico vi ha rinunciato. Eppure, se ci guardiamo in giro molte di loro sembrano inesistenti tanto che non sono pochi coloro che ne invocano di nuove. Se a questo riguardo apriamo il discorso chiedendoci chi dovrebbero farle rispettare pensando alla magistratura o rivolgendoci al legislatore per darne una sostanziosa sforbiciata per ridare le restanti più visibili e ottimizzarne l’applicazione nella fattispecie pratica, notiamo una logica consolidata negli anni di chi presenta una sordità cronica a tali impegni. Sembra che non ci rendiamo conto, o meglio lo sappiamo ma fingiamo di ignorarlo e il che è ancora peggio, che se vogliamo un sistema paese efficiente bisogna, e con urgenza, porvi mano con determinazione e soprattutto in maniera risolutiva.
Direi che ai tanti programmi che ogni partito si appresta a redigere ad uso e consumo degli elettori edulcorandolo di promesse, e soprattutto di illusioni, potremmo farne carta straccia in modo radicale proponendo una sola riforma: quella della giustizia e con essa con leggi chiare dove l’evasore fiscale sappia che se individuato rischia subito ed in tempo reale senza rinvii e passaggi ai vari gradi di giudizio che in Italia significa farsi beffe delle leggi. Che chi delinque per reati comuni potrà contare in processi che non richiedono anni per la sentenza definitiva pur nel rispetto dei diritti dell’incriminato. Quante volte un cittadino si sente una nullità al cospetto della farraginosità delle procedure per farsi riconoscere un diritto o una tutela d’ordine amministrativo nei confronti di un privato o di una pubblica amministrazione? Alla fine, se subisce uno scippo, un borseggio, un furto in casa o una truffa telematica preferisce non denunciarli tanto, pensa, non riusciranno a prendere i colpevoli e se lo fanno nel giro di qualche anno ce lo ritroviamo a reiterare lo stesso delitto. E il poliziotto che ferma in flagrante un ladruncolo di certo si sentirà stressato se lo rivede il giorno dopo in libertà e nello stesso posto dove lo ha bloccato in precedenza a commettere lo stesso reato. E dalle piccole vicende di criminalità di strada alle truffe in grande stile ci ritroviamo fatalmente con un paese difficilmente governabile e se diciamo che vogliamo mettere le manette ai grandi evasori facciamo ridere i polli. (Riccardo Alfonso)

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L’offerta politica e la domanda degli elettori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Con la recente nascita di due soggetti politici da parte di Giovanni Toti, attuale governatore della Liguria, con “Cambiamo” e del senatore Matteo Renzi, nato dalla costola del PD, con “Italia viva” gli elettori che votano nell’area di centro-destra hanno a loro disposizione ben 5 partiti: La Lega di Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Forza Italia di Silvio Berlusconi, Casapound e Cambiamo. Sull’altro versante la parte preponderante è data dal PD con l’attuale segretario Zingaretti. Seguono la “anomalia” del partito di Renzi, in quanto dispone di un numero elevato di parlamentari mentre l’attuale consenso elettorale ne indicherebbe molto di meno, e una costellazione di partiti minori dal Partito socialista ai radicali, dalla Sinistra ecologia e libertà (Sel), alla Sinistra Italia ecc. Vi è poi come un outsider il movimento Cinque Stelle. Al riguardo va precisato che è nato più per stimolare il ricambio della leadership degli altri partiti, il loro ammodernamento e per una più incisiva lotta per sostenere le classi meno abbienti che per ricercare una propria collocazione ideologica. Questo spiega il loro trasversalismo politico che li ha portati al governo prima con la Lega e poi con il PD. Ma non è da considerarsi un Movimento per tutte le stagioni. La sua visione è più ambiziosa proponendosi a tutela degli interessi generali del paese e nella ricerca di stimoli virtuosi esportabili negli altri partiti. Verrebbe quasi da dire che converrebbe agli elettori allargare la sua base dei consensi popolari per non ritrovarci con un’Italia che insegue da una parte le chimere e dall’altra le utopie. O peggio ancora nell’essere dentro un sistema paese incapace di ritagliarsi un futuro. E il nostro, come italiani, dovrebbe essere quello di costruire finalmente una nazione unica dove la grande velocità delle ferrovie non si ferma a Napoli ma per farla proseguire sino a Trapani e a volare nelle isole minori. Che il lavoro si crei su basi nuove e si favorisca l’economia circolare. Che si cavalchi la tecnologia come sistema di vita in tutti i settori produttivi e culturali del Paese. Che si sappiano sfruttare le risorse umane non solo nel lavoro ma coltivando il volontariato più di quanto non si stia già facendo. Che l’assistenza sanitaria e previdenziale non diventi più uno spartiacque tra chi ha e chi è creando una professionalità senza scadenze temporali perché ogni età può offrire un suo prezioso contributo nel nostro essere in comunità. E dovremmo convenire che se il consorzio umano è al cospetto di grandi mutamenti dalla natura ai rapporti umani e nella gestione delle risorse globali noi non dobbiamo farci trovare impreparati diventando antesignani come cittadini del mondo e come italiani. (Riccardo Alfonso)

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Le guerre mondiali in chiave regionale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Parliamo della Spagna del 1936. In quei luoghi si combatté, in formato ridotto, una “guerra mondiale” dove da una parte vi era sia l’occidente liberale, di vocazione socialdemocratica, sia la destra fascista e nazista e, dall’altra, la sinistra rivoluzionaria di stampo sovietico e le sue varie sfaccettature di tipo socialisticizzante e anarchicheggiante.
Erano i diversi modi per interpretare, con tonalità diverse, lo stesso spartito. Vinse il franchismo, in altre parole la dittatura di destra, forse perché più determinata e meglio definita nel suo ruolo storico d’argine all’espansionismo bolscevico. Una specie di mostro odiato ed amato, ma non ben capito. Questo modo di affidare la difesa del capitale all’estremismo di destra fu la conseguenza di un timore diffuso sulla capacità di tenuta di un sistema occidentale troppo legato al mondo degli interessi per aprire uno spazio adeguato alle attese del grande proletariato. Il che voleva dire allargare i cordoni della borsa e realizzare meno profitti. La stessa ragione spinse gli occidentali a subire, inizialmente, le conquiste territoriali naziste e a fingere d’ignorare l’antisemitismo, sempre più violento, che andava maturandosi tra i tedeschi. La storia, dopo di tutto, insegna. Quando Roma brucia, e si sa che è Nerone ad appiccare il fuoco, è bene che si cerchi in gran fretta un capro espiatorio da dare in pasto alle famiglie delle vittime. Allora furono i cristiani. In seguito lo furono gli ebrei. Erano i martiri “ideali” anche perché vivevano per lo più in comunità, non beneficiavano di molte simpatie ed i loro uomini d’affari avevano successo. I loro colleghi ariani non godevano, di certo, del credito e degli appoggi internazionali, anche se l’antisemitismo strisciante era diffuso un po’ ovunque. Osservava, infatti, Edouard Husson nel suo libro “Endlösung – soluzione finale” (San Paolo Edizioni) “Il peggioramento della crisi internazionale rivelava l’indifferenza profonda delle democrazie rispetto alla possibile sorte nefasta degli ebrei europei in caso di guerra.” Hitler, a sua volta, era convinto che l’adozione da parte della Germania di una politica antiebraica gli avrebbe procurato i favori di molti Stati. Se ora rivolgiamo il nostro sguardo a quanto sta accadendo ai giorni nostri nel mondo vi notiamo una qualche similitudine sebbene siamo consapevoli che ci troviamo con tante diverse figure sullo scacchiere mondiale rispetto al passato. Ma il capitalismo resta e possiamo persino dire che è degenerato. Il comunismo sebbene faccia parte non più della cronaca ma della storia e lì sotto mentite spoglie a tessere la sua tela. Le destre sovraniste, populiste e quanto altro continuano a percorrere la strada di sempre e con questo fuoco che continua a bruciare sotto la brace alimentato dai nostri egoismi, dalla sete di potere e dai nostri revanscismi il passato potrebbe, se non altro, insegnarci qualcosa sui rischi che stiamo correndo anche perché le armi di distruzione di massa e i loro arsenali stano diventando una lucrosa merce di scambio per i vari dittatori e dittatorelli di turno per fare lo sgambetto ai loro avversari ed innescare pericolosi incendi dolosi che possono agevolmente espandersi per ogni dove. (Riccardo Alfonso)

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Quando la democrazia blocca la violenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Se andiamo al tempo in cui l’essere umano decise di vivere in comunità credo che si pose da subito il problema del come conciliare la coabitazione con gli interessi corporativi e di governance. Nei millenni trascorsi da allora ad oggi è apparso evidente che a scompaginare il sistema è stata la tendenza prevaricatrice di alcuni componenti la comunità nei riguardi dei propri simili. In altre parole il voler giocare “sporco” per trarne benefici personali sia di natura economica che per sete di potere. La reazione popolare non si fece attendere e il focolaio si accese generando conflitti d’ogni genere e per motivazioni più disparate: etniche, religiose, sociali e culturali. Se riportiamo questo seme della discordia alla realtà dei nostri giorni possiamo dire che numerosi sono gli insuccessi ottenuti ma anche la riuscita di stabili equilibri.
Al che dovremmo chiederci, doverosamente, i motivi del mal funzionamento e del perché le aspettative virtuose non hanno attecchito a livello mondiale. D’altra parte come si può pensare che messo in atto un modello di gestione democratica della cosa pubblica essa possa, ad un certo punto, non reggere le aspettative popolari divenendo persino una contraddizione nei termini con manifestazioni di piazza cruente. E’ che l’aspetto negativo, a mio avviso, dipende dall’uso che abbiamo fatto della stessa democrazia introducendovi elementi conflittuali di portata mondiale. Pensiamo al capitalismo che è degenerato nell’avidità, nell’egoismo, nei facili arricchimenti a scapito dei più deboli. Pensiamo a ciò che ci ha lasciato il socialismo reale e ancor prima il Marxismo-Leninismo. Pensiamo alla globalizzazione dei mercati che è degradata in una conflittualità sociale permanente. Pensiamo ai danni che abbiamo provocato all’ambiente con economie espansive poco rispettose dell’habitat e quanto altro.
Da più parti i ben pensanti invocano correttivi e comportamenti virtuosi per restituire alla democrazia la sua identità primigenia, generata dalla rivoluzione ateniese, e che i nostri padri, nella loro saggezza, ne hanno riconosciuto il valore e la portata del messaggio. Perché il precetto democratico non si coltiva citandolo ma praticandolo e in tal senso può diventare l’unica forza capace di contrastare la violenza e portare l’homo novus a soffocare le passioni in nome della ragione. (Riccardo Alfonso)

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La rassegnazione cristiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Le generazioni che hanno vissuto la pienezza della loro maturità gli anni che hanno composto il XIX ed il XX secolo sono state educate alla ricerca della “rassegnazione” di fronte ai tanti mali esistenziali legati alla povertà, alla sofferenza, alle ingiustizie e quanto altro. Da alcuni anni a questa parte questo sentimento è decisamente in crisi sia sotto il profilo della dottrina che della stessa pratica di vita cristiana. E’ una presa di coscienza sempre più forte e determinata. E’ la voglia di giustizia che sembra voler essere in perenne conflittualità con un modo di dividere l’umanità tra i più “fortunati” o se vogliamo più “furbi” e gli emarginati. La stessa carità si è trasformata in solidarietà, attraverso il volontariato, ed è diventata persino una parola tabù poiché significa per molti un modo d’offrire un’elemosina per mettere la coscienza a posto. E per molti cristiani tutto ciò è diventato una nuova consapevolezza, un nuovo concetto di Fede che si traduce in una missione intesa come servizio e che respinge al mittente ogni pretesa di attaccamento al potere e ai suoi privilegi. Ma non basta per dare forza a questo “movimento”. Occorre uno sforzo in più. Bisogna prestare più attenzione all’azione educativa prestata nell’insegnamento scolastico e in tutti quegli ambienti dove è possibile dialogare con le parti sociali: oratori, sindacati, volontariato, associazione di varia natura. Il tutto si deve tradurre in un itinerario metodologico secondo la scansione di una serie di tappe progressive, al cui interno si presuppongano ulteriori obiettivi intermedi. Tutto questo perché se si sconfigge la rassegnazione al suo posto non può e non deve subentrare la rabbia, la rivolta, l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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When democracy blocks violence

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

If we go to the time when the human being decided to live in community, I think that the problem of how to reconcile cohabitation with corporate and governance interests was immediately raised. In the millennia that have passed since then, it has become clear that the system has been disrupted by the tendency of some members of the community towards their own kind. In other words, wanting to play “dirty” to derive personal benefits from both an economic and a thirst for power. The popular reaction was not long in coming and the outbreak was ignited, generating conflicts of every kind and for a variety of reasons: ethnic, religious, social and cultural. If we bring this seed of discord back to the reality of our day we can say that there are many failures obtained but also the success of stable equilibria.
To which we should ask ourselves, dutifully, the reasons for the malfunctioning and because the virtuous expectations have not taken root worldwide. On the other hand, as one may think that once a model of democratic management of public affairs has been implemented, it may, at a certain point, not hold up to popular expectations, even becoming a contradiction in terms with bloody demonstrations. It is that the negative aspect, in my opinion, depends on the use we have made of the same democracy by introducing conflicting elements of global significance. We think of capitalism that has degenerated into greed, selfishness, easy enrichment to the detriment of the weakest. Let’s think about what real socialism has left us and even before that Marxism-Leninism. We think of the globalization of markets that is degraded into a permanent social conflict. We think of the damage we have caused to the environment with expansive economies that do not respect the habitat or anything else.
From many sides the well-thinking think that they call for correction and virtuous behavior to restore democracy to its primitive identity, generated by the Athenian revolution, and that our fathers, in their wisdom, have recognized the value and scope of the message. Because the democratic precept is not cultivated by quoting it but by practicing it and in this sense it can become the only force capable of countering violence and bringing homo novus to suffocate passions in the name of reason. (Riccardo Alfonso)

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Labelmaster Hires Jay Johnson to Expand Consulting Services Team

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 settembre 2019

Labelmaster, the leading provider of products, services and technology for the safe and compliant transport of dangerous goods (DG) and hazardous materials (hazmat), today announced the appointment of Jay Johnson as senior manager of Labelmaster Services. Johnson will report to Labelmaster Vice President of Consulting Pia Jala, who will now lead the consulting services team.
With more than 29 years of experience in dangerous goods shipping and compliance, Johnson specializes in packaging and logistics solutions for the chemical and biotech industries. He comes to Labelmaster from Inmark Packaging, where he served as the regulatory compliance manager and assisted companies with all dangerous goods compliance activities, including the development of customized training programs and packaging solutions for chemical, industrial and pharmaceutical industries.Prior to Inmark, he served as director of worldwide clinical trials for QuickSTAT, director of regulatory compliance for Partners In Compliance, Inc. and supervisor for USCO Distribution Services, Inc. Johnson is a member of the Council on Safe Transportation of Hazardous Articles (COSTHA), a board member of the Dangerous Goods Trainers Association, Inc. (DGTA) and past chairman of the Dangerous Goods Advisory Council (DGAC). He is also a Dangerous Good Safety Advisor (DGSA) in Europe and an approved dangerous goods instructor by the UK Civil Aviation Authority (CAA).

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Esiste ancora l’egemonia USA?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Le recenti elezioni americane ci hanno dato un presidente ante litteram che a fronte della nascente potenza di Cina e Russia intende ripristinare la piena sovranità degli Stati Uniti nella logica di una “competizione per il potere”, che è, per altro, una costante centrale della storia. Egli vi individua tre competitori o minacce: le potenze revisioniste come Cina e Russia, gli Stati fuori controllo (rogue states) come Corea del Nord e Iran e i terrorismi transnazionali. Altri quattro elementi della sua politica lo caratterizzano: In primis il suo nazionalismo non eccezionalista in quanto ritiene che in un sistema anarchico e competitivo non vi sono differenze tra gli interessi statunitensi e quelli del resto del mondo o una superiorità etica degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali. E in secundis non intende farsi imbrigliare dai meccanismi multilaterali delle organizzazioni internazionali, che limitano la potenza del soggetto dominante. Si aggiungono la sua marcata dimensione militarista invertendo la tendenza alla costante riduzione del bilancio della Difesa e l’unilateralismo, la realpolitik e il protezionismo nel suo intendimento di contrastare i processi d’integrazione globale non credendo più alle mille interdipendenze che vincolano gli Stati Uniti ad un sistema internazionale che ha, per altro, cessato da tempo di essere “a somma zero”. In tutto questo avverto la consapevolezza di chi, forse inconsciamente e con strumenti appena abbozzati, si rende conto che il sistema capitalistico vigente non è più sostenibile e necessita di una metamorfosi radicale. Non ritengo, tuttavia, che una pur inevitabile mutazione, stante l’attuale criticità dell’ecosistema, possa permetterci un passaggio indolore e non conflittuale lasciando intravedere, da Trump in poi, un cambiamento di passo dell’intera umanità facendo esplodere al tempo stesso tutte le contraddizioni dell’attuale sistema in forma cruenta. (Riccardo Alfonso)

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Calamità naturali e violenze fraticide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

I media rendono sempre più vicine le grandi distanze. In questo modo possiamo, quasi in tempo reale, avvertire la sofferenza di un popolo a fronte di eventi calamitosi naturali e per le violenze praticate dai propri simili. Ma è anche una responsabilità che ci assumiamo allorché la nostra attenzione non è conseguente e lasciamo che la solidarietà per le sofferenze altrui restino un sentimento formale. Ma sia chiaro: non è tanto un atto di pietà nel donare un abito dismesso o un obolo che costituiscono i fondamenti per una compensazione all’altrui disagio. Occorrono atti più concreti e duraturi. E’ necessario operare fattivamente la pietà convertita in solidarietà, in partecipazione attiva e non solo tra poveri ma anche se non soprattutto tra coloro che vivono del superfluo e ne fanno titolo di primato sociale e di arroganza di potere. Se nell’essere umano non facciamo prevalere queste condizioni è difficile che il male possa essere debellato o le sofferenza, da un evento calamitoso naturale, possano incontrare un nuovo afflato di solidarietà umana. E’ questo ciò che vogliono gli spiriti liberi ed amanti della giustizia. E’ questo ciò che si chiede a quel popolo che riversa nella preghiera il suo appello spirituale alla concordia e alla fraternità. E’ questa la sola risposta per ritrovarci più buoni, ma soprattutto nel ridare al concetto di giustizia la sua valenza primigenia, la sua carica di valori e di ispirazioni verso il bene come il primato stesso della Fede. (Riccardo Alfonso)

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A margine del viaggio di Papa Francesco in Africa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Di tanto in tanto ci pervengono riflessioni da parte di alcuni missionari che possiamo definire “di confine” per la loro opera condotta in luoghi dove la miseria è estrema e la morte falcidia giovani e meno giovani per fame e sete e malattie e là dove è difficile poter sostenere una idea di speranza che non vada a scontrarsi brutalmente con la disperazione e la rinuncia alla stessa vita. In quei luoghi insegnare ad aver fede, suscitare sentimenti di carità e risvegliare la speranza diventa un impegno estremo e gravoso. Si ha netta, in costoro, l’impressione che si stia vivendo una esperienza che ha risvolti molto amari per il genere umano. Vi è un divario enorme tra il bisogno ed il suo soddisfacimento e che questo bisogno non è lo stesso del povero in occidente. E’ di una “natura estrema”. E’ una miseria che uccide, falcidia senza remissione milioni di persone. Eppure sono per lo più i poveri che in occidente offrono un obolo ai fratelli più sofferenti, ma è pur sempre una goccia in un mare di necessità. Vorremmo che questi stessi missionari diventino testimoni della nostra cattiva coscienza, degli egoismi che non ci permettono di capire che la carità non ha più senso. Occorrono interventi che facciano giustizia di queste miserie, le riscattino in un piano di vaste proporzioni che partano dalla spontanea volontà di chi più dispone di lasciare una grossa fetta dei loro averi a chi averi non ha nemmeno per procurarsi un sorso d’acqua. Se riusciamo a renderci consapevoli di tutto ciò forse potremmo trovare nella speranza un barlume di certezza per il nostro futuro.

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Il linguaggio dei politici: Le “merendine” del ministro Fioramonti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Qualche giorno fa il ministro della pubblica istruzione esprimendo la sua opinione sugli stipendi degli insegnanti e condividendone il disagio vi aggiunse la necessità di trovare le risorse e a questo punto parlò del costo delle merendine e la convenienza di ridurne la spesa anche perché, soggiunse, non fanno granché bene ai bambini. E’ stato, a mio avviso, un ragionamento logico ma sbagliato nell’identificare un certo tipo di prodotto per definirlo persino sconsigliabile per l’alimentazione dei giovanissimi. Questo piccolo esempio dà la misura della superficialità della comunicazione da parte di taluni politici. Posta la missiva all’attenzione popolare, ha significato una sola cosa: il ministro vuole togliere le merendine ai bambini per finanziare gli aumenti di stipendio degli insegnanti. Lascio al lettore considerare l’argomento nell’immaginario collettivo e nelle sue diverse sensibilità. La mia riflessione non si ferma, ovviamente, a questo passaggio narrativo ma apre il discorso su un piano più generale. Oggi il difetto di molti politici è quello di non parlare pensando ai possibili interlocutori che lo osservano e lo ascoltano dagli schermi della televisione e che questa indistinta massa di persone è formata da soggetti di tutte le età, livello culturale e a volte con una capacità di ascolto limitata ora per sordità, ora perché distratta da altri impegni. Alla fine il popolo degli elettori identificherà il suo consenso o dissenso solo su due o tre parole chiave che si sono fissate nella mente. Non dimentichiamo, alla fine, che proveniamo da un passato remoto e recente dove gli avversari di ieri e quelli di oggi se le son detti di tutti i colori anche con frasi offensive e se ora i loro rispettivi leader, come se nulla fosse, si stringono la mano e si scambiano i sorrisi non è detto che i rancori passati si siano del tutto diradati dai fan delle due parti. Ecco perché il messaggio che deve filtrare è di armonia e non tendente ad attizzare altro fuoco anche se per certi la tentazione è forte. Deve essere un messaggio deciso e chiaro perché a partire dalla scuola, e non solo, sono stati commessi molti errori e ora occorre porvi riparo parlando di meno e facendo molto di più. (Riccardo Alfonso)

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La sicurezza nella sua visione globale: il voto pentastellato

Posted by fidest press agency su martedì, 3 settembre 2019

E’ un aspetto della vita umana che ci ha attraversato sin dai primordi dell’umanità e forse ancora prima se pensiamo alla logica della catena alimentare che impone il criterio di uccidere per vivere. A questa visione di base l’evoluzione scientifica ci ha portato altri rischi come il nucleare sia per fini di pace (energia nucleare) sia per scopi bellici (bombe atomiche). Vi aggiungiamo, subito dopo, l’alterazione dell’ecosistema e le sue ricadute in termini di disquilibri termici e ambientali e la cosiddetta “bomba demografica” che ha ampliato a dismisura la presenza dell’essere umano sulla terra. Segue inquietante l’ingegneria genetica con sperimentazioni ardite sul genoma per comprendere la funzione dei geni appartenenti al genere umano, in se lodevole per lo sviluppo di medicinali e trattamenti medici, se non vi fosse in parallelo il tentativo di alterarli per condizionare artatamente il loro impiego per fini di conquista e di dominio della natura umana. A complicare ulteriormente le cose vi è il tema della democrazia rappresentativa in luogo di quella diretta. In pratica noi deleghiamo il potere politico a dei rappresentanti che se occupino a tempo pieno per studiare adeguatamente i problemi e trarne le possibili soluzioni nell’interesse generale degli amministrati. Sarebbe, sia chiaro, un’ottima cosa se una parte dei nostri fiduciari non ciurlassero nel manico più per interesse personale che per competenza. A questo punto entra in gioco una variabile legata alle logiche dell’informazione espressione di lobby ideologiche di natura economica e finanziaria che mistificano i fatti dominati come sono dall’esigenza di “fare audience” per fini commerciali e affaristici, nonché da rapporti personali e rendite di posizione varie. In questo modo depriviamo l’esperto della sua credibilità personale e certezza morale avendolo inteso come una persona che non vuole ingannare il suo interlocutore. E ciò ci rende ancor più insicuri e diffidenti nei confronti del nostro prossimo. A prescindere. E ora se ci caliamo nella realtà dei nostri giorni con un governo in formazione, con una nuova etichettatura, aleggia nell’aria, inevitabile, un sospetto di credibilità, una sicurezza resa a mezzo servizio con la diffidenza rendendo più emblematica la possibilità di giudizio dei cittadini. E con questo clima il popolo dei pentastellati si accinge a votare sulla piattaforma Rousseau il consenso o meno a una nuova formula di governo e a chi lo rappresenterà alla sua guida. Si tratta di un’idea che ruota attorno alla sua credibilità personale e alla sua certezza morale. Ne saranno convinti gli elettori? (Riccardo Alfonso)

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Quattro parole sul PD e il rapporto con i pentastellati: Avviso ai naviganti

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2019

Il PD è un partito con due anime che provengono da lontano: quella filo comunista e l’altra cattolica. Se partiamo da tempi più recenti abbiamo avuto come presidente del consiglio Enrico Letta uomo intelligente e preparato ma messo alle strette da una situazione politica che si stava sfibrando e che qualcuno lo ritenne inadeguato a gestirla. Si pensò ad una figura diversa giusto per tamponare l’emergenza. Nacque con questa premessa il governo Renzi ma il rimedio in breve si rivelò peggiore del previsto e si ricorse a Gentiloni. Nel frattempo si voleva liquidare il fiorentino in due battute ma l’interessato non volle mollare diventando una spina sul fianco del partito e soprattutto per le sue mire governative e di gestione del potere. L’elettorato percepì il disagio, e ancora di più l’incapacità di una classe dirigente di saper gestire al meglio l’impasse, cercando a modo suo di dargli uno scossone staccando la spina del voto. A beneficiarne furono i pentastellati ma l’errore più grande dei democratici fu quello di non capire che alle politiche del 2018 si poteva restare in gioco e non scegliere l’Aventino. In tutto questo c’era lo zampino del trombato di turno e così ci ritrovammo con un governo che fece di tutto e il contrario di tutto trasformando i pentastellati in una sorta di bancomat per l’alleato leghista in quanto a voti di consenso. Ora il PD sembra ravveduto ma c’è da capire a chi giova veramente questo cambio di rotta. Non è che pensa di fare l’operazione bancomat dei leghisti a scapito dei pentastellati? Vi è poi l’ipoteca Renzi con il suo inquietante “stai sereno” che fece cadere il governo Letta. E’ qui che si gioca la partita se andare al voto e veder cancellati del tutto sia il PD sia i pentastellati o provare a fare un’alleanza meno contingente e più duratura senza cercare sottobanco di fare l’operazione sanguisuga elettorale nei confronti dei pentastellati. Ora il cerino è nelle mani dei grillini e il vento che tira in Europa non offre loro serenità di giudizio. L’unica strada meno accidentata, a mio giudizio, è quella di pretendere nel toto ministri e sottosegretari, in quota Pd e non solo, uomini “nuovi” e non i soliti “tromboni”, perché non si tratta unicamente di programmi ma di chi deve attuarli e il fattore umano non è secondario. (Riccardo Alfonso)

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