Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

L’Europa che vorremmo dimenticando il conto da pagare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

europaSe tralasciamo il discorso su ciò che i nostri padri pensavano sull’Europa da europei e ci limitiamo a considerare i fatti odierni dobbiamo renderci conto che dopo tanti sforzi unitari e le relative accelerazioni annettendo senza farci molti scrupoli paesi che non avevano ancora maturato l’idea dello stare insieme e le regole che avrebbero dovuto condividere e alla possibile perdita di parte della loro sovranità in tema di politica estera, di economia, di finanza, di giustizia, di certo la loro vocazione unitaria avrebbe mostrato non poche crepe.
E’ questo a mio avviso il tallone di Achille di una comunità che pensa ai propri confini in termini nazionali e non di certo sovranazionali.
L’Europa sembra oggi insofferente al conto che la storia le presenta dopo decenni di colonialismo, post colonialismo e di governi fantoccio in paesi dove l’ordine di scuderia era quello di sfruttare, impoverire, immiserire in nome del profitto fine a se stesso.
Abbiamo fatto scempio degli stessi diritti che enunciavamo con orgoglio in nome della “realpolitik” per dedicarci animo e corpo alla ricerca e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni religiose o morali.
Eravamo tanto invasati alla ricerca diplomatica di un primato fra gli Imperi Europei che abbiamo saputo dar seguito naturale alle feluche dei propri ministri, diplomatici, accademici sostituendole con gli elmi del guerriero e scatenare guerre sanguinose e immani distruzioni per affermare un predominio che la diplomazia delle feluche non era riuscita ad assicurare. Ora che i tempi del guerreggiare in armi sono passati di moda un’altra cultura si è affermata affinando l’ingegno degli europei verso un modo di pensare più ricercato. Così l’Europa comunitaria si è trasformata in uno scudo protettivo e in un terreno di lauti profitti per chi avendo perso la guerra sul terreno di battaglia ritrova la sua revanche in senso storico politico nel campo dell’economia e della finanza.
Questo doppio binario di politica interna ed internazionale messo in piedi da chi continua a sentirsi storicamente erede di un passato imperiale è destinato a far pagare un prezzo molto elevato a quelle nazioni in Europa e altrove che hanno subito il fascino del più forte e non compreso l’insidia che nascondeva. Se questa è l’Europa che vogliamo abbiamo sbagliato alla grande perché non vi è dignità per i sudditi. E qui mi fermo. Come dire? Ai posteri l’ovvia sentenza. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Apriamo un dibattito sul nostro futuro

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 settembre 2017

povertàDa anni, oramai, siamo portati a concentrare la nostra attenzione più sul presente e molto meno sul futuro. Siamo preoccupati per il clima ma nel momento in cui dovremmo prendere delle importanti decisioni ci dilunghiamo in noiosi e lunghi dibattiti che lasciano il tempo che trovano. Lo stesso accade se pensiamo al sociale, alla povertà nel mondo, alla salute, all’istruzione e all’evoluzione tecnologica in atto.
Ci rendiamo “fumosamente” conto che dobbiamo mettere mano a un progetto d’ampio respiro se vogliamo che l’umanità non imbocchi il tunnel del non ritorno, ma anche in questo caso ci accontentiamo di qualche accenno come se quanto accade intorno a noi non ci riguarda direttamente eppure si riverberano in noi momenti di consapevolezza dei gravi errori che stiamo commettendo nel rendere le condizioni di vita sempre più precarie. Ma spesso queste riflessioni si rivelano un attimo fuggente prima di rituffarci nei problemi che ci legano al contingente: lo studio, il lavoro, la mobilità, il modo di tenere in piedi il nostro budget che inesorabilmente si assottiglia, l’assistenza sanitaria e via di questo passo. Una donna, che a giorni partorirà, mi confessava i suoi timori sul futuro del nascituro e si chiedeva se aveva fatto bene a volerlo e se non fosse stato solo il frutto del suo egoismo.
Tutto questo dovrebbe indurci ad agire, a ricercare un cambiamento, a lavorare con impegno per realizzarlo all’istante. Si tratta, ovviamente, di un aspetto che va a monte del problema. Dovremmo da subito instillare nei nostri figli una visione della vita più votata ai valori e molto meno ai suoi aspetti edonistici nel senso del piacere immediato a prescindere. Se partiamo, infatti, dal concetto che l’umanità debba farsi carico di due diritti fondamentali quali il diritto alla vita e a vivere dovremmo comprendere sino in fondo il modulo di vita che si richiede. Come possiamo, infatti, garantire la vita per chi nasce nella povertà? Per chi è generato in una terra inospitale e gli è impedito di cercare luoghi diversi e spesso per via del colore della sua pelle? E allora ci chiediamo perché il diritto a vivere non garantisce a tutti, indistintamente, un’infanzia affrancata dalla miseria, un’istruzione e un’assistenza sanitaria adeguate? Un tetto sotto cui ripararsi e da adulto un lavoro sicuro e una vecchiaia serena? Perché anche nelle città dell’opulenza vi sono migliaia di persone che non hanno una casa e dormono sotto i ponti o nei rifugi d’emergenza? Perché un giovane deve tenderti la mano per chiederti un obolo per la sua sopravvivenza? E poi ci meravigliamo se una tale condizione suscita in alcune vittime uno stimolo alla rivolta, a riscattare la sua dignità umiliata con la violenza? Questo è un presente che non può avere un futuro senza suscitare la ribellione, senza generare instabilità e conflitti regionali cruenti. Dobbiamo proporci un avvenire diverso prima che sia troppo tardi per arrivarci. E’ la sola strada se vogliamo guardare i nostri figli e sorridere alla loro vita e al come cerchiamo di costruirla facendo ammenda dei nostri errori. (Riccardo Alfonso)

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Verificare le fonti: è una delle regole basilari del buon giornalismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 settembre 2017

giornalismoUn’altra regola invita a non schierarsi politicamente. Questo ci saremmo aspettati da Repubblica che ha fabbricato una vera e propria fake news: secondo il quotidiano romano il M5S e l’amministrazione di Roma starebbero varando un regolamento per censurare i giornalisti. Ovviamente, nulla di più falso. Anzi, la Giunta Raggi sta facendo proprio il contrario, introducendo maggiore trasparenza e accesso semplificato per cittadini e giornalisti agli atti amministrativi. Ci troviamo, quindi, davanti all’ennesima bufala creata ad arte per attaccare il MoVimento 5 Stelle e l’amministrazione di Roma. Una fake news creata da chi immagina di introdurre norme per controllare – e censurare – il web, ormai una delle poche fonti libere di informazione per milioni di cittadini. In una nota l’assessora a Roma Semplice, Flavia Marzano, ha spiegato che “l’articolo apparso su Repubblica capovolge la realtà dei fatti”.A Roma accade proprio il contrario di quanto afferma l’articolo di Repubblica perchè, in realtà, “finalmente si responsabilizza il personale capitolino rispetto alle richieste di accesso che provengono da organi di stampa”. Con il nuovo regolamento, infatti, l’Amministrazione dovrà “tenere conto della particolare rilevanza delle istanze provenienti da organi di stampa o da organizzazioni non governative, verificando con la massima cura la veridicità e l’attualità dei dati e dei documenti rilasciati, onde evitare che il dibattito pubblico si fondi su informazioni non affidabili o non aggiornate”.E’ preoccupante – ma non sorprendente – che Repubblica ometta proprio la parte più significativa della bozza di regolamento, quella appena citata, per creare una polemica infondata.Fa sorridere, inoltre, l’attacco del ministro per la Funzione Pubblica, Marianna Madia, che rilancia sui social media l’articolo, magari senza averlo neanche letto. La proposta del nuovo regolamento, infatti, “rappresenta la trasposizione pressoché integrale di quanto riportato nella recente circolare della Funzione Pubblica a firma della ministra Madia”. Insomma, la Madia critica la Madia.Ma Repubblica non è sola. Un capitolo a parte lo merita Libero che attacca la Raggi per “la turnazione idrica a Roma”. Come se fosse la Raggi a decidere se aumentare o meno la pressione dell’acqua nelle tubature. Libero tralascia il fatto che tale decisione, come è giusto che sia, viene presa da tecnici, ovvero dall’azienda di gestione del servizio. Si tratta di un’azienda quotata in Borsa che fa riferimento a tutti i suoi azionisti e non è un mero esecutore di decisioni politiche. Si vede che Libero soffre ancora di quel riflesso condizionato che spinge a considerare le aziende a partecipazione pubblica come una “cosa” nella quale i politici piazzano i propri amici. L’amministrazione Raggi ha cambiato le regole: ha nominato degli esperti. C’è ancora chi non è abituato a questo modo di fare meritocratico. Ma non è questo il punto. Libero nel suo articolo dà voce ad un esperto che – udite, udite – definirebbe “sciagurata la scelta della Raggi” di ridurre la pressione dell’acqua. Peccato che l’esperto non l’abbia mai detto. E’ lui stesso con un commento su Facebook allo stesso articolo a denunciare come una sua intervista ad una agenzia di stampa sia stata distorta ad arte. “Sono l’autore dell’intervista – scrive sulla pagina Facebook del quotidiano – Non ho criticato l’operato del sindaco, né ho citato Roma. Libero ha manipolato il titolo del mio intervento e i suoi contenuti, dimostrando di sapere fare una pessima informazione”. Grazie ad internet e ai social media abbiamo scoperto la verità. Speriamo che nessuno li censuri. L’informazione è un bene prezioso. Così come lo sono i tanti giornalisti coraggiosi e con la schiena dritta che ogni giorno fanno il loro lavoro. Siamo al vostro fianco. Coraggio. Resta solo una riflessione da fare. Se altri avessero già adottato il regolamento della Giunta Raggi travisato da Repubblica, avrebbero evitato delle figuracce come queste.⁠⁠⁠⁠ (fonte MoVimento 5 Stelle) (L’informazione e la disinformazione a mezzo stampa è un male antico. Porvi riparo non è facile. Una parte di colpa l’ha il lettore che legge o ascolta distrattamente e non mette in moto il suo giudizio critico ma si limita a digerire le notizie per il come gli vengono scodellate. A volte si è reduci da stantii luoghi comuni: Se i giornali scrivono certe cose vi sarà pure del vero, se la televisione ci ammannisce una notizia non è possibile che sia falsa o che la verità venga snaturata platealmente. E via di questo passo. Per il caso Roma dove si concentra molta attenzione mediatica la circostanza è tipica. Eppure esiste la possibilità di ridurre tale massa disinformante trasformando l’ufficio stampa del Campidoglio in un centro di documentazione e di contatto continuo con i giornalisti e per cercare in tempo reale di correggere le notizie che non risultano veritiere. Nello stesso tempo la sindaca e i membri della sua giunta dovrebbero trovare più tempo da dedicare per dialogare con i loro elettori direttamente e non solo con comunicati stampa o incontri con i media. Va anche aggiunto che se giustamente si dice che “Roma è dei romani” diamo la possibilità a costoro di partecipare attivamente alla vita dell’amministrazione comunale. Penso, ad esempio, ai pensionati come “osservatori e segnalatori” per le cose che non vanno e in grado di interfacciarsi con un’amministrazione disponibile all’ascolto e all’agire di conseguenza. Creiamo in pratica delle notizie e non facciamo in modo dal subirle solo. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo dell’informazione tra scelte politiche “scandalistiche” e palinsesti privi di contenuto educativo e culturale

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 settembre 2017

televisioneCi lamentiamo spesso, guardando la televisione, dello scadimento dei programmi e ci sorprendiamo il giorno dopo dell’alta audience ad essa riservata, dati statistici alla mano, dal grosso pubblico. La meraviglia è ancora maggiore, se è possibile, pensando che nonostante il cospicuo numero dei canali televisivi la circostanza non ci permette, lo stesso, di operare delle scelte qualitative, dato che il loro livello medio resta molto basso. Alla fine, probabilmente, resta la rassegnazione e si finisce con il tenere acceso un canale televisivo mentre si sfaccenda in casa o si sonnecchia sul divano o si parla con i figli e si raccontano le novità del giorno in ufficio o sugli incontri casuali in metro o sul caro vita reduci dalla spesa al supermercato. La carta stampata non è da meno. Per farsi leggere cerca la nota scandalistica, la iperbole su fatti e circostanze che, se rappresentate per come sono, ci lascerebbero nell’indifferenza. Ma a ben considerare non crediamo che la colpa sia da attribuire solo ai media. Il nostro prodotto informativo rispecchia, in un certo qual modo, i costumi del nostro tempo. Prendiamo ad esempio i quotidiani gratuiti che ci sono offerti alle stazioni metropolitane o ai capilinea degli autobus: sono strutturati in modo tale da farsi leggere al massimo in 20 minuti se non di meno. E diciamo pure 20 minuti di “flash d’agenzia” su notizie di ogni genere ma con prevalenza costruite per generare “curiosità” e in misura minore interesse. Gli altri quotidiani, quelli a pagamento diventano, a questo punto, degli optional da comprare sempre di meno. Al loro posto si preferiscono, semmai, i rotocalchi settimanali. Ed anche in questa circostanza il loro gradimento vale di più se include delle note scandalistiche e relega all’ultima pagina la rubrica culturale. Da questa, sia pur sommaria, riflessione emerge una considerazione di fondo: siamo, probabilmente, stanchi dall’essere bombardati da notizie, dal lavoro che ci assorbe, dalla fatica dei viaggi che quotidianamente intraprendiamo per fare la spola tra casa ed ufficio, dall’assillo di far quadrare il magro bilancio della famiglia a fronte di tante necessità che si richiedono quotidianamente, dai problemi che dobbiamo, in qualche modo, farci carico dei figli, del coniuge, degli anziani di casa e persino del parente che vive in un’altra città. Ci manca, alla fine, uno spazio per noi stessi, una ricerca del sapere che ci sollevi all’ansia del quotidiano, che ci restituisca la nostra dimensione umana nel cadenzare le giornate con il passo giusto e ponderato. Ed è questa la “dimensione” che ci manca, la riflessione che stiamo perdendo e la pausa che ci fa difetto davanti alla televisione o scorrendo le pagine di un giornale o di un periodico o di un libro. E la cultura politica, a questo punto, segue lo stesso passo tra attese speranzose e amare delusioni. (Riccardo Alfonso – Centro culturale Fidest)

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Il coraggio di un mea culpa

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 settembre 2017

africa10I nostri contemporanei non sembrano ancora in grado di fare ammenda dei propri errori continuando a cavalcare le logiche del passato: Crociate, colonialismo, apartheid, xenofobia e quanto altro, in senso laico e religioso. E’ un veleno che ha attraversato le Chiese mescolandosi con i rispettivi credi inquinando gli animi e accendendo le passioni. Giovanni Paolo II ha avuto il merito, durante il suo apostolato, di pronunciare quelle parole che nell’infallibilità dei pontefici e della dottrina cattolica sembravano quasi un’eresia. Ha significato ammettere un errore, tanti errori e di saper chiedere perdono alle vittime di ieri e agli eredi di oggi. Lo ha fatto per la scienza professata da Galilei ed ingiustamente posta all’indice, per le chiusure poste all’ebraismo, per i pregiudizi nei confronti delle altre professioni di fede e via di questo passo. Ma ciò che pesa più di tutti nella lunga storia della Chiesa di Roma è l’antigiudaismo cristiano nel Nuovo Testamento. Lo faceva osservare lo stesso Cardinale Martini, eminente biblista, allorché affermava che: “non possiamo non provare dolore, quando leggiamo nelle lettere di Paolo affermazioni come questa che i giudei non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini e che oramai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo.” Un pregiudizio che affiora anche in campo laico e si traduce con le crescenti accuse europee contro la condotta d’Israele in Palestina. Ma oggi la questione non è solo la sopravvivenza d’Israele. Pensiamo alla guerra civile in Siria che dura da circa sei anni e sembra non avere mai fine, alle guerre tribali, religiose, o pseudo tali, in Africa e in alcuni paesi asiatici e via di questo passo. Ora non è più il tempo di essere dalla parte degli uni o da quella degli altri, è il momento d’essere invece dalla parte di tutti e due gli antagonisti, di provare compassione per i morti dell’uno e dell’altro, sperando che questo serva, se mai fosse possibile, a riavvicinarli. Lo stesso discorso vale per i credi religiosi  dall’islamismo al buddismo e alle altre religioni. Ma il tema crociale che è diventato in taluni casi un tabù, sta nella nostra incapacità di fermare i mandanti che lucrano sulle miserie altrui a partire dai mercanti d’armi e nello sfruttamento delle ricchezze naturali di un paese affamandone la popolazione. (Riccardo Alfonso)

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Come vi amo grandi e piccoli lettori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

libriDi tanto in tanto mi sorprendo nel passare in rassegna, con lo sguardo, i mei libri raccolti in due ampie librerie, in una étagère in camera da letto e altri sparsi qua e là per la casa. E mi chiedo sconsolato: dopo di me a chi andranno? Già immagino il carretto dell’ambulante con la sua scorta di libri vecchi, dalle copertine lacere e macchiate e tra questi, perché no?, uno o più dei miei libri. Un pomeriggio ho seguito un giovane che mi precedeva lungo le rampe di casa con un pacco di libri e con somma mia sorpresa li ha buttati nel cassonetto. Chi lo conosceva mi disse che era uno studente universitario e che da poco si era laureato. Con molta probabilità si era disfatto dei testi che non era riuscito nemmeno a vendere di seconda o terza mano. Un mio conoscente, invece, mi confidava sua moglie, dopo aver letto un libro lo butta. E’ che, purtroppo, si fa fatica a leggere in cartaceo impegnati come siamo con lo smartphone e aggeggi elettronici del genere. Nella migliore delle ipotesi la lettura è con gli e-book evitando così anche il fastidio di disfarsene fisicamente.
Ma se mi capita d’incontrare sul tram o seduto in panchina nei giardinetti una persona intenta a leggere un libro mi rincuoro e se mi è possibile cerco di osservarla discretamente finché non lo ripone in una sacca dopo aver sistemato con una certa attenzione il segnalibro tra le pagine. E al mio rientro a casa mi faccio cogliere con un sorrisetto pensando alla scenetta che accuratamente ho memorizzato a futura memoria. So bene che in passato vi erano dei grandi lettori e mi chiedo se oggi ve ne siano ancora sparsi nel mondo. Un mio amico, uomo di mondo, mi assicura che ve ne sono. “Non puoi immaginare, mi dice, le tante biblioteche private sparse nel mondo e la cura che i loro proprietari ripongono nel conservarli, nel leggerli e nel catalogarli. Vanno ancora in giro tra le bancarelle alla ricerca di un pezzo raro, di antica fattura o anche recente purché sia pregevole, per via dell’autore, ma lasciato languire perché démodé.” Come vi amo grandi e piccoli lettori. (Riccardo Alfonso)

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Si vota in Sicilia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

palermo palazzo normanni regioneLa preparazione alla campagna elettorale per eleggere il governatore della Sicilia sta avendo una gestazione, apparentemente, travagliata, sia a destra che a sinistra.
L’unica certezza è rappresentata dai pentastellati in corsa per una vittoria che porterà alla ingovernabilità, perché con il 40% non si governa una regione come la Sicilia.
A sinistra domina la pesca a strascico, con la segreta speranza di pescare un candidato fornito di credibilità, in grado di catalizzare l’interesse di quanti ancora sperano in governi dediti al bene sociale e comune. Fino ad oggi nulla di fatto.
A destra, malgrado le apparenze, si sta sviluppando una politica che sta già dimostrando di avere idee chiare e distinte, basta saperle interpretare.
C’è un tandem che domina la scena, si tratta del binomio Berlusconi/Miccichè, gli stessi della ben nota vittoria 61 a 0, che servì a spingere la Sicilia in fondo al pozzo, anzi, scavando ancora per scendere sempre più in basso.
Miccichè batte le piazze fornito di un lucido cilindro da prestigiatore; ogni tanto tira fuori un nome, ma nella certezza di trovare disaccordo in Salvini e Meloni, oppure in Berlusconi. Ecco che emerge il tandem con i giochi di prestigio; ma ormai il gioco appare chiaro. I nomi via via presentati sono quelli che devono essere bruciati, per salvaguardare la “sparata” finale, per la quale è concepita la manovra da prestigiatore. La tecnica è banale nella sua semplicità: presentato un candidato, ecco che Berlusconi affida alla Ghisleri (direttrice di una azienda di sondaggi di proprietà di Berlusconi!) un sondaggio sull’ipotetico candidato, la Ghisleri fornisce i risultati fasulli che, a tavolino, servono ai progetti del tandem. Tutti candidabili, tutti persone perbene, tutti graditi al gotha della politica destrorsa, ma insufficienti a garantire il risultato. Il cilindro del prestigiatore, saldamente in mano a Miccichè, serberà la sorpresa finale (tranne al sottoscritto che ha capito il giochetto). Vengono così bruciati i concorrenti, che saranno compensati con incarichi di governo, sottogoverno, imprese partecipate, candidature più o meno sicure; rimane, però, vuoto il posto da candidato alla presidenza.Chi mai potrà gestire una situazione (apparentemente) così ingarbugliata?
I possibili candidabili fumano ancora nel falò che li ha travolti, non rimane che un nome, ben noto, con collaudate esperienze, con conoscenze personali nel mondo grigio del sottobosco della politica/amministrativa. Sarà così che Miccichè, sul filo di lana delle scadenze temporali, tirerà fuori dal cilindro Il … suo nome, legittimo erede di quel 61 a 0 che fece credere a Berlusconi di possedere la Sicilia. Cadranno i veti di Salvini, della Meloni e della fronda interna di FI, sotto minaccia di esclusione dalle liste; il tandem è tornato in sella, come si conviene ad un cavaliere, convinto di ripetere quello storico risultato, magari utilizzando i medesimi canali. E i siciliani…? Credo proprio che batteranno il record di assenteismo alla urne. (Rosario Amico Roxas)

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Un sordo, due sordi, tutti sordi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

poker d'assiMa nella casa dei sordi c’è anche da dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E’ che in Italia sta di nuovo prendendo piede la vecchia politica che con il governo Renzi ha cercato di seguire la strada camaleontica del tutto cambiare per nulla cambiare e con la segreta, ma mica tanto, volontà di ciurlare nel manico i ben pensati. Non sembra esserci riuscito e ora si esce dal giro e si scoprono le carte cercando di vincere con un full d’assi. Resta la scala reale ma nessuno, per il momento, mostra d’averla. Forse ci riuscirà il vecchio giocoliere della politica: Silvio Berlusconi. Il suo revival appare sempre più praticabile e già si coltivano le alleanze europee per puntellare l’Europa che mai come di questi tempi è andata giù nei consensi popolari. Sembra quasi che per vincere questa partita delle elezioni politiche italiane sia necessario fare il “passo del gambero” per una certa nomenclatura partitica. Il tutto senza tenere in conto i reali bisogni del paese, il suo spirito innovativo, la sua voglia di crescita culturale e sociale. Nessuna voce riesce a scuotere i grandi signori della politica, sembrano sordi ad ogni istanza. Per loro conta solo il potere, l’interesse di bottega, il toto ministri e gli inciuci di basso profilo. Chi è povero può gridare alla luna le sue miserie, chi si barcamena nel precariato teme il peggio e si illude di esserne uscito sia pure per il rotto della cuffia, chi è pensionato si attacca alla miseria della sua rendita ma non sa di rischiare di comprometterla quando decideranno di far scomparire il calcolo retributivo e già le premesse di sono tutte. E poi vi sono i molti giovani senza futuro e prima o poi dovranno vedersela con gli immigrati che per rabbonirli occorre trovare loro da subito un impiego. C’è solo una speranza ma saranno capaci gli italiani di coglierla al volo prima che la voce suadente dell’imbonitore di turno non li seduca? E in questo caso non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire l’altro suono della campana. (Riccardo Alfonso)

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E’ difficile pensare alla bellezza della terra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

obiettivo-terra4Se ci imbattiamo in una delle tante metropoli che la costellano. Le loro periferie spiccano per l’abbandono in cui sono lasciate tra cumuli di immondizie, strade dissestate, abitazioni fatiscenti. Si avvertono nell’aria miasmi che ci prendono alla gola e sembrano soffocarci. Lo stesso accade lungo alcune spiagge dove si trova di tutto: plastica, copertoni, cibi in decomposizione, pannolini sporchi, escrementi d’ogni genere. E il mare: sembra siano state individuate nuove isole formate da rifiuti. Eppure c’è ancora chi vi convive e con bambini e adulti che sguazzano tra le acque inquinate dalle fogne a cielo aperto e sembrano non far caso a tanto scempio e a volte vi concorrono lasciando altri rifiuti. E a tutto questo, come se non bastasse, si aggiungono i danni arrecati all’atmosfera con i gas di scarico delle auto e delle fornaci industriali e con l’estrazione di carbone e petrolio.
Ci stiamo avvitando su noi stessi. Molti disquisiscono sui possibili rimedi ma si rivelano altrettanti palliativi. Il perché è spiegabile con il fatto che non ci azzardiamo a riconoscere la circostanza che l’unico modo per un cambiamento radicale è mutare le logiche del capitalismo. Oggi si produce sempre di più e per trovare acquirenti si punta all’usa e getta. D’altra parte se non si produce aumenta la disoccupazione e si contrae il potere d’acquisto dei consumatori. E’ po’ come il serpente che si morde la coda. Se non riusciamo a spezzare questa spirale non sarà possibile ottenere risultati tangibili. Su un altro versante occorre provvedere ad un’equa ripartizione delle risorse, al calo delle nascite e a realizzare il diritto a vivere perché è inconcepibile che i nuovi venuti siano ancora vittime della povertà che impedisce loro l’accesso alle cure, ad un tetto sotto cui ripararsi, all’istruzione, a un lavoro e ad una vecchiaia serena. E per finire è possibile che non siamo tanto pragmatici nel riconosce che l’evoluzione tecnologica ci porta ad una riduzione del lavoro in specie quello non specialistico e di conseguenza ad un surplus della manodopera e la cui ricaduta diventa fatale se si continua a sostenere che solo il lavoro crea reddito? (Riccardo Alfonso)

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Raggi i romani e i media

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 agosto 2017

roma10I difficili rapporti tra i romani e gli amministratori locali sanno di antico e sono stati quasi sempre conflittuali. Cosa avrebbe potuto assicurarci un cambiamento con l’attuale gestione del Campidoglio con la prima donna sindaco? Alle sue spalle, tra l’altro, ha un Movimento che si è conquistata la fama d’essere costituito da persone oneste e di buona volontà e soprattutto fortemente critico con gli inciuci partitici del passato. Se vado a ritroso, diciamo, fino a trenta-trentacinque anni fa e poi risalgo la china sino a tutt’oggi con la lettura della cronaca locale e rispolverando il mio archivio personale mi sembra di fare copia-incolla con i malanni odierni. E allora perché tanta intolleranza per certi problemi tuttora irrisolti come se la Raggi possedesse la bacchetta magica della fatina e che con un colpetto qua e là potesse offrirci in un baleno uno spaccato della capitale nuovo di zecca? Ma a questo punto mi chiedo: sta proprio qui l’origine di tanta insofferenza che si percepisce tra la gente? O è qualcosa che si accumulata nel tempo e che ora l’attesa, sia pure giustificabile, non è più tollerata? Di certo posso dire che il feeling con i romani ha perso consistenza e le voci di dissenso crescono anche tra gli stessi iscritti al Movimento 5 Stelle sebbene la posizione ufficiale è di pieno sostegno alla Raggi. A questo punto non mi interessa tanto elencare le cose che continuano ad andare male, ma di capire l’irrequietezza dei romani per una sindaca che non sentono più rappresentativa, di fiducia e, a dispetto delle avversità, da sostenere. E’ forse colpa dei media che non perdono occasione per attaccarla ferocemente? Forse, sebbene nutra in proposito qualche dubbio. La mia convinzione è di tutt’altra natura. La Raggi, a mio avviso, ha perso il contatto con i romani, non parla con loro, ma lo fa solo a mezzo stampa, non espone loro con franchezza i suoi crucci di amministratrice. Mesi fa suggerii in proposito alla sindaca di coinvolgere i romani nella gestione pubblica, di renderli in qualche modo compartecipi impegnando il volontariato, la disponibilità di chi, come i pensionati, hanno la possibilità d’osservare e di riferire e di permettere loro di comunicare e di trovare dall’altra parte della cornetta chi prende nota dell’informativa e agisca di conseguenza in tempo reale. Roma è o non è dei romani, da chi da anni vi risiede e aggiungerei dei turisti, di quelli che l’amano e non la sporcano? (Riccardo Alfonso direttore agenzia stampa Fidest)

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La “schizofrenia” del posto di lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

lavoratoriSe oggi un giovane non trova lavoro o se lo trova ci impiega più tempo che in passato in parte lo deve al modo “balordo” in cui è stato, in passato, affrontato il problema. Partiamo dagli anni della ricostruzione post-bellica nei quali l’assillo dei nostri governanti era quello di creare posti di lavoro anche dove obiettivamente non potevano esistere. Fu il tempo in cui furono inventati gli “ammortizzatori sociali”. Le prime aree di parcheggio furono individuate nei fuori corso universitari e nella leva obbligatoria. Fu uno stratagemma che permetteva alla forza lavoro di “ritardare” l’immissione al lavoro di qualche anno. Si passò, subito dopo, a “gonfiare” gli organici prima degli enti pubblici e statali e poi delle grandi imprese private con la Fiat in testa. Nello stesso tempo ci cercò di “raffreddare” le tensioni sindacali e del padronato facendo in modo che i maggiori accordi di natura contrattuale si realizzassero a carico dello Stato. Da qui si aprì la voragine del deficit pubblico che oggi viaggia ancora a livelli astronomici. Non solo. Su pensò anche ad una accelerazione del turn over favorendo il pensionamento di talune categorie di lavoratori che ebbero, ad esempio, la possibilità di andare in pensione avendo maturato solo 14 anni e sei mesi di contributi. In tempi più recenti i mutati assetti della politica internazionale con la caduta del muro di Berlino ed il dissolvimento dell’Urss ridusse tali stratagemmi in quanto ritenuti antieconomici e scarsamente competitivi come sistema Paese e del tutto incompatibili con il nuovo rapporto di politica economica e finanziaria con l’Ue e la successiva introduzione della moneta unica. Ora siamo giunti ad un vero e proprio capovolgimento delle precedenti posizioni. I corsi universitari richiedono tempi più brevi e siamo quindi alla laurea “breve”. Il servizio militare non è più obbligatorio. Gli enti pubblici e talune imprese private di grosse proporzioni si sono avviate ad un risanamento dei loro bilanci riducendo drasticamente la forza lavoro per altro obiettivamente riconosciuta un po’ da tutti cresciuta oltre l’effettivo fabbisogno. E la stessa pensione di “anzianità”, inventata per facilitare il turn over dei “quasi pensionanti”, è andata in crisi ritenendo più economico e produttivo favorire il mantenimento in servizio il più a lungo possibile degli organici esistenti. A questo punto si sta innestando un altro ciclo davvero poco virtuoso nel quale la scarsità di lavoro per i giovani si riduce sempre di più anche in conseguenza della ridotta capacità competitiva a livello globale delle nostre imprese e della maggiore concorrenza dei paesi in via di sviluppo come sta accadendo in Cina e non si esclude, tra breve, che avvenga la stessa cosa in India ed altrove. E intanto ci permettiamo d’ospitare da due anni a questa parte seicentomila immigrati non richiesti ma imposti dalle necessità altrui e che ora nessuno vuole in Europa accollarsene una parte. (Riccardo Alfonso)

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Diventiamo con i fatti costruttori di pace

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

uliveQuante volte abbiamo sentito governanti e capi religiosi e movimenti di varia natura invocare la pace e la fraternità umana e per quanto espressi con sincerità ne abbiamo colto l’enfasi ma non la volontà di operare in concreto per diventare reali costruttori di Pace. Esistono, indubbiamente, vari livelli di potere e d’incidenza sulle volontà operative e non pretendiamo, quindi, di voler addossare indebite responsabilità generalizzando il giudizio. Resta, tuttavia, un discorso di fondo che va rivolto a tutti. Noi sappiamo bene che la pace si costruisce con il “ramoscello d’ulivo”, se vogliano restare su un discorso espresso con taluni classici simbolismi, e non certo permettendo che vi siano ancora nel mondo fabbriche di armi, mercanti di armi, paesi che fanno del commercio lucroso nel vendere prodotti inquinanti e non favoriscono la diffusione di farmaci salvavita favorendone la gratuità. E che ancora non si può essere costruttori di pace se in luogo del colonialismo di stampo XIX secolo facciamo seguire un neo colonialismo con il crescente indebitamento dei paesi più poveri e con la compiacenza di una instaurazione dittatoriale con la quale dialogare a spese dei sudditi vessati sino all’impossibile. La pace non si costruisce sopra le baionette. Non si costruisce sopra le ipocrisie. La pace non si tratta con la logica delle tre scimmiette che non vedono, non parlano e non sentono. La pace si costruisce sui fatti e questi fatti li conosciamo bene. Incominciamo a non permettere l’esportazione di armi, a chiudere le fabbriche che le producono, a pretendere il rispetto dei diritti umani con una Onu che riprenda in mano il suo ruolo affidandole le necessarie risorse per operare in concreto. Solo in questo modo possiamo diventare dei veri costruttori di pace. E dimostrare di essere credibili. (Riccardo Alfonso)

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La politica di chi agita la bandiera del riformismo ma si guarda bene dal realizzarlo

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

pronto soccorso tor vergataNon intendiamo, in questa sede, fare una requisitoria di natura ideologica sul significato della parola riformista ed il suo modo d’essere nella vita di tutti i giorni della gente. Ci limitiamo, invece, a qualche riflessione pratica. Incominciamo con il chiarirci bene sul significato della parola riformismo come lo intendiamo noi. A nostro avviso il significato che gli attribuiamo certamente fa storcere il naso ai puristi della politica, ma per noi riformismo e riforme sono la stessa cosa. Significa avere una visione della società più realistica, più pragmatica, più consapevole e che esiste una parte della comunità non solo nazionale ma internazionale che vive al di sotto della soglia di sopravvivenza e che va emendata. Per farlo non servono le parole, i buoni propositi. Bisogna essere conseguenti da subito. Per quanto riguarda l’Italia non ci troviamo, per nostra fortuna, in situazioni estreme dove migliaia di bambini non sopravvivono oltre i 5 anni e molti di essi sono denutriti e facile preda di malattie invalidanti. Eppure vi è una povertà che fa a pugni con il benessere di altri connazionali che sembrano vivere più con il superfluo che con il necessario. Allora pensiamo a quel “benessere” che è ricavato dallo spremere le poche risorse disponibili ancora amministrate dai poveri: pensionati sociali, famiglie numerose con adulti disoccupati o monoreddito, anziani con assistenza sanitaria carente, ecc. E se focalizziamo la nostra attenzione sulla sanità ci accorgiamo che molte risorse sono utilizzate per mettere in moto una macchina farraginosa dal punto di vista amministrativo ed organizzativo. Ci chiediamo, a questo punto, se il tutto possa essere sopperito dal supporto tecnologico: un medico di famiglia che amministra i suoi pazienti con il computer, con pazienti che dispongono di una “penna elettronica” nella quale inserire tutti i dati necessari per avere un quadro completo ed in continuo aggiornamento, del proprio stato di salute ovunque si trovino e per qualsivoglia emergenza. Pensiamo alle tante analisi ripetute che si possono ovviare, alle domande al pronto soccorso che possono essere sostituite da un accertamento più approfondito e qualificato offerto da una cartella clinica elettronica e via di questo passo. E se tutto ciò comporta un minor costo di spese amministrative e tecnico-operative potremmo utilizzare le stesse per migliorare i servizi dalle degenze all’impiego di personale specializzato. Ma i politici vogliono veramente tutto questo? E qui il dubbio si fa atroce.

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La politica ed i gruppi di pressione

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

logo fidest ookNoi possiamo indicare in diverso modo chi cerca di influire in qualche misura sulle decisioni che i rappresentanti delle istituzioni, e soprattutto gli organi che legiferano, vanno assumendo. Possono essere interpretati in vario modo e persino riconosciuti legittimi da chi riceve tali “pressioni” mentre altri possono gridare allo scandalo e ritenerla una forma di mal costume politico. Si tratta, a questo punto, d’intenderci sulle cose che questi gruppi chiedono, il come lo chiedono e gli obiettivi che intendono prefiggersi. Proprio per questo motivo in alcuni Paesi si parla apertamente di “lobby” e si conferisce ad essa una determinata regolamentazione per evitare gli abusi e portare alla luce del sole le loro istanze. Ma se noi, a questo punto, parliamo di “democrazia malata” ci riferiamo soprattutto al fatto che la partita che si gioca tra chi chiede e chi riceve il messaggio non si fonda sull’interesse generale di un Paese o di un insieme di nazioni, ma va a toccare interessi molto particolari che trovano spazio solo perché chi è preposto a proporli dispone di ingenti somme di denaro e tende a condizionare il politico con profferte di dubbia moralità per non parlare di illiceità secondo la vigenza delle leggi. Non parliamo, ovviamente, dei casi estremi allorché è il mafioso ad essere la sirena di turno, ma a quelle imprese che in qualche modo lucrano sulla spesa pubblica. Pensiamo a talune società farmaceutiche, di quelle, ovviamente, più spregiudicate ed aggressive sul mercato. Per un altro verso ci viene da pensare alle fabbriche di armi, che vorremmo chiudessero del tutto i battenti. Ma vi sono anche aspetti meno, come dire, trasgressivi e più portati a tenere il passo sulla via vecchia secondo il detto che ci cerca di imboccare quella nuova non sa quel che trova: hic sunt leones. Pensiamo, quindi, all’istituto delle Province che ha fatto il suo tempo e che una legge recente ci ha relegato al miraggio di averle abolite ed invece sono lì sia pure con un nome diverso. Pensiamo ad una rete dell’assistenza sanitaria interamente formatizzata a livello regionale o nazionale che continuiamo a sognarcela, pensiamo ad un diverso impatto con l’emigrazione introducendo il criterio della stagionalità lavorativa ed invece siamo stati sommersi dagli immigrati che sono venuti abusivamente in seicentomila negli ultimi due anni. Sappiamo in pratica che vi sono diversi modi d’essere alternativi se solo non ci portassimo la classica palla di piombo al piede e che possiamo chiamare “interessi lobbistici” o quanto altro ma che hanno per lo più lo scopo di difendere l’esistente ma il difetto grave di non saper guardare di là del proprio naso. (Riccardo Alfonso)

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Il grande Centro: Utopia o realtà?

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

camera deputatiAbbiamo raccolto solo una minima parte gli interventi pubblici e privati in favore di una coalizione di Centro che fosse in grado di coagulare intorno a sè tutti quei movimenti politici ed aspettative dell’elettore che in esso si riconoscessero. Possiamo dire che guardando la nostra storia contemporanea l’idea di una coalizione partitica che fosse in grado di raccogliere i consensi della maggioranza degli italiani non è venuta mai meno. Prova ne è stata che con l’infausta decisione di liquidare la Democrazia Cristiana negli anni ’90 non si è fatto altro che correre ai ripari «aprendo un’altra porta» con il movimento ideato da Berlusconi e denominato Forza Italia. Era, senza dubbio, un sostituto «imperfetto» ma l’unico disponibile ed in grado di non disperdere il notevole patrimonio espresso da quella maggioranza silenziosa, ma forte nei suoi contenuti. Ora è giunto il momento, per quanto ci è dato sapere, di ritrovare la stessa maggioranza pronta a ridefinire la sua posizione e a rigenerare il vecchio ed intramontabile conio. D’altra parte da queste colonne abbiamo sempre sostenuto che esiste una forza nazionale capace da sola d’esprimere il 50-55% dei consensi popolari, di ritrovare il suo zoccolo duro nei valori condivisi e nella maturità civile, economica, religiosa e sociale di un grande popolo. Eppure per ragioni, a tratti, inconfesse abbiamo finito con il rifiutare questa lettura disperdendoci dietro rivalità e distingui solo personali e di posizione e che poco nulla avevano a che fare con le aspettative di un Centro che è grande non per meriti di questo o di quel politico ma per la sua stessa natura, per germinazione spontanea. E’ un centro che sa essere non solo un modo di pensare ma è anche capace di affrontare le sfide che il nuovo ed il diverso ci prospetta con coraggio e determinazione. Ma stiamo bene attenti. Non dimentichiamo che se c’è un centro non vuol dire che noi dobbiamo semplicemente fare una somma matematica delle possibili aree di consenso senza pensare agli uomini che ne saranno la guida e conferiranno ad esso certezze e forza di coesione. Vuole anche dire, se necessario, mettersi da parte. Vuole anche dire dare prova di altruismo politico, di solidarietà civile, di etica. In altri termini non dobbiamo fare la ruota, come i pavoni, intorno alle belle parole ma dare ad esse solidità di contenuti: non solo predicare bene ma razzolare ancora meglio. (n.r.)

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Lo stato di competitività del sistema produttivo italiano

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

ministero-finanzeL’attuale fase di stagnazione dell’economia, per quel che ci riguarda è soprattutto domestica, ci impone un chiarimento. Esiste una variabile dipendente legata al fattore prezzi delle materie prime ed in modo particolare alla componente energetica. Un secondo elemento riguarda la perdurante rigidità nella possibilità di ottimizzare l’allocazione dei fattori produttivi in specie per quanto attiene la componente lavorativa. Un altro aspetto da non sottovalutare è data dalla piccola dimensione delle imprese. A questo proposito, secondo l’ultimo censimento Istat risulta che le imprese con meno di dieci dipendenti rappresentano nel settore industriale inteso in senso stretto, circa l’83%; la percentuale sale al 93% quando si considerino le imprese con meno di 20 dipendenti. Se poi consideriamo il fatto che la scelta del piccolo non è tanto perché ha un valore strategico a livello produttivo quanto per ragioni di convenienza legati per lo più al fattore lavorativo. In sostanza la micro dimensione aziendale non è una scelta voluta ma imposta dalle circostanze. Siamo, quindi, convinti che se le regole del gioco cambiassero, e ci riferiamo alla gestione della manodopera, le dimensioni aziendali subirebbero una consistente evoluzione dato che più passa il tempo e più aumenta la convinzione che restare piccoli può divenire ostacolo al raggiungimento di soglie critiche indispensabili per attuare determinati processi innovativi, soprattutto per quanto riguarda il versante dell’innovazione del prodotto. E d’altra parte lo stesso basso livello riservato alle risorse da dedicare alla ricerca e allo sviluppo denotano proprio la incapacità delle piccole e medie imprese di sostenerne l’onere. Oggi il volume delle risorse dedicate alla ricerca e allo sviluppo si attestano intorno all’1,7% del Pil ed è appena il caso di rilevare che rappresentano la metà della percentuale americana per non parlare degli altri paesi europei. Conseguenza di queste carenze è lo scarso orientamento della specializzazione produttiva verso produzioni ad elevato contenuto tecnologico. (Riccardo Alfonso)

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Dov’è il buon governo?

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

Palazzo chigi1Da anni, oramai, l’Italia soffre di quel male oscuro che possiamo indicare nella mancanza di un governo che sappia essere virtuoso nell’esercizio del suo mandato. Si ha l’impressione che la stessa democrazia, che i nostri padri hanno costruito con tanta fatica e al prezzo di non poche vite immolate alla causa, oggi è messa in discussione. Si è voluta creare una condizione favorevole perché si possa favorire al meglio un rapporto tra la volontà popolare e chi è demandato a governarla. Sulla carta tale condizione aveva tutte le premesse per funzionare al meglio. La fattispecie pratica non ha rilevato la validità di tale rapporto. Oggi abbiamo amministratori eletti in nome del popolo che si rivelano negatori del mandato ricevuto e che sovente cambiano casacca politica. Viene, praticamente, stabilito un nuovo primato che è quello di una riedizione, corretta e riveduta, ma fondamentalmente la stessa, di quando l’imperatore si serviva di vassalli, valvassori e valvassini per esercitare il suo potere e delegare le sue prepotenze ai servi della gleba. E quando gli umili si sono sentiti riscattati dalle rivoluzioni borghesi e hanno confidato su una cultura del consenso a più voci di fatto su sono rivisti respinti nel loro ghetto, sia pure con forme di trattamento più raffinate ma anche più sadiche, rispetto ai tempi passati. Lo scoramento sta nella consapevolezza che non è la volontà di popolo che prevale ma è quella di una minoranza che si sente portatrice di un potere che va oltre il consenso democratico che pure sa imbrigliare volgendolo a proprio favore, per riconoscere che si può vivere solo in un modo che è quello dell’avere e non dell’essere. E se vogliamo restare alla realtà odierna niente di più infausto è il governo che si è dato l’Italia dove l’esercizio del potere fa scempio della volontà popolare, la condiziona con martellanti messaggi mediatici, l’addormenta con una speranza di tempi migliori e umilia la politica rendendola uno strumento inutile e costoso. Forse non ci rendiamo del tutto conto che stiamo perdendo del tutto la nostra libertà, che stiamo subendo l’attacco più proditorio e satanico dei poteri forti dove non domina la maggioranza di popolo ma una ristretta cerchia e che non esita a renderci consapevoli che non esiste libertà, giustizia e uguaglianza se non si appartiene alla schiera degli eletti, di quella minoranza che si rifà al 10% della popolazione mondiale. Gli altri sono tutti figli di una razza inferiore, a metà strada tra la scimmia e l’essere umano. (Riccardo Alfonso)

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Giovani: un nuovo malessere

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

opportunita-lavoroParto da un dato rilevato nei più recenti sondaggi d’opinione sul malessere giovanile. Mi limito, in questo caso solo ad un aspetto che riguarda la disaffezione dei giovani nei riguardi del lavoro. Non è, è bene precisarlo, un dato rilevante, statisticamente parlando, ma denota, a mio avviso, un “umore” che non va, in ogni caso, sottovalutato. Fatta questa doverosa premessa entro nel merito. Ciò che mi ha colpito è proprio quella percentuale che riguarda i giovani che non lavorano ma che nemmeno cercano lavoro. Sembra che essi, in qualche modo, vogliono “rivendicare” il disagio dei loro padri che, assillati dal bisogno, non guardavano tanto per il sottile l’impiego che si offriva loro, ma al tempo stesso non si sentivano realizzati. Nacque una disinteresse per ciò che si faceva che, in un certo, senso spiega il doppio lavoro, la scelta di un pensionamento precoce per fare qualcosa d’altro e più congeniale con ciò che avrebbero desiderato sin dall’inizio dell’avventura lavorativa. Il tutto risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Reduci che tornavano dal fronte, dalla prigionia, giovani che avevano lasciato uno studio, una professione, un mestiere e si sentivano catapultati in una realtà amara fatta di disoccupazione, di emarginazione, di povertà. Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro era per essi un imperativo. Nacquero così i cosiddetti “ammortizzatori sociali” enfiando i posti di lavoro che non c’erano, obbligando i giovani ad una ferma militare che spezzava in qualche modo il tempo per entrare nel mondo del lavoro e lo stesso accadeva per chi sceglieva di proseguire gli studi con i fuori corso universitari. Oggi la situazione si è capovolta. I posti di lavoro si riducono perché bisogna far quadrare i bilanci delle imprese pubbliche e private e non è più tollerato un eccesso di manodopera. Si pensò all’inizio che sarebbe bastato accelerare il turnover con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti ma la soluzione mostrò subito i suoi limiti. Prima di tutto perché si dilatò il lavoro in nero (pensionati giovani in cerca di lavoro che non avevano bisogno di versare contributi previdenziali e che accettavano di buon grado tale condizione di “clandestinità” anche perché se l’avessero resa pubblica sarebbe stata penalizzata la loro rendita pensionistica). Secondariamente la cura dimagrante delle aziende non permetteva un assorbimento della nuova manodopera in condizioni di parità rispetto alle unità che andavano in pensione, ma con il solo aggravamento del bilancio dell’Inps che per pagare i pensionati aveva bisogno di nuovi contributi da parte di coloro che si immettevano in un’attività lavorativa. Con queste contraddizioni, con la logica capitalistica delle multinazionali che per moltiplicare i profitti insediano le loro attività produttive nei paesi dove è molto basso il costo della manodopera, con l’incapacità di chi ci governa e ci ha governati di mettere ordine alle politiche del lavoro e ad adottare provvedimenti ad hoc per scoraggiare il lavoro in nero, per assicurare una filiera corta per ridurre il maggior costo del lavoro, nel mettere a punto servizi tecnologicamente più qualificati e nel rapportare uno sviluppo del sistema paese omogeneo in tutte le sue aree. Ciò non è accaduto. La stessa scuola si sta privando della cultura come valore di pregio. E i giovani, a questo punto, cominciano a dubitare che il lavoro possa essere degno per una loro elevazione culturale e sociale essendo sempre più massificato a logiche opportunistiche di sfruttamento e ad interessi a loro estranei. E questa disaffezione ha oggi un terreno fertile per germinare se non si cambiano radicalmente le regole del gioco. (Riccardo Alfonso)

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Il trasporto intermodale in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

conteinerMi interessai per la prima volta del trasporto intermodale in Italia ben 35 anni fa allorchè fu avviata una indagine conoscitiva su iniziativa di alcuni parlamentari della commissione trasporti della Camera. Da allora ad oggi il dibattito è aperto ma con scarsi risultati pratici. Come si sa il trasporto intermodale è costituito da una combinazione di mezzi diversi che in Italia, per la sua conformazione geografica, risultano particolarmente idonei in specie per il trasporto veloce di beni deperibili. Un esempio pratico si fece con gli agrumi siciliani trasportati da Catania a Palermo con camion porta container per poi essere imbarcati su nave con destinazione Genova e da lì su treno destinazione nord Europa. Il tempo complessivo richiesto non superava i 4 giorni riducendo lo scarto del prodotto del 10% contro il 30-35% delle altre soluzioni che prevedevano il viaggio su treno lungo tutta la Penisola. Lo stesso discorso vale per il trasporto dei passeggeri nei percorsi che implicano il viaggio Aereo –treno – nave o autobus. Ma il criterio vale anche per il trasporto urbano (auto –metro – bus) per non parlare di altre soluzioni come il car-sharing (auto condivisa, ovvero un servizio che permette di utilizzare un’automobile prelevandola ad un punto convenuto su prenotazione) o il car pooling (che consente a più persone di viaggiare insieme nella stessa auto per poi dividersi le spese di viaggio e di manutenzione). E’ ovvio che per la mobilità urbano possono entrare nel trasporto anche le biciclette e i ciclomotori elettrici.
Questo tema per il caro carburanti e per i costi afferenti la tenuta di un’auto (assicurazione, tasse di circolazione, manutenzioni ordinarie e straordinarie) è oggi di grande attualità anche perché le amministrazioni comunali, in specie dei grandi comuni italiani, hanno fatto sulle politiche della mobilità un loro cavallo di battaglia. Il problema sta ora nel rendere fattibile e interagibile l’intero sistema che tuttora resta “congelato” in determinate aree per svariate ragioni (mancato sviluppo della rete viaria, ferroviaria, marittima, fluviale e lacuale. Ecco perché nel contesto di una politica del trasporto nazionale occorre rimettere in moto la progettualità già da tempo avviata e inspiegabilmente interrotta e non tanto e non solo per motivi economici. (Riccardo Alfonso)

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Scoprire e riflettere la verità

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

bocca della veritàGli antichi romani la sapevano lunga allorchè affermavano: “veritas odium parit” (la verità genera odio). Detto ancora più realistico se lo rapportiamo ai fatti odierni. Scoprire e riflettere la verità che sappiamo è dentro e intorno a noi rischia di diventare un “delitto di lesa maestà” per chi l’ammanta di parole mielate, di abili mistificazioni. La menzogna diventa il frutto di una propaganda intesa come strumento di governo della popolazione secondo il ben oliato marchingegno che il popolo vada illuso, blandito, ingannato. Le notizie vanno plasmate, manipolate dalla brutalità della verità, dalla buccia della riflessione, dalla scoperta del suo contenuto. Le notizie non devono inculcare valori e meno che mai dischiudere una forza organizzata, rafforzare le responsabilità, intravedere un cambiamento sociale. Le notizie devono essere Instrumentum regni per farle diventare una forza organizzata dal governo per la sudditanza. E tutto questo affannarsi a paludare il rito della verità di enormi panni menzogneri diventa una forza per legittimare la costruzione del consenso fatto, per lo più, come negazione della realtà, come violenza da esercitare sui valori, sulla dignità e sul rispetto di se stessi. E la nostra cosiddetta civiltà ha anche esaltato un’altra parola: l’ipocrisia per abbeverare i più ingenui alla fonte dei dotti pedagoghi che predicano bene e razzolano male. Così si completa il quadro che fa della verità il peggiore dei mali, il più ricercato dalla giustizia, il male incurabile della nostra umanità, il pericolo pubblico numero uno. Alla fine della verità non vi sarà più traccia se non nei manicomi pieni dei predicatori di verità, e oer diventare alla fine la parola più folle del mondo. (Riccardo Alfonso)

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