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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Quando la democrazia blocca la violenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Se andiamo al tempo in cui l’essere umano decise di vivere in comunità credo che si pose da subito il problema del come conciliare la coabitazione con gli interessi corporativi e di governance. Nei millenni trascorsi da allora ad oggi è apparso evidente che a scompaginare il sistema è stata la tendenza prevaricatrice di alcuni componenti la comunità nei riguardi dei propri simili. In altre parole il voler giocare “sporco” per trarne benefici personali sia di natura economica che per sete di potere. La reazione popolare non si fece attendere e il focolaio si accese generando conflitti d’ogni genere e per motivazioni più disparate: etniche, religiose, sociali e culturali. Se riportiamo questo seme della discordia alla realtà dei nostri giorni possiamo dire che numerosi sono gli insuccessi ottenuti ma anche la riuscita di stabili equilibri.
Al che dovremmo chiederci, doverosamente, i motivi del mal funzionamento e del perché le aspettative virtuose non hanno attecchito a livello mondiale. D’altra parte come si può pensare che messo in atto un modello di gestione democratica della cosa pubblica essa possa, ad un certo punto, non reggere le aspettative popolari divenendo persino una contraddizione nei termini con manifestazioni di piazza cruente. E’ che l’aspetto negativo, a mio avviso, dipende dall’uso che abbiamo fatto della stessa democrazia introducendovi elementi conflittuali di portata mondiale. Pensiamo al capitalismo che è degenerato nell’avidità, nell’egoismo, nei facili arricchimenti a scapito dei più deboli. Pensiamo a ciò che ci ha lasciato il socialismo reale e ancor prima il Marxismo-Leninismo. Pensiamo alla globalizzazione dei mercati che è degradata in una conflittualità sociale permanente. Pensiamo ai danni che abbiamo provocato all’ambiente con economie espansive poco rispettose dell’habitat e quanto altro.
Da più parti i ben pensanti invocano correttivi e comportamenti virtuosi per restituire alla democrazia la sua identità primigenia, generata dalla rivoluzione ateniese, e che i nostri padri, nella loro saggezza, ne hanno riconosciuto il valore e la portata del messaggio. Perché il precetto democratico non si coltiva citandolo ma praticandolo e in tal senso può diventare l’unica forza capace di contrastare la violenza e portare l’homo novus a soffocare le passioni in nome della ragione. (Riccardo Alfonso)

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La rassegnazione cristiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Le generazioni che hanno vissuto la pienezza della loro maturità gli anni che hanno composto il XIX ed il XX secolo sono state educate alla ricerca della “rassegnazione” di fronte ai tanti mali esistenziali legati alla povertà, alla sofferenza, alle ingiustizie e quanto altro. Da alcuni anni a questa parte questo sentimento è decisamente in crisi sia sotto il profilo della dottrina che della stessa pratica di vita cristiana. E’ una presa di coscienza sempre più forte e determinata. E’ la voglia di giustizia che sembra voler essere in perenne conflittualità con un modo di dividere l’umanità tra i più “fortunati” o se vogliamo più “furbi” e gli emarginati. La stessa carità si è trasformata in solidarietà, attraverso il volontariato, ed è diventata persino una parola tabù poiché significa per molti un modo d’offrire un’elemosina per mettere la coscienza a posto. E per molti cristiani tutto ciò è diventato una nuova consapevolezza, un nuovo concetto di Fede che si traduce in una missione intesa come servizio e che respinge al mittente ogni pretesa di attaccamento al potere e ai suoi privilegi. Ma non basta per dare forza a questo “movimento”. Occorre uno sforzo in più. Bisogna prestare più attenzione all’azione educativa prestata nell’insegnamento scolastico e in tutti quegli ambienti dove è possibile dialogare con le parti sociali: oratori, sindacati, volontariato, associazione di varia natura. Il tutto si deve tradurre in un itinerario metodologico secondo la scansione di una serie di tappe progressive, al cui interno si presuppongano ulteriori obiettivi intermedi. Tutto questo perché se si sconfigge la rassegnazione al suo posto non può e non deve subentrare la rabbia, la rivolta, l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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When democracy blocks violence

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

If we go to the time when the human being decided to live in community, I think that the problem of how to reconcile cohabitation with corporate and governance interests was immediately raised. In the millennia that have passed since then, it has become clear that the system has been disrupted by the tendency of some members of the community towards their own kind. In other words, wanting to play “dirty” to derive personal benefits from both an economic and a thirst for power. The popular reaction was not long in coming and the outbreak was ignited, generating conflicts of every kind and for a variety of reasons: ethnic, religious, social and cultural. If we bring this seed of discord back to the reality of our day we can say that there are many failures obtained but also the success of stable equilibria.
To which we should ask ourselves, dutifully, the reasons for the malfunctioning and because the virtuous expectations have not taken root worldwide. On the other hand, as one may think that once a model of democratic management of public affairs has been implemented, it may, at a certain point, not hold up to popular expectations, even becoming a contradiction in terms with bloody demonstrations. It is that the negative aspect, in my opinion, depends on the use we have made of the same democracy by introducing conflicting elements of global significance. We think of capitalism that has degenerated into greed, selfishness, easy enrichment to the detriment of the weakest. Let’s think about what real socialism has left us and even before that Marxism-Leninism. We think of the globalization of markets that is degraded into a permanent social conflict. We think of the damage we have caused to the environment with expansive economies that do not respect the habitat or anything else.
From many sides the well-thinking think that they call for correction and virtuous behavior to restore democracy to its primitive identity, generated by the Athenian revolution, and that our fathers, in their wisdom, have recognized the value and scope of the message. Because the democratic precept is not cultivated by quoting it but by practicing it and in this sense it can become the only force capable of countering violence and bringing homo novus to suffocate passions in the name of reason. (Riccardo Alfonso)

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Labelmaster Hires Jay Johnson to Expand Consulting Services Team

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 settembre 2019

Labelmaster, the leading provider of products, services and technology for the safe and compliant transport of dangerous goods (DG) and hazardous materials (hazmat), today announced the appointment of Jay Johnson as senior manager of Labelmaster Services. Johnson will report to Labelmaster Vice President of Consulting Pia Jala, who will now lead the consulting services team.
With more than 29 years of experience in dangerous goods shipping and compliance, Johnson specializes in packaging and logistics solutions for the chemical and biotech industries. He comes to Labelmaster from Inmark Packaging, where he served as the regulatory compliance manager and assisted companies with all dangerous goods compliance activities, including the development of customized training programs and packaging solutions for chemical, industrial and pharmaceutical industries.Prior to Inmark, he served as director of worldwide clinical trials for QuickSTAT, director of regulatory compliance for Partners In Compliance, Inc. and supervisor for USCO Distribution Services, Inc. Johnson is a member of the Council on Safe Transportation of Hazardous Articles (COSTHA), a board member of the Dangerous Goods Trainers Association, Inc. (DGTA) and past chairman of the Dangerous Goods Advisory Council (DGAC). He is also a Dangerous Good Safety Advisor (DGSA) in Europe and an approved dangerous goods instructor by the UK Civil Aviation Authority (CAA).

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Esiste ancora l’egemonia USA?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Le recenti elezioni americane ci hanno dato un presidente ante litteram che a fronte della nascente potenza di Cina e Russia intende ripristinare la piena sovranità degli Stati Uniti nella logica di una “competizione per il potere”, che è, per altro, una costante centrale della storia. Egli vi individua tre competitori o minacce: le potenze revisioniste come Cina e Russia, gli Stati fuori controllo (rogue states) come Corea del Nord e Iran e i terrorismi transnazionali. Altri quattro elementi della sua politica lo caratterizzano: In primis il suo nazionalismo non eccezionalista in quanto ritiene che in un sistema anarchico e competitivo non vi sono differenze tra gli interessi statunitensi e quelli del resto del mondo o una superiorità etica degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali. E in secundis non intende farsi imbrigliare dai meccanismi multilaterali delle organizzazioni internazionali, che limitano la potenza del soggetto dominante. Si aggiungono la sua marcata dimensione militarista invertendo la tendenza alla costante riduzione del bilancio della Difesa e l’unilateralismo, la realpolitik e il protezionismo nel suo intendimento di contrastare i processi d’integrazione globale non credendo più alle mille interdipendenze che vincolano gli Stati Uniti ad un sistema internazionale che ha, per altro, cessato da tempo di essere “a somma zero”. In tutto questo avverto la consapevolezza di chi, forse inconsciamente e con strumenti appena abbozzati, si rende conto che il sistema capitalistico vigente non è più sostenibile e necessita di una metamorfosi radicale. Non ritengo, tuttavia, che una pur inevitabile mutazione, stante l’attuale criticità dell’ecosistema, possa permetterci un passaggio indolore e non conflittuale lasciando intravedere, da Trump in poi, un cambiamento di passo dell’intera umanità facendo esplodere al tempo stesso tutte le contraddizioni dell’attuale sistema in forma cruenta. (Riccardo Alfonso)

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Calamità naturali e violenze fraticide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

I media rendono sempre più vicine le grandi distanze. In questo modo possiamo, quasi in tempo reale, avvertire la sofferenza di un popolo a fronte di eventi calamitosi naturali e per le violenze praticate dai propri simili. Ma è anche una responsabilità che ci assumiamo allorché la nostra attenzione non è conseguente e lasciamo che la solidarietà per le sofferenze altrui restino un sentimento formale. Ma sia chiaro: non è tanto un atto di pietà nel donare un abito dismesso o un obolo che costituiscono i fondamenti per una compensazione all’altrui disagio. Occorrono atti più concreti e duraturi. E’ necessario operare fattivamente la pietà convertita in solidarietà, in partecipazione attiva e non solo tra poveri ma anche se non soprattutto tra coloro che vivono del superfluo e ne fanno titolo di primato sociale e di arroganza di potere. Se nell’essere umano non facciamo prevalere queste condizioni è difficile che il male possa essere debellato o le sofferenza, da un evento calamitoso naturale, possano incontrare un nuovo afflato di solidarietà umana. E’ questo ciò che vogliono gli spiriti liberi ed amanti della giustizia. E’ questo ciò che si chiede a quel popolo che riversa nella preghiera il suo appello spirituale alla concordia e alla fraternità. E’ questa la sola risposta per ritrovarci più buoni, ma soprattutto nel ridare al concetto di giustizia la sua valenza primigenia, la sua carica di valori e di ispirazioni verso il bene come il primato stesso della Fede. (Riccardo Alfonso)

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A margine del viaggio di Papa Francesco in Africa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Di tanto in tanto ci pervengono riflessioni da parte di alcuni missionari che possiamo definire “di confine” per la loro opera condotta in luoghi dove la miseria è estrema e la morte falcidia giovani e meno giovani per fame e sete e malattie e là dove è difficile poter sostenere una idea di speranza che non vada a scontrarsi brutalmente con la disperazione e la rinuncia alla stessa vita. In quei luoghi insegnare ad aver fede, suscitare sentimenti di carità e risvegliare la speranza diventa un impegno estremo e gravoso. Si ha netta, in costoro, l’impressione che si stia vivendo una esperienza che ha risvolti molto amari per il genere umano. Vi è un divario enorme tra il bisogno ed il suo soddisfacimento e che questo bisogno non è lo stesso del povero in occidente. E’ di una “natura estrema”. E’ una miseria che uccide, falcidia senza remissione milioni di persone. Eppure sono per lo più i poveri che in occidente offrono un obolo ai fratelli più sofferenti, ma è pur sempre una goccia in un mare di necessità. Vorremmo che questi stessi missionari diventino testimoni della nostra cattiva coscienza, degli egoismi che non ci permettono di capire che la carità non ha più senso. Occorrono interventi che facciano giustizia di queste miserie, le riscattino in un piano di vaste proporzioni che partano dalla spontanea volontà di chi più dispone di lasciare una grossa fetta dei loro averi a chi averi non ha nemmeno per procurarsi un sorso d’acqua. Se riusciamo a renderci consapevoli di tutto ciò forse potremmo trovare nella speranza un barlume di certezza per il nostro futuro.

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Il linguaggio dei politici: Le “merendine” del ministro Fioramonti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Qualche giorno fa il ministro della pubblica istruzione esprimendo la sua opinione sugli stipendi degli insegnanti e condividendone il disagio vi aggiunse la necessità di trovare le risorse e a questo punto parlò del costo delle merendine e la convenienza di ridurne la spesa anche perché, soggiunse, non fanno granché bene ai bambini. E’ stato, a mio avviso, un ragionamento logico ma sbagliato nell’identificare un certo tipo di prodotto per definirlo persino sconsigliabile per l’alimentazione dei giovanissimi. Questo piccolo esempio dà la misura della superficialità della comunicazione da parte di taluni politici. Posta la missiva all’attenzione popolare, ha significato una sola cosa: il ministro vuole togliere le merendine ai bambini per finanziare gli aumenti di stipendio degli insegnanti. Lascio al lettore considerare l’argomento nell’immaginario collettivo e nelle sue diverse sensibilità. La mia riflessione non si ferma, ovviamente, a questo passaggio narrativo ma apre il discorso su un piano più generale. Oggi il difetto di molti politici è quello di non parlare pensando ai possibili interlocutori che lo osservano e lo ascoltano dagli schermi della televisione e che questa indistinta massa di persone è formata da soggetti di tutte le età, livello culturale e a volte con una capacità di ascolto limitata ora per sordità, ora perché distratta da altri impegni. Alla fine il popolo degli elettori identificherà il suo consenso o dissenso solo su due o tre parole chiave che si sono fissate nella mente. Non dimentichiamo, alla fine, che proveniamo da un passato remoto e recente dove gli avversari di ieri e quelli di oggi se le son detti di tutti i colori anche con frasi offensive e se ora i loro rispettivi leader, come se nulla fosse, si stringono la mano e si scambiano i sorrisi non è detto che i rancori passati si siano del tutto diradati dai fan delle due parti. Ecco perché il messaggio che deve filtrare è di armonia e non tendente ad attizzare altro fuoco anche se per certi la tentazione è forte. Deve essere un messaggio deciso e chiaro perché a partire dalla scuola, e non solo, sono stati commessi molti errori e ora occorre porvi riparo parlando di meno e facendo molto di più. (Riccardo Alfonso)

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La sicurezza nella sua visione globale: il voto pentastellato

Posted by fidest press agency su martedì, 3 settembre 2019

E’ un aspetto della vita umana che ci ha attraversato sin dai primordi dell’umanità e forse ancora prima se pensiamo alla logica della catena alimentare che impone il criterio di uccidere per vivere. A questa visione di base l’evoluzione scientifica ci ha portato altri rischi come il nucleare sia per fini di pace (energia nucleare) sia per scopi bellici (bombe atomiche). Vi aggiungiamo, subito dopo, l’alterazione dell’ecosistema e le sue ricadute in termini di disquilibri termici e ambientali e la cosiddetta “bomba demografica” che ha ampliato a dismisura la presenza dell’essere umano sulla terra. Segue inquietante l’ingegneria genetica con sperimentazioni ardite sul genoma per comprendere la funzione dei geni appartenenti al genere umano, in se lodevole per lo sviluppo di medicinali e trattamenti medici, se non vi fosse in parallelo il tentativo di alterarli per condizionare artatamente il loro impiego per fini di conquista e di dominio della natura umana. A complicare ulteriormente le cose vi è il tema della democrazia rappresentativa in luogo di quella diretta. In pratica noi deleghiamo il potere politico a dei rappresentanti che se occupino a tempo pieno per studiare adeguatamente i problemi e trarne le possibili soluzioni nell’interesse generale degli amministrati. Sarebbe, sia chiaro, un’ottima cosa se una parte dei nostri fiduciari non ciurlassero nel manico più per interesse personale che per competenza. A questo punto entra in gioco una variabile legata alle logiche dell’informazione espressione di lobby ideologiche di natura economica e finanziaria che mistificano i fatti dominati come sono dall’esigenza di “fare audience” per fini commerciali e affaristici, nonché da rapporti personali e rendite di posizione varie. In questo modo depriviamo l’esperto della sua credibilità personale e certezza morale avendolo inteso come una persona che non vuole ingannare il suo interlocutore. E ciò ci rende ancor più insicuri e diffidenti nei confronti del nostro prossimo. A prescindere. E ora se ci caliamo nella realtà dei nostri giorni con un governo in formazione, con una nuova etichettatura, aleggia nell’aria, inevitabile, un sospetto di credibilità, una sicurezza resa a mezzo servizio con la diffidenza rendendo più emblematica la possibilità di giudizio dei cittadini. E con questo clima il popolo dei pentastellati si accinge a votare sulla piattaforma Rousseau il consenso o meno a una nuova formula di governo e a chi lo rappresenterà alla sua guida. Si tratta di un’idea che ruota attorno alla sua credibilità personale e alla sua certezza morale. Ne saranno convinti gli elettori? (Riccardo Alfonso)

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Quattro parole sul PD e il rapporto con i pentastellati: Avviso ai naviganti

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2019

Il PD è un partito con due anime che provengono da lontano: quella filo comunista e l’altra cattolica. Se partiamo da tempi più recenti abbiamo avuto come presidente del consiglio Enrico Letta uomo intelligente e preparato ma messo alle strette da una situazione politica che si stava sfibrando e che qualcuno lo ritenne inadeguato a gestirla. Si pensò ad una figura diversa giusto per tamponare l’emergenza. Nacque con questa premessa il governo Renzi ma il rimedio in breve si rivelò peggiore del previsto e si ricorse a Gentiloni. Nel frattempo si voleva liquidare il fiorentino in due battute ma l’interessato non volle mollare diventando una spina sul fianco del partito e soprattutto per le sue mire governative e di gestione del potere. L’elettorato percepì il disagio, e ancora di più l’incapacità di una classe dirigente di saper gestire al meglio l’impasse, cercando a modo suo di dargli uno scossone staccando la spina del voto. A beneficiarne furono i pentastellati ma l’errore più grande dei democratici fu quello di non capire che alle politiche del 2018 si poteva restare in gioco e non scegliere l’Aventino. In tutto questo c’era lo zampino del trombato di turno e così ci ritrovammo con un governo che fece di tutto e il contrario di tutto trasformando i pentastellati in una sorta di bancomat per l’alleato leghista in quanto a voti di consenso. Ora il PD sembra ravveduto ma c’è da capire a chi giova veramente questo cambio di rotta. Non è che pensa di fare l’operazione bancomat dei leghisti a scapito dei pentastellati? Vi è poi l’ipoteca Renzi con il suo inquietante “stai sereno” che fece cadere il governo Letta. E’ qui che si gioca la partita se andare al voto e veder cancellati del tutto sia il PD sia i pentastellati o provare a fare un’alleanza meno contingente e più duratura senza cercare sottobanco di fare l’operazione sanguisuga elettorale nei confronti dei pentastellati. Ora il cerino è nelle mani dei grillini e il vento che tira in Europa non offre loro serenità di giudizio. L’unica strada meno accidentata, a mio giudizio, è quella di pretendere nel toto ministri e sottosegretari, in quota Pd e non solo, uomini “nuovi” e non i soliti “tromboni”, perché non si tratta unicamente di programmi ma di chi deve attuarli e il fattore umano non è secondario. (Riccardo Alfonso)

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Four words on PD and the relationship with the pentastellates: Notice to mariners

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 settembre 2019

The PD is a party with two souls who come from far away: that communist thread and the other Catholic. If we start from more recent times we have had Enrico Letta as intelligent and prepared man as president of the council but cornered by a political situation that was crumbling and that someone considered him inadequate to manage it. We thought of a different figure just to stop the emergency. The Renzi government was born with this premise but the remedy soon turned out to be worse than expected and it was resorted to Gentiloni. In the meantime, the Florentine was wanted to be liquidated in two lines but the interested party did not want to give up, becoming a thorn on the side of the party and above all for its governmental and power management aims. The electorate felt the discomfort, and even more the incapacity of a ruling class to know how to better manage the impasse, trying in its own way to give it a shake by pulling the plug of the vote. To benefit were the pentastellars but the greatest mistake of the Democrats was that they did not understand that the policies of 2018 could remain in play and not choose the Aventine. In all this there was the hand of the trumpet on duty and so we found ourselves with a government that did everything and the opposite of everything transforming the pentastellars into a kind of cash machine for the ally League as a consensus votes. Now the PD seems to have turned around but there is to understand who really benefits from this change of course. Isn’t he thinking of doing the cash machine operation of the Northern League at the expense of pentastellars? Then there is the Renzi mortgage with its disturbing “stay calm” which caused the Letta government to fall. It is here that the game is played if going to the vote and seeing both the PD and the pentastellatos obliterated completely or try to make a less contingent and more lasting alliance without trying under the table to do the electoral leech operation against the pentastellars. Now the match is in the hands of the grillini and the wind that pulls in Europe does not offer them serenity of judgment. The only road less bumpy, in my opinion, is to demand in toto ministers and undersecretaries, in Pd share and not only, “new” men and not the usual “trombones”, because it is not only about programs but those who must implement them and the human factor is not secondary. (Riccardo Alfonso journalist)

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Primo settembre 1939 – Primo settembre 2019: 80 anni dalla 2° guerra mondiale

Posted by fidest press agency su domenica, 1 settembre 2019

E’ una ricorrenza che non si può dimenticare. Richiamandomi a quell’evento scrissi: Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata nel cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio. In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnarono alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra. Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto. Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale. Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce. Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti”. Così si aprirono le porte dell’inferno con un olocausto che in una manciata di anni fu pagato con 50 milioni di morti, distruzioni immani e altri milioni di feriti e con la più grave tragedia umana in Giappone con il lancio di due bombe atomiche sulla popolazione inerme. Ho cercato di ripercorrere quei momenti con i miei ricordi, con quelli dei miei cari, con mio padre che ebbe la ventura di combattere in entrambe le due guerre mondiali. Furono la sua e quella che la seguì due generazioni travolte dall’odio e dalla violenza, piegata nel dolore e nella umiliazione e che lasciano a noi l’amaro in bocca e lo stupore di quanto crudele possa essere l’essere umano contro i propri simili e che vorremmo del tutto cancellare dal nostro futuro per ritrovarci in pace e in serenità a goderci gli affetti più cari e a ritrovare negli occhi dei nostri figli e nipoti scenari diversi.

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Governo: programmi e compagine governativa

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

A mio avviso il PD sbaglia ancora una volta. Pare confermata la loro intenzione da voler portare nel governo i soliti “tromboni” mentre è forte la richiesta di accantonarli e di farsi rappresentare da facce nuove e al tempo stesso persone esperte ma non necessariamente dei tecnici avulsi dalla politica. In questo senso la base non solo pentastellata, ma dello stesso partito democratico, è perentoria. Perché si è convinti che se i programmi sono buoni è necessario affidarli nella mani di persone che non siano legate alle vecchie consorterie. Pensiamo ad esempio a Renzi che impone tre sue candidati per la poltrona di ministro nella logica del manuale Cencelli, come si faceva al tempo della prima Repubblica. Oggi il Pd, è bene ricordarlo, ha poco a che fare con la sua matrice ideologica avendola smarrita già prima che Renzi di impadronisse del partito e andasse al governo facendo le scarpe al suo presidente del consiglio con la famosa frase della vigilia: Stai sereno, non ho nessun interesse a prenderti il tuo posto, salvo poi tradirlo subito dopo.
Sono cose che non si possono dimenticare e lo stesso Zingaretti dovrebbe farsene una ragione. (Riccardo Alfonso)

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Il PD e i suoi punti deboli

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

E’ un partito che ha il suo tallone d’Achille in una classe dirigente che vuole a tutti i costi farsi notare nelle sue individualità. Così facendo va oltre la sua dialettica politica, legittima sotto vari punti di vista, ma che corre il rischio di disorientare il suo elettorato. In pratica non si avverte la presenza di un leader legittimamente eletto dagli iscritti e abilitato a gestire gli assolo dei suoi compagni di cordata dettando le regola di una convivenza meno incentrata sui tornaconti personali e più votata ad una coerenza ideologica. Si nota, invece, l’opposto. Si elegge un segretario e subito dopo si cerca in tutti i modi di delegittimarlo o per lo meno di condizionarne l’operato. Non lo lasciano lavorare. Non aspettano la scadenza del suo mandato per giudicarlo. Lo fanno subito e in maniera maldestra. Questa è anarchia e non democrazia interna. Questo è un modo per essere votati al “tanto peggio tanto meglio”. Il tutto si condisce d’ipocrisia volendo contrabbandare il rispetto delle regole con le ragioni di democrazia interna e per giunta interfacciandola all’esterno come se il PD non fosse un partito monolito ma una confederazione di partitini al suo interno. Ora mi chiedo se un organismo del genere possa generare fiducia nelle alleanze che può imbastire per governare il Paese. C’è sempre il timore di non avere un contraente ma tante anime litigiose pronte a far saltare il banco per sordidi interessi di bottega. Oggi l’opinione pubblica vuole dai partiti un minimo di coerenza e su questa basare il buon governo. Vuole identificare il leader e sapere che rappresenta senza tentennamenti un ruolo guida e sa farsi riconoscere nei momenti di maggiore difficoltà nella gestione della cosa pubblica. A questo punto chi vuole averlo per alleato deve metterlo bene in conto. (Riccardo Alfonso)

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Lettera aperta a Nello Musumeci: Il Comitato NO discarica

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Centuripe (Sicilia). Egregio Presidente Nello Musumeci. A scriverle è il comitato NO discarica #restiamopuliti, un paese intero, Centuripe e tante persone che vivono vicino Muglia. Del nostro caso ne hanno ampiamente parlato i telegiornali, la carta stampata, i media.
La società Oikos ha acquistato diverse centinaia di ettari di terreno nel nostro territorio, in C.da Muglia, per costruire un’imponente piattaforma per i rifiuti. Un progetto che devasterebbe la nostra terra e renderebbe insignificante un luogo dalla bellezza fuori dal comune. Abbiamo fatto di tutto per impedire questo progetto: assemblee pubbliche; manifestazioni; un Manifesto firmato da quasi 3500 persone tra i quali intellettuali, giornalisti e personalità della cultura; un petizione popolare firmata da quasi 3000 persone per chiedere alla nostra amministrazione ed alle istituzioni di apporre il vincolo storico-paesaggistico in C.da Muglia; abbiamo inoltrato, attraverso SiciliAntica, un dossier alla Soprintendenza con richiesta di vincolo ambientale, storico e archeologico.Ci siamo impegnati per far conoscere la storia millenaria di Centuripe e la bellezza del suo territorio. Recentemente anche l’ex direttore degli Uffizi ha visitato il nostro paese, dal quale ha lanciato, insieme a noi, la richiesta di vincolo per Muglia.Gentile Presidente, noi siamo convinti che il vincolo non costituisca un impedimento per lo sviluppo del nostro territorio ma uno strumento di tutela e di valorizzazione. A chiederlo non siamo solo noi: sono i nostri antenati greci e latini che hanno lasciato tesori come i Vasi Centuripini, custoditi nei più importanti Musei del Mondo; sono i nostri nonni minatori che per decenni hanno estratto a Muglia lo zolfo, area dove sono ancora presenti i resti di una delle Miniere più imponenti della Sicilia; sono i nostri contadini che a Muglia hanno coltivato (e ancora coltivano) grani antichi e agrumi pregiati, e che hanno lasciato, in eredità, più di venti masserie storiche, una di queste ha ospitato Goethe durante il suo viaggio in Sicilia. A chiederlo sono le specie rare di uccelli come aquile e falchi pellegrini che sul monte Pietraperciata vivono e si riproducono. A chiederlo infine è la bellezza del paesaggio, costituito da colline di creta, tra le più belle dell’isola, punteggiate da antiche case rurali e poco distante da surreali colline calanchitiche.
Questo territorio il compianto Sebastiano Tusa lo conosceva bene, poco prima della scomparsa aveva anche dichiarato, con una nota pubblicata sul sito della Regione, di aver avviato la pratica di vincolo.Ora Signor Presidente ci rivolgiamo a lei, chiedendole un incontro. Vorremmo farle conoscere il nostro territorio, la nostra storia; vorremmo che comprendesse il nostro orgoglio e la nostra fierezza nel difenderlo.Vorremmo discutere con Lei del vincolo, della tutela e della salvaguardia di questo angolo prezioso della Sicilia. Siamo convinti che comprendendo la sua “speciale natura” ci aiuterà anche Lei a salvaguardarlo, sappiamo quanto Lei ami la nostra terra e quanto si stia battendo per essa.
Certi di incontrarLa al più presto e poterLa ringraziare per la sua disponibilità, le porgiamo i saluti.

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Cinque stelle: il bancomat della politica italiana

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Quanto accade in questi giorni ha creato disorientamento nell’opinione pubblica. Lo avverto nei conversari della gente di tutte le età ed estrazioni sociali e livelli d’istruzione. Senza la pretesa di considerare i miei contatti dei sondaggi d’opinione in quanto non ne hanno i presupposti essendomi limitato ad ascoltare più che a porre domande devo convenire che questo modo di procedere dei politicanti non è piaciuto. Alla base di tutto ciò, non dobbiamo dimenticarlo, i pentastellati sono nati come movimento di protesta nei confronti dei partiti che hanno mal gestito la cosa pubblica e generato corruzione, indifferenza per le aspettative di un buon governo e quanto altro. Un disappunto che non aveva e continua a non avere distinzione tra destra e sinistra. Ora accade che la Lega attraverso Salvini è riuscita, sia pure ciurlando nel manico, ad attrarre il popolo del centro destra ed è diventato naturale che i protestatari di quella fazione hanno pensato bene di ritornare nel loro alveo facendo calare drasticamente il consenso ai pentastellati. Ora quest’ultimi sembrano propensi ad offrire lo stesso servizio al PD andando a governare con loro. E’ così facendo i Cinque stelle sembrano diventati una sorta di bancomat dove la destra e la sinistra vanno all’incasso per riprendersi quello che ritengono il loro elettorato naturale. Con questo marchingegno gli unici sconfitti, mi verrebbe da dire, sono i pentastellati, ma non è così. E’ la politica il perdente e al suo seguito la democrazia. L’Italia ha bisogno che la politica ritrovi il suo ruolo di guida perché stiamo andando verso una deriva pericolosa dove la globalizzazione, le politiche migratorie usate più per destabilizzare che per esprimere un aiuto concreto ai fuggitivi, i frutti degenerativi del capitalismo e l’indiscriminato uso delle risorse stanno cambiando in peggio la faccia del mondo. (Riccardo Alfonso)

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L’emigrante: storie di vita vissuta. Il viaggio in Australia

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Sono stato sul finire degli anni cinquanta in Australia, per circa un anno, da emigrante. Da allora sono trascorsi tanti anni e taluni particolari sono rimasti sfocati nella mia memoria tranne uno che oggi mi torna vivido e bruciante. E’ stato il momento in cui la nave della flotta Lauro che mi avrebbe portato in Australia lasciava lentamente la banchina del porto di Brindisi e lì tra i tanti, che assistevano alla partenza, vi era mio padre. Ci guardammo finché fu possibile ed io probabilmente in quell’istante non colsi in pieno il suo sguardo disperato, il suo dolore. Aveva cercato in tutti i modi d’indurmi a rinunciare a questa mia avventura ma con l’incoscienza dei giovani, la voglia di nuovo e di diverso mi avevano reso cieco e sordo. Oggi a differenza di allora quel suo sguardo è rimasto come un marchio indelebile sulla mia carne. Partivo con un regolare contratto di lavoro con le ferrovie dello stato del Victoria e quindi sapevo cosa sarei andato a fare a Melbourne come “station assistent” e mi fu anticipato il costo del viaggio e data una piccola somma in denaro per le mie prime spese. Ero insieme ad una ventina di altri giovani che con me avevano avuto a Napoli, dopo un’accura visita medica, un colloquio con un funzionario australiano e un suo collega del ministero del lavoro per siglare le clausole contrattuali e garantirne il rispetto. Esso prevedeva, tra l’altro, tre mesi di corso per conoscere il lavoro e migliorare il proprio inglese. Un corso d’inglese che già sulla nave fu avviato e durò per tutta la traversata di trentacinque giorni sia pure intervallati con brevi soste a Port Said, ad Aden e a Perth.
Mi resi conto solo anni dopo che la mia esperienza da emigrante, per quanto ne posso sapere, fu il primo tentativo in Italia per favorire una emigrazione qualificata essendo tutti i miei compagni di cordata laureati e diplomati. A Melbourne mi ero, invece, imbattuto in molti miei compatrioti partiti alla rinfusa, che non conoscevano una sola parola d’inglese e più dell’italiano parlavano un dialetto del loro paese d’origine che non riuscivo a comprendere del tutto. Ne conseguì un difficile rapporto con gli autoctoni e che talvolta sfociavano in fatti di sangue. Taluni giovani australiani erano pronti a far uso delle catene delle biciclette per aggredire una persona che attraversava un parco di sera ritornando dal lavoro e che rispondeva alla loro chiamata “paisà” per essere certi che fosse un italiano. E siccome tali fatti si ripetevano il “paisà” finì con il difendersi con il coltello e lascio immaginare le polemiche giornalistiche che ne seguirono con venature razziste. E noi che ci sentivamo più istruiti e pronti ad integrarci nell’ambiente locale venivamo, in pratica, accolti con diffidenza solo perché eravamo italiani, di quelli che fanno uso del “coltello” e quando vanno nei pub per bere una birra sono tanto morigerati da non ubriacarsi. La stessa discriminazione si ripeteva sul posto di lavoro e siccome eravamo in venti a fare lo stesso lavoro nelle stazioni di Melbourne fu inevitabile che spuntarono dei contrasti. In questo frangente ci parve legittimo coinvolgere il consolato italiano ma con un nulla di fatto. Alcuni di noi preferirono pagare la penale e scindere il contratto. Lo fecero, ovviamente quelli che avevano nel contempo trovato un altro lavoro: nella televisione locale, in banca e anche in proprio come importatore di prodotti orto frutticoli italiani. Restammo in pochi e fummo ancora di più vessati. Perché ne parlo oggi? Perché la storia delle migrazioni di massa è diventato un problema globale e se vogliamo governarla senza esserne travolti dobbiamo avere le idee chiare sul da farsi. Su questa falsariga continuerò a scrivere cercando le possibili vie d’uscita e in termini meno traumatici di quanto sta avvenendo ai giorni nostri. (Riccardo Alfonso)

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La scienza e la democrazia e i suoi due momenti storici

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

I primi ed incerti passi della scienza avvennero nell’antica Grecia. Furono ripresi in Italia nel Rinascimento. Non a caso gli studiosi della materia ci fanno notare che in entrambe le circostanze coincisero con il fiorire della libertà sia pure con tutti i limiti legati alla particolarità dei loro momenti storici. E’ anche vero che due secoli dopo l’exploit fu più marcato in concomitanza con l’avvento della democrazia europea e statunitense. Dobbiamo di conseguenza convenire che i due momenti ci facciano supporre una naturale assonanza tra scienza e democrazia? Assolutamente no. Fu proprio Platone a porsi il problema. Per lui la scienza si fonda sulla conoscenza mentre la democrazia sull’opinione. Ma chiariamoci bene il concetto. Cos’era per Platone la scienza? Lo era principalmente la filosofia, la religione e l’astronomia. Si tratta di una classificazione discutibile, fatta, salva l’astronomia, anche se il termine di paragone poteva avere una sua ragione, dati i tempi, ma ora è tutt’altra cosa. La scienza, infatti, si muove secondo una logica del tutto diversa e che nulla sa e nulla vuole sapere di opinioni, maggioranze, votazioni e compromessi che costituiscono l’essenza di una democrazia ivi compresa la filosofia e la religione.
Ma perché la scienza è rimasta così a lungo sotto traccia? Sicuramente perché la scienza moderna è di difficile comprensione per i non addetti ai lavori tant’è che in un mio libro, L’Ultima frontiera” ebbi a notare il grande stupore dell’umanità in seguito alla deflagrazione delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki in Giappone, sul finire della seconda guerra mondiale.
Non si aveva idea dell’impegno profuso dai fisici italiani di via Panisperna, di quelli tedeschi e altrove su una ricerca tanto affascinante quanto dai risvolti devastatori se il suo uso fosse stato adottato per scopi militari. Lo stesso insegnamento scolastico a tutti i livelli e gradi d’istruzione si era fermato, negli anni della seconda guerra mondiale, a prima della teoria della relatività di Einstein agli inizi del XX secolo. E lo stesso dicasi per gli studiosi del settore. Oggi ci appropriamo delle novazioni scientifiche nella nostra quotidianità ma sono pochi coloro che ne conoscono gli studi che sono a monte e lo stesso sta accadendo con la democrazia. L’accettiamo come naturale conseguenza del nostro vivere in comunità ma non la conosciamo in effetti se non superficialmente. (Riccardo Alfonso)

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Sentirsi uguali ed esserlo

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 agosto 2019

Allorchè parliamo di democrazia dobbiamo anche chiederci quali sono i suoi contenuti distintivi e come misura i suoi successi e le sue sconfitte. A mio avviso è l’uguaglianza delle condizioni, in quanto sono alla base della libertà e della dignità della persona. E ancora per assicurarne il benessere, la crescita economica, la capacità di dare senso alla propria vita e la pienezza delle loro cittadinanza contro i rischi sempre in agguato di nuove sudditanze. E’ un cammino della società che non è solo insito nella vita politica ma si connatura nella società civile facendo nascere sentimenti ed usanze virtuose. E’ una virtù che identifico in un rapporto tra le persone più franco, solidale, partecipato al cospetto degli eventi della vita e in tutte le sue sfaccettature.
Esserlo modificando il proverbio pessimistico, derivato dall’Asinaria di Plauto “homo homini lupus” in “homo homini amicus” e creandone, ovviamente, l’identikit nella fattispecie pratica, nella vita quotidiana.
Il primo passo, a mio avviso, è quello di ridurre la diseguaglianza sociale accrescendo il sistema della tutela attraverso l’assicurazione dei diritti sociali oltre che di quelli politici ed individuali. Segue il rapporto tra utilitarismo e giustizia. Come dice John Rawls, lo stesso senso comune ci spinge a credere che “ogni membro della società possieda una inviolabilità fondata sulla giustizia o, come asseriscono alcuni, sul diritto naturale nel quale il benessere di qualsiasi altro individuo non può prevalere.” E’ un agire che deve assicurare la capacità di dare espressività concreta della dignità della persona altrimenti l’idea viene lasciata necessariamente astratta.
In tutto questo si connatura la società civile che non è semplicemente un qualcosa di residuale rispetto alla politica ma rappresenta, di per sé, una realtà ricca, articolata, differenziata che comprenda, tra l’altro, mondi vitali come la famiglia, insieme a organizzazioni legate a interessi come l’impresa. Il fine ultimo è nella sua logica conclusione: “Contribuire a rafforzare istituzioni indebolite dagli imponenti cambiamenti in atto, assicurare al lavoro, nelle sue nuove forme, una nuova legittimazione, la capacità di essere criterio di cittadinanza contro i rischi di precarietà se non di povertà di fasce crescenti di popolazione, reintrodurre tensione morale nella vita politica così come in quella economica.” (Riccardo Alfonso)

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Il pensiero sociale cattolico a cavallo tra il XX e il XXI secolo

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 agosto 2019

Secondo Andrea Bonaccorsi dell’Università di Pisa il ruolo dei cristiani in Europa si può sintetizzare in tre punti di riferimento. Attraverso tali rapporti è possibile articolare una riflessione. Il primo aspetto riguarda la crisi della mediazione maritainiana. Si è partiti alla ricerca di un consenso universale e condiviso basandosi sulle appartenenze e scelte di fede e per la ricerca di basi universali condivise ma non ha retto per una oggettiva difficoltà realizzativa. Lo stesso accade per il secondo riferimento non avendo, il mondo cattolico, da questo punto di vista, articolato una risposta creativa. L’ultimo elemento parte dalla mediazione “wilsoniana” per la creazione di una istituzione sovranazionale che potesse garantire il mantenimento della pace. “Questa è un’idea tipica del pensiero sociale cristiano. La conclusione che si trae è che oggi è molto difficile che nel mondo occidentale si possa raggiungere un livello di consenso universale sui valori. Ci sono difficoltà antropologiche nella visione dell’uomo, nel rapporto tra tecnologia e vivente, sui confini del vivente, sulla natura del rapporto corpo e anima. Sono visioni difficilmente riconducibili ad un tratto comune. La stessa concezione occidentale dei diritti non è accettata da parti importanti del mondo. Questo tema è stato certamente reso urgente dalla esplosione etnica e dall’evoluzione demografica incontrollata e che rende critici, se non drammatici, i conseguenti flussi migratori. Gli stessi diritti prevedono uguaglianza ed equa ripartizione delle risorse e qui le Chiese, intese come tutte le professioni religiose del mondo, hanno fallito miseramente. E’ che non abbiamo più tempo e mezzi per alimentare la spesa pubblica e per mediare i conflitti sociali. E per essere chiari sino in fondo non è possibile continuare ad insegnare ai poveri la rassegnazione per un mondo migliore di là della vita. E’ una dottrina che non regge alla prova dei fatti. Per porvi riparo finché siamo in tempo, ma ce ne resta ben poco, è necessario produrre dei progetti sociali e politici ma che abbiano una valenza razionale, ampia anche per il paese e non solo per chi condivide la stessa fede. (Riccardo Alfonso)

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