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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 299

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

La conquista dell’Albania

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Il voler dimostrare ad Hitler che si permetteva di conquistare stati come se fossero noccioline e d’informare il Duce a cose fatte lo spinse alla conquista dell’Albania per dimostrare che anche l’Italia riusciva a impadronirsi di una nazione senza chiedere il permesso a nessuno. Fu una campagna di guerra dove si ebbe chiara la misura della disorganizzazione e della scarsezza di mezzi che le forze armate italiane potevano disporre. Con questa stessa chiave di lettura si registra, nei primi mesi del 1939, una visita a Roma dell’inglese Chamberlain e di Halifax. Tuttavia a spingere Mussolini tra le braccia della Germania fu il suo odio viscerale per la Francia, per uno sgarbo ricevuto, personalmente, dal presidente del consiglio dell’epoca. Lo stesso Patto d’Acciaio, che segnerà tragicamente il destino dell’Italia, nacque da queste esplosioni umorali, mentre il Paese non sapeva cosa si decideva sulla sua pelle. Queste, dunque, furono le premesse per arrivare al 22 maggio a Berlino, con la solenne cerimonia della firma. Il testo fu quello in sette paragrafi preparato dai tedeschi.
Al terzo c’era l’obbligo d’intervenire in guerra, automaticamente, a fianco di quella delle due parti contraenti che si fosse impegnata. Neanche ci si era cautelati con la clausola dei tre anni di preparazione e di pace, prima voluta dal Duce. Nella fretta se n’era dimenticato. Così tra il tintinnio dei calici di champagne, i brindisi e le toilette femminili molto ardite, l’Italia si avviò verso la catastrofe. (Riccardo Alfonso)

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Le due dittature: nazisti e fascisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Sembravano destinate a vivere insieme ricalcando gli stessi rituali politici, militari e d’immagine. Il fascismo, come lo fu anche per il nazismo, impose l’addestramento militare ai bambini e s’illuse di avere così trasformato l’Italia in una potenza militare di primo piano. La Germania, a sua volta, non si limitò alle grandi parate, ma aveva chiara l’idea che il suo posto nella storia poteva essere conquistato solo con la forza delle armi e per raggiungere un siffatto obiettivo era necessario avere un popolo preparato a dovere per tali cimenti.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che il fascismo curasse solo la facciata. La prima palestra nella quale il Duce misurò la sua forza fu la conquista dell’Etiopia nel 1934.
L’anno successivo concluse con la Francia un patto contro la Germania e per la difesa dell’Austria. In quell’occasione Mussolini rimproverò alla Germania e al Giappone di tentare di dominare il mondo. Questa tattica gli permise di conquistare l’Etiopia senza che l’Inghilterra e la Francia intervenissero nel timore di gettare tra le braccia di Hitler il dittatore italiano.
Ma il cambiamento di rotta avvenne lo stesso. Nella notte del 6 maggio del 1939 Mussolini svegliò Ciano, suo genero e Ministro degli Esteri, che dormiva nella sua camera all’albergo Continental di Milano, per proporgli l’indomani stesso, durante il già fissato incontro con il ministro tedesco Ribbentrop, un’alleanza indissolubile che fu definita dalla propaganda fascista “patto d’acciaio” tra la Germania, l’Italia e il Giappone.
Taluni osservatori dell’epoca la ritennero un’iniziativa assunta in seguito allo scarso entusiasmo popolare per la visita in Italia del Ministro degli esteri nazista e che aveva profondamente infastidito Mussolini, anche perché la stampa francese vi aveva dato un notevole risalto.
Lo stesso Ciano non si aspettava quest’improvvisa decisione, dopo i tanti tentennamenti della vigilia. Sembrava un semplice incontro di routine tra due ministri degli esteri. Quella sera anche il menù fu ottimo ma frivolo (brodo ristretto, trota del Garda, filetto in crosta, fragole) e i commensali erano euforici e circondati da belle donne. Nulla lasciava immaginare che il Duce prendesse una tale decisione e così in fretta. Più realisticamente possiamo affermare che la causa scatenante risaliva al 15 marzo precedente, allorché i tedeschi invasero la Bosnia e sancirono, di fatto, la fine degli accordi di Monaco. Hitler aveva agito senza informare, se non a cose fatte, il suo “alleato” italiano, attraverso un messaggio orale recapitato dal principe d’Assia. In quell’occasione Mussolini non volle che la stampa ne fosse informata: “Gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio”. (Riccardo Alfonso)

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Il delitto Matteotti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Sull’onda dell’esecrazione popolare, per il grave delitto commesso, le opposizioni avrebbero avuto, nel gennaio del 1925, la possibilità di rovesciare il fascismo. I liberali e i socialisti, purtroppo, non vollero unirsi e l’occasione fu persa. Una volta consolidato il suo potere, Mussolini ridusse il Parlamento a un palcoscenico simile a quello che divenne il Reichstag di Hitler e istituì al suo posto il Gran Consiglio del fascismo.
La sua funzione era di essere sempre pronto ad approvare le decisioni del Duce. Mussolini, da quel giorno, sino alla sua caduta nel luglio del 1943, non fu più minacciato dall’interno, allo stesso modo di Hitler dopo la notte dei lunghi coltelli del 1934, quando si sbarazzò dei massimi dirigenti della S.A.
All’interno dei loro rispettivi movimenti sia Mussolini sia Hitler incontrarono solo delle divergenze d’opinione. Tuttavia i loro seguaci erano uniti nel convincimento che il terrore era inevitabile e che esso fosse necessario per attirare nel movimento i giovani. Va anche detto, a questo punto, che Mussolini e Hitler non avrebbero mai conquistato il potere senza il prezioso aiuto delle loro forze paramilitari.
Tra i vari meriti Mussolini ebbe quello di aver fatto bonificare le paludi Pontine, di essere riuscito, a ottenere, nel 1929, una pax religiosa siglando un compromesso tra lo Stato e la Chiesa e persino a raggiungere, con la mafia, un certo successo con il prefetto Mori, sebbene più d’immagine che reale.
Circa i rapporti con il nazismo possiamo dire che nel 1933 Mussolini salutò l’avvento del nazismo con queste parole: “La vittoria di Hitler è anche la nostra vittoria”. In realtà Mussolini non aveva afferrato in pieno la natura del suo temuto alleato.
Non accettava, ad esempio, le teorie ariane, anche se vantava la superiorità ariana degli italiani, ma riteneva inopportuno combattere apertamente la comunità ebraica mondiale. Inoltre l’Italia e la Germania erano separate dalla questione dell’Austria tant’è che Mussolini più volte assicurò il cancelliere fascista austriaco Dollfuss che lo avrebbe protetto, anche militarmente, dalle mire espansionistiche tedesche.
Quando Dollfuss fu assassinato dai nazisti, Mussolini spedì delle truppe al passo del Brennero, ma fu una rappresentazione da teatrante ovvero molto fumo ma niente arrosto. D’altra parte l’Italia era ben lungi dal preoccupare Hitler. (Riccardo Alfonso)

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I diritti del popolo ariano, degli stalinisti e dei fascisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Per Hitler la libertà era un diritto del popolo ariano e per Stalin dei comunisti, ma non si poteva estenderla agli altri. La democrazia, a sua volta, stava nell’assecondare la volontà del dittatore come supremo maestro e arbitro e, a lui, spettava concedere o non accordare le libertà individuali lasciando cadere nel privato, nella concezione intimistica della vita vissuta da ciascuno di noi, i valori che altri rendevano corali. Lo stesso criterio era concepito da Stalin. Nel mezzo ci troviamo altre dittature di stampo europeo quali furono il fascismo e il franchismo in Spagna. Tutto incominciò anni prima, rispetto alla data dell’effettiva conquista del potere da parte dei rispettivi movimenti politici.
Il fascismo, ad esempio, trasse la sua origine il 23 marzo del 1919, in Piazza S. Sepolcro a Milano quando, alla presenza di una cinquantina di persone, Mussolini fondò il suo movimento che presto trasformò in partito fascista. Egli agiva da antimarxista, per compiacere i capitalisti, e da dittatore populista per tentare di catturare qualche frangia della sinistra. Nel 1921 il liberale Giovanni Giolitti accolse, nel suo listone, il partito fascista con la segreta speranza di indebolire gli altri partiti d’opposizione. In quell’occasione Mussolini conquistò solo 35 seggi, in altre parole il 7% dell’intera forza rappresentata in Parlamento, mentre i socialisti n’ebbero 122 e i “popolari” di Sturzo 107. Il 16 ottobre del 1922 i fascisti decisero di tentare una prova di forza incominciando a occupare, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, con le loro camicie nere, gli uffici governativi. Il governo rispose alla provocazione invitando il Re a mobilitare l’esercito. Fu così dichiarato lo stato d’assedio, ma non s’intervenne con l’esercito per evitare che si scatenasse una guerra civile.
Data la caoticità della situazione alla fine non si trovò di meglio che nominare primo ministro Mussolini. Gli toccò, in questo modo, il 29 ottobre a soli 39 anni, di prendere in mano le redini del governo del Paese.
Ma non ebbe fretta nell’assumersi l’incarico preferendo far marciare prima, su Roma, le sue camicie nere. In questo modo se da una parte si svelenì il clima politico trasformando le carovane fasciste in una semplice passeggiata, dall’altra Mussolini trasse un’indicativa dimostrazione di forza, spuntata dalle “piazze” italiane, e volta a rafforzare il prestigio popolare del Capo.
Subito dopo la maggioranza dei posti chiave del governo fu assegnata ai fascisti. Il Duce colse a volo l’occasione imponendo una legge elettorale che attribuiva i due terzi dei seggi alla lista che otteneva la maggioranza relativa. Le elezioni si svolsero il 6 aprile 1924. In quel periodo avvenne il delitto Matteotti. In questo modo Mussolini si vendicò del suo maggiore oppositore, tra i banchi del Parlamento, per il varo della sua legge elettorale. (Riccardo Alfonso)

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La storia della seconda guerra mondiale dalle rievocazioni degli storici

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Tra i tanti volumi che ci parlano di quei terribili momenti, ne ho scelto due, in particolare. Essi mi servono da guida e da battistrada ad altri che ho letto e citerò in seguito. Il primo appartiene a Raymond Cartier titolato “La seconda guerra mondiale” (Editore Arnoldo Mondadori) e il secondo è: “Passato e presente della Resistenza” (Edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri). Mi sembra, in questo modo, di raccordare i due momenti fondamentali che hanno attraversato le infelici generazioni che da infanti, giovani combattenti o da anziani si sono trovati nel bel mezzo di una lotta spietata e sanguinosa.
Il primo libro rende la tragedia universale tanto da coinvolgere, sia pure indirettamente, anche i paesi non belligeranti e, il secondo, per la particolarità degli argomenti trattati e i suoi limiti territoriali, mostra uno spaccato dello stato d’animo di un popolo letteralmente trascinato in un’avventura bellica e con un esercito che, a detta dello stesso Badoglio, allora capo di stato maggiore dell’esercito, “non ha neppure le camicie”. E, Mussolini, di rimando: “Voi non capite. Io ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”. Questo fu l’inizio di un’avventura che portò l’Italia a unirsi alla Germania hitleriana e, in seguito, al Giappone con un patto d’acciaio, diventato poi di ferro, che aveva solo un difetto: l’acciaio, o il ferro che si voglia dire, fu ben presto fuso trasformandosi in un fiume di sangue.
Leggere, quindi, quando accadde per rinverdire i ricordi scolastici sia di chi per l’anagrafe è troppo giovane perché abbia vissuto quei momenti e, per gli altri, affinché non racchiudano il ricordo nell’oblio e ancor peggio nell’indifferenza.
Leggere per capire come sia facile risalire, da fatti in apparenza irrilevanti, a un evento tanto drammatico fino a diventare un olocausto per intere popolazioni o etnie. E’ difficile per i colpevoli, come pure gli incolpevoli e gli agnostici, uscirne con tutte le ossa al loro posto e non solo fisicamente.
Leggere per rendersi conto che non è possibile ragionare con la testa altrui e ancor più praticare l’arte della tolleranza, in specie nei confronti di chi non la capisce e la scambia per debolezza o peggio ancora per tacita connivenza.
Un errore fu certamente quello di non considerare intollerabili gli stessi insuccessi della politica di sicurezza collettiva in Europa e in Asia dal 1931 e che culminarono, nel 1938, con la politica d’annessioni territoriali della Germania, e che poi incoraggiarono l’attacco, di quest’ultima, alla Polonia il 1° settembre alle ore 4,45 del mattino del 1939.
Fu un’azione militare brutale ma alimentata da un calcolo politico. Infatti, si riteneva improbabile che gli anglofrancesi s’imbarcassero in un’impresa militare per sostenere un paese come la Polonia. Per contro il suo smembramento era visto di buon grado dalla stessa Russia, dato il vantaggio che avrebbe potuto trarne.
In questo modo i russi avrebbero avuto l’opportunità di annettere una parte del territorio polacco con la tacita acquiescenza dei tedeschi e così accadde. Fu, dunque, una risposta che finì con l’instaurare alleanze innaturali (Germania-Russia). Non solo.
Furono ostilità insorte tra nazioni che avevano una comune base liberista, sebbene la differenza fondamentale fosse caratterizzata dalle loro distinte matrici: un’idealistica e l’altra empirica. Alla fine, come possiamo rilevare, in quest’evenienza, liberismo d’estrazione idealistica e comunismo si ritrovarono nel concepire un’identica finalità di vedute. (Riccardo Alfonso)

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Parliamo di una guerra scatenata dai nazisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Non si tratta, in ogni caso, di una semplice elencazione, degli avvenimenti storici che, dall’inizio della guerra, ci hanno portato alla vittoria strepitosa degli eserciti tedesco e giapponese e poi, via via, al loro tracollo.
Ho voluto, semmai, cogliere alcuni aspetti, più indicativi, e che, a mio avviso, hanno caratterizzato meglio lo stato d’animo di chi ha vissuto quei tormentati momenti sia da protagonisti e sia da figli della gleba. Lo faccio, in primo luogo, sperando che tutto ciò non cada nell’oblio e che, dagli orrori di una guerra fratricida, le nuove generazioni possano rendersi conto di quanto fosse assurda e, soprattutto, aberrante la piega assunta dagli eventi, traendone una lezione da non dimenticare. Lo faccio perché il ricordo del passato ci possa insegnare qualcosa nel nostro vivere quotidiano e in quello che attenderà i nostri nipoti.
Resta, nel suo insieme, un messaggio che va accolto e ricondotto a futura memoria.
Sono stati sei anni di una lunga guerra nata per distruggere la libertà dell’uomo, per imporre l’autorità di un dittatore, per umiliare nel fisico e nelle tradizioni, civili e culturali, intere popolazioni e per trascinarle, privandole d’ogni dignità, in atroci luoghi di tortura, per martoriarle nel fisico e negli affetti più cari, trucidando i loro congiunti e amici, e per ridurre l’uomo ora a carnefice e ora a vittima. (Riccardo Alfonso)

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L’ideologia tra aberrazioni e virtuosismi

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

L’ideologia è un vestito che ci ritagliamo addosso mentalmente e la facciamo circolare nel bene e nel male, la facciamo addolcendo e avvelenando la nostra vita per altri frangenti, per altre illusioni, per altre vite che bruciamo sul sacro fuoco di un ideale non sempre sereno e dettato dalla forza di una ragione illuminante.
Oggi mi chiedo cosa intendevo per guerra, quali sentimenti un bimbo potesse provare, mentre il clima stava mutando, la famiglia si stava sfaldando, il pane era razionato e il rombo dei cannoni e l’esplosione delle bombe sganciate dagli aerei si facevano sentire sempre più vicini e con gran fragore?
Oggi posso analizzare i fatti di allora con maggiori elementi di giudizio e corredare quei momenti con talune letture scritte non solo da chi mi è stato coevo, ma da altri che ai tempi erano più grandicelli di me o di chi oggi può avere l’età di mio figlio e si sente tanto sicuro di poter fermare sulla carta le tragedie vissute da altri, per i morti che vi sono stati, per le distruzioni che hanno lasciato per le ferite che sono state inferte sulle carni di tanti giovani ora vecchi e dolenti anche in conseguenza di quel male antico.
Mi sembra giusto che a questo punto anch’io mi faccio carico di questo pezzo di storia che mi ha visto dentro i fatti, sebbene mi sia stata data la ventura di averli sfiorati appena e mi sia stato restituito mio padre reduce ma non ferito, ma solo tanto amareggiato. Vi è in tutto questo un inizio, per così dire “formale” quando la seconda guerra mondiale incominciò con la dichiarazione di guerra anglo-francese alla Germania, il tre settembre del 1939, e terminò, con la firma della capitolazione giapponese, il 2 settembre 1945. La cerimonia avvenne a bordo della “Missouri”, nella rada di Tokio.
Sull’altro versante la firma della resa incondizionata di tutte le forze tedesche, si celebrò a Reims, quartier generale di Einsenhower, il 7 maggio 1945. A Berlino, Il giorno dopo, fu poi ratificata in forma più solenne. L’undici maggio, invece, avvenne la capitolazione delle forze tedesche, ancora combattenti, nella Francia occidentale.
In questo modo iniziò e si concluse, nell’arco di sei anni, in Europa prima e nel mondo intero poi, uno dei più gravi disastri che potevano colpire la vita, le fortune individuali e collettive d’intere nazioni e la ricchezza dei loro patrimoni architettonici, paesaggistici e culturali.
Che cosa può servire oggi riandare a quel tempo, porsi delle domande, ricercare nei “cassettini della nostra memoria” talune sensazioni che pensavamo cancellate del tutto e che, invece, riaffiorano, sia pure vaghe e quasi indistinte, ma reali.
Significa un qualcosa che noi abbiamo depositato nella nostra scatola nera, in quella dove i fatti più indicativi lasciano una memoria che definiamo ricordo e che serve a renderci consapevoli del come abbiamo condotto la nostra esistenza e del come l’abbiamo interfacciata con i nostri simili dagli affetti familiari, alle prime amicizie e amori e per finire ai tradimenti e alle delusioni più cocenti e ai dolori più struggenti. (Riccardo Alfonso)

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Mio nonno racconta: La guerra che mi ha attraversato

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata sul cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio.
In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnano alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra.
Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto.
Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale.
Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce.
Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti.
D’altra parte avevo già vissuto, e questa volta con una partecipazione certamente più diretta, cosa voleva significare la guerra allorché tra il sette e l’otto aprile del 1939 le truppe italiane sbarcarono in Albania. Vi era anche mio padre con il suo reggimento. Allora eravamo a Pistoia da alcuni mesi. Avevamo già lasciato la nonna materna a Campobasso, da poco vedova, e ora ci separavamo da mio padre. Lo rivedemmo, di tanto in tanto, in licenza e alla fine i miei genitori decisero, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, che sarebbe stato meglio ritornare a Campobasso considerandola, tra l’altro, una cittadina meno esposta ai bombardamenti. In effetti, la vicinanza dell’aeroporto militare di Pisa non prometteva nulla di buono. Mio padre, intanto, restò in Albania sino alla prima metà del 1941 e al rientro in patria fu assegnato a Spoleto. Io non capivo, del resto, nemmeno cos’era il fascismo, ma mi fecero lo stesso indossare la divisa da figlio della lupa e poi da balilla e marciare impettito nei giorni solenni potando in spalla un fucile di legno. Era un gioco, un rituale, ma non mi rendevo conto che dietro si celava qualcosa d’altro perché ero un bambino.
Oggi i figli e i nipoti dei miei coetanei, si guardano bene d’indossare la divisa. Cercano, persino, di affrancarsi dal servizio militare, quand’era obbligatorio, ma se le divise sono state gettate alle ortiche, non è detto che altre non possano aver preso, in senso metaforico, il loro posto. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia di ieri e di oggi e con un futuro che tentenna

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

L’Italia sta dinanzi agli occhi del patriota o dello scettico, dell’apostolo o del Giuda, annebbiata dallo sconforto. E’ il Paese che non riesce più a identificarsi con i suoi abitanti. Siamo in questo modo tra due silenzi, il silenzio delle tombe e il silenzio delle stelle: e questa solennità la popoliamo della nostra discorde ed effimera loquacità.
I più non ricordano neppure, anzi non si accorgono, di quest’intima esistenza sacra e la contaminano nelle ambigue vicende giornaliere, sottomettendosi a ciò che trovano sulla terra. Non bisogna certo, con questo intendere, che nella vita occorra essere filosofi nel senso scolastico della parola, o credenti, o anche semplicemente idealisti e studiosi. No. Occorre avere soltanto una pratica coscienza del dovere, umile e disumana parola di magnificenza. In-somma proseguendo nei secoli, sempre più perdiamo il senso della sincerità della vita: l’artificio è misura. Ci reggiamo sui giochi di parole per mascherare l’assenza delle idee; ci aggiriamo sui falsi e contorti sentimenti come sui trampoli. La verità e la franchezza c’inducono ad affermare che l’unità d’Italia fu pagata con la moneta falsa delle promesse e degli inganni. Cavour a Plombiéres forza la mano a Napoleone III ventilandogli l’eventualità che se i mazziniani e i democratici italiani avessero preso l’iniziativa della guerra contro gli austriaci anche gli operai francesi sarebbero insorti contro Napoleone III e poi vi è, per la Francia, la possibilità di aprire ampi mercati in un’Italia unità sotto la bandiera sabauda, alias “cavourriana”. L’ingenuità, la profondità dell’ammirazione e della venerazione, ecco i sentimenti a noi conosciuti. Intanto la sincerità è, afferma Carlyle, la vera caratteristica dell’Eroe. Perciò non abbiamo più da qualche tempo degli eroi. Ne avremo? Maometto e Cristo, Dante e Goethe, Victor Hugo e Carlyle, Lutero e Cromwel, ecco i riassuntori di secoli titanici. Resta una speranza. Chi mai potrebbe negarla sia pure come ultimo gesto, ultimo respiro? La colomba nelle ore vespertine, tornava a Noè, portando un ramo d’olivo di virenti frondule, e Noè comprese che le acque sulla terra erano cessate, che si propagava l’impero della pace.
A messager, che porta olivo,
tragge la gente per udir novelle.
(Purgatorio)
Affinché si possa dire che è tornato:
Il dolce tempo che riscalda i colli
E che gli fa tornar di bianco in verde
Perché gli cuopre di fioretti e d’erba.
(Riccardo Alfonso)

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Il capitalismo del XIX secolo visto dai letterati

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Vi è un distinguo da fare, in campo letterario, se ampliamo la visuale al pensiero letterario internazionale. Christopher Caudwell, critico marxista inglese, un secolo dopo Leopardi si ritrovò a teorizzare, con un ragionamento analogo al poeta di Recanati, sullo sviluppo industriale capitalistico. Caudwell riconobbe nel poeta la figura più dotata di abilità personale. Intendendo con ciò affermare che la validità della funzione poetica è nel mettere in luce quei principi della realtà che l’illusione e la propaganda politica tendono a nascondere. Leopardi in ciò si rivela un maestro, un antesignano. Egli analizzò le ragioni per cui viene a formarsi una cultura apologetica degli scrittori del suo tempo che si sono schierati in tutto e per tutto dalla parte delle ideologie borghesi. Marx in seguito la definì: “Apologetica del capitalismo” e votata a presentare il capitalismo come il migliore degli ordinamenti sociali ed economici.
Posso, a questo punto convenire che la confusione dei ruoli è tanta. Per Olindo Guerrini, un poeta minore del tardo Ottocento, le stesse influenze dell’irrazionalismo di Nietzsche, cui gli scrittori dell’epoca spesso danno un significato rivoluzionario, altro non è che l’interpretazione filosofica del regime industriale. Alla fine sono proprio i “borghesi disoccupati” come li definiscono Guerrini e Crispi, che soffrono solo gli svantaggi dello sviluppo capitalistico, a sposare gli interessi del proletariato. Ma la differenza continua ad esserci e si fa notare. Quando Guerrini aderisce alle iniziative benefiche della borghesia umanitaria finisce per limitare l’invettiva contro i politici corrotti e disonesti che rubano sulla beneficenza. L’equivoco continua al tempo della fondazione del Partito socialista quando le opinioni degli intellettuali sono quelle che la risoluzione del problema operaio passa solo attraverso gli schemi borghesi. In altri termini le cose, nella sostanza, non mutano. Qui parliamo di letterati che hanno aderito al socialismo quale Edmondo De Amicis, Pascoli, Giocosa, Graf, Ada Negri e altri minori. Costoro presentano il socialismo come una scelta degli operai stessi al fine di entrare nella borghesia e nel vivo della politica nazionale. In tal modo la critica al sistema capitalistico si presenta come un’inutile e assurda lotta di classe. A questo riguardo un distinguo va fatto per Edmondo De Amicis. La sua conversione al socialismo lo fa diventare al tempo stesso un illustre esponente della letteratura socialista e il capro espiatorio di tutti gli errori che, a giudizio di Antonio Labriola e dello stesso Engels, il socialismo italiano sta commettendo per eccesso di complicità con la borghesia. Più avanti negli anni ci imbattiamo con i due romanzi storici, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Egli, in queste opere, rappresenta il prodotto ancora informe e incompiuto di una società che ha posto appena le premesse del capitalismo. Verga riespone il rapporto originario fra imprenditori e sfruttati e lo conduce a riconoscere le lotte sociali nella misura e nel valore in cui esse appaiono ai suoi personaggi. Verga avverte in primo luogo la mancanza di protezione che la società borghese può offrire e, più in generale, il costante pericolo cui sono esposti i tentativi di raggiungere la piena espressione dell’individualità.
Sulla stessa lunghezza d’onda si presenta la visione pascaliana di un’Italia “tutta proletaria” per combattere lo sfruttamento europeo, per imporsi al rispetto internazionale, per migliorare le proprie condizioni attraverso la conquista coloniale. Un modo di ragionare che indusse Gramsci a definirlo “un colonialista di programma”. In tutte queste circostanze è mancata, sia pure a tratti, la fedeltà del traduttore. Se gli eroi, in questa fattispecie, furono grandi e silenziosi, non fu altrettanto eloquente chi avrebbe dovuto accendere negli italiani il sacro fuoco dell’amore patrio e dei diritti nel consorzio europeo. Noi abbiamo fatto scempio di quel sentimento e di quella fede per fare in modo che i nostri figli e i figli dei nostri figli, dal giorno dell’unità a oggi e per un domani prossimo venturo, potessero venerare, custodire e rendere qual è, in effetti, la forza e la grandezza di un messaggio tenuto alto e solenne dai nostri vati. Quest’amarezza non è sola dei giorni nostri. Già allora nei suoi scritti Mazzini lasciava trasparire un certo disagio. Egli, infatti, scriveva: “…. Quanto alle cose d’Italia in generale sono nauseato; nauseato della tattica sostituita all’iniziativa e alla moralità; nauseato della passività del popolo italiano, cominciando da noi; nauseato del vedere ripetere da tutti quasi che la turpe, vigliacca vendita di Nizza e Savoia è un fatto compiuto e che il Parlamento deve con dolore ratificarlo, come il Re lo ha con dolore concesso, come Cavour lo concedeva con dolore a Plombiéres, nauseato di tutto e di tutti. Sono canuto, affranto; non vivrò più lungo tempo: lascia, dunque, che non potendo far altro, io affermi almeno la verità”. (Riccardo Alfonso)

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Un nuovo modello di medicina

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Se ci limitiamo a osservare quanto accade nei nosocomi italiani e le metodiche adottate sia dal punto di vista della prestazione sanitaria sia alberghiera, ci chiediamo se sia possibile adottare un modulo diverso per favorire un percorso virtuoso dell’assistenza che tenga in maggior conto il valore della persona e il suo rapporto con i suoi nuovi soggetti: medici, infermieri, personale ausiliario e amministrativo. L’Italia, nello specifico, ha già fatto una scelta di campo con l’assistenza universale affermando la necessità che tutti possano accedervi, a prescindere dalle loro condizioni economiche. Ciò comporta, ovviamente, un costo sociale non indifferente. Lungo questo tragitto “virtuoso” si frappongono, in aggiunta, vari ostacoli. Essi sono ascrivibili non tanto e non solo alla qualità delle prestazioni ma al modo come sono effettuate e ai tempi richiesti, oltre all’utilizzo di personale, in particolare infermieristico specializzato.
A questo punto ci chiediamo se fermo restando la prestazione universalistica non si possa fare di meglio e di diverso. Questo tracciato non solo è auspicabile ma, a mio avviso, è possibile praticarlo se partiamo dall’idea che la prevenzione è la risposta più adeguata per una migliore razionalizzazione delle risorse, per evitare gli sprechi, per favorire l’interdisciplinarietà delle pratiche mediche, il lavoro clinico di ricerca.
In questo caso tutta la filiera assistenziale dovrebbe essere rivista e adeguata a un assunto che vada oltre i tempi di attesa per interventi o controlli di qualsivoglia natura e ponga al centro dell’interesse condiviso sia il malato, cronico o acuto, sia gli altri soggetti che vi ruotano attorno. Un check-up generalizzato dovrebbe permetterci l’esistenza di centri di eccellenza e interdisciplinari che offrano una visione d’insieme delle prestazioni sanitarie e prevedere, invece, altri moduli capaci di adottare terapie ad hoc in casi accertati per i trattamenti mirati. D’altra parte avere circa cento specialità e lasciarle a se stesse senza prevedere una sintesi nel processo terapeutico è un aspetto deformante della medicina che non si può accettare. Ora se questo discorso è possibile affrontarlo senza pregiudizi, prevenzioni o chiusure corporative o interessi di bottega dalla farmaceutica alle imprese produttrici di strumentazioni e apparecchiature sanitarie, di certo potremmo ottenere una risposta capace d’inquadrare meglio le opportunità e anche correggere gli aspetti negativi che ne potrebbero derivare e apporvi possibili correttivi. Sicuramente è suggestiva l’idea che vi sia, nella costanza della vita di ogni individuo, la possibilità di un controllo continuo, quasi automatico, delle sue condizioni di salute. Sarebbe finalizzato a prevenire qualsiasi alterazione del suo status fisico e mentale con una metodica attenta e scrupolosa che permetta, di conseguenza, di avvertire in tempi utili taluni processi degenerativi asintomatici e dai quali possono derivarne effetti perversi e debilitanti e conseguenti percorsi lungodegenziali con l’adozione di farmaci costosi e frequentazioni in centri di riabilitazione motoria e neuronale.
Se i critici o anche i burocrati obiettassero che l’Italia non sarebbe in grado di sobbarcarsi un costo per la prevenzione medica che riguardi tutta la popolazione, dovremmo loro chiedere cosa risparmierebbero evitando di curare a posteriori.
Apriamo un dibattito che sappia coinvolgere uomini e donne di scienza medica e i politici, ma anche sociologi e antropologi. Apriamo il discorso ai media e, tramite loro, all’opinione pubblica affinché si prenda coscienza che è possibile andare oltre l’assistenza universale prevedendo una “prevenzione universale”. Essa oggi è più necessaria che in passato poiché numerose e subdole sono le minacce, per la nostra salute, che ci attraversano e che non vi sono più confini che possono frenare le pandemie o qualsiasi altro pericolo: pensiamo al nucleare ma anche agli agenti chimici irrorati sul terreno a uso agricolo ecc. e che espongono il nostro corpo a infiltrazioni infettive sempre più massive e devastanti. (Riccardo Alfonso)

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I prodromi dell’unità italiana e il veleno del razzismo e del classismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Così mentre, nel diciannovesimo secolo, si costruisce l’avvenire di una nazione s’inocula, al tempo stesso, un vecchio veleno, con le teorie razziali. E’ quello che la borghesia, costretta a difendersi dagli assalti proletari, rispolvera dall’antica contesa con la nobiltà e che ora si predispone a estenderne la portata contro le classi inferiori e così operando manifesta il primo tradimento dei propri rivoluzionari principi di eguaglianza. E’ il tempo in cui i rapporti sociali si snaturano. E’ soppresso il tempo libero per i lavoratori, s’instaura il divieto per i lavoratori di allontanarsi dalla città dove ha sede l’opificio, si mette in atto il genocidio dei bambini impiegati dall’industria. Nel 1840 l’industria serica lombarda sottopone al lavoro, spesso mortale, della torcitura quindicimila bambini poveri. I dati sono raccolti da Sacchi in un’inchiesta svolta con Ilarione Petitti verso la metà del secolo XIX. In Inghilterra è adottata una legge che vieta di recare assistenza alle famiglie povere nelle quali c’è anche un solo bambino sano e in grado di lavorare. Sono le parole di Balzac ne “Le illusioni perdute” ad indurre Lukàcs a scrivere: “non sono soltanto quelle delle energie nate dalla Rivoluzione e distrutte dalla Restaurazione. In senso più ampio sono quelle dei borghesi che inesorabilmente procedono alla capitalizzazione e allo sfruttamento capitalistico di tutti gli elementi umani, dall’arte al sentimento nazionale, dalla letteratura alla gloria. Tutto è ridotto o riducibile a merce, tutto acquista un suo valore economico, e tutto viene prodotto in scala industriale”. Ed è proprio lo sviluppo industriale, nella Francia balzacchiana, così avanzato da far cadere le illusioni che ancora si radicano in Italia. Sta di fatto che la letteratura italiana si rende interprete degli interessi industriali e si profonde a raccomandare agli operai “docilità” e “rassegnazione”. La stessa cosa la cercavano gli industriali istituendo il cosiddetto “Libretto di scorta” dove ciascun operaio doveva mostrare, all’atto dell’assunzione, che nei suoi precedenti lavori aveva fornito prova di “mitezza”. Mi suona oggi persino stonato il fatto che contraddicendo se stessa la borghesia, alla vigilia del ’48, chiese l’appoggio delle plebi, soprattutto di quelle operaie per una rivoluzione che si volle popolare e dove al suo interno si manifestava ben poca “docilità” per i poteri costituiti. Fu, infatti, un’arma a doppio taglio. Già nel 1842 David Levi scrisse il componimento poetico Fantasmi e lo definisce “la prima lirica socialistica che suona nella lingua italiana” mentre nel 1848 scese in campo per appoggiare politicamente il moto operaio tanto da preoccupare persino Giuseppe Mazzini. L’operaio non è più un essere inferiore, non è più il frutto del pregiudizio borghese. Fu un atto di consapevolezza nel rendersi conto che il Risorgimento non si sarebbe compiuto, né la nazione avrebbe potuto dirsi veramente unita, se le classi sociali non collaborano tra loro uscendo dal ghetto dei loro interessi particolari. Fu così vero che l’unità nazionale raggiunta rischiò di perdere la sua carica ideale nel momento in cui la borghesia industriale ed economica italiana cercarono in tutti i modi di cancellare il contributo offerto dal proletariato. Non era più possibile frenare la loro prepotente voglia di emancipazione rispolverando i vecchi temi letterari di “patria e onore, di sacrificio e dedizione”.
Indicativo, a mio avviso, è stato quanto ebbe a scrivere a proposito dell’Italia Fëdor Michailovic Dostoevskij: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo per l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo Regno Unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese — la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese — un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!” In proposito Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni fu ancora più incisivo nel suo giudizio scrivendo che “Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte.
Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.
E Luigi Einaudi ammette: “Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno e abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale”.
Giustino Fortunato a sua volta scrivendo a Pasquale Villari sottolineava con amarezza il suo punto di vista: “L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica.
Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”. (Riccardo Alfonso)

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L’unità dell’Italia passa attraverso accesi conflitti economici

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

La stessa idea, infatti, di avere un’Italia unita non ebbe precise caratteristiche nazionalistiche, ma fu dettata da ragioni economiche. La nuova borghesia industriale lombarda voleva riscattarsi dalle vessazioni imposte dallo sfruttamento austriaco trasformando la lotta per l’evoluzione economica in lotta politica. Scrive a questo riguardo Rodolfo Morandi: “Essa promuoveva i suoi interessi economici al grado d’interessi generali della società italiana, cioè identificando questa società in se stessa, ne confondeva i valori e la somma dei bisogni nella propria bramosia di potere e di guadagno”. Questo “spirito capitalistico” trovò il suo elemento di forza prima nel mondo industriale lombardo e poi con borghesia industriale toscana ma su basi di potenza diversa per merito del granducato di Toscana e le sue leggi liberali tanto che gli uomini politici stranieri, come il principe Metternich o l’industriale inglese Riccardo Cobden, parlarono della Toscana come di uno stato miracolo. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia unitaria tra il dire e l’essere

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

E’ diventata una specie d’operazione chirurgica avvenuta all’insaputa del paziente. Dopo gli effetti post-operatori questi si è accorto che l’appartenenza o meno al regno borbonico o a quello sabaudo nulla ha cambiato alla propria condizione sociale. Povero era e povero è rimasto. Illuso era e illuso resta per una crescita economica ed industriale promessa dai soliti imbonitori di turno e persino pagata in anticipo, e regolarmente disattesa. Penso alla Casa del Mezzogiorno.
Fu un progetto sbandierato per decenni e ora si rende conto, finalmente, che quest’illusione è la sola realtà che lo fa convivere con il suo passato. L’Italia è stata a lungo mutilata nella sua identità nazionale. Ricordiamo le invasioni barbariche, Brenno, Pirro, Annibale, le disfatte alla Trebbia, Trasimeno e a Canne, le irruzioni galliche con il conseguente assedio di Roma, le lotte civili dei Gracchi fino a Mario e Silla, la corruzione, il dispotismo, l’impero in balia dei pretoriani, il suo triste dissolvimento, le successive invasioni di Attila con gli Unni, dei Goti, dei Greci con a capo Bellisario e Narsete, dei Longobardi con Alboino e di Franchi, la inframmettenza del potere temporale dei Papi effettuata da Pipino e da Carlo Magno, le guerre e le feroci conquiste fatte dagli angioini, dagli spagnoli, le devastazioni, i vili saccheggi e gli incendi subiti al tempo del Barbarossa. Altre mortali ferite furono inferte dalle guerre avvenute fra Carlo V e Francesco I, le ignominie dei Borgia, le lotte fra le fazioni Guelfa e Ghibellina. Quant’acqua è passata sotto i ponti dell’Arno sino a sfociare in mare quando Dante, con il fervore della propria fede, auspicò l’unità d’Italia? Questi con Macchiavelli, Mazzini e molti altri incarnarono quel vaticinio in apostolato. Oggi dovrebbero rivoltolarsi nelle loro tombe per assistere allo scempio di una nazione che si volle unita senza ideali e senza consentirle di sbocciare in una coscienza politica comune. (Riccardo Alfonso)

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Il caso Italia tra un occhio che guarda al futuro e l’altro che fa l’occhiolino al passato

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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Come gestire il presente con una politica ingessata

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Da ciò dovrebbero oggi trarne coscienza i governanti dei vari paesi allorché preparano le tecniche per governare il presente senza affacciarsi dalla finestra per guardare oltre.
E’, questo, un grave errore che ci fa sfuggire dalla realtà e scava un solco tra il paese reale e i suoi governanti. E’ una pecca che si può pagare a caro prezzo poiché rendiamo possibile un altro convincimento, a mio avviso molto deviante per quanto affascinante, che è possibile fare a meno della politica dei partiti.
E’ un’idea, devo ammetterlo, che mi affascina e sulla quale ho riflettuto a lungo, pur respingendola poiché la considero una logica estremista pericolosa e capace di provocare, alla lunga, più danni che vantaggi.
Sono, invece, propenso nel ritenere che vi possa essere una strada di mezzo, soprattutto in quei paesi a “democrazia incompiuta” come l’Italia, dove s’imporrebbe una “dittatura” a tempo per rimettere in sesto quelle riforme che sono sistematicamente bloccate dai veti incrociati dagli interessi contrapposti e corporativi tra le parti in causa. Una dittatura non solo di breve durata ma vincolata dalla presenza di alcuni garanti istituzionali chiamati sia dal mondo politico sia da quello economico e sociale. Che cosa dovrebbe fare questo dittatore?
Prima di tutto sbloccare i vincoli che tengono stretti alcuni soggetti alla tenuta dei loro “privilegi”. Pensiamo alla riforma della scuola, del sistema tributario, della giustizia e di quello elettorale per dare maggioranze ben definite e capaci di muoversi senza veti di sorta. D’altra parte quando i politici parlano di larghe intese non siamo molto distanti da una soluzione capace di ricavare risultati efficaci per una più corretta gestione della cosa pubblica senza dover tener da conto i forti interessi di categoria e le consorterie di varia natura. Al tempo stesso mi chiedo: ma per fare tutto questo non è sufficiente un forte consenso popolare e movimenti politici ben radicati sul territorio ma anche determinati a non subire i condizionamenti delle lobby? In linea teorica è possibile ma in pratica gli elettori subiscono troppe restrizioni e vengono distratti dalla macchina della disinformazione che non si fa scrupolo nel diffondere notizie non veritiere e tali da suscitare sentimenti di disagio esistenziale che conducono alla stessa degenerazione del sistema. Per farla breve siamo stati troppo a lungo abituati a ragionare con la pancia che non riusciamo del tutto a farlo con la testa. (Riccardo Alfonso)

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Il secondo dopo guerra e gli scenari geopolitici

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Sin dalla conferenza di Yalta, sul finire della seconda guerra mondiale, si rese più manifesta l’intenzione espansionistica dell’Urss in occidente, ma la risposta occidentale fu, indubbiamente, diversa rinunciando di fatto all’opzione militare ma scegliendo di rafforzare la sua alleanza con gli Stati Uniti mentre le democrazie si andarono consolidando attraverso le libere elezioni. Tutto questo ci permise, sia pure avviando la stagione della “guerra fredda”, d’evitare un conflitto armato dalle conseguenze per l’intera umanità imprevedibili dato che entrambi i blocchi, che si opponevano, avevano armamenti di distruzione capaci di annientare il mondo intero, e nello stesso tempo furono evitate, con vari stratagemmi, le tentazioni dittatoriali. Non si ripeterono, quindi, le crisi di governo capaci di sfociare in un potere autoritario sebbene la fragilità dei parlamenti, in specie di quello italiano, lasciasse intravedere qualche insidia. Ricordo in proposito il golpe Borghese ma si tradusse più in una farsa che in un vero tentativo di colpo di Stato. Qualcosa del genere occorse anche in Spagna nel dopo Franco, mentre in Grecia non si riuscì ad evitare la “dittatura dei colonnelli”, ma fu di breve durata.
A questo punto non si trattò tanto di timori per un possibile, per quanto remoto, ritorno degli estremismi con le loro dittature e dittatori, ma di una reale collocazione degli orientamenti popolari verso soluzioni meno traumatiche e dotate di maggiore tolleranza politica. Va poi ad aggiungersi il diverso modo di affrontare le questioni che riguardano il mondo del lavoro, il welfare e le altre forme di tutela previdenziale e ponendo in evidenza, attraverso un’istruzione più moderna, uno sviluppo tecnologico diffuso, un concetto della famiglia più “imprenditoriale” e un bisogno di “stabilità” che si riconosce nell’equilibrio centrista senza avventurismi.
Restano, tuttavia, dei punti deboli, ma non preoccupanti più del dovuto. La destra e la sinistra, nei loro punti estremi, sono ancora troppo “movimentiste” per una società che cerca l’ordine nella legalità, il progresso senza avventure, la politica senza venature ideologiche troppo accentuate e prevaricatrici ed un assetto economico nel quale possano essere conciliate il bisogno ed il benessere ed il welfare con i bilanci pubblici. Vi sono dunque, a dispetto delle apparenze, più sensibilità politica e più consapevolezza sul proprio futuro. (Riccardo Alfonso)

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Tutelare l’ambiente per salvaguardare la salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 agosto 2018

Una necessità non più rinviabile come dimostrano i “numeri”: il 75% delle malattie e delle cause di morte è legato proprio al degrado ambientale e a stili di vita scorretti. Ne sono convinti i medici italiani che nel corso di un convegno ne hanno evidenziato l’aspetto.
Occorre, quindi, “individuare tutte le strategie efficaci e in grado di agire sulle condizioni socio-ambientali, cercando di ridurre il peso di tante malattie che gravano sulla collettività”.
“Le esposizioni a sostanze nocive, ai rifiuti e all’inquinamento atmosferico – dicono i medici – sono tra le maggiori cause dei pericoli per la salute.”
“Secondo la più recente letteratura, danni possono esserci anche a causa delle tante sostanze chimiche che usiamo quotidianamente: la maggior parte, infatti, non è ancora stata adeguatamente testata e valutata per la sua sicurezza”. I pericoli provengono anche dalle frodi commerciali.
Anni fa è stato registrato negli Stati Uniti un vertiginoso aumento dei casi di contraffazione di farmaci. In un editoriale pubblicato dalla rivista The Lancet, dedicato all’argomento parla di una crescita dell’800% e si esorta un rafforzamento delle norme sui farmaci, soprattutto nei Paesi dove non esistono o sono troppo blande. Proprio la mancanza di regole rigide e a volte le inadempienze degli stessi organismi di controllo, in specie nei Paesi in via di sviluppo, si rileva come si possa arrivare fino al 30% dei medicinali contraffatti. In particolare, a essere oggetto di falsificazione sono i farmaci antimalaria, che una volta alterati raggiungono il commercio, soprattutto nel Sud-Est asiatico, senza incontrare ostacoli. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, solo il 20% degli Stati membri ha un sistema regolatorio sui medicinali ben sviluppato e circa il 30% non ha alcun impianto legislativo in materia.
C’è bisogno di collaborazione fra governi, autorità, industrie, consumatori, forze di polizia, scienziati e operatori sanitari per combattere il problema. Le aziende, in particolare, dovrebbero riportare volontariamente casi sospetti di contraffazione e abbassare i prezzi dei loro prodotti nei Paesi in via di sviluppo per ridurre l’incentivazione economica alla falsificazione.
Vi è poi vi è un altro fronte critico nel campo dei prodotti alimentari.
Non solo i pomodori ma anche tartufi, formaggi, arance, limoni, aglio, funghi, miele e olio, sono i “falsi alimentari” che invadono il nostro mercato e ingannano il consumatore.
Se un prodotto, sia chiaro, viene dall’estero, non è detto che sia necessariamente cattivo, dipende, semmai, dalla qualità e dalle tecniche di coltivazione. Rimane il problema dei controlli, soprattutto per gli alimenti provenienti dai Paesi extra Ue, sulla presenza di sostanze non ammesse dalla normativa comunitaria (antibiotici, insetticidi, ecc.), perché il commercio globalizzato espone ad alcuni rischi se le regole non sono altrettanto globalizzate. Il problema è dovuto al fatto che questi prodotti sono spacciati come “made in Italy”, cioè come prodotti nostrani, quando invece non lo sono, ingannando così i consumatori.
Si consumano, in tal modo, passate di pomodoro italo-cinesi, o si grattugiano tartufi afro-cino-albanese messi accanto a quello italiano per farne assorbire l‘odore, o a tagliare formaggio danese, o a sbucciare arance e limoni maturati al sole del Sud America e del Sud Africa, o a soffriggere con aglio cinese venduto a pochi euro nei mercatini rionali, o a mangiare una pizza ai funghi dell’Est Europa, o a far colazione con il miele ungherese e a condire con olio mediterraneo. Il tutto pensando che stiamo mangiando prodotti della nostra terra.
Ora ci si mette anche la crisi che spinge molte persone titolari di redditi modesti, e in Italia ci avviciniamo ai dieci milioni, ad acquistare, soprattutto prodotti alimentari a costi molto bassi e di provenienza dubbia. In questo modo si rischia seriamente d’ammalarsi provocando un nuovo aggravio della spesa sanitaria. (Riccardo Alfonso)

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L’uomo è condannato a un movimento continuo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 agosto 2018

Ma giunto al più alto livello la sua intenzione di volervi restare stabilmente si inserisce un qualcosa che lo turba e lo spinge a compiere passi retrogradi. L’esempio dell’Eden in cui vissero Eva e Adamo lo ha dimostrato. Essi, per un eccesso di sicurezza, finirono con il perdere tutto, tranne l’amore.
E’ questo il filo d’Arianna, figlia del mitico re di Creta Minosse e di Pasifae che salva Teseo che si era avventurato nel labirinto per uccidere il Minotauro. E’ un filo d’amore. E’ quello che permette all’eroe di ritrovare la via del ritorno.
Sono storie simboliche, forse semplicemente spettacolari, ma tanto confacenti alla natura stessa dell’essere umano che si ritrova sempre con lo stesso ricorrente tema: quello del sentimento più puro che sprona all’azione, alla ricerca, alla bellezza e ci aiuta a capire la vita e ancor più la morte.
E’ tutto questo solo sentimento? Forse. Il sentimento, tuttavia, non inganna mai. Non coglie e non afferma che un rapporto, e questo non è un’apparenza ingannatrice. Esso non delude, per quanto primitivo può apparire.
E’ invincibile, universale e ci conduce sulle esistenze e le realtà e le annuncia con evidenza manifesta. Allora può servire di base a un giudizio assoluto e necessario. E’ la coscienza dell’esistente e delle esistenze.
L’attenzione che diamo a una cosa è sempre proporzionata all’interesse che essa c’ispira o alla forza di volontà che vi mettiamo. Quando questi due principi dell’attenzione si concentrano su un determinato oggetto, allora soltanto essa raggiunge il suo più alto grado di forza. In una passione, nulla ci sfugge di ciò che con essa ha rapporto, vicino o lontano che sia. I senza anima o gli uomini deboli di carattere, che, di fatto, non s’interessano di nulla, non sono suscettibili d’attenzione, o almeno di una valida attenzione. Per loro è necessario ritornare a vivere per assaporare ciò che hanno perso nelle vite precedenti. Sono i Teseo senza la loro Arianna. (Riccardo Alfonso) (I precedenti sono reperibili sulla pagina “confronti” undicesima parte)

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Gli anni post-bellici dell’Italia e della Germania dopo la prima guerra mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 agosto 2018

Negli anni successivi al 1918 due furono le nazioni più esposte agli umori popolari e alla instabilità del potere esecutivo: la Germania e l’Italia: La prima non riuscì a trovare l’occasione per rinnovare i suoi quadri dirigenti nonostante il regime democratico improvvisato dalla Costituzione di Weimar.
In Italia, dopo l’armistizio del 1919, fummo alla mercé, per tre anni, di gabinetti effimeri: Nitti, Giolitti, Sforza e Facta. Si arrivò, alla fine, al colpo di stato del 30 ottobre del 1922. Incominciò così la stagione delle dittature europee rafforzata, in un certo senso, dall’entrata in gioco negli affari dell’Europa occidentale della Russia che aveva nel frattempo consolidato il suo ruolo egemone in politica interna e ora era in grado, con la Terza internazionale, di estendere lo slancio comunista oltre frontiera.
Così iniziarono i venti anni di pace difficile con la conferenza di Versailles che si tenne dal 12 gennaio al 28 giugno del 1919. Fu alla fine stilato un trattato di 440 paragrafi che aveva la pretesa di aver saputo elaborare un piano globale di pace di cui nessuno restò soddisfatto. La Germania, nello specifico, fu umiliata in misura eccessiva tanto da costituire per gli storici un valido motivo per un risentimento nazionale che sfociò nella dittatura nazista e quella che ne seguì. Gli italiani parlarono di “vittoria mutilata” ed anche qui, con un’accelerazione maggiore, rispetto alla Germania, lo scontento scatenò il 28 ottobre del 1922 la marcia su Roma dei fascisti. La Germania nel 1923 tentò di non pagare i danni di guerra e si ritrovò l’occupazione della Ruhr e dei centri della Renania da parte delle truppe franco-belghe. Il ritiro delle truppe avvenne solo due anni dopo per la Ruhr e nel 1930 (30 giugno) per la Renania. Il 5 luglio del 1932 Antonio de Oliveira Salazar instaurò la dittatura in Portogallo. Intanto anche la Germania si preparò all’ascesa di Hitler. Il 31 luglio del 1932 il partito nazionalsocialista sfiorò il 36% dei consensi elettorali ottenendo 230 seggi. Il 5 marzo dell’anno successivo i nazionalsocialisti vinsero le elezioni e Adolf Hitler il 23 marzo dello stesso anno ottenne dal Reichstag pieni poteri. Il 7 giugno del 1933 su iniziativa di Mussolini, l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania siglarono un patto a quattro. Il francese Henry de Jouvenel esultò. Vi scorse una pace duratura per almeno dieci anni. Il 19 agosto del 1934, dopo la morte di Hindenburg, avvenuta il 2 agosto, Hitler fu proclamato capo dello stato con voto plebiscitario. Nello stesso anno ebbe inizio l’avventura italiana in Etiopia. (5/6 dicembre). L’anno successivo la Società delle nazioni applicò le sanzioni economiche contro l’Italia. Il 5 maggio del 1936 finì la campagna di Abissinia e il primo novembre Mussolini annunciò, in un discorso a Milano, la costituzione dell’asse Roma-Berlino. Il 12 marzo 1938 la Germania nazista annetté l’Austria. (Anschluss). Fu il primo passo. Quello successivo fu l’ingresso, tra il 14 e il 16 marzo del 1939, delle truppe tedesche a Praga. Nello stesso mese Franco conquistò il potere in Spagna, mentre il 22 maggio dello stesso anno l’alleanza italo-tedesca fu confermata con la firma a Berlino del patto d’acciaio. Giungemmo così alle ultime battute. Ebbe inizio quella che lo stesso Hitler la definì “una guerra terribilmente sanguinosa e feroce”. (Riccardo Alfonso)

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