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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

La qualità della vita. La clonazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Gli esseri viventi, salvo poche eccezioni, hanno conosciuto solo una forma di riproduzione: quella sessuale derivante dall’accoppiamento di due soggetti di sesso diverso e che in determinate condizioni possono mettere al mondo un loro simile.
Nel 1952 con un esperimento effettuato su una rana, si è aperta un’altra strada riproduttiva: la clonazione. Questo genere di tecnica ebbe il suo momento di gloria nel 1996 con la pecora Dolly, nata al Roslin Institute d’Edimburgo. L’inventore, per la cronaca, è stato il biologo scozzese Ian Wilmut. L’ovino divenne, in pratica, il capostipite di molti altri esperimenti che, da allora a oggi, sono stati fatti con topi, maiali ecc.
A questo punto fu inevitabile chiedersi se tale genere di sperimentazione valesse anche per la riproduzione umana. La risposta, prima ancora che scientifica, è stata religiosa, giuridica, politica ed etica. Fu un riscontro soprattutto negativo e allarmato perché parve a molti che si alterasse un ordine costituito e che, per i credenti, significasse mettere in discussione un’autorità divina, la sola preposta alla creazione della vita attraverso l’accoppiamento sessuale.
Un altro aspetto creativo è quello postulato dall’abiogenesi che prevede la possibilità che gli esseri viventi possono nascere da materia inerte come sostanze inorganiche o sostanze organiche in decomposizione per azione del calore o della luce solare o dell’umidità. Fu una tesi quasi generalmente accettata sino agli albori del XIX secolo e basata sull’autorità di Anassimandro, Aristotile e Democrito, dagli scritti biblici e dai poeti romani come Virgilio e Lucrezio. Nel Rinascimento ci pensò il filosofo Vanini a riprendere con più forza il discorso sostenendo che l’origine delle piante e degli animali derivasse da sostanze in fermentazione. Il fisico francese Redi nel 1668 fu di parere opposto e lo dimostrò con degli accurati esperimenti con le larve delle mosche che non si sviluppavano nella carne se questa era posta in un recipiente chiuso. In seguito nel 1765 Lazzaro Spallanzani lo dimostrò con esperimenti simili a quelli di Redi anche nei riguardi dei microorganismi. La questione fu risolta in modo definitivo nel 1862 da Louis Pasteur. Egli usò per l’esperimento una bottiglia fornita da un lungo collo ad S, aperto all’estremità, in modo che l’aria potesse liberamente entrare ed uscire dalla bottiglia, ma la polvere, le muffe e i batteri presenti nell’aria si depositavano nelle pareti del tubo ad S e non potevano raggiungere il brodo che si trovava nel recipiente. Se questo era bollito e conservato al freddo, non sviluppava alcun microorganismo: Omne vivum ex vivo secondo il celebre assioma del fisiologo Guglielmo Harwey.
Se, a questo punto, lasciassimo parlare gli scienziati e lo facessimo senza pregiudizi, ci renderemmo conto che vi sono due aspetti dello stesso problema che possono portarci a soluzioni differenti. Consideriamo il primo caso ovvero la riproduzione per via sessuale. Essa, per intenderci meglio, è da ritenersi più condivisibile e dagli effetti pratici alquanto convincenti sebbene vi sia il rischio che dal concepimento e per tutto il periodo della gestione vi possano essere interferenze di un certo rilievo. (Riccardo Alfonso)

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La diversa dimensione umana nell’età del declino psico-fisico

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 marzo 2020

È un aspetto del mutato rapporto esistente tra l’uomo contemporaneo, della società evoluta, con l’ambiente e il lavoro. In tale ambito molte attività sono tipicamente sedentarie e tendono a ridurre la possibilità dell’organismo di condurre una vita più dinamica. È una circostanza che incide maggiormente sugli anziani.
Ciò spiega, probabilmente, il perché taluni tendono a partecipare intensamente alle attività della comunità locale oltre a continuare a prestare il proprio contributo dopo il pensionamento e a farlo, per lo più, nell’ambito delle organizzazioni non governative. Alla fine, dovremmo augurarci che diventi una regola. Se si riuscirà a coinvolgere una percentuale più ampia degli anziani, in buone condizioni di salute, nel volontariato e negli altri settori dell’economia sociale, si verrà ad avere uno strumento fondamentale d’attivazione delle strategie d’invecchiamento. Prepararsi a una vita più lunga, più operosa e di qualità e andare in pensione in modo più graduale per afferrare l’opportunità di contribuire in modo attivo alla vita sociale, sono altrettanti fattori che garantiscono un’ottimizzazione della fiducia per se stessi e per l’autodeterminazione, lungo tutto il tratto della terza età. Ciò potrebbe compensare il progressivo e inevitabile calo delle facoltà intellettive dell’anziano. Concorrerebbe a diminuire il grado di dipendenza nei rapporti familiari e nella società in senso lato. D’altra parte, oggi vi sono non pochi motivi che dovrebbero indurre gli addetti ai lavori a una seria riflessione sui temi che riguardano l’invecchiamento e al modo da renderlo meno dipendente dall’assistenza sanitaria, favorendo la prevenzione e, sull’altro fronte, riducendo sensibilmente il carico previdenziale. È un aspetto che oggi è maggiormente attuabile con lavori in part-time o domiciliabili attraverso l’homeworking, teleworking e lo smartworking. Il recupero d’efficienza, del resto, ha una sua indubbia componente psicologica. Pensiamo, ad esempio, al trauma che l’anziano affronta per una semplice caduta. La stessa persona si può trasformare da anziano, attivo e pieno di fiducia, in un individuo molto dipendente e con una salute in rapido declino.
L’accesso, a questo punto, a buoni servizi di riabilitazione può impedire che la situazione diventi drammatica per sé e per i familiari, che l’hanno in carico, e per le stesse strutture che sono proposte all’assistenza ordinaria, sia in termini economici sia in attrezzature e quanto altro. In ogni caso le capacità degli anziani non si possono solo definire virtuali. Essi costituiscono un notevole serbatoio di risorse, anche se fino ad ora il tutto è stato riconosciuto e mobilitato in misura poco efficiente. D’altra parte, non ci allontana dalla realtà affermare che tutte le generazioni possono trarre vantaggio dai cambiamenti di politiche che consentono agli anziani di realizzarsi e rimanere più efficienti, motivandoli in tal senso. La prima risposta può essere quella di diminuire fortemente il loro grado di dipendenza e di disabilità. In questo modo si potrà collaborare alla riconciliazione, tra la chiara aspirazione degli anziani di vivere più a lungo, in buone condizioni di salute, e le legittime preoccupazioni della società riguardo alla necessità di minimizzare i costi dovuti all’invecchiamento demografico. Se, a questo punto, mi concentro maggiormente sull’aspetto dell’invecchiamento fisiologico, posso affermare subito che esso non deve essere considerato malattia a dispetto di una certa letteratura. Si tratta, semmai, di un continuum d’adattamenti omeostatici compensatori legati in buona parte anche all’alimentazione. Uno squilibrio quantitativo o qualitativo della stessa e ancor più un errore nutrizionale delle cellule (permeabilità di “membranae” post recettoriale, deficit di ATP, ecc.) può provocare uno stato di malattia che potrei definire cronico.
Il primo dubbio deriva dall’incertezza sui tempi che presiedono al cambiamento del fabbisogno proteico nell’invecchiamento. Sta di fatto che Watkin nel 1978 ha dimostrato che il turnover delle proteine nell’anziano si riduce in rapporto al calo della massa proteica muscolare, ma è del tutto simile a quello del giovane adulto se espresso per unità di massa magra. Ciò l’ha portato alla conclusione che il fabbisogno proteico giornaliero ottimale per l’anziano è di gr. 0,80/kg di peso corporeo ideale. Nello stesso tempo il bilancio azotato diviene negativo se la quota proteica scende sotto i gr. 0,55/kg/die nell’uomo e di 0,42/kg/die della donna. È una condizione che, purtroppo, non trova riscontro pratico dato che la media, per quanto mi è dato di sapere, delle persone anziane non raggiunge la quota di assunzione proteica minimale e riscontrabile con livelli dell’albumina, della prealbumina e della transferrina in difetto.
Altre ricerche fanno dipendere il deficit proteico dal basso reddito finanziario dei soggetti anziani. Vi è, inoltre, chi sostiene che lo stato nutrizionale non è dipendente dall’età per se stessa, ma dalle condizioni psichiche soggettive, ambientali e socio-economiche. In linea di massi-ma, si può ritenere che gli introiti proteici animali minimi di sicurezza siano di 0,55 gr/kg/die nell’uomo e di 0,42 gr/kg/die nella donna in equilibrio metabolico. Questi valori diminuiscono dopo gli 80 anni del 16% nei soggetti auto-sufficienti e del 28% nei non-autosufficienti. Qui non si tratta solo di prendere in considerazione alcuni aspetti nutrizionali, penalizzando gli altri ma di vederla nel loro insieme. Se noi, ad esempio, sotto il profilo dell’azione ipocolesterolemizzante e ipotrigliceridemizzante, trattassimo solo l’apporto delle proteine di soia ci troveremmo spiazzati nei confronti degli aminoacidi vegetali che, per altro, hanno lo stesso valore energetico e calorico di quelli animali ed entrano nella sintesi delle proteine dell’uomo, anche se la carne ha un più elevato valore biologico che acquista significante importanza in particolari circostanze in varie epoche dello sviluppo e nel mantenimento delle funzioni vitali dell’essere umano. Da questo nasce l’opportunità d’introdurre nell’alimentazione umana anche elementi d’origine animale con funzione di “alimenti protettivi”. Sappiamo, d’altra parte, che l’eccesso di proteine vegetali va a scapito, tanto nella prima infanzia quanto nella vecchiaia, della nutrizione cerebrale e quindi nell’attività del sistema nervoso centrale (triptofano, serotonina, tirosina, DOPA, noradrenalina, istidina, oppiacei, releasing-factors: GnRH, RH, ecc., ormoni diencefalici (adiuretina) ed ipofasari ecc., del sistema scheletrico (sintesi della matrice proteica sotto controllo insulinico e del GH, calcificazione dello stesso: calcitonina, vit. D3, della costellazione endocrina tirosina e tetrajodotiroxina) ecc. Va ad aggiungersi la circostanza che non è ancora del tutto chiarito il rapporto tra la nutrizione “globale” e le necessità dei singoli organi ed apparati. Traguardo ultimo sarà, nel bambino il raggiungimento di un armonico sviluppo cerebrale, nell’adulto il mantenimento di una fisiologica attività cellulare, nell’anziano l’equilibrio omeostatico che garantisce il benessere psico-fisico e l’autosufficienza totale fino all’esaurirsi della “carica vitale” geneticamente determinata. Altri fattori che influenzano lo stato nutrizionale dell’anziano sono l’abbandono della vita attiva, la difficoltà di procurarsi il cibo (dieta monotona, cibi conservati ecc.), la ridotta attività motoria (osteoporosi, obesità relativa ecc.) l’eventuale assunzione di farmaci anoressizzanti a cause di male assorbimento intestinale, di perdita di elettroliti e di oligoelementi, di acqua, la diminuzione dell’olfatto e del gusto e dell’anoressia. Quest’ultima è strettamente collegata con la disponibilità d’aminoacidi, che intervengono nella neuro-modulazione dell’appetito. Se si tiene presente che gli anziani, oltre ai fattori esogeni di carenza, possono essere portatori di malattie croniche pauci o asintomatiche – dalla stipsi alla diarrea, alle bronchiti croniche, ecc – causa di ipermetabolismo o di carenza di assorbimento, è opportuno portare la quota proteica giornaliera anche al 12-15% dell’introito totale, salvo particolari controindicazioni (nefropatie, gotta, ecc.). La patologia di mancanza proteica cronica nell’anziano da cause ambientali o organiche, secondo l’espressione del Lanzola, può essere correlata a uno o più momenti patogenetici. (redazionale)

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Il lavoro come scelta di vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Sovente mi capita di leggere i vari discorsi che ruotano intorno all’età lavorativa e al tempo per andare in pensione. E poi mi guardo intorno. Vedo il pensionato seduto sulla panchina dei giardinetti sotto casa o in animate concioni con un gruppetto di suoi simili per strada o al bar, in chiesa a biascicare qualche preghiera o a fare la spesa a portare a spasso i nipoti e a sfaccendare a casa. Ma anche ad affollare gli ambulatori medici, a sentirsi ammalato e bisognoso di farmaci di ogni tipo. Alla fine, mi chiedo: Ho conosciuto più di un collega attivissimo in ufficio sino al giorno del pensionamento e a vantarsi di essere stato sempre in salute e rivederlo qualche anno dopo l’ombra di sé stesso, abulico e malfermo sulle gambe. Altri, invece, li ho trovati “rigenerati” e ho scoperto che si sono ritagliati un nuovo lavoro anche se a volte a titolo gratuito. E ho “scoperto” anche un altro aspetto interessante. Essi, per lo più, hanno fatto parte di quella generazione che era alla ricerca di un lavoro, uno qualsiasi per vivere e costruirsi una famiglia e avere dei figli. Non hanno scelto, quindi, un lavoro congeniale alle proprie aspettative ma il primo che il mercato offriva loro, ma non l’hanno amato, ma subito. La pensione a questo punto è diventata l’occasione per fare quella scelta che era mancata in gioventù. Alla fine, mi sono chiesto se l’attuale logica lavorativa e ancor prima l’apprendimento scolastico non siano state delle circostanze devianti sul sentiero delle proprie inclinazioni intellettuali. Penso, ad esempio, al calciatore professionista che a 40 anni deve necessariamente appendere al chiodo i suoi scarpini per sentirsi “un pensionato” ma che potrebbe essere persino “giovane” per altri impieghi. Quanti lavori possono essere la stessa cosa magari a 50 o 55 anni?
Su questa falsariga abbiamo mai considerato un diverso approccio lavorativo con la possibilità di adattare il lavoro all’età e alle proprie inclinazioni? Se lo avessimo fatto non saremmo qui a perderci in lunghe discussioni sull’età pensionabile e quel che ne segue. (Riccardo Alfonso)

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La vecchiaia è una condizione da sconfiggere solo con la morte?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Mentre pensiamo a quale potrà essere la nostra esistenza tra cento o mille anni, mi chiedo quale risposta noi diamo al presente e come ci poniamo, per essere credibili, con la nostra struttura fisica e rapporto con la natura oggi. Allan Larson direttore generale della Commissione Europea afferma che “l’invecchiamento attivo è la chiave per risolvere questo problema, attraverso un contributo dei cittadini alla società in termini di capacità, piuttosto che di cronologia. Essi dovranno adattarsi lavorando più a lungo, andando in pensione più tardi, in modo più graduale e mantenendosi attivi dopo il pensionamento, impegnandosi in attività che servono a favorire il mantenimento di buone condizioni di salute”.
Tutti questi aspetti costituiscono una sfida ai concetti classici in base ai quali si prendono in considerazione i problemi degli anziani, anche nel mercato del lavoro. La tendenza normale è quella di identificare questa categoria di persone come un problema, con caratteristiche omogenee, per il quale si creano programmi speciali. Il fatto di categorizzare ci porta a pensare che vi sia un problema, per cui sia le persone che le politiche, poste in atto, hanno un carattere di marginalizzazione e di separazione.
L’orientamento non è sostenibile in termini economici, poiché la percentuale di dipendenza è molto variabile. Inoltre, la partecipazione è un aspetto centrale della vita delle persone e dell’impegno dei cittadini, per i quali una posizione diversa, dal proposto, non è sostenibile nemmeno in termini sociali.” Ma cosa vuol significare, in punti pratici, l’invecchiamento attivo? I segni più importanti e le risposte più qualificanti potrebbero essere i seguenti:
Migliorare le competenze, la motivazione e la mobilità dei lavoratori più anziani.
Porre in atto le prassi migliori per garantire un sostegno all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e alla diffusione delle conoscenze. Adattare il posto di lavoro ad una forza lavoro in via d’invecchiamento, attraverso cambiamenti delle regole e delle prassi occupazionali. Migliorare l’ambiente di lavoro in modo da ridurre al minimo l’erosione dell’occupabilità e da consentire una più lunga vita lavorativa. Porre in atto politiche occupazionali mirate a facilitare l’accesso dei lavoratori in corso d’invecchiamento a forme più adatte e più flessibili di attività professionale. Adottare atteggiamenti e prassi che impediscano di porre fuori del mercato del lavoro i più anziani. Ciò consentirà alla società di trarre vantaggio dal potenziale degli anziani in misura superiore a quanto avviene oggi. L’obiettivo, al quale tutte le parti in causa si devono sentire impegnate, governo, imprese, lavoratori, è quello di consentire ai lavoratori di tutte le età di mantenersi più a lungo in attività. È un discorso che è conseguente alla realtà che viviamo. D’altra parte, che senso può avere andare in pensione oggi 5-10 anni prima dei nostri nonni, quando siamo in condizioni di salute notevolmente migliori? In generale abbiamo condizioni di lavoro più comode ed è probabile che viviamo 6-8 anni di più. Questa scelta non sarebbe forse diversa se i lavoratori più anziani avessero vere e proprie opportunità di rimanere attivi più a lungo, qualora fossero fatti gli investimenti adeguati per garantirne l’occupabilità e si attuassero i cambiamenti opportuni del posto di lavoro e nel mercato del lavoro, oltre a mettere a punto i progetti pensionistici? È una riflessione duplice insita nel mio ragionamen-to. La prima è che s’invecchia in migliori condizioni di salute e la seconda è che i datori di lavoro, i sindacati e i lavoratori si stanno concentrando troppo sui programmi pensionistici invece di farlo sui necessari cambiamenti nella gestione stessa dell’età.
D’altra parte, nelle stesse grandi aziende, sia pubbliche sia private, vi sono lavori che possono essere agevolmente svolti da giovani e altri da demandare agli anziani perché più sedentari e più ripetitivi e richiedenti minore partecipazione intellettuale e rapidità di esecuzione. È un discorso che vale a tutti i livelli d’impegno. Può andare bene dai lavori generici a quelli specialistici. Significa anche che lavorare, aiuta l’organismo a stare bene e a tenersi in esercizio non solo fisico ma anche mentale. E’, se vogliamo, la prima terapia che suggeriamo agli anziani per tenersi in forma. (Riccardo Alfonso)

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Le meraviglie del mondo vivente dalla lettura del DNA

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

L’aspetto è anche più esteso di quanto non si possa immaginare. Il sequenzia-mento del DNA industriale dei batteri produttori di metano e d’archeobatteri, realizzatori d’idrogeno, potrebbe portarci al raggiungimento d’importanti risorse per l’industria. Per gli animali pluricellulari si tratta di capire il delicato meccanismo che permette le interazioni del genoma con il complesso sistema della cellula. Si parte dallo zigote (una cellula indifferenziata e totipotente) e si procede alla formazione di migliaia di cellule organizzate in tessuti diversi tra di loro: sistema nervoso, apparato riproduttivo, intestinale ecc.
Questo processo, sia pure in forme e modalità diverse, è presente sia negli organismi, così detti inferiori, sia superiori. Pensiamo, ad esempio, al caenorhabditis elegans, un verme lungo appena un millimetro e che ha avuto il primato d’essere sequenziato per primo. Si compone di sole 959 cellule e il suo ciclo vitale si compie in appena tre settimane. Ci avviciniamo, quindi, a una conoscenza molto “intima” della nostra struttura genetica e che origina la vita. Si tratta di quel meccanismo che, moltiplicando le sue dotazioni primarie, ci porta alla formazione di un essere vivente e sino alla composizione del genere umano.
Ma la vita è già nella cellula, è già nel suo DNA, nei suoi geni. Essa proviene da dove? È palpabile? È possibile identificarla e renderla visibile in qualche modo sia pure attraverso un occhio elettronico? Questo è il punto che ci separa dalla piena conoscenza. Questa è la sfida che ci resta e non è cosa da poco. Eccoci, quindi, giunti nel cuore del problema. Dobbiamo partire dall’idea di aver messo insieme due entità diverse. Una d’ordine fisico e l’altra no. L’ordine fisico ci permette di attivare la sequenza di onde radio che trasportano il mio messaggio, ma questo, a sua volta, resta vincolato da un altro ordine che possiamo chiamare “logico”. La risposta è data dallo stesso grado evolutivo che ci permette di crescere culturalmente e con tutte le sue derivate d’ordine scientifico e tecnologico. Potremmo identificarci con quell’astronauta che è partito dalla terra, è penetrato nell’atmosfera, nella ionosfera, nella stratosfera, per poi emergere nell’esosfera, in altre parole nello spazio infinito, e ritrovarci a sgranare gli occhi al cospetto delle nuove meraviglie che ci circondano, ma ciò non significa che abbiamo fatto un passo in più nella conoscenza del meccanismo che ha prodotto tutto ciò che di nuovo stiamo osservando. La terza scala, quella delineata dall’informatica, dalla cibernetica, dalla logica ci ha portati per successivi passaggi in un orizzonte che non è più fisico ma metafisico. Così come per l’astronauta l’orizzonte non è più terrestre, non è più aereo ma è fotonico: l’orizzonte stesso della luce. Fin qui l’epistemologia duale, fedele alla corretta coniugazione dei due termini. Quei due termini che già comparvero nella metafisica antica yiè, morphè, materia e forma. Quei due termini che oggi si riaffacciano sotto diversa configurazione, pur tuttavia sempre nell’ordine di due principi distinti e congiunti: l’uno attivo e l’altro passivo, l’uno formante e l’altro formato. Così a tutti i livelli: materia e energia, lunghezza d’onda e frequenza; medium e messaggio; corpo e anima; spazio e iperspazio; fisica e metafisica. A questo punto il tentativo di discendere, ridurre l’anima al corpo, il pensiero al cervello, lo spirito alla materia è un po’ come ridurci al sempliciotto della strada che chiede agli astronauti: “Che aria tira lassù? Lassù ci piove? Avete l’ombrello? (Riccardo Alfonso)

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Viviamo tra presenze soprannaturali?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Non a caso tali presenze soprannaturali si rispecchiano in un’epoca, come quella vissuta da Shakespeare, dove il dissidio tra il bene e il male è tanto forte e sentito che pesa su tutte le coscienze indipendentemente dalla loro appartenenza a una fede o no. È il tempo in cui appare, siamo nel 1586, un trattato su “Livres des spectres ou ap-paritions et visions d’esprits, anges et daemons” di Pierre Le Loyer. La pubblicazione ebbe la luce circa quindici anni prima dell’apparizione sulle scene di Amleto ed ebbe, probabilmente, tutto il tempo di riverberarne il dubbio amletico tra il fatto di trovarsi di fronte al fantasma del padre oppure ad una mistificazione del diavolo. Qui tocchiamo uno dei nodi più controversi della demonologia di fine Cinquecento avvalorando un dibattito in corso ai tempi di Shakespeare ad opera anche del problematico studio di Ludwig Lavater “Sugli spettri e spiriti che passeggiano di notte”. L’opera fu tradotta in Inghilterra nel 1572 e fu seguita da quella di Reginald Scot sulla “scoperta della stregoneria”, scritta nel 1584.
Quanto l’influenza dell’Inquisizione possa aver determinato tale approfondimento sul mondo dell’occulto e dei suoi poteri diabolici, non c’è dato di sapere. Possiamo solo soggiungere che l’inquisizione, a nostro avviso, abbia rappresentato la personificazione suprema della violazione della libertà individuale mentre la morale quotidiana dell’osservanza dei precetti, della partecipazione ai sacramenti e ai riti, agisce come una complicata macchina di controllo sociale.
Resta, in definitiva, l’impressione che sono stati agitati fantasmi irrazionali. Si sono mescolati con le comuni e straordinarie credenze che cavalcano gli ordinari timori dell’uomo che pecca e non si pente o che pecca o non appaga la sua coscienza con il pentimento e che questo peccare è anche quello di chi scopre i poteri di una nuova cultura scientifica che fa paura a quella tradizionale. Dai citati testi e da quello altrettanto noto del 1597 sulla Demonologia si tratta ampiamente di maghi e magie, di negromanzia e d’arti illecite, di sortilegi e di spettri e catalogati in umbrae mortuorum, fantasmi, licantropi, incubi e succubi. L’influenza di una siffatta letteratura è tanto forte che non pochi studiosi e letterati riprendono tali temi e li sviluppano. Li fanno interagire nelle loro opere. Prendo ad esempio Christopher Marlowe, nel suo Dottor Faust, e ancora Shakespeare sia nel già citato Amleto sia in Macbeth e in Giacomo Stuart, figlio della sfortunata Maria di Scozia, che si avvale dell’articolata discussione tra due amici Epistemon e Filomates, per presentare al lettore tutte le problematiche legate alla stregoneria e il suo modo di interagire con l’esistenza umana. Possiamo quasi trarne l’idea, forse inconscia, nel postulare la convinzione del come esiste, da una parte, una morale interiore così come da qualche altra parte, sia pure riposta, del nostro inconscio vi deve essere il suo opposto affinché il bene, come la vita e la morte, abbia un suo naturale alter ego. E se il bene è ben noto e la sua strada appare segnata senza esitazioni di sorta, il male con la morfologia delle streghe e le loro pratiche e abitudini, è tutta una storia da descrivere e d’approfondire perché sta proprio nel male la sconfitta dell’essere umano, la sua depravazione ed anche i suoi limiti.
Non è certo un caso se nella famosa scena del sabba con cui si apre la tragedia del rimorso così densa di vaticini (sono usate attraverso le rifrazioni in uno specchio prospettico, le tecniche dell’idromanzia e della catottromanzia), l’ultimo fantasma di re scozzese compare reggendo tre scettri (di Scozia, Irlanda e Inghilterra). In questo scenario Giacomo I, il monarca letterato, si rivela un grande studioso di negromanzia. (Riccardo Alfonso)

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Un viaggio nei nostri pensieri e alla ricerca dei suoi processi evolutivi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Non deve apparirci strano se ci siamo ritrovati con il desiderio di scoprire cosa si celasse al nostro interno e di capire le sottili trame che legano il pensiero all’azione, alla sua capacità di formulare idee, di ben argomentarle, di opporsi con ragionamenti logici a quelle altrui e di ordinare i moti “razionali” che guidano i pensieri attraverso i nostri “organi”.
Che cosa potremmo fare se, con il cervello, non ci fosse una pompa chiamata cuore o un laboratorio chimico chiamato fegato o i reni per pulire il sangue dalle tante impurità e i polmoni per respirare e fornire ossigeno alle cellule del nostro corpo?
Vi è anche uno stomaco per macerare le varie sostanze che ingurgitiamo, per sostenerci, e un intestino per digerire ed evacuare gli scarti e alla fine delle gambe per muoverci e le mani per svolgere diverse altre funzioni.
Stiamo, sulla stessa lunghezza d’onda, da quando ci siamo avviati alla comprensione totale del funzionamento del genoma dell’uomo. L’impresa è eccezionale. Il suo DNA conta tre milioni di nucleotidi.
I ricercatori incominciavano, già nel 1985, a sequenziare i microrganismi con il batterio Escherichia coli e il lievito e pensavano di mappare anche quello dell’uomo. Fu dato il via al progetto l’anno successivo. Ci pensò, a segnalarlo, con un articolo, Dulbecco sulla rivista Science. L’impresa appariva, ai più, disperata. Noi sappiamo che il Dna è un filamento che contiene il codice genetico di un organismo umano. Si suddivide in 23 paia di cromosomi. 22 coppie sono uguali e la ventitreesima è rappresentata dai cromosomi sessuali (XX per la femmina, XY per il maschio).
In tutto il Dna dell’uomo non meno di 100 mila sono geni, (il 3/5% del Dna) di cui 90mila sono stati, a tutt’oggi, identificati. Tale accelerazione della ricerca è stata determinata in seguito all’iniziativa di Craig Venter di creare un secondo progetto genoma.
Il primo fu promosso fin dal 1986 dai National Institute of Health americani, e poi guidati da Francis Collins. L’anno successivo vi partecipò anche l’Italia, grazie ai finanziamenti del CNR.
Abbiamo, in questo modo, due progetti di cui uno pubblico del Nhi e l’altro privato, alimentato dalle industrie farmaceutiche, che puntano a sfruttare le conoscenze sul DNA per preparare farmaci.
Oggi sequenziare il DNA non è più un problema perché è possibile avere macchine per il sequenziamento automatico. È necessario, semmai, disporre più macchine per farlo.
In questo campo la sfida è aperta e la posta in gioco è molto alta. Si tratta di comprendere attraverso quali meccanismi agiscono gli organismi patogeni.
Tale conoscenza ci permetterebbe di preparare strategie di difesa più efficaci e, soprattutto, determinanti. Non dimentichiamo che sono proprio questi organismi patogeni che generano malattie che provocano, in molti casi, la morte e soprattutto nei paesi in via di sviluppo: lebbra, malaria, tubercolosi, febbre tifoide, meningite, peste e aids, tanto per citare le più tristemente note. Non solo. Oggi dobbiamo verificare sulla nostra pelle le capacità aggressive dei virus e il modo come sono in grado di sconvolgere la nostra vita. Ma ciò che ci sconcerta di più è che, di là del contingente, abbiamo la tendenza ad ignorare tali pericoli tanto da renderli pandemici, nel momento in cui si mostrano, salvo poi stupirci se non siamo riusciti a prevederli e a debellarli. In pratica ci manca la cultura della prevenzione e la saggezza nel dare giusto rilievo e soprattutto risorse alla ricerca scientifica e, essenzialmente, in maniera continuativa nell’arco delle nostre esistenze presenti e future. (Riccardo Alfonso)

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Sta nel DNA il meccanismo d’invecchiamento?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

La vecchiaia è stato il tormentone che attraversato si può dire da sempre la ragione ultima dell’esistenza umana. Esso resta, per lo più, sconosciuto, anche se sul piano teoretico possiamo azzardare più di qualche ipotesi. Probabilmente, per comprenderlo, è necessario richiamarsi a temi di carattere più generale dove sono coinvolte stelle e astri che nascono e muoiono anch’essi e le loro “ceneri” disperse nello spazio o risucchiate dai buchi neri. Da un esperimento condotto dal biologo Leonard Hayflick, è stato notato che le cellule d’embrioni umani, inseriti in bottiglie contenenti i necessari composti chimici nutritivi, si sono riprodotti bene e sono andati incontro a una cinquantina di generazioni cellulari prima di “stancarsi”.
Il caso è diverso se il prelevamento proviene da individui adulti. La riproduzione scende nettamente. Si ha, quindi, l’impressione che il potenziale di moltiplicazione è fisso ed è caratteristico di ciascuna specie.
Le tartarughe, Infatti, delle isole Galapagos, che vivono più a lungo dell’uomo, danno luogo a cento duplicazioni della popolazione cellulare in vitro. Le galline arrivano a 50 e i topi a 30.
Vi è ora da chiedersi, dopo aver ammirato questa crescita evolutiva del cervello e assistito al suo “collasso”, da dove può venire e dove si disperde tutta questa materia cerebrale?
Non vi è dubbio che filosofi e sociologi hanno dato svariate risposte nel corso degli ultimi millenni per indicarci i possibili sbocchi a questo dilemma, ma nonostante ciò la risposta conclusiva è di là da venire.
Siamo solo giunti a capire i processi che attendono la crescita e l’evoluzione della mente. Il suo circuito coevo-evolutivo riposa nel DNA.
Da lì è trasmessa l’informazione per la formazione delle proteine e gli altri composti chimici essenziali. Vi è poi un livello successivo nel quale le cellule si formano utilizzando quelle proteine e una serie sempre più ampia di prodotti chimici.
Poi, così come si riproducono e si collegano, si dissolvono ritornando particelle elementari e disperdendosi nello spazio salvo essere ricatturati per riprendere il ciclo della vita. In questo frangente in cui palpita la vita ogni specie, si procura i mezzi idonei per difendersi dagli attacchi esterni. La gazzella fugge, il leone ha gli artigli, l’elefante usa la proboscide e via dicendo.
L’uomo, a sua volta, usa le capacità intellettive del cervello; più lo affina e meglio riesce nell’impresa. Nello stesso tempo s’ingegna ad adattare il suo corpo alle condizioni climatiche e ambientali del territorio che lo circonda. Sono dunque due i ruoli “vitali” dell’uomo. Il primo è dettato dallo “homo abilis” e, l’altro, da quello “faber”. Nel primo caso vi è stato il tentativo razionale di impostare un modello di vita attraverso il ragionamento, l’osservazione, la riflessione e la concatenazione degli eventi e, nel secondo, l’impegno è stato concentrato alla ricerca applicativa della propria struttura fisica attraverso sia l’esercizio della forza sia dell’abilità.
Ed è proprio con l’accorto dosaggio di queste due “proprietà” che siamo partiti prima alla scoperta di quanto già esistevano in natura, nuove specie animali o piante come il grano e le patate o le energie naturali, acqua, fuoco, vento o a conoscere le singole proprietà dei metalli o le tecniche per la lavorazione dell’argilla e la fabbricazione del vasellame, e poi siamo passati alle invenzioni per produrre sostanze nuove, oggetti che non esistevano ecc.
Alla fine, siamo arrivati alla conclusione che, se è possibile prevedere un limite naturale al numero delle scoperte, non si può dire altrettanto per le invenzioni giacché esse, per ogni generazione, pongono problemi e spingono a nuovi risultati.
Sappiamo, tuttavia per certo che il tutto ha avuto inizio dal nostro corpo, organi e pensieri nel loro insieme, almeno nella versione che è sottoposta alla nostra osservazione. (Riccardo Alfonso)

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Le anomalie del DNA nei diabetici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

In talune circostanze è stato possibile rilevare anomalie del DNA stesso sul braccio corto del cromosoma undici, dove è localizzato il gene dell’insulina. I portatori di queste anomalie sono predisposti a presentare, in età adulta, un diabete di tipo II. Secondo alcuni autori quest’alterazione rappresenta anche un marker indipendente dell’aterosclerosi, condizione che si associa frequentemente al diabete di tipo II.
Lo sviluppo, in altre parole, dell’aterosclerosi, in questi pazienti, riconoscerebbe una base genetica e non sarebbe determinata soltanto dalle alterazioni metaboliche legate allo squilibrio glicidico. È una situazione, che ci lascia intravedere un percorso che, in molti casi, si allunga, ma non si definisce nei suoi punti più caratterizzanti ed esaustivi.
Possiamo considerare che la nostra base di partenza percorre per intero la vita. Se vogliamo, in proposito, limitarci al caso del diabete, esso è germinato da uno stadio genetico che precede l’endouterino e ci accompagna sino alle soglie della morte.
È un passaggio stratificato le cui connessioni sono tutte d’approfondire e da interpretare. Da vivi, ad esempio, dobbiamo fare i conti con gli alimenti ricchi di cromo: lievito di birra, fegato di vitello, pane integrale, di segale e patate. La loro mancanza, o ridotta assunzione, ci fa incorrere in gravi malattie.
Il cromo, infatti, aumenta la sensibilità delle cellule all’insulina, favorisce anche la perdita di peso nei soggetti sottoposti a severe cure dimagranti. Ciò accade, in primo luogo, nelle persone che geneticamente presentano dei punti deboli mentre è più difficile che similari deficienze alimentari possano determinare da sole una malattia del genere. Se comprendiamo, quindi, le nostre debolezze genetiche esse ci permettono d’adottare un regime alimentare adeguato. I due punti, sia pure distanti tra loro, rivelano una sottile connessione. Essi potrebbero farci intendere anche un’altra cosa ed è che, a livello genetico, la mancata presenza di un “elemento” infinitesimale, nella più intima struttura del DNA, ci porta la necessità di operare delle adeguate correzioni, sia pure in tempi successivi, e che si traducono, negli organismi viventi, a struttura complessa come potrebbe essere il corpo umano, in un apporto di cibi capaci di surrogare le iniziali défaillance. È evidente che, in tale situazione, giocano la loro parte anche i farmaci e l’ambiente. (redazionale)

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Il virus che uccide di preferenza gli anziani

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

La cronaca di questi giorni ha evidenziato che il virus che ci infetta porta alla morte per lo più le persone che hanno un’età veneranda. La spiegazione alcuni ce la danno per il fatto che sono persone già affette da gravi patologie. È senza dubbio una spiegazione valida ma, a mio avviso, dovremmo aggiungervi un’altra di natura più generale. A ottanta anni, infatti, la gettata cardiaca diminuisce di circa il 40%, la velocità di conduzione dei nervi e il metabolismo basale cala del 20%, la perfusione renale del 50% e la capacità respiratoria del 60%. La sopravvivenza dell’individuo, nonostante ciò, non è pregiudicata, se non marginalmente. Può essere, semmai, rilevante la perdita di funzione di grado diverso, per i diversi organi, che varia da individuo a individuo. Ciò significa che il comportamento e l’ambiente possono influenzare il decadimento dell’uomo e alla fine s’invecchia come si è vissuti. Ma, come abbiamo potuto constatare basta un virus, particolarmente aggressivo, a far crollare l’intera impalcatura, già di per sé tremolante.
Si ha quasi l’impressione che ci troviamo al cospetto di un “virus opportunista” che ragiona e fa le sue scelte aggressive cercando di colpire le difese più vulnerabili avendo come unico fine di trovare l’ambiente adatto per riprodursi. Una volta ottenuto lo scopo abbandona la preda al suo destino: mors tua vita mea.
Va altresì aggiunta una ulteriore riflessione sull’argomento. L’essere umano è generalmente considerato al vertice della catena alimentare e ciò vuol dire che “mangia gli altri ma non è mangiato”. Ora dobbiamo pensare diversamente. Dovremmo mettere al vertice della catena alimentare proprio i virus e la loro capacità di mutazione che permette loro di riproporre l’aggressività in forme diverse per disorientare e aggredire l’essere umano, di preferenza, ma non escluderei tutta la restante filiera alimentare. Questo significa che in futuro dovremmo considerare un modo sempre più efficace per difenderci dal nostro “nemico naturale” e saper riconoscere nella ricerca scientifica e nell’organizzazione sanitaria una priorità assoluta a livello globale. Il pericolo è anche questo. È nel “divide et impera”. (Riccardo Alfonso)

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Il “costruttore dell’Universo”

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Una accreditata corrente di pensiero ci assicura che non ci furono forme di vita intermedia. È possibile, quindi, seguendo questo ragionamento, che la vita sia comparsa bruscamente e così le piante e gli animali superiori. In tale misura la comparsa e la scomparsa delle specie diventano subitanee, ma è chiara nell’evoluzione una tendenza alla maggiore complessità e ciò costituisce un orientamento preciso, un finalismo che orienta i processi evolutivi verso uno scopo ben determinato, che è la realizzazione di un progetto complessivo.
Posso, tuttavia, dire oggi che la realtà dell’evoluzione si postula diversamente da quella dei vecchi sogni razionalisti. Lo scienziato moderno è sempre più disposto a prendere sul serio l’ipotesi di un Costruttore dell’universo, che persegue un suo preciso disegno. Si può quindi ritenere che c’è un’obiettiva impossibilità di realizzare una sintesi di materiale vivente per abiogenesi. S’impone, inevitabilmente, un nuovo paradigma con la teoria unitaria di Fantappiè nel 1942 e, in seguito, con la Teoria sintropica dell’evoluzione. Quest’ultima tiene conto della dipendenza dei processi evolutivi non solo dal passato, ma anche dal futuro, come potenzialità fondata su una diversa interpretazione delle prospettive aperte dalla fisica relativistica e quantistica. In questo modo possiamo meglio ragionare sull’origine e l’evoluzione della vita come di un progetto programmato, ma soprattutto sintropico e con un finalismo ben definito.
Ci restano, in definitiva e se tutto procede al meglio, da valutare solo le parti “meccaniche” del processo e non quelle creative in assoluto. In buona sostanza possiamo affermare che, al termine delle varie operazioni affidate, è stata disposta la possibilità di costruire degli automi, molto simili a noi, ma non uguali. Sappiamo, inoltre, che lo stesso processo creativo della natura ha dei limiti o, per meglio di-re, presenta un prodotto “finito” non sempre perfetto. In siffatta misura può, probabilmente, poco consolarci il pensare che le anomalie da noi rilevate non ci portino all’origine di tutte le cose, ma ci fanno percorrere quel tratto appena valido per un lavoro da addetti alla manutenzione.
E’ come se temperiamo una matita per avere la grafite massimamente appuntita e questa, all’improvviso, si spezza. Resta il troncone che possiamo riparare, se ci accorgiamo per tempo della rottura, ma se non ci avvediamo di quanto, è accaduto rischiamo di scrivere in modo diverso la nostra storia con il lapis, che altri hanno permesso d’utilizzare. Se consideriamo solo quest’evenienza, dobbiamo convenire che il nostro compito è importante, ma è molto limitato. Siamo, in altri termini, preposti a correggere le deficienze del sistema riproduttivo, ma non a riprodurci generando la vita. Possiamo diventare dei meccanici molto specializzati ma nulla di più.
Il laboratorio della vita continua, in ogni caso, a conservare gelosamente, nella sua “sacrestia”, i valori fondanti e che sono, probabilmente, conservati nell’Olimpo, il luogo sacro per eccellenza. Il suo accesso ci porterebbe all’immortalità o a qualcosa d’altro. Dobbiamo, quindi, riprendere a indossare l’abito che è stato detto di portare. L’unica licenza è di poter indagare, più a fondo, sulle cause che non ci permettono di stare a nostro agio con il vestito che portiamo. (Riccardo Alfonso)

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La catena alimentare che ci fa vivere e morire

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Oggi possiamo dire che moltissimi lavori sono stati eseguiti, soprattutto in biologia molecolare, allo scopo di conoscere i meccanismi messi in atto per limitare tale capacità totale degli acidi nucleici per operare le sintesi proteiche. Alla fine, c’è da ritenere che quel seme “primigenio”, che taluni pensano possa pervenire dagli spazi intergalattici, sia stato riprodotto in loco rendendogli sufficiente autonomia per cui non si è reso più necessario attingere altrove gli elementi base. Da qui dovrebbe derivare anche l’idea della catena alimentare attraverso la quale vi possa essere l’acquisizione di quelle sostanze che altrimenti non potrebbero essere acquisite e che permettono la stessa sopravvivenza degli individui. Un ambiente, quindi, inteso nella forma più ampia per esercitare un’azione sugli acidi nucleici nel senso di permettere loro di sintetizzare proteine soltanto a immagine e somiglianza di quelle contenute nel citoplasma delle cellule che li ospitano al fine di promuoverne e di mantenerne il differenziamento. Così finiamo con la stessa passione, curiosità e interesse a guardare il microcosmo e il macrocosmo poiché la scintilla della vita può avere un’origine extraterrestre, ma è anche vero che è approdata da noi e ci permettiamo ora di manipolarla a nostro piacimento. Se poi consideriamo il fatto, che sono stati trovati dei geni che hanno perso gran parte della loro struttura, ciò non impedisce loro di fabbricare proteine perfettamente normali e funzionali, significa che ci permette d’aprire un capitolo nuovo nella storia dell’umanità. Le loro implicazioni potrebbero persino avvalorare quanto di fantastico e di straordinario è esistito nella storia degli essi viventi e dei poteri che possono aver perso in questa caduta “qualitativa”, che pur non accertato scientificamente, potrebbero essersi sfibrati nelle più intime strutture cellulari. Un processo che potrebbe avere la sua importanza durante lo sviluppo. Il suo citoplasma potrebbe influire sugli acidi nucleici, limitandone le capacità totali di produrre tutte le proteine dell’individuo, onde permettere il necessario differenziamento cellulare e di agire nel citoplasma di tali protozoi e nel generare un processo di alterazione del Dna che lo renda incapace di curarne l’esatta riproduzione. Usando una parafrasi si potrebbe immaginare di essere presenti a un concerto (fabbrica di proteine) nel momento in cui il direttore dell’orchestra (Dna del nucleo) perda la sua capacità di far tradurre in suoni armonici quanto è stabilito nel pentagramma. Sarà l’intera orchestra (citoplasma) che farà fronte alla situazione avocando a sé la realizzazione della “struttura” armonica indicata nella partitura. In questo senso sono andate le ricerche fatte da Landstainer, Pauling e altri che aprirono orizzonti nuovi sulle influenze che si verificano da parte delle molecole di un antigene artificialmente modificate, sulla formazione dei relativi anticorpi per determinarne direttamente la necessaria struttura atta a farli funzionare su di esse. Sta di fatto che la prestigiosa rivista scientifica americana “Nature” conferisce a quest’ipotesi un notevole risalto e l’astronomo Frank Drake ha inaugurato la prima effettiva ricerca, in proposito, utilizzando il radiotelescopio di Green Bank in West Virginia, verso Tau Ceti e Epsilon Eridani, due stelle vicine, e di tipo solare. Altri hanno seguito l’ipotesi fantascientifica di Crick puntando la ricerca sull’infinitamente piccolo. Per costoro tutto finisce con l’apparire come un fantastico ed un po’ alienante gioco di scatole cinesi: Il DNA, di cui disponiamo, è costituito da milioni di basi in grado di sintetizzare milioni di proteine. A questo punto più si va a ritroso con le tecniche d’ingegneria genetica e maggiormente crescono le difficoltà e s’ingarbugliano i segnali. Dobbiamo forse convenire che è proprio questa la storia della nostra vita e della nostra morte? (Riccardo Alfonso)

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La teoria genetica dell’invecchiamento

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

È affascinante a questo proposito, rilevare quanto ci dice il prof. Carlo Vergani, già gerontologo all’Università di Milano, nell’esaminare la teoria genetica dell’invecchiamento, cosiddetta della restrizione dei codon (la parte codificante del DNA). ll DNA, com’è noto, è stato scoperto da Francis Crick e da James Watson ed è considerato la struttura molecolare del principale elemento dei cromosomi. Crick fa risalire la provenienza del DNA ad una civiltà superiore di un altro pianeta allogato in una non ben definita galassia. Esso è giunto a bordo di navicelle sospinte da venti stellari e contenenti tonnellate di microrganismi. Presumo si possa trattare di un vero e proprio laboratorio scientifico contenente sia l’iniziale cellula uovo, fecondata e non, sia la cellula dell’organismo nella loro differenziazione e dotazione, per ogni zona dell’organismo, di forme e funzioni specifiche. Questa supposta scomposizione deve, quindi, tenere in considerazione sia la differenza esistente tra i due momenti presi in esame con la cellula uovo che comprende tutte le qualità proteiche dell’individuo che ne deriverà, ivi compresi quindi anche quei materiali comunque necessari per la formazione di altre proteine che compariranno soltanto più tardi nel corso dello sviluppo, sia le cellule differenziate che accolgono soltanto quelle che ne hanno determinato le diverse strutture e la rispettiva funzione. È come se gli analisti extraterrestri abbiano prima studiato la struttura e conformazione terrestre e poi disposta la “semina” delle varie sostanze di cui erano dotati sui terreni ritenuti più idonei e fertili. Esiste, quindi, un disegno preformato del nuovo essere vivente e che si renderà visibile con il concretarsi del fenomeno del differenziamento morfologico e funzionale delle varie parti dell’organismo. In altri termini se in un dato sito del citoplasma ovulare ci sono le proteine specifiche delle fibre cardiache, in un altro si collocano le qualità proteiche di una ghiandola salivare, ecc., secondo una precisa localizzazione chimica e che saranno resi evidenti dalla ripartizione qualitativa di questi materiali contenuti nel citoplasma stesso. Questo preformismo consentirà, in via preliminare, alle varie cellule un differenziamento morfologico e funzionale in conformità di quanto disposto dai grandi fattori morfogenetici dell’individuo in sviluppo.
È realtà o fantasia? Diciamo che possono essere tutte e due le cose messe insieme. Vi è, infatti, sufficiente materiale che ci riconduca alla sintesi proteica, alla ripartizione qualitativa dei materiali ovulari e che sono alla base della nuova concezione preformistica dell’essere vivente. Un essere, per intenderci, che è stato concepito con un processo di sintesi tra gli “ingredienti” venuti dallo spazio e quelli “ricavati” dall’ambiente così come dal seme sotterrato un bel giorno spunta un ramoscello che può trasformarsi in una pianta e persino in un gigantesco albero. (Riccardo Alfonso)

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E’ Satana l’angelo corruttore fonte d’ogni disgrazia umana?

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Satana è il “seduttore di tutto il mondo”, secondo il Nuovo Testamento. (Apocalisse 12;9). Sia la Bibbia sia il Corano non hanno dubbi di sorta. Egli era presente e attivo nel giardino dell’Eden. Gesù disse esplicitamente: (Luca 10: 18) “Io vedevo Satana cader dal cielo come la folgore”.
Possiamo oggi, in una società tecnologicamente avanzata e scientificamente evoluta continuare a credere che possa esserci tra di noi un simile “figuro”?
La Bibbia lo colloca in un lontano momento della preistoria. Essi erano dei plenipotenziari. Avevano il compito di abbellire e di amministrare l’Universo. Tuttavia, un bel giorno essi peccarono e si posero di là delle leggi divine. Il loro capo era Lucifero. Essere angelico di rango superiore, di straordinaria bellezza e splendore e, inizialmente, di sconfinata saggezza. Ezechiele così lo descrive: “Tu mettevi il suggello alla perfezione, eri pieno di saviezza, di una bellezza perfetta; eri in Eden il giardino di Dio… eri un cherubino dalle ali distese, un protettore… Tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato, perché non si trovò in te la perversità.” Egli osò, nonostante ciò, ribellarsi e attentare al primato di Dio sull’universo. Divenne, a dispetto della sua “perfezione”, invidioso del potere di Dio e cominciò ad avere sentimenti di ribellione verso l’autorità divina. Provocò un golpe passando alla guida di milioni d’angeli ribelli. Perse la sua battaglia, ma non si diede del tutto vinto. Egli diventò un aggressore, un antagonista, un nemico di Dio. Per questo motivo il suo nome fu cambiato da Lucifero (portatore di luce) in Satana (nemico, oppositore). I suoi accoliti si chiamarono demoni o diavoli, diàballein, come divisione e separazione, in opposizione al simbolo, l’opera unificatrice del symballein: diavolo e simbolo in opposizione tra loro.
Resta l’interrogativo in sé inquietante: Come può un essere tanto saggio diventare così perverso e traditore? Cosa dovrebbe insegnare a noi mortali?Il diavolo d’oggi è una figura irrazionale in opposizione all’esasperante razionalismo della nostra società. Forse si spiega con la fuga da un mondo senza più motivazioni. E’ il trauma della nostra mente. Ci smarriamo come bambini in un buio corridoio. Viviamo la sensazione più frenetica della vita in mezzo ad una dose di spavento e di curiosità.
Shakespeare fa dire ad Amleto, nel secondo atto, quando sta istruendo gli attori chiamati a corte per inscenare l’assassinio del padre: “Lo spettro che ho veduto potrebbe essere un diavolo; e il diavolo ha il potere d’assumere gradevoli sembianze. Egli, sfruttando la mia debolezza e la mia malinconia, giacché può molto con questi stati d’animo, mi blandisce per dannarmi”. È il demonio la figura che riassume in sé molte cose, ma in effetti è l’alibi dell’uomo che ricaccia dentro di sé i pur forti segnali della morale interiore. (Riccardo Alfonso)

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La nostra morale interiore

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Spesso mi chiedo perché nell’essere umano prevale la morale, una qualsiasi etica, in luogo dell’amoralità e dell’immoralità? Perché vi possono essere due anime criminali delle quali una è pronta a minacciare e a uccidere e l’altra esita? Perché non si riesce a essere falsi, sino in fondo, mentre altri lo fanno con tanta naturalezza da far sembrare vero ciò che autentico non è? Perché si commettono atti impuri, e si è pronti per un sincero pentimento, mentre altri ridono e sghignazzano per quelle che considerano delle semplici bravate? Perché vi è chi teme di fare un passo che considera grave, ma che le circostanze possono spingerlo ai limiti del baratro e farlo pencolare nel vuoto ed altri, senza esitare, scelgono l’autodistruzione?
Tutto ciò mi fa pensare che esiste dentro di noi una morale interiore che frena i nostri impulsi atavici, le violenze, sebbene non vi riesca con tutti e in ogni circostanza.
Un’indicazione, probabilmente, l’ha data lo stesso Buddha quando afferma che dobbiamo essere buoni con tutti, anche se ci procurano del male, perché la bontà è l’unica che ripaga nel bene mentre la violenza e la cattiveria richiamano inevitabilmente altre risposte violente e cattive. Esprime, se vogliamo, una grande lezione di vita. Dobbiamo fare in modo che essa possa esserci di conforto. Deve sostenerci, imparando ad amare, attraverso i nostri punti fermi, offerti dalla famiglia e dalla civiltà che abbiamo costruito e sui principi d’uguaglianza e di giustizia sociale. Non dobbiamo dimenticare, prima di tutto, che fin dalla primissima infanzia l’essere umano è già pronto ad appropriarsi di riflessioni morali e ad affrontare conflitti etici.
Tutto ciò proviene, per lo più, dagli impulsi esterni. Ciò permette ai bambini di decidere, su ciò che è bene e ciò che è male, e a prestare molta attenzione a ciò che la società addita loro come moralmente accettabile o meno. E, come accade per la scuola, questa forma d’insegnamento non è un’esclusiva dei genitori o dei familiari in genere. Spesso i bambini associano gli insegnamenti, impartiti in famiglia e a scuola, con altri riferimenti che possono pervenire dalla televisione e da Internet. E’ un aspetto da non sottovalutare. Queste prime esperienze spesso lasciano cicatrici profonde e forme reattive imprevedibili. Esse coinvolgono, sovente, la morale interiore. La fanno entrare in conflitto permanente con l’altra faccia della coscienza e dello stesso vivere in comunità. Questo accade, a volte, quando in famiglia o con i compagni di scuola o di giochi si enfatizzano eccessivamente la ricchezza, le logiche consumistiche, i comportamenti egoistici e si mettono in ombra valori ben più improntati alla solidarietà e al rispetto del prossimo. Ecco perché è importante, per tutte le comunità del mondo che si formano con la famiglia, come substrato formativo e educativo, ricercare un equilibrio affettivo capace di trasmettere i giusti impulsi e nel dare le opportune indicazioni a chi può farne un buon uso e rappresentare per essi l’opportuno trampolino di lancio per tutti gli accadimen-ti della vita. Proprio per questo motivo si assegna alla religione un messaggio di Fede che sia anche d’esempio pratico oltre che un segnale estemporaneo. E la fede deve costituire per i giovani un viaggio interiore verso la scoperta dei valori che si conservano e che per una serie di circostanze non riescono a rilevare. Dobbiamo fare in modo che, come la fede precede il miracolo, così la nostra vita si esteriorizzi allacciando un rapporto diretto tra ciò che costituisce l’io e la nostra condotta di vita. Sulla stessa lunghezza d’onda procedono i tanti segnali che accogliamo da chi sceglie, ad esempio, la vita monastica, la rinuncia a un’esistenza d’agi e di ricchezze. (Riccardo Alfonso)

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Comprendere la politica dal punto di vista laico e religioso

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

È un discorso che io faccio in primo luogo pensando agli italiani, ma potrei estenderlo agevolmente agli altri popoli del mondo. Riprendo, a tale riguardo, un passaggio del libro scritto dal sacerdote Pio Parisi nel suo libro: “La coscienza Politica” scritto nel 1975. Le sue parole, pur meditate molti anni fa, osservando gli avvenimenti che ruotavano intorno alla Democrazia Cristiana, sembrano ora acquistare una straordinaria attualità. Il tema che mi sembra egli prediligesse, su tutti, è su cosa la fede dà alla politica. “Se la fede – egli osserva – è un’esperienza totale è chiaro che essa investe completamente la politica. La fede investe la politica dando un significato nuovo a tutte le realtà di cui la politica s’interessa, da quelle economiche alle giuridiche e culturali; un significato nuovo per l’intelligenza ma anche per il cuore, che si accosterà con nuovo slancio a queste realtà, e per l’azione. Come potrebbe l’azione politica non essere permeata e intimamente modificata dalla fede, quando la fede stessa penetra l’intelligenza e il sentimento nel momento in cui si compie l’analisi su cui si fonda l’azione politica? In tal modo non si corre il rischio di cadere nell’integrismo?
Non di certo giacché è proprio la fede la più forte garanzia contro tale andazzo. Vi è un primato che supera ogni azione umana. La fede, di conseguenza, dà alla politica la possibilità di una lettura pienamente serena e seria di quel che succede e quindi dà possibilità di un vero orientamento in mezzo alle più complesse vicende umane. La fede, soprattutto, ci illumina sul valore e sulla centralità d’ogni persona umana, sulla falsità d’ogni violenza e strumentalizzazione, da qualunque parte è operata, nei confronti del più ignorato degli uomini.” Per contro la politica da sola non genera fede, ma chi ha fede cresce in essa impegnandosi nella politica. La politica, semmai, può aiutare la fede a crescere nella conoscenza della grandezza di Dio. La politica, infatti, stimola l’attenzione a tutti e la considerazione dell’umanità come un tutto; fornisce tanti elementi per cogliere la complessità e il rapido divenire delle vicende umane: è spesso un’esperienza viva della miseria umana, materiale e morale; dà la possibilità d’individuare grandi potenzialità nei singoli e nella società. La politica può essere, infatti, un’ampia e intensa esperienza dei condizionamenti naturali e sociali, quelli del tempo, del peccato, della morte. Per chi non ha fede la politica può essere una via per raggiungerla. Facendo sinceramente politica ci si affeziona sempre più all’uomo e desiderare per lui una salvezza che sia di là di quella che l’uomo da solo può trovare; ci si affeziona all’amore e se ne cerca una sorgente inesauribile: ci si affeziona all’efficacia e si ricerca il divino. A questo punto noi comprendiamo, sino in fondo, la ragione che a cavallo tra il XIX e il XX secolo ci ha portato alla vocazione politica di un Gioberti e di uno Sturzo e di altri. Occorre, altresì, essere molto chiari con se stessi e con gli altri: se ci s’impegna insieme, in conformità a scelte di valori culturali e morali, bisogna rinunciare a servirsi di questa convergenza per operazioni di potere. Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda. È il momento che la coscienza civile e religiosa degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. Ed è un atto d’egoismo procedere uniti nella fede e separati in politica di là del ragionevole e del comprensibile. Dopo di tutto ci appare un non senso identificare due distinte anime tra chi opera in conformità al suo Credo e chi lo mette da parte, sia pure diligentemente, per lasciare il posto al significato laico della politica. (Riccardo Alfonso)

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I miracoli nella nostra natura spirituale

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

I miracoli sono rappresentazioni forti ed anche traumatiche che non devono farci ignorare quelli più profondi, di natura spirituale. A ben considerare devo osservare che i miracoli visibili, palesi, vale a dire in avvenimenti materiali, sebbene siano evidenti, sono in realtà meno potenti, anche se colpiscono di più l’attenzione. Questa è, semmai, un’altra lezione che dobbiamo meglio assimilare. In effetti, è l’invisibile, la vera forza e non ciò che può influire sui nostri sensi dall’esterno. È proprio nella nostra capacità di saper leggere dentro di noi che possiamo ritrovare l’equilibrio smarrito. Sono le vere parole che vanno al cuore e che hanno il potere di convertire. Ci manca, in altri termini, la consapevolezza che è la verità interiore che va disvelata e soprattutto nel nostro modo di saper cogliere i frutti di conversione che porta dentro di sé e che ci consentono di riconciliarci con noi stessi e nei rapporti con gli altri. Il resto può essere una semplice suggestione. È il frutto di quella voglia dell’essere umano d’affrettare i tempi della rivelazione attraverso l’immaginario collettivo. È una sorta di panacea, ai nostri tanti mali, se continuiamo a vedere e a giudicare con gli occhi di chi vede di fuori e non al di dentro. Alla fine, i miracoli, che di tanto in tanto si propongono alla nostra attenzione, diventano il frutto delle paure ataviche. Forse è più arduo pensare che la vera Fede non si appaga con le esteriorità. Essa nasce al nostro interno e ritorna al luogo di partenza. Noi diventiamo dei semplici tramiti e vi sono, in queste pieghe, dei nostri simili che più degli altri sono capaci d’interpretare tali messaggi e vederli materializzati davanti ai loro occhi.
Sono considerati dei santi o dei santi uomini e donne. Sono esempi di una virtù che è in tutti noi ma che loro hanno saputo riconoscere ed esteriorizzare mentre al loro cospetto noi mostriamo il volto della nostra mondanità, della caducità e della pochezza spirituale. Abbiamo sempre più bisogno del loro esempio e del loro sacrificio per ritrovare l’antica strada e per percorrerla con serenità. Talvolta anche quest’opportunità è da noi sacrificata irrimediabilmente. Ciò ci insegna la difficoltà di un cammino che ci interiorizza e ci fa riconoscere il più vetusto e il più nobile ed anche il più salvifico dei nostri beni: la morale interiore. Forse non è tutto sbagliato pensare che il nostro sforzo di perfezione troverà un premio nel godere in eterno le gioie del Paradiso. Per gli altri continuerà il dialogo su spettri, demoni e streghe. (Riccardo Alfonso)

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Quanto la politica perde il contatto con la realtà

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Non è stata in grado di riconoscere per tempo le crisi del sistema per coglierne il significato. Non è riuscita a capire, di fronte ai crolli delle istituzioni e alle sofferenze umane, che gli uomini dell’apparato avrebbero dovuto trovare il modo migliore di comportarsi. È stato il momento in cui non si è stato in grado d’emergere dal pantano delle crisi istituzionali, civili, economiche e sociali per una più appropriata ricerca dei modelli culturali e dei costumi, del linguaggio, della trasmissione dei valori, dei rapporti tra generazioni.
È mancata la coscienza politica. Quella stessa coscienza che sembra vagare solitaria e sconsolata e capace di rendere viva solo una diaspora.
E’ il momento che la coscienza civile degli italiani riconosca i valori di sempre e s’identifichi con essi. È il momento che questi valori siano restituiti al nostro patrimonio comune. In questo patrimonio comune si collocano quei movimenti politici vecchi e nuovi. Ecco perché oggi guardiamo con simpatia quei pionieri che hanno l’ardire di riportarla alla comune memoria, a risvegliare l’interesse dei giovani e di chi ha la memoria corta per fatalità genetica o per ipocrite chiusure. Agli altri che, si richiamano ai suoi valori, ma non hanno osato assegnarne il nome che li riallacci a un passato, occorra dire che può essere vergogna d’uomini ma non d’idee e di valori se questi attributi affondano le loro radici nella nostra coscienza positiva nella singola persona, nella comunità e nella società. Questa nostra coscienza politica va acquistata quotidianamente nella misura dell’impegno a osservare, a riflettere, a realizzare la sintesi fra diverse tendenze separate e contrapposte, ad aprire il proprio animo, agli altri e agli eventi, a convertire la propria vita, liberandosi, per quanto è possibile, dall’egoismo. (Riccardo Alfonso)

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Sistema politico e cultura politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Sono due facce dello stesso problema ma soprattutto dobbiamo capire cosa intendono esprimere e realizzare. Al cospetto di un popolo che detiene una solida cultura politica è agevole supporre che possa derivarne un sistema politico conseguente. Ma questa, purtroppo, sarebbe una situazione ideale che ha ben miseri riscontri nella fattispecie pratica. Mi chiedo, di conseguenza, come si fa a realizzare un “cultura politica” di popolo tale da determinare un sistema politico volto all’evoluzione della vita politica, contemperando le esigenze fondamentali della società con un apparato di incentivi e disincentivi per favorire o ostacolare certe dinamiche economiche e sociali, se non si ha la ferma convinzione che la politica è mediazione per rendere conciliabili, e di conseguenza condivisibili, i bisogni degli uni e i lucrosi profitti degli altri.
Questa ragione va ricercata nei valori che riusciamo a produrre ma innanzitutto al modo come renderli riconoscibili e accettabili nel sentire popolare e che è anche il frutto di una istruzione mirata a tali finalità.
Non ci aiuta di certo il nostro attuale modulo di vita nella logica consumistica, nello sfruttamento selvaggio delle risorse, nei facili arricchimenti, nell’informazione asservita agli interessi di parte e nello smantellamento sistematico dei valori portanti delle istituzioni che ci amministrano e ci governano.
Non ci aiuta in primis la nostra difficoltà ad essere al passo dei tempi che si stanno velocizzando tanto da richiedere risposte più celeri ai nostri bisogni quotidiani dalla circolazione all’istruzione, dal lavoro alla pensione e via con questo procedere.
Ecco perché diventa indispensabile che la politica si appropri del suo significato originale come una guida capace di rispondere celermente alle istanze di una società in continua evoluzione culturale e tecnologica. (Riccardo Alfonso)

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La politica nelle istituzioni e tra la gente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Nel momento in cui una comune iniziativa culturale o morale è concepita come alleanza di potere, essa è isterilita, distorta e negata. Ci si può aiutare a servire e ci si può aiutare ad asservire; ma i due modi si escludono a vicenda.
C’è una politica che punta sul potere, per affermare dei valori: è illusoria.
C’è una politica che punta sui valori, per conquistare il potere: è farisaica.
C’è una politica che punta sui valori per farli crescere: Questa politica è valida e se è fatta da persone mature, non c’è pericolo che dimentichi di fare i conti con la realtà “potere”.
Gli italiani, e non solo nel mondo, hanno avvertito, e l’antipolitica ha fatto il resto, le forti contraddizioni tra l’essere e l’agire politico di chi è stato eletto dal popolo in termini fiduciari e chi li ha traditi ingannandoli per le sue miserie umane. L’errore, nell’immaginario popolare, è stato quello di aver associata l’istituzione con chi è stato demandato a guidarla demonizzandoli entrambi.
La verità è che siamo al cospetto di una società divenuta sempre più complessa e frammentata dove a fronte di un suo cambiamento radicale i partiti di massa o quelli creati ex-novo ma con lo sguardo rivolto al passato, non sono riusciti a cogliere il nuovo e il diverso che si prospettava.
Oggi, pur con tutte le nostre contraddizioni si avverte forte nell’opinione pubblica una forma di governo statale in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale, chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti. C’è chi a fronte di questa richiesta pensa all’uomo “forte” capace di decidere da solo e d’imporre la sua volontà, ammaliato dall’idea del bene comune, e affrancandosi dai mediatori del consenso popolare in auge nelle democrazie compiute. C’è chi cerca un consenso tra i cosiddetti poteri forti cedendo ai loro interessi partigiani per reggere le sorti di un Paese, ma tradendo la volontà popolare con la logica delle promesse e favorito da una “informazione ingannevole”.
A questo punto mi chiedo se allo stato attuale e con i tanti nodi critici che vengono al pettine possiamo ancora far emergere la responsabilità politica in un sistema così compromesso e quindi riportare la democrazia nel suo alveo naturale facendola funzionare a dovere. È senza dubbio un’impresa ardua ma che potremmo affrontare solo se ci convinciamo che sta proprio alla capacità del popolo di determinare ex ante gli indirizzi politici e sulla possibilità di rimuovere i governanti senza spargimento di sangue in seguito a un giudizio negativo in ordine al loro operato, ma non correndo il rischio di cadere dalla padella nella brace. (Riccardo Alfonso da “Studi politici” della Fidest)

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