Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 340

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Le “fake news” sull’immigrazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

Da alcuni anni a questa parte vi è stato un crescendo nella comunicazione che fa riferimento alle problematiche migratorie. Perché tanto chiasso per un evento che non è solo dei giorni nostri ma ha costellato tutta la storia dell’umanità sin dai suoi primordi? Se a questo punto ci limitiamo agli accadimenti più recenti dalle migrazioni italiane negli altri paesi europei e ad oltre oceano dello scorso secolo a quelle degli altri paesi del mondo, sia a livello regionale sia intercontinentale, le ragioni di tali esodi di massa non mutano nel tempo. Vi intersecano povertà e degrado, ridotti ambiti occupazionali e forte desiderio di trovare uno spazio vitale per la propria crescita culturale e professionale e soprattutto luoghi dove il merito possa essere riconosciuto e apprezzato unitamente a una gratificazione confacente. Ciò che come italiani, pensando alla parte sana del Paese, ci indigna considerando che dagli anni della ricostruzioni, dopo le macerie della seconda guerra mondiale, ci fosse stato, se ben indirizzati da una classe politica lungimirante, lo stimolo e la creatività appropriata per portare il Paese ad un livello di crescita degno del suo nome. Siamo stati invece avviluppati dalla spire dei facili arricchimenti, dalla voglia di crescere senza radici divenendo facile preda degli imbonitori di turno. Ora dobbiamo fare i conti con nuove povertà domestiche e importate con migrazioni alle quali non siamo in grado di garantire un valido sbocco lavorativo se non per fasce molto limitate. Il tutto tende ad aggravarsi perché negli anni delle “mucche grasse” non abbiamo saputo” far tesoro delle nostre disponibilità finanziarie per porre mano a riforme capaci di rinnovare alla radice il tessuto sociale, civile, economico e politico che avrebbe potuto porci al riparo dai rischi di possibili devianze. Ciò non è stato fatto e i problemi che avevamo ora si sono aggravati e con essi i costi per dirimerli e al tempo stesso siamo entrati alla grande nel tempo delle “vacche magre”. L’immigrazione in questo contesto ha accresciuto le nostre difficoltà anche perché sta diventando incontenibile e senza controlli sia a monte sia a valle. E quel che più ci addolora è che i nostri partner europei non sembrano rendersi conto delle nostre oggettive difficoltà e con essi, purtroppo, si aggiunge una classe politica che non riesce a tenere la barra dritta a fronte delle tempestose problematicità che ci stanno travolgendo. Non sono ancora consapevoli, e speriamo in buona fede, che le riforme sono diventate improcrastinabili ed urgenti come quelle della giustizia, del fisco, della salute, della scuola e del welfare e non è detto che costituiscano necessariamente un costo per le casse dello Stato, in specie se andranno a regime. Anzi. (Riccardo Alfonso Centro studi della Fidest)

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The “fake news” on immigration

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

For some years now there has been a growth in communication that refers to migration issues. Why so much noise for an event that is not just the present day but has dotted the whole history of humanity since its inception? If at this point we limit ourselves to the most recent events from Italian migrations in other European countries and overseas of the last century to those of other countries in the world, both at regional and intercontinental levels, the reasons for such mass exodus do not change over time . Poverty and degradation, reduced occupational environments and a strong desire to find a living space for cultural and professional growth and above all places where merit can be recognized and appreciated together with suitable gratification. What, as Italians, thinking of the healthy part of the country, indignifies us considering that since the years of reconstruction, after the ruins of the Second World War, there had been, if well directed by a forward-looking political class, the stimulus and creativity appropriate to bring the country at a level of growth worthy of its name. Instead we were enveloped by the coils of easy enrichment, the desire to grow without roots, becoming easy prey for the barkers on duty. Now we have to deal with new domestic and imported poverty with migrations to which we are not able to guarantee a valid work outlet except for very limited sectors. Everything tends to worsen because in the years of “fat cows” we did not know how to build on our financial resources to take reforms capable of renewing at the root the social, civil, economic and political fabric that could have protected us from risks of possible deviations. This has not been done and the problems we have now have worsened and with them the costs to settle them and at the same time we have entered the big time in the “lean cows”. Immigration in this context has increased our difficulties also because it is becoming uncontrollable and without controls both upstream and downstream. And what pains us most is that our European partners do not seem to realize our objective difficulties and with them, unfortunately, we add a political class that can not keep the bar straight in the face of the tempestuous problems that are overwhelming us. They are not yet aware, and we hope in good faith, that they have become urgent reforms such as those of justice, tax, health, school and welfare and it is not necessarily that they constitute a cost for the coffers of the state, especially if they go to full capacity. Rather. (Riccardo Alfonso Centro studi della Fidest – fidest press agency)

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Lectio magistralis di Francesco Brioschi

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Milano 26 novembre 2018 ore 17,30 SoM Politecnico Milano Aula Magna Carassa Dadda (BL28) Campus Bovisa, via Lambruschini 4 In occasione del suo ottantesimo compleanno, la School of Management del Politecnico di Milano vuole festeggiare Francesco Brioschi, uno dei fondatori dell’Ingegneria Gestionale, il primo Direttore dell’omonimo Dipartimento e uno dei Vicepresidenti del MIP, la business school del Politecnico stesso.
Lo festeggia – alla presenza di illustri rappresentanti di alcune delle principali imprese del nostro Paese e del Rettore – con una Lectio Magistralis sul tema delle criticità e degli strumenti nel finanziamento della crescita delle imprese, argomento classico della Finanza, passione della sua vita sin da giovane e oggetto prioritario della sua attività di ricerca e di insegnamento dopo le rilevanti esperienze nell’ambito della Ricerca operativa e dell’Economia dei sistemi industriali. Lo festeggia anche con la consegna di un libro “in onore di Francesco Brioschi” – sul tema “Corporate Governance e Finanza d’Impresa” – con i contributi di chi, un po’ più giovane di età o suo allievo, ha avuto con lui importanti collaborazioni di ricerca. Aprono i lavori
Ferruccio Resta, Rettore Politecnico di Milano
Alessandro Perego, Direttore Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano
LECTIO MAGISTRALIS: Francesco Brioschi, Emerito di Assetti proprietari e governance di impresa, Politecnico di Milano
Intervengono e dibattono: Patrizia Grieco, Presidente Enel, Presidente Comitato Corporate Governance Borsa Italiana Gianfelice Rocca, Presidente Gruppo Techint, Ingegnere gestionale ad honoremFabrizio Saccomanni, Presidente UniCredit
Coordinano: Umberto Bertelè, Emerito di Strategia di impresa, Politecnico di Milano
Sergio Mariotti, Ordinario di Economia dei sistemi industriali, Politecnico di Milano

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9° Forum Internazionale su Alimentazione e Nutrizione

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Milano 27 (dalle ore 14,00) e 28 novembre (dalle 9,00) torna a Milano (presso il Pirelli HangarBicocca in via Chiese 2), per la nona edizione, il Forum Internazionale su Alimentazione e Nutrizione organizzato dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition.
Da Raj Patel, attivista, giornalista e scrittore, a Felix Finkbeiner, che con la sua organizzazione ha fatto piantare 3 miliardi di alberi in tutto il mondo, passando per l’italiano Pietro Laureano l’architetto che studia le metodologie di agricoltura tradizionali per applicarle alle più moderne tecniche di sostenibilità: sono loro alcuni degli ospiti che si alterneranno al Forum nella due giorni dedicata al cibo a 360°. Un’occasione per condividere evidenze, dati scientifici e best practice utili a raggiungere gli SDGs dell’Agenda 2030 dell’ONU. Il programma dei lavori prevede:
27 novembre ore 14.10: Cerimonia di premiazione della seconda edizione del Food Sustainability Media Award, il premio giornalistico internazionale su cibo e sostenibilità
28 novembre ore 13.15: keynote di Guido Barilla, Presidente Fondazione BCFN sul tema “La roadmap di BCFN e UN SDSN per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite”
28 Novembre ore 13.45: conferenza stampa che vedrà la presenza di:
GUIDO BARILLA, Presidente della Fondazione BCFN
RICCARDO VALENTINI, Coordinatore di Su-Eatable life; Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici IPCC, premio Nobel per la pace 2007; membro dell’Advisory Board, Fondazione BCFN
LEO ABRUZZESE, Global Director of Public Policy, EIU

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Il male “oscuro” del nostro tempo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

Dal XVI secolo a questa parte si è manifestato, sia pure a passi malfermi e qualche clamoroso arretramento, un particolare periodo evolutivo espresso in una civiltà che ha cercato di far emergere una nuova identità culturale, economica e sociale. A trainare la spinta vi sono stati popoli socialmente più evoluti così come è accaduto in passato con gli egiziani, gli assiro-babilonesi, gli antichi romani e gli slavi. Ma è anche vero, come osserva Spengler che: «le civiltà nascono, prosperano brevemente, decadono e muoiono». Dobbiamo forse convenire che la nostra civiltà è nella fase del declino e che una nuova si sta affacciando all’orizzonte? Ma quali potrebbero essere i segni premonitori? Nel XX secolo abbiamo accettato e anche subito l’evoluzione delle logiche capitalistiche e il suo contraltare nel comunismo di stampo sovietico e cinese. Due facce della stessa medaglia che avrebbero inteso imprimere una svolta evolutiva ai loro rispettivi sistemi se non ci fosse stato il collasso del blocco sovietico che ha provocato un nuovo rimescolamento delle carte e dalle quali ne ha tratto vantaggio il capitalismo con le sue logiche consumistiche ed edonistiche che hanno identificato il bene morale con il piacere. Probabilmente il capitalismo è riuscito meglio del marxismo a restare a galla per la sua capacità trasformistica congiunta allo sfruttamento umano cogliendo le sue debolezze: possibilità di facili arricchimenti, uso e abuso delle nuove tecnologie e via di questo passo. Ora il limite s’intravede in tutte le sue diverse contraddizioni. L’industria per prosperare e trarre sempre maggiori profitti deve allargare la sua base di consumatori ma non può più farlo perché è cresciuta la fascia di povertà e con essa la popolazione mondiale si trova a dover fare i conti con la logica di un lavoro, e non per tutti, che produce in massima parte redditi medio bassi e tali da rendere inquiete le nuove generazioni che vorrebbero tutto e subito e non tollerano più un’aspettativa dai tempi lunghi con lavori mal pagati e precari. Significa, volendo cogliere l’essenza del problema, che la crescita esponenziale della natalità, i progressi della medicina che allungano l’aspettativa di vita anche se non garantiscono una vecchiaia in buon salute, hanno reso chiaro che il capitalismo così come oggi lo concepiamo e gli stessi danni che ha creato all’ecosistema, per lo più irreversibili, impone una revisione radicale dello spirito guida che ci ha portati sino ad oggi. Da qui la convinzione che la nostra civiltà ha esaurito il suo ciclo e che necessariamente si sta profilando uno nuovo. Resta da chiedersi quanto conflittuale e drammatico potrà essere il suo passaggio prima di poter raggiungere il traguardo di una nuova civiltà. (Riccardo Alfonso)

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The “dark” evil of our time

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

From the sixteenth century to this part, a particular evolutionary period expressed in a civilization that has tried to bring out a new cultural, economic and social identity has manifested itself, albeit with unsteady steps and some resounding retreat. To drive the push there have been more socially evolved peoples as it happened in the past with the Egyptians, the Assyrians-Babylonians, the ancient Romans and the Slavs. But it is also true, as Spengler observes: “civilizations are born, thrive briefly, decay and die “. Should we perhaps agree that our civilization is in decline and that a new one is emerging on the horizon? But what could be the warning signs? In the twentieth century, we accepted and even immediately the evolution of capitalist logics and its counterpart in Soviet-Chinese communism. Two sides of the same coin that would have intended to give an evolutionary turn to their respective systems if there had not been the collapse of the Soviet bloc that has caused a new shuffling of the cards and from which capitalism has benefited with its consumerist and hedonistic logic who have identified moral good with pleasure. Probably capitalism has managed better than Marxism to stay afloat for its transformational capacity combined with human exploitation, catching up its weaknesses: possibility of easy enrichment, use and abuse of new technologies and so on. Now the limit is glimpsed in all its different contradictions. The industry to thrive and make more profits must broaden its consumer base but can no longer do so because the poverty line has grown and with it the world population is having to deal with the logic of a job, and not for everyone, which produces for the most part low average incomes and such as to make troubled the new generations who want everything immediately and no longer tolerate an expectation from long time with poorly paid and precarious jobs. It means, wanting to grasp the essence of the problem, that the exponential growth of birth rate, the progress of medicine that lengthen life expectancy even if they do not guarantee healthy old age, have made clear that capitalism as we conceive it today and the same damage that created the ecosystem, mostly irreversible, requires a radical revision of the guiding spirit that has brought us to this day. Hence the conviction that our civilization has exhausted its cycle and that a new one is necessarily emerging. It remains to be questioned how much conflictual and dramatic it may be in its passage before it can reach the goal of a new civilization. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa comunitaria alle prese con una leadership inconsistente

Posted by fidest press agency su martedì, 6 novembre 2018

Siamo governati in Europa, e in alcuni casi anche altrove, da una classe politica mediocre e soprattutto incapace di valutare nella sua interezza i mutamenti in atto per poterli tradurre in interessi generali e non limitati a consorterie di dubbia origine. Anche ora che si stanno incrociando le spade tra i vari contendenti l’unico polverone che si è in grado di sollevare sono le polemiche sterili come è il recente caso che ha visto duramente contrapposti il ministro degli esteri lussemburghese e degli interni Matteo Salvini. Ma in questa sciocca diatriba ciò che ci ha colpiti di più sono state le giustificazioni di Asselborn che lo hanno fatto arretrare di almeno un secolo quando le nazioni contavano qualcosa solo se il loro numero di abitanti era elevato. Se fosse in buona fede, allorché afferma che gli immigrati per il paese che li ospita sono una risorsa, mi chiedo il perché non si adopera ad ospitarli in gran numero insieme a tutti i suoi colleghi, dalla Francia in testa, che si guardano bene d’aprire le loro frontiere allo “straniero”. La verità è che l’immigrazione di oggi è la conseguenza delle logiche colonialiste, post colonialiste e delle attuali inciuci con i governanti corrotti di alcuni paesi africani e del vicino oriente che hanno provocato uno sfruttamento selvaggio delle risorse energetiche e minerarie di quei paesi, impoverendoli. Ad aggravare il tutto si è aggiunto il revanscismo tedesco che non potendo scatenare una terza guerra mondiale ha giocato la carta dell’economia arricchendosi a spese delle altre nazioni e condizionandole con i loro alti debiti pubblici. Non sarebbe andata in questo modo se vi fosse stato negli anni passati una maggiore solidarietà tra gli stati e la capacità di contenere la sete di potere dei governi tedeschi, di cui la Merkel è la più accanita sostenitrice, bilanciandola con una comunità europea più forte e determinata.
L’Europa, infatti, non si costruisce sulle debolezze altrui ma si consolida attraverso un impegno comune per cercare di portare allo stesso livello di crescita e di prosperità tutti gli stati. (fonte: Centri studi Fidest)

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In nome del popolo sovrano

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Ci sarebbe molto da dire intorno a questa espressione: “In nome del popolo sovrano”. Lo affermano i giudici nelle aule dei tribunali allorché pronunciano una sentenza e lo sono i parlamentari e i governi che ne derivano nell’esercitare il potere esecutivo. A scompaginare la misura di questo assunto è l’erosione dei sistemi democratici che determina lo spostamento dell’asse dal principio di sovranità in seguito all’espansione del tardo capitalismo. A questo punto è d’obbligo chiedersi se gli elementi costitutivi dello Stato, indicati dalla costituzione, basati sul territorio che delimita i confini, il popolo come insieme di individui che vivono stabilmente sul suo territorio e l’ordinamento giuridico che realizza il principio di sovranità, possono avere ancora un senso se i confini di uno Stato diventano permeabili ai flussi migratori, monetari e alle forme culturali più superficiali come le mode e i consumi. Tale aspetto segna i prodromi per l’assunzione di un diverso ruolo della identità popolare costituita dallo spirito nazionale, dai costumi, dal linguaggio e dalla tradizione. A questo punto si può ancora parlare di popolo a fronte di un rimescolamento di etnie e in una cultura del presente che enfatizza tutte le sollecitazioni del momento dando luogo a fenomeni di massa che limitano, di fatto, il senso della continuità storica e della percezione del futuro? In questa chiave di lettura il fenomeno migratorio di massa impone un’analisi critica non più orientata da valori ma da interessi di parte e lo stesso diritto, che definisce i comportamenti e le pene per l’ordine violato, diventa “flessibile” facendo venir meno le certezze dello Stato e del diritto. Se non diventiamo consapevoli di questo predominio asservito alla cultura dei consumi e alla dipendenza politica, sociale, economica e finanziaria che ci hanno portato alla creazione di organismi con poteri sovranazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Wto non avremo la possibilità di misurarci in qualche modo con siffatto principio ideologico dominante se non operiamo con una coscienza popolare più coesa e soprattutto informata. Ma c’è da chiedersi siamo ancora in grado di contenere quest’onda anomala limitandone gli effetti perversi? (Riccardo Alfonso)

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Oggi l’essere vecchio che senso ha?

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Oggi l’invecchiamento non dà più l’idea di un progresso verso la saggezza e la serenità, ma quella di una degradazione funzionale. Se il cadavere, il morente, il vecchio sono oramai inseriti nella categoria dello “scarto”, è perché sono considerati nient’altro che delle “macchine” fuori servizio. E’ questa visione disumanizzante del corpo che ha dato luogo a una strategia generale dello “sgombero”.
Il tutto diventa una mera operazione di mascheramento. Urbain in proposito scriveva sull’Enciclopedia Einaudi nel 1980: “Trascinato nel labirinto ospedaliero, più rassicurante per i suoi che per lui, al morente è continuamente negato la sua specificità e occultata metodicamente la differenza tra il morire e l’essere infermo”.
L’importante è nascondere sotto l’accanimento terapeutico, il sopraggiungere del nulla, far tacere la comparsa del morire con un mucchio di diagnosi incerte, mascherare insomma l’imminenza della fine mediante una tecnica di rianimazione cieca che trasforma a volte il morituro in un cadavere vivente. Il desiderio della negazione è così forte che si giunge a togliere con la forza al moribondo, uno dei diritti più naturali che ci siano: il diritto alla morte. E’ un rapporto non risolto, che l’evoluzione scientifica non solo rende più traumatico, ma non risolve in assoluto. Parodiando il detto latino: “Si vis pacem para bellum” dovremmo dire “Si vis vitam, para mortem”, se vuoi vivere veramente preparati a morire.
Qui sta realisticamente il punto e la stessa spiegazione che percorre tutto il lungo tratto dei miei scritti sino ad ora e attendono, se ancora avrò le forze per farlo, gli altri che chiudono la summa dei miei studi e delle conseguenti ricerche.
Io cerco, nonostante tutto, e avvalendomi del contributo di ricercatori e studiosi, di stimolare i miei simili verso un nuovo ordine d’idee nel quale vi sia posto alla vita come alla morte, in uguale misura. Nel loro complesso non vale la logica consumistica così come non vale il sacrificio corale e condiviso di una perdita. (Riccardo Alfonso)

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Europa 2019: la grande contrapposizione

Posted by fidest press agency su martedì, 18 settembre 2018

Sono iniziate da qualche mese le grandi manovre in attesa del rinnovo del Parlamento europeo il prossimo anno. Non pochi osservatori politici vi intravedono la forte somiglianza con quanto accadde a cavallo delle due grandi guerre mondiali del XX secolo. Allora i popoli del vecchio continente si trovarono ad affrontare la contrapposizione di due grandi sistemi ideologici di tipo totalitario che avevano in comune solo lo spregio per la democrazia. I grandi assenti di allora furono il partito comunista con la sua dichiarata missione in difesa dei ceti più deboli e la cosiddetta “destra sociale” e liberale. Oggi questi sistemi li ritroviamo da una parte con l’economicismo e la sua concezione astratta della vita come ragione calcolante egoista e individualista e, dall’altra, il fondamentalismo radicale nazionalista, etnico e razzista. In tale contesa resta marginale la presenza della sinistra storica in parte edulcorata da una vena tollerante e fortemente votata ai compromessi al ribasso che nella nostra realtà quotidiana si perde dietro i tanti rivoli ideologici e demagogici e con un linguaggio che ha perso quasi del tutto il suo carisma tra le folle e il liberismo che continua a dare valori morali alla correttezza del diritto ma deprivata dal suo carisma per eccesso di intellettualismo. E’ un percorso che se continua ad essere riduttivo pone fatalmente il ruolo dell’essere umano ad un livello marginale primeggiando la crisi dei sistemi di difesa della cultura e della politica. In pratica il conflitto si radicalizza in misura fortemente involutiva tra l’essere e l’avere, tra chi ha e chi non ha. E’ così che diventa sempre più profondo il solco che divide i popoli tra la soggezione e il potere riservato ad una minoranza ristretta e dove è prioritaria una visione unilaterale della vita dietro la quale si nascondono i grandi interessi economici del mondo capitalista. E’ così che scatta la trappola con una lotta tutta di destra come in Francia tra Macron e le Pen e che alle prossime europee si ripeterà fatalmente imponendo un pensiero indiviso che nel tentativo di riformare il mondo, attraverso lo sviluppo economico, richiama l’immagine di un mondo unico nel trionfo del privilegio di pochi a danno di molti. Se andiamo con questo passo accadrà che gli elettori europei non avranno più una contrapposizione reale ma la sola scelta del meno peggio come è accaduto in Francia. (Questo è il primo di una serie di articoli sulla politica, il costume e l’Europa ad iniziativa del direttore dei Centri studi della Fidest Riccardo Alfonso)

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Il nuovo conduttore televisivo di Mediaset è Matteo Renzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 settembre 2018

In questi giorni sta impazzando sulle reti televisive di Silvio Berlusconi l’anchorman di Mediaset. Per il patron Berlusconi è niente di meno che Matteo Renzi definito per tale incarico un uomo dotato di grande carisma. Ha infatti perso il referendum costituzionale e le ultime elezioni politiche portando il suo partito dal 40% alle europee, di 4 anni fa, all’attuale 18%. Che vogliamo di più? Lo abbiamo persino in Parlamento da senatore con i voti dei fiorentini e questo vuol dire, di certo, qualcosa della figura camaleontica di tale personaggio. Lo abbiamo ascoltato in un paio di suoi show dove ha rispolverato i vecchi, ma sempre ad effetto, temi anti pentastellati giusto per far capire agli ottusi elettori che hanno sbagliato voto e che ora lui è pronto a ravvederli con la benedizione del suo anfitrione che lo ospita nelle sue reti.
Si tratta sempre di questi italiani “discoletti” che non riescono ancora a capire che nolenti o volenti c’è lui e dovranno strisciare ai suoi piedi per riaverlo a palazzo Chigi, per affollare l’Italia di immigrati più e meglio di prima e così guadagnarsi l’ambita  pacca di compiacimento dei signori di Bruxelles e rendere onore al nostro paese con il suo più grande campo profughi d’Europa. Solo così quelli della Commissione Europea potranno tirare un sospiro di sollievo e tenere buoni quanti non gradiscono questa invasione senza controllo e con possibili infiltrazioni di terroristi e di malavitosi. Ma il gran vociare di questo personaggio non finisce qui. Alle sue spalle restano i grandi interessi dei vari comitati d’affari che, tra l’altro, hanno reso un pessimo servizio a quell’idea di privato che ci siamo fatta e che si basava sull’efficientismo e su servizi competitivi. In diversi casi, invece, il privato ha travalicato il suo ruolo diventando solo un sanguisuga che ha avuto il terreno fertile per compiere le sue sortite dall’incapacità dei nostri governanti di dettare regole precise e stabilire severi controlli sul loro operato nella sfera pubblica. Non si può, anzi non si deve, demonizzare, ad esempio la sanità pubblica facendo credere che è inefficiente solo perché chi deve sostenerla la depriva delle necessarie risorse per farla funzionare bene. E questo vale per molti altri casi dalla scuola ai trasporti. (Riccardo Alfonso)

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Quanto i partiti ci dicono di voler cambiare tutto

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

Se volessimo citare il primo uomo che ha soggiogato i suoi simili con la suggestiva proposta di voler cambiare tutto dovremmo tornare all’età della pietra. Da allora ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti ma la barca della speranza e dell’attesa è riuscita a tenere la barra dritta a dispetto delle acque agitate in cui si è trovata. E’ uno strano destino il nostro. Ci accontentiamo dei trenta miseri denari e per guadagnarli non ci facciamo scrupolo di tradire il nostro simile per affidarlo nelle mani del carnefice. Ma perché queste anime pie hanno bisogno di un cambiamento? Perché lo attendono con tanta ansia tanto da illudersi delle parole del primo imbonitore di turno seguendolo docilmente come nella storia del pifferaio di Hamelin? Perché la nostra mente è limitata a tal punto da deprivarsi dalla capacità che dovrebbe essere innata nel discernere il falso dal vero? Forse perché è stata tanta l’attesa e l’amarezza della disillusione che abbiamo finito con l’affidare ai posteri questa lunga attesa non volendo rinunciare a quell’ultimo barlume da un moccolo di candela. E’ che di generazione in generazioni ci prendiamo in carico questa pesante eredità ma finiamo sempre con il vanificarla non riuscendo a fare altro che a rinviarne la soluzione. Se in base a questa premessa ci caliamo nella realtà italiana potremmo spiegare meglio il grado umorale degli elettori da 25 anni a questa parte. E ci sono voluti 25 anni per arrivare a una sola conclusione: le promesse non sono mancate ma è rimasta immutata la logica gattopardesca “del tutto cambiare per nulla cambiare”. Abbiamo avuto persino partiti e movimenti nuovi o partiti che ci hanno fatto credere d’aver cambiato pelle ma hanno finito solo con il fare la fine dei pifferi di montagna che andarono a suonare e furono suonati. Ora è la volta dei pifferi giallo-verdi e che dire se non ai posteri: a voi la “facile” sentenza. (Riccardo Alfonso)

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Il movimento politico che non c’è

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

L’articolo di spalla apparso giorni fa su “Il fatto quotidiano” a firma del suo direttore Marco Travaglio mi ha fatto riflettere. Il tema trattato s’incentrava su alcune considerazioni di merito sull’attuale governo che è stato definito, dagli stessi protagonisti, “del cambiamento”. Ho ricavata l’impressione che le parti in causa abbiano scelta questa soluzione ab torto collo. E qui lo ha evidenziato chiaramente Travaglio quanto scrive: “sono due forze popolari ma con idee e basi sociali diverse se non opposte” tanto che sono riuscite ad ottenere una composizione solo mediante un solenne impegno contrattuale. E’ che tutto questo non sarebbe successo se il PD non si fosse lasciato condizionare dal suo ex-segretario Matteo Renzi che ben altri progetti aveva in testa e primo fra tutti quello di allearsi con Berlusconi e quest’ultimo d’emarginare il suo scomodo alleato Matteo Salvini. Le cose, come possiamo constatare, sono andate diversamente e nel peggiore dei modi per il PD che sta sopravvivendo con il suo segretario fantasma Maurizio Martina ma che alle sue spalle resta la figura più reale del suo ex Matteo Renzi pronto a riaffacciarsi sulla scena politica come se il passato, che lo ha coinvolto ed emarginato, fosse solo un brutto sogno e in questo modo, se lo lasciano a briglia sciolta, riuscirà solo a far recitare il profundis al suo partito. Eppure di un movimento che possa richiamarsi alla sinistra e ritornare alla ribalta dell’attenzione popolare e, quel che più conta, al consenso elettorale se ne avverte fisicamente il bisogno. E’ un discorso che ancora una volta mi costringe a parlare di partiti che secondo un certo cliché, stile vecchio secolo, chiamiamo di destra, di centro e di sinistra oltre alle varie sfumature e alleanze che possono andare dal centro alla destra e alla sinistra o anche definirsi “estremi”. Oggi invece il rapporto è duale tra chi è e chi ha e l’evidenza dei fatti rende, semmai, più tragico questo divario tra miliardi di persone che passano dalla povertà alla miseria o si barcamenano con retribuzioni modeste o affogano nella disoccupazione cronica o in lavori occasionali e stagionali. All’opposto ci imbattiamo in un’area di ricchezza sempre più ristretta ed esclusiva che prospera soprattutto sulle indigenze altrui. E’ un nodo che, fatalmente, sta andando al pettine anche se a tutt’oggi non è la mancanza di consapevolezza del dramma che in tanti si sta vivendo ma la capacità di trasformare il malcontento che serpeggia in una forza di potere transnazionale e a guida unitaria. Ci arriveremo, certamente, ma non vorrei che accadesse troppo tardi trasformando la dialettica politica in una vera e propria guerra civile su scala planetaria. (Riccardo Alfonso)

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Santità ho un sogno: le cittadelle del sapere

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Lettera aperta al Papa Francesco. Da dieci anni cerco di sensibilizzare i potenti della terra dai politici alle multinazionali, dalla Bill & Melinda Gates Foundation e alle altre dello stesso genere, ai governi e ai movimenti per la pace su un progetto che non lo ritengo solo umanitario ma culturale e sociale significativo. Pochi mi hanno risposto incoraggiandomi a non desistere ma non sono andati oltre. La mia, sia chiaro, è solo un’idea e una speranza ma agli altri è assegnato il compito di concretizzarla. Penso ai migranti che in tutto il mondo vagolano da un paese all’altro per salvarsi dalle violenze e per costruirsi un sia pur modesto avvenire soprattutto per i loro figli. Spesso ad accoglierli ci sono i grandi campi profughi dove la miseria è di casa per non dire altro. Perché mi sono chiesto non si può fare qualcosa di diverso? Così ho pensato a tante cittadelle del sapere sparse, ad esempio, lungo le coste africane che si affacciano sul Mediterraneo. Potrebbero sorgere sotto il protettorato dell’Onu e in un’area ceduta dai paesi ospitanti per farvi soggiornare autoctoni, migranti ed europei. Il modulo abitativo dovrebbe prevedere due distinti appartamenti ma contigui dove in uno cederlo a una coppia di pensionati europei e l’altra ad una famiglia del posto o immigrata. Una soluzione fatta per scambiarsi un aiuto concreto: per gli europei una stampella per la vecchiaia e per gli altri la possibilità di apprendere un mestiere o di assicurare ai propri giovani una professione in base alle loro abilità manuale o intellettiva. In questo modo imparano, tra l’altro, a convivere e a comprendersi. Cittadine, non troppo popolose (tra i 50mila e i centomila abitanti) che potrebbero autogestirsi e autofinanziarsi con le rendite pensionistiche degli europei e con le locali produzioni artigianali e attività turistiche. Potrebbero nascere e prosperare anche con il contributo di fondazioni private e con una tassazione sui profitti ottenuti dalle imprese che producono armamenti. Questa idea ha, a mio avviso, anche un risvolto pratico perché chi intende lasciare tali insediamenti può portare in dote una professione, un certo livello d’istruzione e una buona conoscenza delle lingue. Perché tutto questo dovrebbe interessare il Papa? Perché la Chiesa di Roma è stata capace in passato di fare molto per elevare la qualità della vita attraverso il lavoro e l’istruzione: Penso a S. Giovanni Bosco e non è il solo, ovviamente. (Riccardo Alfonso)

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Cavalcare la protesta per arrivare al governo e poi esserne disarcionati

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Negli anni del secondo dopoguerra del XX secolo gli italiani hanno perso la magica occasione di ricostruire il Paese con un’idea nuova e diversa di sviluppo industriale, sociale e culturale. Hanno lasciato che il passato riverberasse in quel presente e hanno rincorso i diritti dei cittadini sull’onda della protesta del qualunquismo di Giannini e dei comunisti a seguire. Sono stati anche gli anni dei comitati d’affari che non hanno avuto scrupoli a corrompere, inquinare e dilapidare i beni pubblici pur d’ottenere grossi profitti. E intanto le diverse riforme auspicate si sono fermate. Parliamo di giustizia, d’istruzione, di welfare, di opere infrastrutturali intermodali (tra percorsi autostradali, marittimi, lagunari e aerei) e nell’ammodernamento della filiera distributiva per i prodotti agricoli e altri generi di prima necessità. E’ parsa una convenienza per chi fa politica e di chi si cimenta nelle attività imprenditoriali e nella ricerca di facili guadagni potendo avere uno stato gravido di leggi a fronte di una giustizia e di una burocrazia lenta e farraginosa. E soprattutto riducendo all’osso l’efficacia degli organismi di controllo e ove è indispensabile di affidarli agli stessi controllati. E con questo procedere i partiti tradizionali hanno finito con il lasciare nell’opinione pubblica la percezione della loro incapacità d’agire se non quella di esserne conniventi. Incominciarono così i primi malesseri individuali e collettivi e la voglia di dar vita a nuovi movimenti politici che sapessero cavalcare la protesta e diventare forza politica di rinnovamento. Così sono nati i pentastellati e la Lega. Ora sono al governo ma il loro vero nemico è il tempo se vogliono gestire al meglio il successo elettorale ottenuto. E’ che troppi nodi sono giunti al pettine e la gente li considera tanto odiosi che vorrebbe scioglierli subito e non si fa più governare dalla pazienza nell’attesa. Le anime della conservazione lo sanno e fanno di tutto per rallentare la marcia dei novatori convinti che i loro proseliti alla fine li abbandoneranno certi di essere stati ancora una volta traditi. Ciò sta accadendo in Italia con i partiti che hanno perso consenso e ora sperano di recuperarlo invertendo le loro posizioni e la stessa Europa, che si sta preparando alle prossime elezioni parlamentari, lo sta facendo nell’intento di frenare l’onda popolare impropriamente definita populista alias anarchica mentre considera salvifico solo l’interesse proprietario del chi ha e vuol restare non solo tale ma anche per aprire nuovi fronti di profitto. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Finisce una guerra e si apre un cortocircuito che provoca la guerra fredda

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

La fine della seconda guerra mondiale non solo creò le premesse per innescare una nuova forma di guerra, quella fredda, ma anche per dirci che avevamo fatto una vera e propria scalata sul fronte degli armamenti militari aprendo la via a forme di distruzione di massa dalle conseguenze terribili per l’umanità. Parliamo, ovviamente, dell’arma atomica e non solo. E’ davvero una svolta storica e ben poca cosa appaiono ora le nuove strategie militari e le tecniche d’impiego degli eserciti con le guerre di movimento. Sembrava che potessero rappresentare la soluzione ideale per sconfiggere l’avversario dando ampio spazio ai mezzi corazzati, ai trasporti motorizzati e all’impiego massiccio dell’aviazione per i bombardamenti tattici e strategici di aree non solo di natura militare ma anche a solo uso civile per indebolire la resistenza della gente ammassata nei grandi agglomerati urbani. Ci sbagliavamo sebbene qualcosa già si avvertiva potendo mettere in campo armamenti tradizionali ma già capaci di essere risolutivi.
Si afferma, a questo proposito, che il Fuhrer non fu eccessivamente impressionato dallo sbarco degli alleati avvenuto in Normandia il 7 giugno del 1944.
Egli, infatti, pensava di capovolgere l’avversa situazione venutasi a creare, sul fronte occidentale, dando il via all’operazione “Cherry-pip”. Si trattava di lanciare contro Londra, entro qualche giorno, da 300 a 400 missili Cherry-pip con testate esplosive di grande potenza. Il tentativo, com’è noto, non riuscì se non per qualche gittata dimostrativa sul cielo di Londra.
Ma in cantiere vi erano ben altre minacce. Prima fra tutte la bomba atomica. Ci pensarono i tedeschi per primi, ma i loro scienziati non fecero in tempo a disporne un uso bellico sebbene ci arrivassero molto vicini. Intanto gli Usa già pensavano di adoperare la bomba in Germania se non fosse riuscito il loro sbarco in Normandia. Ci mancò poco, quindi, che gli ultimi bagliori della guerra non si trasformassero in “funghi atomici.” Ma anche le armi individuali ebbero il loro momento di celebrità. Ci si rese conto della loro importanza in specie se i combattimenti si svolgevano a distanza ravvicinata. Era il momento del mitra, delle granate a mano, delle armi automatiche, in genere, ed anche dei blitz operati nelle retrovie nemiche con uomini pronti a tutto per creare confusione tra le forze combattenti e per distruggere ponti e reti di comunicazione. Fu anche preparata un’altra guerra: quella partigiana che sfruttando le difese naturali del terreno, tra dirupi e boschi, si potevano colpire le colonne nemiche e ritirarsi prima che reagissero in forze. Una tecnica di guerriglia che fu poi esportata nelle città e con successo. Per contrastarla i tedeschi non trovarono di meglio che prendere degli ostaggi inermi del luogo e fucilarli senza pietà. Pensavano in questo modo di indebolire la rete di connivenze che si stava intessendo intorno ai partigiani, ma fu inutile.
La vera guerra, in questa come in altre circostanze, fu vinta anche dalla propaganda condotta dai comitati di liberazione nazionale che trasformarono le uccisioni a freddo dei tedeschi in tanti atti di eroismo delle vittime e in una grande voglia di riscatto da parte dei sopravvissuti. Ci fu il fenomeno dei “kamikaze” giapponesi che si lanciavano con gli aerei carichi di bombe sulle navi americane indifferenti alla morte e al fuoco di sbarramento delle loro contraerei. Oggi lo fanno gli islamici nei mercati, nelle piazze affollate e nei luoghi d’intrattenimento. Se ben consideriamo tali forme di lotta tanto diverse dai canoni tradizionali di una guerra di posizione ereditata dalla prima guerra mondiale, ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che ne hanno provocato il tracollo. E dire che tutto è avvenuto in pochi decenni.
Ricordiamo che gran parte degli stati maggiori anglo-francesi, fino alla travolgente azione militare tedesca sul fronte francese, rimasero fermi nei loro convincimenti anche se furono indirettamente testimoni di combattimenti svoltisi in Polonia con moduli d’intervento decisamente non tradizionali. Militari e politici francesi e inglesi furono a tal punto convinti di trovarsi al cospetto di una seconda guerra di posizione che trovarono persino normale vivere un semestre “irreale” di non belligeranza poiché si aspettavano un attacco in forze sulla linea Maginot e quindi restarono su quelle posizioni in “tranquilla attesa.” Da tutte queste considerazioni emerge qualcosa di più significativo da rilevare. La seconda guerra mondiale, a nostro avviso, resta l’ultima rappresentazione corale mostrata attraverso un reclutamento di milioni di uomini e dall’esistenza di uno o più fronti di combattimento.
Le nuove generazioni nate all’ombra delle tecnologie più evolute e dell’informatica non hanno più bisogno di milioni di armati per sconfiggere altri milioni di armati. Si è pensato in un primo tempo che ciò fosse possibile con l’arma atomica ora il discorso si fa in un modo diverso con l’uso del terrorismo e la subliminazione attraverso i media. Ora l’insidia sta diventando più sottile ed è inodore come il gas nervino. Resta da chiederci se chi ci governa ne è consapevole e ne sa trarre le dovute conclusioni.
I due momenti sono fondamentali, a mio avviso, per capire quanto avviene nel XX secolo e su quali traumi esistenziali si matura tutta la storia dell’umanità vissuta, questa volta, con la lente d’ingrandimento, per quanto riguarda il tempo in cui viviamo e, forse, un po’ prima e, nel cogliere i segni di ciò che ci attende, un po’ dopo.
La seconda guerra mondiale, probabilmente più della prima, per le armi impiegate e per le distruzioni sistematiche d’intere popolazioni, posso considerarla un evento che ha impresso, in profondità, una svolta epocale. Tutto posso dire, infatti, a proposito degli anni post-bellici, tranne che le cose hanno ripreso a procedere come se nulla fosse accaduto. (Riccardo Alfonso)

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Beatrice conduce Dante in Paradiso, ossia verso la conquista della sua immortalità

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Qui si compie il destino di tutti gli esseri viventi, dal più piccolo al più grande, dal più saggio al più ignorante. Solo in questo modo possiamo giungere a un grado maggiormente elevato di consapevolezza e di compiutezza. Il genere umano, così procedendo, cammina, ma si può anche incedere senza procedere, si avanza, sotto certi aspetti, e si arretra sotto altri. La barba-rie è una di tali cammini a ritroso.
L’uomo è condannato a un movimento continuo ma giunto al più alto livello la sua intenzione di volervi restare stabilmente lo spinge a compiere passi retrogradi. L’esempio dell’Eden in cui vissero Eva e Adamo lo sta dimostrando. Essi, per un eccesso di sicurezza, finirono con il perdere tutto, tranne l’amore.
E’ questo il filo d’Arianna, figlia del mitico re di Creta Minosse e di Pasifae che salva Teseo che si era avventurato nel labirinto per uccidere il Minotauro. E’ un filo d’amore. E’ quello che permette all’eroe di ritrovare la via del ritorno.
Sono storie simboliche, forse semplicemente spettacolari, ma tanto confacenti alla natura stessa dell’essere umano che si ritrova sempre con lo stesso ricorrente tema: quello del sentimento più puro che sprona all’azione, alla ricerca, alla bellezza e ci aiuta a capire la vita e ancor più la morte.
E’ tutto questo solo sentimento? Forse. Il sentimento, tuttavia, non inganna mai. Non coglie e non afferma che un rapporto, e questo non è un’apparenza ingannatrice. Esso non delude, per quanto primitivo può apparire.
E’ invincibile, universale e ci conduce sulle esistenze e le realtà e le annuncia con evidenza manifesta. Allora può servire di base a un giudizio assoluto e necessario. E’ la coscienza dell’esistente e delle esistenze.
L’attenzione che diamo a una cosa è sempre proporzionata all’interesse che essa c’ispira o alla forza di volontà che vi mettiamo. Quando questi due principi dell’attenzione si concentrano su un determinato oggetto, allora soltanto essa raggiunge il suo più alto grado di forza. In una passione, nulla ci sfugge di ciò che con essa ha rapporto, vicino o lontano che sia. I senza anima o gli uomini deboli di carattere, che, di fatto, non s’interessano di nulla, non sono suscettibili d’attenzione, o almeno di una valida attenzione. Per loro è necessario ritornare a vivere per assaporare ciò che hanno perso nelle vite precedenti. Sono i Teseo senza la loro Arianna. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La pace in Europa e i suoi risvolti in Italia con l’operazione “sunrise”

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Tra tante contraddizioni durante e prima la seconda guerra mondiale si arrivò alla fine di questo tunnel degli orrori con la resa incondizionata di tutte le forze tedesche che fu firmata a Reims nel quartiere generale di Einsenhower il 7 maggio 1945. Ma bisogna attendere fino al 2 settembre, dello stesso anno, per veder piegata la resistenza giapponese. Resta comunque da chiedersi se fosse stato possibile pervenire a quest’atto finale, in tempi così ravvicinati, se non fossero state sganciate dagli americani, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto dello stesso anno, due micidiali bombe atomiche che rasero letteralmente al suolo, con centinaia di migliaia di vittime, soprattutto civili, le due città giapponesi.
A cavallo di queste due date, tanto funeste per tutta l’umanità, ed esattamente l’8 settembre 1945, l’U.R.S.S. dichiarò guerra al Giappone. Ora, con il senno di poi, dovremmo pensare che fu la fine di un incubo o che ci siamo infilati in un altro scenario se non di guerra di certo ricco di contraddizioni e di domande senza risposta? La responsabilità la dobbiamo assegnare ai tanti europei che non seppero comprendere che i tempi stavano mutando e nuove speranze e attese stavano presentandosi. A questo punto ci sembra troppo sbrigativo concludere queste reminiscenze pensando contestualmente ai fatti di casa nostra e di cui ci hanno dato ampia e documentata testimonianza Elena Agarossi e Bradley F. Smith nel loro libro Operation Sunrise (Editore Feltrinelli). Cito questo testo, in particolare, poiché lo considero un lavoro di ampio respiro per l’analisi applicata, da quella strettamente strategico militare, a quella politica, psicologica e filologica.
L’operazione “sunrise”, così denominata dai servizi segreti americani, intendeva portare alla resa il mezzo milione di soldati tedeschi di stanza in Italia e di evitare, soprattutto, la formazione, da parte tedesca, della “ridotta alpina” nel Tirolo, una specie di fortezza di Masada ma organizzata, questa volta, nelle grandi proporzioni di un sistema fortificato in un’imprendibile posizione naturale tra le Alpi.
Gli americani, per contro, avevano fretta di terminare lo scontro contemperandovi sia esigenze prioritarie, di natura strategica e politica, sia quelle di: pervenire al controllo militare del bacino del Mediterraneo, di ridurre al minimo le perdite di vite umane delle forze armate U.S.A. e di prevenire le turbative d’ordine politico (possibili sia in Africa del Nord che in Italia) suscettibili di complicare ed ostacolare le operazioni militari. Nel frattempo s’intravedeva la possibilità di favorire, al meglio, i processi di transizione, ma con l’accortezza di evitare la possibilità di una radicalizzazione della lotta politica a sinistra e lo scatenarsi una possibile guerra civile.
Questa complessità delle motivazioni che ruotano intorno all’operazione “Sunrise” fa sì che essa, agli occhi dei più recenti studi storici sugli avvenimenti di quei tempi, riacquisti tutta la sua importanza e rappresenti, in un certo qual modo, una diversa chiave di lettura anche sulle operazioni militari e politiche operate nel resto dell’Europa e fuori di essa. Non dimentichiamo che in questo frangente vi possa essere stata una parallela identità di vedute tra il generale Wolff, comandante delle forze tedesche di stanza in Italia, e gli americani circa la possibilità di una collaborazione in chiave antisovietica.
Non a caso Wolff, dopo la resa, fu frettolosamente imbarcato alla volta degli Stati Uniti e ricoverato in una casa di cura, per dementi, per sottrarlo al processo di Norimberga.
Sta di fatto che per quanto concerne il Sud d’Europa si negò la partecipazione sovietica alla trattativa Sunrise e alla corsa per Trieste che la Sunrise stessa spianò il terreno, in modo decisivo, all’avanzata dell’armata anglo-americana. In questo “affaire” emerge il ruolo fondamentale svolto da Allen Dulles che diresse da Ginevra i contatti americani con il generale Wolff e il comando tedesco e li portò a termine con successo. Dulles, come si ricorderà, divenne il capo della CIA e fu lo stesso che affrontò la durissima prova della guerra fredda, sul finire degli anni quaranta. La resa dei tedeschi avvenne in Italia il 2 maggio del 1945. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa comunitaria è un guscio vuoto

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Non ci riferiamo all’attuale indifferenza mostrata nell’accoglienza degli immigrati e nemmeno al cinismo d’attribuire alla sola Italia l’onere di riceverli, assisterli e offrire loro un’opportunità lavorativa, ma ad usare l’arma impropria del condizionamento economico e finanziario per indebolire il paese e ridurlo alla mercé dei comitati d’affari per lucrare e immiserire gli italiani sino a renderli incapaci di crescere e prosperare. Per questo motivo il Parlamento europeo è diventato solo una tribuna per dibattiti destinati a non portare nessun risultato pratico ma unicamente per servirsene come alibi per i propri interessi di bottega. Chi comanda è altrove e se si decide che l’Italia deve diventare la gamba lunga dell’Africa e trasformarla nel più grande campo profughi d’Europa a nessuno è permesso sollevare la pur minima critica. E l’Italia è doppiamente vittima di quest’andazzo avendo avuto governi privi di spina dorsale e portati ad assecondare acriticamente il volere dei gruppi di potere comunitari. Ora che l’attuale esecutivo alza la testa i fulmini di Bruxelles diventano incontenibili. Avevo già da tempo espresso molte perplessità sulla politica messa a punto dall’U.E. da diversi anni a questa parte e, pur essendo un convinto europeista, sono stato al tempo stesso il primo a rammaricarmene. In un mio libro ho intravisto una sola possibilità: lo sdoppiamento dell’Europa lasciando alla deriva i paesi come la Germania, la Francia, l’Olanda e il Belgio e fondando una nuova unione europea a guida Russa. Esistono delle grosse potenzialità per un’Europa del Sud-Est che inglobi tutti i paesi africani e asiatici che si affacciano sul Mediterraneo. Solo con questo genere di rimescolamento delle carte è possibile assicurare all’Europa, sia pure per quel che resta, un suo futuro. D’altra parte la storia ci insegna. La civiltà è nata e si è consolidata proprio sulle sponde del Mediterraneo e da questa civiltà è possibile ritrovarci e prosperare. (Riccardo Alfonso)

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Le mutazioni del nostro tempo stanno nel modo come lo abbiamo velocizzato

Posted by fidest press agency su martedì, 28 agosto 2018

La spiegazione va ricercata in una sola maniera. Essa è legata al modo come abbiamo inteso velocizzare il fattore tempo. Una circostanza che costituisce l’elemento più “esplosivo” dell’intera trama umana tessuta sin dalle sue origini. Abbiamo incominciato a “correre” e con un’accelerazione impressionante. Ancora oggi non riusciamo a fermarci o a dare al nostro incedere un moto meno frenetico. Sembra un’osservazione come tante altre, ma non è esatto. E’ diventata, a tutti gli effetti, la storia della nostra contemporaneità. Noi stiamo marciando a un ritmo inusuale.
Il giornale ci porta le notizie del giorno prima, ma la televisione lo fa con una differenza di solo qualche ora. Gli stessi rapporti privati e pubblici assumono una dimensione diversa. Se si spedisce una lettera essa, di norma, per coprire una distanza, diciamo di 700/1000 Km., ci impiega tre o quattro giorni tra il momento in cui la impostiamo e quello della consegna tramite il portalettere. Eppure possiamo fare di meglio. Basta inviare una E-mail o un fax. Il messaggio arriva praticamente in tempo reale, ovvero al momento della trasmissione.
E’ questa la differenza che intendiamo rilevare quando diciamo che il mondo si velocizza e che proprio questa circostanza rappresenta la vera rivoluzione dei nostri tempi. Comprenderla, per viverci, fa la diversità, e ancor più il saperne essere conseguenti in ogni evenienza.
Sono i grandi mutamenti che vivono intorno a noi e vi penetrano. E’ importante capire, a questo punto, il perché il nostro sistema non riesce a conformarsi in tempi altrettanto brevi.
D’altra parte, come abbiamo avuto modo di rilevare, i segni sono evidenti. Li registriamo un po’ ovunque, nel lavoro e nei rapporti con i familiari, con gli amici o i conoscenti.
Il tutto diventa una continua rincorsa. Una volta che crediamo di aver raggiunto una meta ci accorgiamo che i paletti, posti per segnare il punto d’arrivo, sono stati spostati più avanti.
A questo punto come possiamo spiegare i tempi lungi imposti dalle leggi, dall’istruzione scolastica, dalla giustizia, dalle procedure amministrative?
E’ possibile capire, a questo punto, le regole che ancora c’impongono taluni sistemi paese? Pensiamo al pensionato. L’età che è posta, come limite estremo, per considerarlo attivo nel lavoro o non più idoneo sembra ignorare che nel giro degli ultimi 80/90 anni la vita media è raddoppiata. Ha senso tutto questo? Non solo. Sappiamo anche che esiste un’età biologica che non tiene conto di quell’anagrafica poiché si può diventare vecchi, a 50 anni, e restare “giovani” a 70. Tutte queste cose servono per farci capire che nulla è definitivo, che tutto è in movimento, che la società deve cambiare ritmo perché il procedere è mutato. In questo senso si presentano le due storie parallele del terzo tomo: Vulnus e la terra dei padri. Nell’una tocchiamo e superiamo il terzo millennio e nel secondo ci portiamo alle spalle il lento e cadenzato procedere delle stagioni.Vulnus ci fa voltare pagina, ci conduce per mano verso la nuova frontiera. Nella “Terra dei padri” resta il ricordo, vago e indistinto, forse un po’ nostalgico, del lento procedere dell’uomo, dalla sua creazione al suo divenire. E’ ora giunto al capolinea. Per raggiungere la nuova meta l’umanità deve cambiare mezzo. Il farlo non è più una questione di gusti, ma una necessità imposta dagli eventi. (Riccardo Alfonso)

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