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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 19

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Le «grandi coalizioni» dalla Germania all’Italia?

Posted by fidest press agency su domenica, 14 gennaio 2018

renzi-berlusconiIn questi giorni alcuni commentatori politici italiani hanno inteso associare l’accordo Merkel-Schulz in Germania con quanto potrebbe accadere in Italia se i partiti e le loro coalizioni non raggiungessero la maggioranza per governare. Il plauso di Gentiloni, per questa intesa, non ha fatto altro che avvalorare tale linea di pensiero. In effetti è un discorso, sia pure sotto tono, che è stato affrontato già da tempo sia da Berlusconi sia da Renzi. Se tale possibilità non si appalesa chiaramente è perché i due soggetti interessati sono convinti che se lo facessero in piena campagna elettorale otterrebbero una reazione tra gli alleati di segno negativo e tale da mettere in forse ogni possibilità che si possa al momento opportuno concretizzare. L’idea non è peregrina. Tutt’altro. Se stiamo alle intenzioni di voto che rilevano i vari sondaggisti noi ci troveremo con una coalizione di centro destra che al massimo spunterà un 35% di voti mentre quella del PD di Renzi non supererebbe il 20%. Sommati i due risultati ci permetterebbero d’avere anche in Italia una “grande coalizione” (che per noi si tradurrebbe in un inciucio) per governare il paese. Alla fine il grande sconfitto sarà il movimento 5Stelle anche se arrivasse al 35% dall’attuale 28% rilevato dai sondaggi odierni. Come si può logicamente dedurre il movimento di Grillo-Casaleggio-Di Maio e con loro gli italiani sono ad una svolta epocale per aprire la strada ad una nuova governance del Paese. Se falliscono si ritorna fatalmente al solito tran tran di questi ultimi decenni. E i numeri, per ora, non sono dalla parte grillina. E gli italiani se ne stanno rendendo conto? Ne dubito. (Riccardo Alfonso)

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Il governo degli esperti

Posted by fidest press agency su domenica, 7 gennaio 2018

di maio10Quando si dice che il Movimento 5 Stelle non ha la sufficiente esperienza per governare il Paese perché non chiediamo a questi critici, che si considerano degli esperti, cosa hanno fatto per meritarsi tanti onori? Non sono quelli che hanno portato il debito pubblico alla cifra astronomica di 2300 miliardi di euro? Che hanno favorito un’evasione fiscale da oltre 120 miliardi di euro? Che hanno messo in ginocchio la giustizia e umiliato i tutori dell’ordine e della legalità? Che hanno arrecato discredito alle istituzioni con la corruzione e il mal governo? L’Italia è in ginocchio per colpa loro eppure hanno l’improntitudine di erigersi a tutori del buon governo. Se oggi milioni di italiani disertano le urne disgustati da tanto sfacelo e dalla convinzione che ci troviamo al cospetto di una classe politica che ha perso in dignità e fiducia, lo dobbiamo al disastro che hanno combinato e pensano di poter continuare come se nulla fosse turlupinando gli italiani e considerandoli degli gnoccoloni da strapazzare a loro piacimento. E’ tempo di destarsi dal torpore. E’ tempo di prendere coscienza che non possiamo fare a meno della politica perché essa è l’unica strada che abbiamo per migliorarci e progredire e permettere ai nostri figli un avvenire migliore.

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Comunità Sant’Egidio: una perla all’occhiello del mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 7 gennaio 2018

sant'egidioQuanti comunicati nel corso del 2017 abbiamo ricevuto dall’ufficio stampa della Comunità? Tantissimi perché grandissimi sono stati i suoi impegni nel mondo in favore della pace e della fraternità fra i popoli. Ora ci chiediamo se non è necessario risvegliare non solo le coscienze di chi ci governa ma anche quelle degli amministrati nel renderli consapevoli che in passato sicuramente abbiamo fatto poco a sostegno di uno dei due diritti fondamentali che dovrebbero guidare le nostre coscienze e il nostro agire in concreto. Il primo si sa è il diritto alla vita ma subito dopo viene l’altro che è il diritto a vivere. In questo caso abbiamo mostrato tutti i nostri limiti allorché milioni di bambini continuano a morire nel mondo per mancanza di un’assistenza sanitaria carente e per fame, che vi siano anche nelle città e nelle comunità dell’opulenza dei senza tetto e dei barboni che muoiono di fame e di freddo, che ci imbattiamo in milioni di migranti che fuggono da guerre e carestie, che tantissimi sono coloro che elemosinano un lavoro e se lo hanno continuano a vivere in miseria e poi vi sono i pensionati, i nuovi paria della società dei consumi. Tutti questi, e molti altri ancora, cosa mai potranno fare dopo essere entrati nel mondo dei vivi se li ricacciamo indietro il giorno dopo privandoli della vita o costringendoli a vivere senza dignità? (R.A.)

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Paolo VI e il “peccato sociale”

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 gennaio 2018

paolo VINelle pagine regionali di questo quotidiano, alcuni giorni addietro è apparso un articolo che ricordava ai lettori il 50esimo anniversario della Populorum Progressi, enciclica che ha segnato uno spartiacque tra il cristianesimo tardo medievale e il cristianesimo proiettato nella società attuale, condizionata dal capitalismo e dagli egoismi dei potenti, vuoi come individuo che come nazioni.
Non posso dilungarmi nell’analisi dell’enciclica, in quanto non basterebbero le pagine dell’intero quotidiano, desidero solamente fornire talune precisazioni inerenti la persona Montini, prima di diventare Paolo VI. Chi desiderasse approfondire valutare la dimensione di tale enciclica può collegarsi al presente link, http://www.ildialogo.org/DottrinaSociale/ nel quale l’argomento è trattato approfonditamente.In questa sede mi limito a testimoniare l’uomo che sta dietro tale enciclica, per comprendere l’origine culturale, sociale e umana che fornì l’occasione per tradurre in una impostazione trascendente i temi scottanti degli anni 1960. Innanzitutto occorre precisare come ci siano due modio di leggere l’enciclica:
• la prima nella scia del percorso già iniziato con la Rerum Novarum, agganciando e completando le tematiche degli altri documenti più importanti che seguirono la Rerum Novarum e che precedettero la PP;
• la seconda che si caratterizza per l’innovazione degli argomenti che l’hanno resa di perenne attualità, essendo rivolta non più soltanto alle classi disagiate per riconoscere loro diritti precedentemente disconosciuti, ma perché si rivolge a tutti gli uomini nei loro rapporti interpersonali con tutti i popoli della terra. Detto ciò ritorniamo alla figura storica e culturale di Papa Montini.Non potrei non cominciare da quella baracca trasformata in Chiesa dove l’Arcivescovo di Milano, mons. Montini, celebrò la Messa di Natale il 25 dicembre del 1955; quel giorno documentò al mondo che la Chiesa è nata tra i poveri ed è destinata ai poveri, ed è la sola voce che può e deve levarsi forte per sostenere i diritti dei più deboli e dei più fragili, di quelli che non hanno voce per farsi sentire.Come Arcivescovo mons. Montini visitò l’America Latina e l’Africa, ma non si fermò ad ammirare i superbi reperti archeologici dei conquistadores, ma guardò la realtà dell’indio e del negro, come realtà di uomini sofferenti in mezzo ad altri uomini opulenti ed egoisti; lì dovette maturare la convinzione del nuovo peccato commesso ogni giorno da quanti non vedono nel prossimo bisognoso la presenza di quell’Uomo che porta una Croce non Sua in giro per il mondo, appesantita dall’egoismo di tanti uomini, in una nuova Via Crucis dove si rinnova, stazione dopo stazione, il PECCATO SOCIALE.
Ricordando la pastorale del Natale 1955, in quel gelido tugurio dove il Cristo era presente nei derelitti di una Milano occupatissima a celebrare non il rinnovarsi del mistero della Natività, ma il rito del cenone, e la lettera Enciclica PP, ritroviamo tutto l’itinerario dell’uomo Montini e la dilatazione degli orizzonti operata dall’assunzione della paternità universale.L’esigenza di toccare con mano la miseria che affligge una grande parte del mondo, condusse Paolo VI, eletto al Pontificato, a visitare la Chiesa dei poveri in un pellegrinaggio che lo portò, innanzitutto, in Palestina nel 1964, in quella terra travagliata e contesa; era solo il 1964, ancora l’esercito israeliano non aveva scatenato quella che la storia ricorderà come “la guerra dei sei giorni”, quando, con un’azione aggressiva quanto fulminea, occupò i territori che l’ONU aveva assegnato ai palestinesi, dalla striscia di Gaza a Sud, alla Cisgiordania a Nord, alle alture del Golan, insediando i coloni e schierando l’esercito a difesa dei territori occupati. I residenti nella Cisgiordania ripararono in Libano alla periferia di Beirut nei villaggi di Sabra e Shatila, dove, nel settembre del 1982, in quattro giorni di feroci persecuzioni dal 15 al 18 del mese, vennero massacrati dall’esercito mercenario del gen. libanese Haddad in una spedizione di esecuzione di massa ordinata dal ministro della difesa israeliano Hariel Sharon ed eseguita dalle truppe mercenarie libanesi. Terminata quella orrenda strage, il mondo occidentale cercò di minimizzare il numero dei morti e, in un primo momento, parlò di 800 morti, ma l’evidenza dei fatti, emersa per l’intervento di vari organismi internazionali, obbligò la stampa di regime occidentale ad accettare che i morti “superarono i 10.000”. Quei poveri e oppressi, che Paolo VI volle visitare per portare una speranza di solidarietà, si apprestavano a diventare vittime, mentre l’Occidente, che ha da sempre sostenuto il governi dei più forti, non ha mosso un dito prima per impedire quella strage di donne, vecchi e bambini, quindi per aiutare i superstiti a sopravvivere. (Rosario Amico Roxas)

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Storie di vita e linguaggi ermetici: le memorie di un elettore

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

nenniDa “ragazzetto diciassettenne” marinavo la scuola per andare ad ascoltare presso la locale Corte d’Appello l’arringa del principe del foro che giungeva appositamente dalla “lontana Napoli”. Diventavo persino un baciapile per ascoltare le prediche che nella settimana santa famosi uomini di Chiesa degnavano, i miseri peccatori, della loro saggezza con frasi infarcite di citazioni latine. Nonostante ciò essi avevano il merito, non certo di convincermi, ma di far esplodere tutto il mio anti-clericalismo. Mi facevo un motivo d’onore nel ribattere punto su punto quelle pur “dotte” prediche ed apparentemente inoppugnabili. Un altro “diletto” era quello di partecipare ai comizi, in specie se l’atmosfera si riscaldava ed arrivavano da “fuori” i pezzi da novanta della politica nazionale, e la piazza fremeva per gli applausi e gli entusiasmi partigiani e gli zittii imposti agli oppositori che si facevano notare per i loro mugugni e fischi. I miei beniamini erano Almirante, Nenni e un parlamentare liberale locale, un certo Avv. Colitto. Ciascuno di essi militava in un partito politico diverso, ma avevano in comune una oratoria brillante e convincente che seduceva. Eppure non mi sentivo né missino, né liberale, né socialista. E da questo mio vagabondare, impegni scolastici permettendo, tra le aule di giustizia, i sagrati e le navate delle Chiese e le piazze
“mondane” delle mia città, trassi la prima lezione di vita appresa fuori dalle mura domestiche e il chiuso delle “segrete” scolastiche. Imparai che non sempre la verità è in ciò che si dice o nel modo come viene sostenuta. Nei Tribunali dell’uomo un innocente o un colpevole viene assolto o condannato se il suo difensore risulta convincente o meno, abile nell’insinuare un dubbio o maldestro nel tralasciare un elemento che potrebbe scagionarlo. Lo stesso fa il predicatore in Chiesa nell’esaltare il sacrificio di Cristo per l’uomo per poi perdersi dietro regole che lo umiliano e finiscono con il riverberare una luce ambigua sullo stesso Redentore. Ed il politico non è da meno. Egli fa prevalere gli interessi di parte alla ragione di tutti e in opposizione ai valori di più alto contenuto che pur dichiara di voler professare. Cosa potrei dire oggi dopo le decine di volte che sono andato a votare tra speranze e cocenti delusioni? E’ che la speranza continua a cercare una certezza e forse un giorno la troverà se si convincerà che il mondo non è perfetto ma siamo anche noi a renderlo instabile quando sentiamo le sirene e non ci turiamo le orecchie e guardiamo la realtà per quella che è e non per quella che vorrebbero farci credere. (Riccardo Alfonso)

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Dobbiamo definire i rapporti umani su nuove basi

Posted by fidest press agency su domenica, 31 dicembre 2017

ElezioniLogoQuest’anno abbiamo la magica occasione di porre mano a una svolta epocale. Il primo passo è, ovviamente, il rinnovo della classe politica il prossimo 4 marzo con le elezioni dei rappresentanti dei due rami del parlamento che devono darci un governo che sappia voltare pagina a tutta quella parte incancrenita della società italiana: corruzione, leggi capestro, disagio sociale, rapporti servili con la Comunità europea, perdita della dignità del lavoro, un sistema giustizia malfunzionante e chi più ne ha più ce ne metta.
In tutto questo marasma forse a più di qualcuno sfugge il fatto che il nostro tempo ha perso per strada quella visione politica del mondo fatto di destra, centro e di sinistra e le loro varie sfumature. Oggi siamo arrivati al dunque tra chi è e chi ha. Tra chi lavora ed è sfruttato e chi lavora e sfrutta. E il lavoro e lo sfruttamento producono da una parte un’armata di umili lavoratori ma anche tantissimi sotto occupati, disoccupati, emarginati e, dall’altra ricchezze sempre più vistose che generano benessere solo ad una ristretta cerchia di persone a spese di altre che nella migliore delle ipotesi si accontentano delle loro briciole. Il danno che ne deriva è molto grave. Abbiamo giovani demotivati, lavoratori amareggiati, figure istituzionali che non sono percepite al di sopra delle parti, un’informazione inquinata dalle fake news e sistemi, come quelli della giustizia, dell’istruzione, del sociale sempre più inquinati dal malgoverno.
Che fare? Quest’anno andiamo a votare ma quanti si lasceranno convincere che sarà come sempre un voto inutile? Tanto tutto resta come prima, se non peggio. Eppure oggi più che mai si presenta un’occasione, forse unica. Quella di avere un movimento antipartito, anti interessi clientelari, che sta trasformando i politici non in dei mantra di professione ma in dei mantra di fede. E se sino ad oggi abbiamo sperimentato di tutto senza successo perché non lo facciamo con questo nuovo soggetto politico? Forse è la nostra ultima chance. (Riccardo Alfonso)

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La traslazione della salma di Vittorio Emanuele III in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 dicembre 2017

piazza del pantheonHa stimolato una antica polemica, che sarebbe il caso di tralasciare affidando ogni giudizio al tempo che distilla tutti gli eventi. Dato per scontato che l’ex sovrano, penultimo re d’Italia, non merita, nel ricordo collettivo e nelle pagine della Storia, la dignità di sepoltura nel Pantheon, non bisogna negare una realtà trascurata, posta sotto il silenzio dal sovrastare di interpretazioni storiche che mirano a cancellare pagine di una storia che, invece, va ricordata.Gli errori di Vittorio Emanuele III nel non impedire l’avvento del fascismo in Italia e la successiva sudditanza nei confronti del nazismo di Hitler, finirono con il ritorcesi contro la stessa casa Savoia e non solamente come valutazione storica. Da nessuna parte ho letto, in questi giorni, il ricordo di Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III, praticamente assassinata nel Lager di Buchenwald, dove venne deportata dai tedeschi con un tranello.
Nel 1943, il 22 settembre, Mafalda, con mezzi di fortuna, raggiunse Roma, dove potè rivedere i figli, nascosti in Vaticano, sotto la protezione di Mons. Montini (il futuro pontefice Paolo VI)
L’indomani, 23 settembre 1943, venne chiamata dal comando tedesco, motivando tale chiamata con improbabili notizie del marito: un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg, Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e, infine, deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).
Nell’agosto del 1944 le truppe alleate bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta e lei riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Recuperata da alcuni deportati, fu ricoverata nell’infermeria, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la cancrena e le fu amputato un braccio. L’operazione ebbe una lunghissima, sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata in una stanza della baracca, privata di ulteriori cure e lasciata a se stessa. Morì dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944. Fu seplota in una fossa comune con una solo numero per l’identificazione (262 eine unbekannte Frau (una donna sconosciuta). Dopo l’8 settembre alcuni marinai di Gaeta si misero alla ricerca della salma della principessa; ritrovata, gli stessi si tassarono per consentire la possibilità di riconoscimento. La principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg im Taunus vicino a Francoforte sul Meno.Rimane il dato più rilevante che coinvolge l’intera famiglia Savoia, incapace di intervenire per sottrarre Mafalda alla perfida esecuzione dei nazisti: una ulteriore macchia nelle pagine della storia del nazi-fascismo, e nelle pagine della Storia di casa Savoia. (Rosario Amico Roxas)

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Italiani nel pallone tra informazione e controinformazione

Posted by fidest press agency su martedì, 19 dicembre 2017

pallone1La partita si sta facendo pesante. Nel bel mezzo, come tra l’incudine e il martello, ci sono gli italiani. Il tutto sta accadendo per via delle prossime elezioni politiche che molti pensano si facciano tra tre mesi. E mentre i leader incominciano ad affilare le armi s’insinua il sospetto che le loro dichiarazioni e le promesse che fanno sono solo strumentali e destinati ad avere una vita breve perché difficili da realizzare con un’Europa che ci sta con il fiato sul collo. In tutto questo bailamme si sta mettendo a punto una serie di “fake news” ovvero “notizie false” per sconcertare la gente per spingerla a cambiare orientamento politico o a dare forza ai loro convincimenti. Tutto ciò per non parlare del grosso partito degli astensionisti. Già oggi conta la metà degli elettori e di certo non è cosa da poco. Costoro percepiscono la politica e il ruolo delle istituzioni in chiave così negativa da non ritenere nessun movimento o partito degno d’essere votato. Ad aggiungervi il carico da novanta vi è il forte rallentamento della guida ideologica che un tempo supportava l’appartenenza ad un partito. Ora stiamo andando verso il piano inclinato dove il solo distinguo per identificarsi sta tra chi è e chi ha.
Se vogliamo, giunti a questo punto, focalizzare la nostra attenzione sul partito astensionista dobbiamo chiederci in prima battuta a chi interessa che gli italiani non vadano a votare. Incominciamo con il dire che in Italia quelli che fanno politica e vi ruotano intorno non superano i quattro milioni. Potrebbero da soli indicarci un orientamento difficilmente scalfibile dalle fake news. Gli altri sono meno controllabili e in un certo senso più influenzabili su temi di grande impatto sociale: pensiamo agli immigrati e ai problemi che creano in tema di ricollocazione ambientale, all’ordine pubblico ecc. Pensiamo alla giustizia che non funziona, alle riforme che non decollano, alla disoccupazione soprattutto giovanile e alla sistematica denigrazione delle istituzioni che costituiscono il caposaldo del nostro sistema politico, sociale e civile. C’è in questo frangente una grossa fetta dell’opinione pubblica convinta che l’Italia sia un vuoto a perdere e che nella migliore delle ipotesi è meglio arrangiarsi per conto proprio. Gli altri vorrebbero far convergere il dissenso facendo a meno dei partiti, del voto e di quel che ne segue.
A nessuno di questi signori sembra venire in mente che la nostra vita in comune è mediata da regole che la politica stabilisce e che il primo caposaldo “garantista” è dettato dal Parlamento e che questo parlamento per funzionare ha bisogno del supporto di tutti per assicurarne la rappresentatività. Alla fine detterà regole sia per chi ha votato sia per gli astensionisti. E allora perché si rinuncia alla possibilità di parteciparvi sia pure attraverso un proprio rappresentante? (Fonte centro studi Fidest di cultura politica e sociale)

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Il M5S e il suo “male oscuro”

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 dicembre 2017

luigi di maioNon trascorre giorno che i media non provino “piacere” a raccontare la cosiddetta debacle del movimento e a volerci dimostrare che quel 25% preso alle politiche dello scorso febbraio è stato un exploit difficilmente ripetibile e già lo danno intorno al 18-22% per le prossime scadenze elettorali.
La verità è ben altra. Il vero successo-insuccesso del Movimento lo dobbiamo proprio a quel 25%. Poco è stato per un reale cambiamento del Paese tanto per non trovarsi sotto il fuoco di fila dei denigratori interni ed esterni. Già in tempi non sospetti di “plageria” sostenni che il M5S avrebbe avuto il suo momento magico se gli italiani avessero capito che la parabola berlusconiana doveva concludersi e che la vera rivoluzione sarebbe venuta proprio dal web e dalle piazze di Grillo ma a condizione che avesse raggiunto il 35-40% dei consensi.
Non tutti, ovviamente, gli italiani hanno capito e ci ritroviamo di nuovo con il revival berlusconiano, con le ambiguità del Pd e gli “inciuci” istituzionali d’alto bordo.
Ora uno sbocco è possibile se i due gruppi parlamentari del movimento saranno capaci di “fare, saper fare e far sapere” attraverso i vari canali della comunicazione. Sino a oggi è apparso nell’immaginario collettivo solo un semplice desiderio d’esprimersi ignorando l’importanza d’informare, di far parlare i fatti oltre gli annunci. In pratica sono state sottovalutate le regole della comunicazione a tutto campo. Manca una competenza che non può essere bypassata dall’urgenza attraverso le sole picconate di Grillo e i colpi di spillo di Di Maio. Se vuole riprendere l’iniziativa il movimento deve riprendersi gli spazi che aveva e aprirsi ad altri. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Il Presidente Grasso alla guida della sinistra italiana

Posted by fidest press agency su martedì, 5 dicembre 2017

pietro grassoDopo l’intervento di ieri l’altro alla convention della sinistra italiana che non si riconosce nel PD renziano il presidente del senato Grasso non sembra ci voglia lasciare dubbi sulla sua scelta di campo. Il suo compito non è agevole. Siamo al cospetto di partiti che pur avendo una comune matrice ideologica sono attraversati da faide interne e distinguo di metodo e di azioni che li hanno tenuti separati e diffidenti a lungo rispetto ai gruppi fratelli. L’ambizione, ci sembra di credere, è anche quella di ricostituire il centro sinistra dopo il tsunami che ha investito un partito che pur lacerato al suo interno pensava di aver ritrovato il suo equilibrio con il nuovo segretario Matteo Renzi. Purtroppo non è stato così. Il suo disegno è stato quello di distruggerlo per lasciare campo libero al centro destra berlusconiano e con la possibilità, essendosi liberato dell’area che si richiama alla sinistra storica, di potersi alleare senza patemi d’animo, con il centro destra e raggiungere la maggioranza per governare il Paese. E’ stata per Renzi un’operazione studiata a tavolino per consentirgli di realizzare un’alleanza che già era nell’aria e che ora si può concretizzare con la benedizione dei potentati europei.
E’ questo lo scenario che si prospetta per alcuni osservatori politici in nome della continuità di un impianto di governo politico-economico-finanziario ben consolidato dalle logiche della globalità e del liberismo creativo dove il profitto la fa da padrone al prezzo della cinica violazione dei diritti delle classi sociali meno abbienti. A questo punto è necessaria una rottura profonda tra il passato e il futuro che può determinarla solo chi è meno compromesso, politicamente parlando, con il vecchio establishment. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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La politica e l’arte della mistificazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

la calunniaLa prossima campagna elettorale si preannuncia essenzialmente mediatica. I giochi sin da ora sono aperti. Qualcuno cerca d’esorcizzare le “fake news” considerandole delle banali fanfaluche ma in effetti sono capaci di mettere in cattiva luce l’avversario e sono come la “calunnia” un venticello, come ce lo canta e ce lo suona Rossini nel Barbiere di Siviglia, dove la calunnia è “un’auretta assai gentile Che insensibile sottile Leggermente dolcemente Incomincia a sussurrar. Piano piano terra terra Sotto voce sibillando Va scorrendo, va ronzando, Nelle orecchie della gente S’introduce destramente, E le teste ed i cervelli Fa stordire e fa gonfiar. Dalla bocca fuori uscendo Lo schiamazzo va crescendo: Prende forza a poco a poco, Scorre già di loco in loco, Sembra il tuono, la tempesta Che nel sen della foresta, Va fischiando, brontolando, E ti fa d’orror gelar. Alla fin trabocca, e scoppia, Si propaga si raddoppia E produce un’esplosione Come un colpo di cannone, Un tremuoto, un temporale, Un tumulto generale Che fa l’aria rimbombar. E il meschino calunniato Avvilito, calpestato Sotto il pubblico flagello Per gran sorte va a crepar”. Come si può notare è un antico mestiere, quello del calunniatore, che lancia il sasso e nasconde la mano e lascia alle spalle solo macerie. Un noto politico ne aveva fatto un insegnamento magistrale quando affermava che parlar male di qualcuno si fa peccato ma spesso s’indovina. Oggi, purtroppo, siamo pronti ad accettarla per buona dopo che per anni abbiamo gettato discredito su tutto rendendoci sospettosi e persino maligni. Alla fine nessun politico o amministratore che sia riesce a salvarsi: sono tutti corrotti sussurrano i calunniatori e noi che possiamo farci? Ci crediamo e il gioco è fatto. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Non abbiamo ancora imparato a votare i perdenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

voto elettronicoCredo che gli italiani hanno nel loro Dna la voglia di sentirsi dei “vincenti” e di considerare gli altri dei “perdenti” o quasi. Quando a scuola t’imbatti con un coetaneo debole di carattere e servile con i compagni ti diletti a stuzzicarlo e ad umiliarlo perché hai trovato qualcuno che ti fa sentire un vincente. Quando da grande rubi il lavoro o una promozione al collega meno pronto e reattivo, quando fai la cresta sulla spesa della casa o ti fai prestare dagli amici dei soldi senza restituirli, quando ti iscrivi a un partito e riesci a farti votare promettendo agli elettori di tutto, tanto chi se ne frega una volta eletto, quando smerci la droga a quei cretini che la usano, non ti senti un vincente?
Se accendo la televisione o mi sintonizzo su un canale radio o navigo sul web sento che un signore avendo solo pochi soldi a disposizione è riuscito in pochi anni a farsi una fortuna non pensi che è lui e non tu un vincente? Se segui le vicende di un politico sempre chiacchierato per le sue amicizie equivoche che a dispetto di tutto e di tutti continua ad essere eletto chi è il vincente se non lui? Avete mai provato a far emergere dalla massa un povero cristo, un perdente patologico, per farlo diventare un grand’uomo? Mai. Ma se per uno strano disegno della natura ci fosse un giorno un perdente che diventasse un grand’uomo e per giunta votato dai vincenti cosa potremmo dire di lui? Che anche in questo caso è e resta un perdente perché sarà sempre e comunque lo zerbino davanti la porta della casa del vincente. Dura lex sed lex. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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La gioventù in Italia è demotivata

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

studente1Manca quella carica di energia che promana dalla stessa età mentre si cresce fisicamente ed intellettualmente. E’ un momento delicato e importante per i giovani che hanno sete di conoscenza non solo attraverso l’istruzione scolastica ma di visioni positive della vita. Un giovane mi diceva: guarda mio padre. Si ammazza di lavoro per una modesta paga e nessuna possibilità di migliorare la sua posizione lavorativa e se protesta rischia di essere licenziato. E io dovrei fare la stessa cosa? Questo significa essere onesti o dei minchioni? Mia madre non è da meno. Per arrotondare i magri guadagni del marito va a fare la colf ad ore oltre a sfaccendare in casa. Questa è una famiglia con due figli a carico disoccupati e se riescono a trovare un lavoro li aspetta per qualche mese il call center, il garzone di pizzaiolo e il cameriere e “dire – soggiunge – che sono diplomato e se i miei avessero avuto più soldi forse mi sarei laureato. Laureato? Per fare cosa? Ho la ragazza. Anche lei non trova un impiego. E’ laureata in lingue ma nessuno sembra interessato a questa qualifica, se non per fare la commessa “tappa buchi” quando di tanto in tanto la chiamano sotto le feste. Non ci pensano lontanamente di metterla in regola e ora si è persino trovato un lavoretto ingegnoso, sebbene frutti poco. Va in giro per i mercatini a comprare oggetti che pensa abbiano qualche pregio artistico e va proporlo ad alcune case d’asta. Se le va bene compra per venti euro e ne ricava 80-100. Altre volte resta con il cerino in mano. Questa è vita? C’è qualche mio amico che mi dice: fatti furbo. Cosa significa? Io lo so ma non te lo voglio dire. Puoi immaginarlo”. Ci salutiamo e lo vedo incamminarsi con aria trasandata ed annoiata. Vive nel presente ma che futuro avrà? (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Come si fa a distinguere i buoni dai cattivi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

bocca della veritàE’ la solita storia della vita. Il vecchio saggio asseriva che è più facile per i cattivi passare per dei buoni per riuscire meglio nel loro disegno malvagio. Questa logica del camuffamento se la trasferiamo in politica rende più illuminante il giudizio che, purtroppo a posteriori, possiamo fare di taluni personaggi che scelgono la vita pubblica per costruire o consolidare o meglio ancora rimpinguare i loro imperi economici e finanziari. E per ironia della sorte o anche per dabbenaggine dei soliti “gnoccoloni” che vedono la luna nel pozzo diventano i più gettonati per essere amati e seguiti alla perdizione. Soltanto che a un certo punto le due vie parallele diventano divergenti e fanno di uno il vincente e l’altro il perdente. Con questa solfa che ci accompagna nel nostro percorso esistenziale breve o lungo che sia dobbiamo convincerci che i buoni sono destinati a vincere da morti mentre i cattivi raccolgono i loro frutti da vivi. E’ facile, infatti, per i cattivi una volta che i buoni lasciano questa valle di lacrime esaltarne i meriti. Così si diventa “cornuti e mazziati” o altrimenti detto oltre al danno la beffa. C’è che asserisce che è una questione genetica e non credo che lo dica solo per giustificare i cattivi e stendere un velo pietoso sui buoni. In effetti si tratta di un rapporto di rottura che è comune a tutti gli esseri viventi e le cui origini sanno di molto remoto. L’antico testamento non ci parla di Abele e Caino? In una società dove è evidente che esistono delle vittime sacrificali tra gli umani, come nelle altre specie, è importante indagare su un criterio evolutivo che ci consenta di trovare una via mediana dove le intemperanze degli uni e la remissività degli altri non ci portino in un vicolo cieco.
Pensiamo al difficile ruolo che deve ricoprire chi si sente profondamente onesto ma gli tocca vivere tra gente priva di scrupoli. Costoro alla fine fanno anche di peggio cercando d’inquinare i valori demonizzandoli, e le istituzioni, umiliandole. Così alla fine non si va dalle guardie per denunciare le malefatte del cattivo di turno nel timore che anche tra i tutori dell’ordine vi alberghi chi non dovrebbe esserci. A questo ci siamo ridotti. Se ci guardiamo in giro scopriamo che la verità per disvelarsi ha bisogno di vestirsi con l’abito della menzogna. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

 

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La sfida: Il ritorno di Berlusconi

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 novembre 2017

Silvio BerlusconiOramai è una certezza: Berlusconi for Presidential election, del Consiglio, per intenderci. Qualcuno, pensando agli anni che ha, ironizza, ma non dovrebbe, in quel senso intendiamoci. Lasciamo perdere cosa potrebbe dirci la Corte europea dei diritti dell’uomo, oramai è già deciso e nessuno potrà ostacolarlo. L’uomo che più degli altri ha varcato la soglia delle aule giudiziarie subendo qualche condanna, varie assoluzioni e giudizi sospesi per prescrizione è riuscito, nonostante tutto, ad entrare nel cuore, e dicono nelle menti degli italiani, tanto che il suo fido amico e collaboratore Renato Brunetta ci fa notare che in tutta la sua carriera l’illuminato ha accumulato ben 200 milioni di voti da parte dei suoi elettori. E quello che di certo non guasta è diventato un Paperon dei Paperoni nella galassia dei ricconi del nostro tempo passando da palazzinaro in quel di Milano a patron delle televisioni private e dell’editoria, dai libri, con la Mondadori, ai giornali diventando persino il socio “occulto” di quel quotidiano “La repubblica” che tanto lo ha criticato ma che ora per bocca di un altro ottuagenario, Scalfari per la cronaca, gli promette il voto e quello dei suoi lettori. Tutto questo, presumo, è dettato dalla logica del nostro tempo che lo considera un vincente mentre a noi tocca il ruolo non certo esaltante di perdenti.
Ed è davvero un’ironia della sorte che a dargli fama e onori non sono i suoi compagnucci miliardari ma proprio il popolo dei perdenti che si chiamano modesti pensionati, giovani precari, disoccupati, lavoratori in nero e le massaie alle prese con i magri bilanci familiari.
A tutti costoro da venti anni ha promesso pensioni più alte, milioni di nuovi posti di lavoro, tasse più basse per tutti e la gioia di vederlo sorridere con la sua aria di eterno giovane.
E noi da vent’anni e ora per altri cinque continueremo a crederci: E’ Berlusconi. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Giovani senza futuro?

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 novembre 2017

infortuni-lavoroSe stiamo ai dati statistici che ci pervengono, da ciò che vediamo e dalle conversazioni che facciamo, dobbiamo rilevare un certo disagio giovanile che ci preoccupa. Osserviamo una generazione che tende a chiudersi in se stessa, a non riuscire a percepire i valori della vita e nei casi più gravi ad estraniarsene del tutto scaricando le proprie tensioni ed emotività nel cinismo, nella cultura del consumismo fine a se stesso: Io ho e quindi sono un vincente, tu non hai e sei un perdente. E fino a diventare un giudizio senza appello.
Ma ciò che ci appare più grave è quanti, nel mondo degli adulti, non ne intercettano il malessere cercando in qualche modo di comprendere le ragioni e tentare d’invertire la tendenza. In alcuni casi la spiegazione s’indirizza nella nostra incapacità d’essere coerenti con le scelte di vita che facciamo allorché predichiamo bene e razzoliamo male. In questa misura finiamo con il mostrare il lato peggiore del nostro modo di vedere e pensare. In pratica non diamo certezze ma seminiamo dubbi e ambiguità. Facciamo, ad esempio, del lavoro non un tramite per realizzarsi ma un sistema che tende a sfruttarti e a schiavizzarti. Indichiamo la politica come un obiettivo per ottenere risultati sfruttando le ingenuità degli elettori con false promesse invece di pensare al bene comune. Abbiamo trasformato l’insegnamento scolastico e l’ottenimento di un titolo banalizzandolo e trasformandolo in un qualcosa privo di significato se poi, ad esempio, vi sono diplomati e laureati che finiscono nel calderone dei call center, o a fare i precari, o a svolgere lavori saltuari o a restare disoccupati. Che fine, ci chiediamo, hanno fatto gli studi di greco antico, di latino al cospetto di un mercato del lavoro che ti chiede qualcosa d’altro? Ora che i politici, ancora una volta, si preparano ad affilare le loro lingue per ammannirci le solite promesse da marinaio cosa possono attendersi dai giovani e anche dai meno giovani se non il loro sdegnoso ritirarsi sull’Aventino perdendo forse quello che sarà l’ultimo treno per una società di giusti? (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Il sorriso e la risata

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

risate-di-gioia_1Tanto il sorriso che la risata sono espressioni “positive” che stanno a significare un, sia pur breve, stato di compiacimento, ma quante differenze tra un sorriso spontaneo e una risata forzata come manifestazione di piaggeria e servilismo anche intellettuale. Il sorriso nasce sulle labbra, ma si manifesta negli occhi con tutta una gamma di espressioni che vanno dalla gratitudine al compiacimento, dalla serenità alla condiscendenza; il sorriso non può mai essere falso o falsato, essendo una manifestazione interamente e solo spontanea che dona senza attendere di essere corrisposto. Ben diversa è la risata, specialmente quando viene sollecitata come segno di approvazione e consenso; è la risata che il potente, non conoscendo l’arte di stimolare un sorriso, si adagia nella banalità di stimolare la risata, prontamente eseguita, come uno spartito obbligatorio, dai “plaudatores” che hanno scoperto la nuovissima professione che consiste nel compiacere il potente per ottenerne le prebende. I mezzi per sollecitare la risata sono molteplici e vanno dal “cucù settete” che vuole dimostrare alla platea una confidenza con altro potente, ma che tenta di nascondere il proprio convincimento di latente superiorità; poi c’è la barzelletta che non sempre riesce ad essere originale, ma non importa, i plaudatores di prima si sbellicheranno anche se non l’avranno capita. Basti dire che i sovrani della risata sono i pagliacci del circo, che pateticamente ripetono le medesime battute e i medesimi gesti per ottenere un applauso e una risata, sempre meno convinta; c’è del tragico in quei pagliacci, costretti a far ridere anche quando la depressione li sovrasta. Stimolare il sorriso di un bambino è certamente, il miglior dono che gli si possa fare, perché dentro quel sorriso si affaccia la sensibilità innocente che non sa esprimersi se non con quel sorriso che include tutti i sentimenti. Chi fa ridere per ottenere compiacimento, non sarà mai capace di stimolare un sorriso… si tratta di un dono che non ha prezzo e non è barattabile. (Rosario Amico Roxas)

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Quando si parla di scuole di giornalismo

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

GiornalistiLa domanda che dobbiamo porci in primo luogo è cosa rappresenta nell’immaginario collettivo la figura del giornalista. E’ forse quella del commentatore televisivo? E forse dell’inviato speciale nelle zone di guerra o sui luoghi dove si sono verificati fatti calamitosi di una certa gravità? E’ la figura del giornalismo “parlato” o di quello che scrive? Di quello del cronista che ci “fotografa” i drammi ed anche i momenti lieti della nostra esistenza o dell’opinionista, dell’editorialista, del critico, del giornalista sportivo? Sono tutte facce dello stesso prisma. Ma sullo sfondo aleggia un altra realtà dovuta al fatto che il prodotto giornalistico diventa sempre più commerciale. La stessa notizia, per certi versi, lo è quando si fa dello scandalismo per attirare l’attenzione dei potenziali lettori. Chi scrive e chi legge oggi per il solo piacere di conoscere con chiarezza ed obiettività i momenti storici che ci attraversano? Ben pochi, probabilmente. E lo dobbiamo soprattutto al fatto che il vero padrone del giornale è l’editore e la sua linea politica. Se facciamo un esempio estremo per rendere meglio il concetto ed immaginiamo un giornalista fortemente politicizzato a destra che cerca lavoro in un quotidiano o un periodico di sinistra, come potrà mai conciliare le proprie idee con quelle dei suoi nuovi “padroni”? Da ciò dovremmo far derivare lo stesso concetto di obiettività informativa di cui è naturale depositaria ogni scuola di giornalismo che si rispetti. Ci accorgiamo, a questo punto, che gli stessi fatti possono avere un taglio descrittivo differenziato e che esso deriva soprattutto dalla nostra stessa formazione culturale. E’ bene capire anzitempo queste cose, e molte altre ancora, prima di avviarsi ad una professione che potrebbe trasformarsi in una cocente delusione. (fonte: centro studi politici e sociali della Fidest)

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I mutamenti della storia ed il ruolo della Chiesa

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

Pio nonoIn un articolo apparso in questi giorni sul mensile “Quaderni di cultura religiosa” (edizioni Fidest) si fa il punto dei passaggi epocali che hanno impresso una significativa svolta alla Chiesa cattolica. In questo contesto è notevole l’impronta lasciata dalla politica riformista di Pio IX. Egli, appena asceso al soglio pontificio ebbe chiara la visione dell’esigenza di assecondare alcune spinte riformistiche e costituzionali, guardano, addirittura, con favore, alle ipotesi di un federalismo, o come giustamente sottolinea Andreotti, all’idea di un’unione doganale, che avrebbe dovuto favorire rapporti di amicizia e collaborazione tra i vari Stati della penisola. Eppure questi buoni e ragionevoli propositi subirono una brusca frenata. Perché? Dobbiamo supporre che si tratti del riflesso di circostanze e avvenimenti, che vanno dall’assassinio di Pellegrino Rossi, alla repubblica romana, alla fuga a Gaeta, sino a Porta Pia. “Ma al di là di questi episodi, scrive Claudio Leonardi su Avvenire, si tratta anche di una valutazione di più ampio respiro. Era chiaro che un coinvolgimento della Santa Sede nei contrasti tra il Piemonte e l’Austria rischiava di far perdere alla Chiesa il suo ruolo sopranazionale e universale, mettendola in urto con potenze europee di antica tradizione cattolica. In secondo luogo, Pio IX si rese conto che il ruolo egemone del Piemonte rischiava di portare la Chiesa in una posizione subordinata. Questa preoccupazione è presente, del resto, anche in altri sovrani degli Stati italiani. Quanto alla Chiesa, occorreva ricercare gli strumenti più idonei per farla uscire indenne e se possibile rafforzata dall’uragano delle rivoluzioni mazional-liberali, mantenendo intatta la sua funzione di guida e la sua autorità morale di fronte ai cattolici di tutto il mondo. (fonte: quaderni Fidest di cultura religiosa)

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La metafisica religiosa della sofferenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

arte buddistaCi riferiamo sia alle tradizioni biblico-monoteistiche sia alla mistica della sofferenza nelle tradizioni dell’Estremo Oriente, soprattutto in quella buddista e che oramai trova sempre più seguaci anche nel mondo postmoderno occidentale dove è stata proclamata la “morte di Dio”. Questa mistica orientale della sofferenza si basa sull’idea che tutte le differenze che creano sofferenza sono solo apparenze. Ma anche un modo per chiudersi in se stessi, mentre la mistica della sofferenza delle tradizioni biblico-monoteistiche si richiama all’imperativo categorico dello svegliarsi ed aprire, quindi, gli occhi in contrapposizione della mistica degli occhi chiusi, per percepire la sofferenza altrui, per guardare e per sapere. E’ una sfida a tutto campo che comporta nuove questioni, più profonde implicazioni per il mondo della politica come per il mondo della religione e per il loro rapporto reciproco.(Quaderni di cultura religiosa della Fidest)

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