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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Rifacciamo lo stato sociale e i rapporti generazionali riguardo il lavoro, lo studio, il riposo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

opportunita-lavoroIl progetto dei centri Fidest messo a punto già diversi anni fa e che aveva incontrato il parere favorevole degli organi tecnici ma non politico per motivi, si fece notare, di opportunità, parte da due premesse note. La prima deriva dal fatto che la vita si è allungata e nel suo ambito è mutato l’impatto generazionale. Lo abbiamo evidenziato con un esempio richiamando la figura del triangolo isoscele: I suoi tre angoli a 60 gradi li abbiamo rappresentati con l’età dell’essere umano considerando i primi 60 nella fascia “giovani” non ancora impegnati nel lavoro, i secondi appartenenti al mondo del lavoro e i terzi tra i pensionati. Da ciò abbiamo rilevato che si è passati a un triangolo dove i primi 60 gradi si sono accorciati in concomitanza con la tendenza dei giovani a diventare “adulti” prima del tempo mentre la terza fascia si è allargata in quanto si ha la propensione a “far invecchiare” precocemente i lavoratori tanto che proprio in questi ultimi anni si acuisce il disagio, per chi ha perso un lavoro e ha superato i 50 anni, nel trovarne un altro. Ne deriva un disequilibrio che ci ha portati a una successiva riflessione. Per stabilire un nuovo rapporto generazionale non basta ricorrere agli ammortizzatori sociali come lo sono stati la leva obbligatoria, i fuori corso universitari e per finire i “processi lavorativi dilatati ad arte” che hanno ampliato surrettiziamente le opportunità lavorative sia nel pubblico sia nel privato e ancora le baby pensioni a partire dai 14 anni sei mesi e un giorno e alle pensioni di anzianità. Se vogliamo mantenere in piedi il welfare e riconoscere il ruolo sociale nella gestione della vita associativa dobbiamo prevedere un diverso impatto nel rapporto individuo-società-lavoro-riposo. Abbiamo cominciato a pensare dove ci avrebbe portato cancellare la parola “pensione” o “barriera lavorativa” per i giovanissimi (diciamo dai 14 anni in poi). Significa, a nostro avviso, riempire tali spazi di contenuti diversi per renderli compatibili tra loro. Si parte quindi dalla considerazione che l’offerta di lavoro non può più essere indicata riguardo le qualifiche professionali come solo punto di riferimento ma vi deve aggiungere la componente anagrafica. Anche in questo caso abbiamo fatto un esempio prendendo a modello un giocatore di calcio professionista. Possiamo dire che a 34-36 anni nolente o volente è costretto ad attaccare gli scarpini al chiodo. Da quel momento può sentirsi “pensionato?”. No, di certo. Si cercherà un altro lavoro. Da qui l’idea che i lavori possono essere offerti per fasce di età e che ciascuno di noi debba mettere in conto un aggiornamento professionale continuo che gli permetta sia di migliorare il suo trend professionale in corso sia per individuare nuove forme lavorative più indicate per la sua età. In questo modo lo scenario che abbiamo prefigurato è quello di una continuità lavorativa ma con attività diverse e in precedenza programmate anche in base alla domanda/offerta del mercato del lavoro. Da qui abbiamo anche considerato un aspetto previdenziale di diverso impatto pensando a forme “assicurative” che consentano una rendita sia pur minima allo scadere del decimo anno di contributi e che si può rinnovare per altri dieci e così via per costituire una base di reddito, sia pure minimo, che possa coprire le emergenze lavorative a causa di un breve periodo di disoccupazione, per malattia, ecc. Tali contributi, ovviamente, prevedono una fascia di obbligatorietà ma che possono essere accresciuti su base volontaristica. Abbiamo a questo punto scavalcato il “fine rapporto di lavoro” e offerta la possibilità a tutti di costruirsi il suo presente e il suo futuro lavorativo in conformità a situazioni d’impiego diverso ma sempre più aderenti alle proprie capacità fisiche oltre che professionali. D’altre parte vi sono diversi impieghi “sedentari” sia nel pubblico sia nel privato che possono essere svolti agevolmente dagli anziani anche in part-time ma che avendo alle spalle una rendita (non più pensione) possono gestire tale lavoro con una migliore disponibilità e minori pretese. In questo ambito abbiamo pensato a taluni impieghi “temporanei” che possono essere richiesti, ad esempio, per sanare i contenziosi processuali e amministrativi che di norma richiedono periodi molto lunghi e che riusciamo a tollerare sempre meno. Basta pensare, ad esempio, alla triplicazione dei giudici di pace o a un pool di magistrati per le cause pendenti o nei pronto soccorsi degli ospedali per le visite ai codici bianchi e gialli. Qualcuno potrà osservare che è anche questione di “costi” ma potremmo obiettare che per una causa civile o penale che si protrae per 8 dieci anni il suo costo è di gran lunga superiore a quello di un processo in grado di definirsi in 2-3 anni. D’altra parte l’Italia è fortemente carente di strutture capaci di esercitare controlli continui e regolari sia per la circolazione stradale sia per altre peculiari funzioni (controllo del territorio, ad esempio per l’ordine pubblico, la lotta alla criminalità di quartiere, alle inadempienze amministrative, ecc.) e la possibilità d’avere delle risorse sul campo in funzione di “osservatori” presenta dei ritorni interessanti per un migliore utilizzo degli interventi e una più efficace presenza delle forze di polizia che possono essere chiamate e intervenire con efficacia e tempestività e su obiettivi e luoghi precisi. Da qui l’effetto domino per molti altri aspetti esistenziali. (Riccardo Alfonso)

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Mussolini l’uomo della provvidenza

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

HD-SN-99-02405Lo show mediatico in uno stabilimento balneare del Nord Italia di un nostalgico del fascismo ha riaperto per qualche settimana il dibattito su ciò che è stato il periodo della dittatura in Italia. Mussolini è stato per 20 anni osannato. Per 20 anni il prezzo pagato dai suoi oppositori è stato, nella migliore delle ipotesi, il confino per non parlare del delitto Matteotti e delle leggi antirazziali. Oggi a distanza di tanti anni si cerca di capire se la sua dittatura sia stata del tutto negativa o se ha prodotto qualcosa di buono. C’è chi in questi giorni ha espresso dei giudizi positivi sul periodo fascista e sul suo leader. Probabilmente in buona fede e pensa in questo modo di sentirsi al di sopra le parti e di saper giudicare con “obiettività” facendo da calmieratore dei vari giudizi storici che nel frattempo sono stati espressi in Italia e all’estero ritenendoli ora troppo severi e ora troppo blandi. A questo punto non dobbiamo dimenticare che Mussolini è il risultato di una classe politica litigiosa e diffidente che non riusciva a governare e che era incline a favorire poteri forti rappresentati dal mondo imprenditoriale, dagli ambienti militari e dalla borghesia uscita dalla guerra con le ossa rotte e beffeggiata nelle piazze dai comunisti e dagli anarchici. I nostri padri erano sotto il tiro di due “rivoluzioni” quella bolscevica e quella dei sostenitori di un governo autoritario del Paese. Vinsero questi ultimi, ma non si poteva governare senza mandare alle ortiche ogni idea di libertà, di giustizia, di democrazia. Sarebbe stato un contro senso per una dittatura. Lo stesso accadde in Russia, in

shoah-iSpagna con Franco e in Germania con Hitler. Ma non è tanto il discorso sul passato che oggi può preoccuparci quanto le possibili analogie che possono essere elaborate come se la storia potesse ripetersi pedissequamente. Oggi i partiti in Italia continuano a litigare e a dividersi e c’è anche chi pensa che la “formula mussoliniana” potrebbe essere riesumata per meglio governare e mettere tutti in riga anche se non proprio con il “passo fascista”. Per queste stesse persone i tempi sono maturi se si prende atto dell’insofferenza degli italiani per i politici, per le decisioni che si rinviano di continuo, per le lungaggini degli iter parlamentari, per la corruzione, per l’ordine pubblico compromesso, per le tante cose che non funzionano e che non si correggono per via dei numerosi veti incrociati di ordine clientelare, lobbistico, affaristico, ecc. Ancora una volta la risposta democratica è quella di sempre: mettere da parte le rivalità personali e mettersi intorno a un tavolo per costruire una società nei valori e nella giustizia nei contenuti e non solo a parole. Ogni altro avventurismo diventerebbe il rimedio peggiore allo sfascio esistente. (Riccardo Alfonso centro studi politici e sociali della Fidest)

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Cinquant’anni di giornalismo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

logo-fidest-jpgHo incominciato a scrivere, molti anni fa, per le testate di provincia rincorrendo i girini nelle strapaesane. Ho cercato di trasmettere nei lettori le emozioni di quanti seguivano lo sforzo agonistico dei corridori e li incoraggiavano ora urlando ora gesticolando. Sono poi passato alla cronaca bianca e mi sono un po’ annoiato dovendo seguire il rigido rituale della citazione delle autorità presenti che riuscivano, in taluni casi, a mettere in ombra lo stesso evento o a subire l’onta delle “veline” che l’uomo di fiducia del personaggio politico di riguardo passava regolarmente ai colleghi giornalisti e che il mio direttore riprendeva per oro colato. Oggi, a distanza di mezzo secolo, qualcosa è cambiato, ovviamente, ma mi sorge un dubbio: lo è in bene o in male? Penso, ad esempio, all’effetto che provocava un mio scritto critico nei confronti dei servizi postali locali. Nel giro di qualche giorno piombava da Roma un solerte ispettore postale e la sua presenza riusciva in qualche modo a mettere una toppa alle disfunzioni segnalate. Avevo l’impressione di esercitare un potere di critica e di ascolto molto influenti, ma anche di saper entrare in sintonia con i lettori del mio giornale e che il giornale diventava un tutt’uno con le realtà locali fatte di piccole ma importanti cose. Oggi la critica garbata ma puntuale e documentata ha perso il suo mordente. Occorre urlare, inseguire il fattaccio, scavare i retroscena, generare sospetti, inoculare veleni, per avere la possibilità che il lettore sempre più distratto vada oltre il titolo di testa. E’ mutato, quindi, non solo il modo di rappresentare un evento ma anche gli stimoli alla lettura di chi compra un giornale. Oggi tutti possono scrivere, avere un portale su internet e improvvisarsi scrittori, diffondere le proprie idee, confrontarle con gli altri, ecc. E’ probabilmente un bene che ciò accada eppure vi avverto un’insidia. Si scrive spesso sotto l’effetto di una emozione passeggera, si usa un fraseggio che spesso è solo della volgarità a buon mercato, si esprimono giudizi avventati e non si cerca di documentarsi. Tutto questo dovrebbe fare la differenza tra il buon giornalismo e i suoi avventurieri ma la distinzione non è netta come si dovrebbe e a concorrervi vi è lo stesso lettore che tende a perdere il suo spirito critico, a valutare con superficialità logo fidest ooktaluni scritti e a considerare quanto si afferma sulla carta stampata o in video o in audio come un semplice e temporaneo stimolo per esternare i propri convincimenti. Tanto che non è infrequente la circostanza che mi trovo a conversare con persone che esprimono apprezzamenti per taluni giudizi critici espressi da noti giornalisti ma solo perché non li hanno capiti giungendo, quindi, a conclusioni opposte. Talvolta mi imbatto con qualcuno che vuole fondare un nuovo giornale e si parla, ovviamente, di costi e di ricavi pubblicitari. Se passiamo, a un certo punto, al lavoro giornalistico e agli oneri che ne derivano per mettere in piedi una redazione e avere dei corrispondenti locali, il dialogo si interrompe. L’unico costo che questi miei interlocutori riconoscono in ambito giornalistico è la figura del direttore responsabile e solo perché la legge lo impone. A questo punto mi soffermo solo a quanto mi è stato detto all’inizio della mia avventura nel mondo dei giornali e che era di incoraggiamento e di stimolo per migliorare il mio stile e il mio rapporto pubblicistico e quanto ebbe ad affermare anni fa Montanelli a un giovane che gli esternava il desiderio di fare il giornalista: “cambia mestiere”. Possibile che tutti noi coralmente non ravvisiamo la differenza che fa la buona lettura da quella cattiva? Da ciò che ci arricchisce e da ciò che ci impoverisce? (Riccardo Alfonso direttore centri studi politici e sociali della Fidest)

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Il grande attore e il guitto

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

totòSe seguo la recitazione, in uno spettacolo teatrale o in un film, di un celebrato attore, e ne ammiro le sue capacità interpretative nel personaggio nel quale si immerge, e la confronto con una analoga sequenza assolta da un guitto che si cimenta nella stessa parte, noto non solo la differenza ma mi rendo consapevole di cosa significa essere un indiscusso maestro. Lo stesso mi accade di osservare in altri ambiti della vita dove, anche nelle professioni più discusse e senz’altro meno onorevoli come quella del ladro e del truffatore, vi è chi vi lascia l’impronta dell’artista e chi si rende decisamente sgradevole. Un rapporto che si tende a misurare anche in politica e fa la distinzione tra chi si dedica in questo genere di attività e la trasforma in arte e chi ne fa scempio. Resta, ovviamente, un margine di giudizio personale che può, far oscillare il pendolo dell’ammirazione in un senso in luogo di un altro, ma è ben poca cosa. Se limito questa mia osservazione ai politici italiani dagli anni del dopoguerra ad oggi noto che la mia ammirazione non sta tanto nelle cose che hanno detto ma il come le hanno dette. La loro è stata la ricerca quasi maniacale d’entrare in sintonia con le folle che li contornavano o nel rapporto con i delegati in un’assise congressuale. Questo genere di apprezzamento, per quanto mi riguarda, non si è tradotto, come si può pensare, in atti concreti nel senso che ho potuto ammirare la loro “recitazione” ma non fino al punto di farne il mio candidato in una competizione elettorale. Se vogliamo è lo stesso atteggiamento che assumiamo nel giudicare un film nel suo insieme. Possiamo affermare che è uno spettacolo fastidioso ma la recitazione del protagonista era sublime e ha persino reso tollerante la sua criticabile trama. Così mi sono trovato nella mia vita ad ammirare contemporaneamente il socialista Nenni e l’ex-fascista Almirante e a seguire con grande attenzione le arguzie di un Fanfani e quelle di Andreotti. Oggi, invece, mi resta solo un grande vuoto. La politica è passata ai guitti. Discreti interpreti ma non eccellenti. E questo calo qualitativo sembra aver trovato in politica una certa corrispondenza nel rapporto con la gente che mostra d’essere più distratta, meno attratta dalla politica del saper fare e della saggia amministrazione e più incline al proprio tornaconto che fa della stessa politica una merce di scambio per interessi personali. E’, probabilmente, un segno dei tempi e del nostro decadimento culturale e delle logiche di una civiltà che ha posto più l’accento su valori caduchi e venali e che ci hanno fatto perdere, alla lunga, il vero significato del vivere e del saper vivere con aspetti che sappiano toccare la nostra sensibilità spirituale e non quella materiale. Perché alla fine non ci rendiamo conto che andrebbe molto meglio una passeggiata riflessiva in luogo di una corsa sfrenata? (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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Razzismo politico e malessere sociale

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

carcereLe recenti violenze che vanno ad aggiungersi a quelle antecedenti mostrano il segno di una incapacità totale da parte della politica di leggere il malessere da tempo emerso e che non trova via di sbocco se non facciamo quello che avremmo dovuto fare da tempo. Mi riferisco soprattutto al riordino della filiera giustizia. Il problema sta, infatti, tutto qui. Non sono le leggi che mancano manca semmai la volontà di permettere che esse diventino operanti in tempo reale. Da quanti anni battiamo lo stesso tasto? Sentenze che per passare in giudicato, in via definitiva, impiegano anche, se non oltre dieci anni dal fatto. Carceri sovraffollate e non si trova altra soluzione che passare ai condoni o alle amnistie. La ricaduta, a questo punto, nel tessuto sociale e nell’ordine pubblico con le vaste periferie delle grandi città abbandonate a se stesse, è inevitabile. E si grida al razzismo. In effetti è razzismo ma non quello espresso dai cittadini inermi ma dai politici che hanno permesso che si arrivi a tanto. Ora si dà la colpa a un magistrato che per decorrenza dei termini ha messo in libertà un delinquente. Dobbiamo stupircene? Dobbiamo gridare allo scandalo? Di certo no. Lo scandalo e lo stupore lo riscontro nell’ipocrisia dei politici che mostrano di meravigliarsi mentre non hanno fatto nulla per accelerare gli iter processuali, per avere più edifici penitenziari, per evitare il degrado ambientale, per evitare che la sicurezza dei cittadini sia solo un optional o un motivo di propaganda politica. Questa è la politica che semina vento e raccoglie tempesta. E’ la politica estranea ai cittadini, alla nostra cultura, è la barbarie della politica e dei loro esegeti (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La storia e l’uovo di Colombo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

berlinoCi sono fatti che noi accettiamo per quelli che sono e circostanze che ci fanno riflettere se andiamo ad analizzarle, talvolta con il senno di poi. E così meditando ci rendiamo conto che il concetto di verità diventa in molti casi relativo. La non politica dei politici. Spero di non fare semplicemente il verso a quanti hanno scritto sull’argomento andando ad analizzare il voto politico e amministrativo degli Italiani dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale ad oggi. E’, ovviamente, un lungo discorso ma che intendo riprendere solo per sommi capi e riferendomi ai fatti più recenti lasciando la dietrologia agli storici. Sappiamo bene che a livello mondiale due sono stati gli eventi più significativi che hanno rivoluzionato il concetto stesso di fare politica: il 1989 con la caduta del muro di Berlino e l’11 settembre del 2001 con la “tragedia americana” del terrorismo di matrice araba. In Italia, più modestamente, abbiamo avuto l’exploit della magistratura con il fenomeno delle così dette “mani pulite” che ha fatto un solo falò di partiti pur gloriosi ma diventati impuri dalla corruzione. Sono usciti, sia pure ridimensionati, da queste “forche caudine”, solo i partiti di sinistra anche se il colpo di maglio l’hanno avuto, subito dopo, in seguito al crollo dell’Urss. Nel 1993 gli italiani hanno scoperto di trovarsi senza un partito di “centro”. E’ stato allora che con una vigorosa azione mediatica l’uomo che di queste cose era un maestro seppe mettere in piedi, in poco tempo, un partito, imporlo alla politica e vincere le elezioni. Chi era costui? Era un ex per molte cose ma non della politica che amministrava, come si soleva a quel tempo, per interposta persona. Ma con la caduta del suo “idolo” e in mancanza di un sostituto degno di questo nome pensò bene di scendere personalmente nell’agone politico. Era sin d’allora simpatico alle folle e accattivante e dalla sua un’altra dote di sicuro successo: la proprietà di ben tre reti televisive, quella di alcune testate giornalistiche e tanti soldi da mettere sul piatto. Per sua natura non poteva reggere alla pari di uomini politici di carriera ma il suo successo, negli anni che seguirono, fu dettato dalla debolezza degli avversari e dalla loro divisione (divide et impera di antica memoria). Le elezioni politiche del 2006 con la sconfitta elettorale, sia pure di misura, aveva messo praticamente alle corde quest’uomo venuto dal mondo delle immagini e poteva chiudere un capitolo della cronaca politica italiana se i vincitori avessero avuto il buon senso di ricercare non il successo fine a se stesso ma a consolidarlo con una forte leadership e un programma di governo che sapesse fare delle scelte coraggiose di politica sociale, di difesa delle fasce più deboli e di riforme dalla giustizia alla scuola. In difetto avrebbe dovuto subito riproporsi al voto e senza tentennamenti dell’ultima ora. Ciò non è stato proprio perché i nostri politici possono avere molti meriti personali ma manca loro una dote essenziale: non hanno idea di cosa significa fare politica intesa nell’interesse generale. Ora sta subentrando un’altra insidia che spinge questi non-politici a considerare il voto popolare un “incidente di percorso” e che va esorcizzato con l’abilità dell’esorcista. Occorre in pratica abbassare la partecipazione al voto degli italiani. Italiani sfiduciati, italiani che si sentono in trappola da governi che possono cambiare colore ma la sostanza è la stessa, governi che in pratica non governano per il bene comune ma che vivacchiano e sopravvivono a forza di slogan, di promesse e anche di velate minacce. E l’italiano elettore risponde coerentemente non andando a votare o a votare ma lascia in bianco o con improperi la scheda. Non solo. Continua a dividersi immaginando partiti nuovi o nuovi solo nelle sigle ma riciclati dal passato. Se dopo tutto il detto cerco di leggere il futuro mi rendo conto che non sarà cosa facile gestirlo con quanto abbiamo per le mani. Forse il mal sottile che ci corrode è quello del nostro spirito gregario che è suddito della nostra vocazione ad avere un capo e a genuflettersi ai suoi piedi. Non esce dalla nostra logica il primus inter pares e il convincimento che esiste una stragrande maggioranza che non ha voce e una ristretta minoranza che voce ne ha fin troppo e la fa sentire ai quattro venti assordandoci e facendoci perdere il senso dell’equilibrio. Se non usciamo da questa “prigione” ideologica e culturale e cerchiamo di far valere la ragione dei più all’interesse dei pochi resteremo per sempre dei servus servorum Dei per buona pace di potenti e la disperazione dei benpensanti. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici ed economici della Fidest)

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A proposito del Pd e di Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

Prodi Berlusconi

Il tutto, a mio avviso, è incominciato dal vuoto politico che è derivato negli anni novanta con l’operazione “mani pulite”. Gli italiani che si riconoscevano nell’area di centro dello schieramento politico avevano bisogno di un nuovo partito e di un nuovo leader. Berlusconi colse al volo questa “attesa” e la trasformò in realtà e non si fece scrupolo di allearsi con la destra di Fini e la Lega di Bossi pur di raccogliere il massimo dei consensi possibili in chiave elettorale. Così mentre il centro destra tentava l’esperienza di coalizzarsi dall’altra parte si continuava a litigare e a dividersi. I maggiorenti dell’area di centro-sinistra alla fine compresero che la sola strategia che restava loro, per vincere il confronto, era quella di contrapporre a Berlusconi un altro leader di pari se non superiore “prestigio” e si pensò in primis a Prodi per il semplice fatto che poteva incarnare l’ex anima democristiana e non avrebbe dispiaciuto del tutto la sinistra. Ma la ricetta “salvifica” non funzionò del tutto. Prodi non aveva lo stesso carisma di Berlusconi. Prodi non aveva alle spalle un partito coeso. Prodi non poteva sbandierare un programma elettorale e di legislatura senza compromessi umilianti per una parte o per l’altra del suo schieramento composito. Qualcuno, a questo punto, si chiese: perché non proviamo a cambiare fantino? Lo si fece ma fu un fallimento. Allora si pensò che l’unica strada fosse quella di spezzare gli antichi steccati e avvicinare solo le due “anime” politiche più consistenti e con un forte collante ideologico che reggevano lo schieramento di centro-sinistra: la Margherita e il partito che allora era di Fassino. Oggi ci rendiamo conto che è stata un’operazione sbagliata non tanto perché si mettevano insieme due partiti ideologicamente diversi ma perché a guidarli non vi era l’uomo dal grande carisma. Non vi era il giusto sostegno dei maggiorenti dei due ex-schieramenti in quanto erano solo interessati a manovre di potere. Vi era solo e vi è la frenesia di dimostrare che si seguono le regole democratiche per le elezioni della dirigenza del partito. Non solo. Si sta creando nell’immaginario collettivo degli elettori la convinzione che le opposizioni sanno essere coerenti con se stesse solo se litigano e si dividono. Così abbiamo, bene o male, un centro destra con una leadership che sa essere ancora una forza aggregante, un centro sinistra litigioso e con un Renzi che coltiva il culto del divide et impera diventando, elettoralmente parlando, sempre più piccolo e antipatico, e con un astro nascente costituito da 5 stelle. Per questi ultimi a dar loro una mano è il fallimento del centro-sinistra proposto da Renzi. Ha forse fatto qualcosa per i precari, per la scuola, per la giustizia? Ha solo tolto i soldi alla povera gente. Lo fa anche il centro destra, ovviamente, ma questo è il suo mestiere ma non è quello degli altri, beninteso. Vogliamo una ricetta per il futuro? Incominciamo ad essere uniti e a capire una cosa semplicissima: oggi esistono solo due partiti. Sono quelli che hanno e quelli che sono e il più modellato per rappresentare la parte più debole del Paese ma che costituisce anche la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è il Movimento cinque stelle. (Riccardo Alfonso direttore dei centri studi politici e sociali della Fidest)

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La sinistra italiana: una riflessione che viene dal passato

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

carraAnni fa Eduardo Aldo Carra ha scritto un libro titolato: “Ho perso la sinistra. Le ragioni del declino e le proposte per reinventarla” con la prefazione di Aldo Tortorella (Collana Materiali, Prezzo 8,00 euro, Pagine 144). Allora, nel 2008, si annotava non solo la scomparsa della Sinistra Arcobaleno, ma di tutta la sinistra italiana. E a questo riguardo Carra scriveva: “Nel sistema bipolare si conta se si governa o se si ha il peso per condizionare il governo. Le forze di centro sinistra oggi non sono maggioritarie. E allora o si fanno alleanze larghe o si conquistano nuovi consensi. Nelle ultime elezioni non si sono fatte alleanze e si sono persi consensi. Da qui la gravità della sconfitta. Ma questa crisi in realtà nasce da lontano, e investe soprattutto il rapporto con il mondo del lavoro e con i giovani”. La tesi dell’autore è che gli elettori di sinistra non si siano spostati a destra, ma abbiano dato vita al secondo partito della sinistra: il partito dell’astensione. I voti sono, quindi, ancora recuperabili, ma solo con una profonda ricostruzione di strategie e comportamenti. È necessario, quindi, che la sinistra si faccia promotrice di uno stile di vita alternativo e di un nuovo modello di sviluppo economico e sociale. Questa ricostruzione della sinistra, nel mondo multipolare che scaturirà dalla crisi che sta investendo l’intero pianeta, deve assumere una dimensione europea sia per non rischiare l’emarginazione sul piano economico, sia per riproporre i valori sociali che hanno caratterizzato le esperienze socialiste europee avviando una nuova stagione di diritti del lavoro e di cittadinanza. Ora mi chiedo cosa è cambiato a distanza di nove anni? Poco o nulla, purtroppo, nella famiglia litigiosa del centro-sinistra. La nota più significativa è stata, semmai, quella di aver aperto una porta, non uno spiraglio, a una nuova idea di politica incarnata nella fattispecie dal Movimento 5 stelle. E questo, forse senza che la sinistra ne avesse piena consapevolezza, ha sancito la fine del centro sinistra e non solo come forza di governo e a metterci la pietra tombale è stata e continua ad essere la leadership di Matteo Renzi, l’uomo che divide e non unisce. Ma c’è anche una grossa novità nella politica italiana ed è costituita dal fatto che non esistono più, se non con numeri risibili elettoralmente parlando, i partiti nati e cresciuti intorno a una identità ideologica. Oggi sta nascendo nell’opinione pubblica, e non solo italiana, una nuova certezza che il mondo si sta sempre più caratterizzando tra chi ha e chi è e il chi ha, pur rappresentando una ristretta minoranza, ha saldamente in mano le leve del potere e le esercita per emarginare il chi è rappresentato da quel popolo che per la loro condizione economica è posto ai margini della società. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici e sociali della Fidest)

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Una disconnessione mentale e emozionale

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

clocardSi violentano le donne, si umiliano, si offendono nella carne e nello spirito, poi si gettano via. Si bruciano vivi i barboni con una risata sgarbata, tutta l’indifferenza nei riguardi della dignità umana, un menefreghismo costruito a misura, verso quanti deboli e indifesi possono essere usati come divertimento contro la noia. Donne clochard e persino neonati, scagliati in faccia alle coscienze, sempre pronte a trovare un capro espiatorio, sempre quello, sempre uguale, sempre meno attendibile: siamo circondati dagli stranieri, oramai siamo in preda al panico, ridotti al filo spinato delle parole lanciate a grappolo, dei colpi di pistola sparati nel mucchio. Come se tutti i guai fossero riconducibili ai comunitari indesiderati, certamente un fenomeno da riconsiderare nei numeri, nella qualità dei ruoli, ma altrettanto sicuramente non responsabili dei mali della nostra società. La mattina osservo gli adolescenti fermi alle stazioni dei pullman, nei pressi delle scuole, sono bestemmie e pugni sul muso, spintoni e occhiatacce, gruppi che si fronteggiano, muscoli e odio che sale nei riguardi dei più deboli, per quanti non hanno, non posseggono, non potranno avere. Nella famiglia, il microcosmo che costituisce-costitutivamente il macrocosmo collettività, anche lì vedo calci e prepotenza, come se improvvisamente nelle nostre vene scorresse un liquido inquinato e inquinante, la peggiore espressione della nostra disumanità. Primo levi ci ha lasciato in eredità che occorre credere nella ragione e nella discussione, che all’odio bisogna anteporre sempre e comunque la giustizia. Forse proprio in queste parole c’è la chiave di accesso per scardinare l’oblio in cui ci siamo cacciati, la lentezza di un intervento educativo capace, la stanchezza per un’esistenza che non consente più pause, riflessione, ascolto, e un briciolo di pietà. La pietà questa compagna di viaggio ripudiata, messa al bando, da un odio che cresce, che fa sponda alla paura, e rende invincibili i branchi in agguato, eroi i vigliacchi, leader chi non potrà mai esserlo. Ricordo qualche tempo fa quando ho sostenuto che non si trattava di mera sporadicità, né di accadimenti incredibilmente da fuori di testa in via di esaurimento, rammento bene le alzate di spalle, i comportamenti di spocchiosa alterità. Qualcuno dirà che non siamo ancora a questi livelli di urbanizzazione incontrollata dell’odio, eppure se guardo negli occhi un adolescente, leggo oltre alla spavalderia dell’impunito, l’incapacità di accettare un’altra persona diversa da se stesso, in quello sguardo c’è lancinante l’assenza di un qualche dubbio, di contro ci sono gli sms che cristallizzano una società materializzata e livellatrice, al punto da disconoscere quel pudore essenziale per non dichiarare fallita in partenza la nostra personalità, il nostro valore di esseri umani. Un indiano bruciato vivo, un altro clochard, un’altra persona al macero che non faceva male a nessuno, ma rendeva inqualificabile l’arredo urbano. Perdiamo tempo a domandarci se è xenofobia, razzismo, o più semplicemente è il risultato di una disconnessione mentale e emozionale, e allora dalle università alle scuole secondarie non è più sufficiente arrancare sul compito dell’istruzione pura, ma bisogna affiancare un’azione educativa influente per autorevolezza, che trasmetta l’importanza del legame tra un individuo e l’altro, anche quello solo apparentemente diverso, o spesso, unicamente meno fortunato. (Riccardo Alfonso)

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Il lavoro: una questione centrale per l’essere umano

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

donne al lavoroOggi si sente solo parlare di mercato azionario, di andamento della borsa, di grandi accorpamenti economici, di multinazionali, come se lo sviluppo dell’economia fosse una cosa a sé, senza alcun nesso di causa con la persona e più in generale con i popoli abitanti il pianeta. L’economia sembra apparire come una leadership fine a se stessa che si muove sopra ai destini dell’uomo, fedele solo alle proprie finalità: potere e business. Anche i governi di centro-sinistra disseminati negli anni 2000 in tutto il mondo, si sono assoggettati al potere dell’economia svendendo gli ideali, a sostegno dei lavoratori, che per anni hanno sbandierato, demagogicamente, in tutte le piazze del mondo. In Italia negli ultimi anni la politica non si mai interessata allo sviluppo del pianeta lavoro, delegando tale missione alla sinistra estrema o ai sindacati ma che di fatto non hanno avuto capacità di sviluppare nessun tipo di progetto o di proposta a sostegno del lavoro nel nostro Paese, in particolare. Ora con una disoccupazione giovanile molto elevata in specie nel Mezzogiorno il problema diventa centrale e richiede non una politica genericamente occupazionale ma l’esigenza di un piano industriale di largo respiro dove la discontinuità con il passato è fatta di sviluppo tecnologico e di nanotecnologie. Dobbiamo abituarci all’idea che se le imprese si rinnovano questo non vuol dire nuovi posti di lavoro ma nuove attese qualitative delle prestazioni lavorative e per raggiungere tali livelli occorre una formazione scolastica e post-scolastica altamente qualificata. In altre parole non abbiamo bisogno di un gran numero di abitanti per crescere perché la qualità non si concilia con la quantità. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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La mobilità dei cervelli sotto la lente dell’Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

cervelloIl Vecchio Continente, in mancanza di adeguate strategie per arginare le migrazioni intellettuali verso Stati Uniti, Canada e Australia, rischia di trovarsi impoverito, nel giro di un decennio, di conoscenze. E’ lo scenario già descritto dal progetto Brain Drain – Emigration Flows of Qualified Scientists, che però evidenzia anche le misure adottate: dalle apposite normative ad un programma comunitario di monitoraggio a cui, per l’Italia, partecipa il Consiglio nazionale delle ricerche. Quest’iniziativa rappresenta il primo tentativo della Commissione Europea di tradurre in cifre il fenomeno della mobilità intellettuale europea. Per quanto riguarda gli occupati in professioni scientifiche, anche se l’incidenza degli europei negli Usa non supera il 4,5%, i numeri assoluti sono consistenti. I lavoratori ad altissima qualificazione (con visto H1B) provenienti dall’Europa ed immigrati negli Usa se andiamo a ritroso a partire dal 2003 erano oltre 100.000; tra i cinque paesi che forniscono questo capitale umano, l’Italia occupa il quarto posto con 5.900 persone, dopo Regno Unito (31.000 persone), Francia (15.000), Germania (13.000), e prima della Spagna (5.800). Nel solo 2013 tale numero è stato quasi triplicato e continua in un crescendo impressionante. Dagli studi si deduce che gli europei vanno in Usa, in Canadà e in Australia non solo per svolgere una ricerca migliore, ma anche per avere più opportunità di lavoro, carriera, e finanziamenti più alti: tra le loro motivazioni, la possibilità di fare carriera prevale con il 78%, seguita dal prestigio dell’istituzione che li ospita con il 74,6%, dalle possibilità di accesso alle tecnologie di punta (73%), dai maggiori fondi disponibili per la ricerca (69%), dalle opportunità di contatto con le reti di ricercatori e professionisti (68%). In coda alla graduatoria delle motivazioni, la mera opportunità occupazionale, che conta per il 56%, e i miglioramenti retributivi (54%). Molto diversa la spinta degli studiosi statunitensi a lasciare il loro paese: il prestigio dell’ente destinatario prevale con il 61%, seguito dalle condizioni di vita del paese ospitante (60%). Speculari le motivazioni che portano al rientro in patria: prevalgono per i ricercatori europei le condizioni di vita del paese di origine (80%) e il desiderio di ricongiungersi alla famiglia (71%). Per i colleghi americani il rientro in patria è motivato soprattutto da ambizioni di carriera (71%), dai miglioramenti salariali (63%) e dall’esigenza di maggiori fondi per la propria attività (61%). Ora che siamo nel 2017 ci troviamo in Italia con il più alto indice di migrazione giovanile dopo gli anni postbellici, oltre 200mila unità in un anno e la loro stragrande maggioranza è laureata e con un alto livello di professionalità mentre con gli attuali immigrati ci ritroviamo con un numero elevato di analfabeti o con un livello modesto d’istruzione. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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I belli ed i brutti, i simpatici e gli antipatici, telegeticamente parlando, tra i politici italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

televisioneSbattere in prima pagina dei quotidiani o dei rotocalchi o nelle sequenze di una trasmissione televisiva il volto di un politico lo sottopone, volente o nolente, ad una valutazione “estetica” della sua immagine da parte di chi in quel momento lo osserva. Ed è soprattutto la televisione a colpire la nostra visione e ad indurci a dei giudizi di merito che non escludono, ovviamente, l’aspetto fisico, anzi per taluni ha un valore prioritario. Lo sanno bene gli esperti se di tanto in tanto si lasciano prendere la mano con sondaggi orientati alla conoscenza del livello di gradimento popolare da parte dei telespettatori. Non è possibile, ovviamente, riscontrare il rapporto tra l’essere bello e fotogenico ed il proprio successo elettorale ma forse un giorno ci arriveremo e non mancherà, in proposito, qualche sorpresa. Oggi che non siamo più condizionati da un forte legame ideologico che ci faceva apparire bello, ad esempio, un Togliatti solo perché era un leader politico carismatico ed altrettanto brutto ai suoi oppositori per la stessa ragione. Oggi i distinguo sono più sfumati e senza dubbio hanno perso la loro “caratura” ideologica. E forse proprio per questo motivo abbiamo un Berlusconi che pur non essendo, nel senso classico della parola, un bell’uomo, sa sprigionare simpatia, anche a dispetto dell’età che avanza inesorabile, ogni volta che le telecamere lo riprendono. Non si può dire la stessa cosa del suo “alter ego”, Romano Prodi che le vicende politiche lo ripropongono in questi giorni come a voler riprendere una nota rivalità di 20 anni fa. Ha una faccia troppo ingombrante, non sa sorridere, non ha il senso dell’umorismo e dell’autoironia, non riesce a vedere il lato positivo delle cose e sembra destinato a riprodurre nel nostro inconscio un senso di angoscia per il futuro, che non ci aiuta a reagire. Entrambi, purtroppo, mostrano una loro immagine non reale ma fittizia, eppure sufficiente per suscitare sentimenti contrastanti. Qualcuno ha pensato di contrapporre ad essi “personalità” più accettabili. Pensiamo all’ex Presidente del consiglio Matteo Renzi per quanto rivela una faccia che non riesce a nascondere la sua aria da furbetto che non sempre suscita simpatie. Se si dovesse scegliere una candidatura da opporre a Berlusconi il centro sinistra giocherebbe al meglio la sua carta con Franceschini o Calenda, e non solo per ragioni di fotogenia. E così accade che mentre nel centro-destra diversi possono essere chiamati “divi di successo” in una platea internazionale quali Meloni, Salvini, Zaia, sull’altro versante le immagini restano più sfocate e meno credibili. Per il momento l’unico suggerimento possibile sarebbe quello di mandare in pensione Prodi e lasciar perdere Berlusconi. Partiamo dai volti nuovi che ci propongono Cinque Stelle, semmai. Se non altro sono facce pulite, poco navigate nei meandri della politica ma non dovrebbe essere un difetto, semmai una virtù, dati i tempi. (Riccardo Alfonso Direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

immigratiParafrasando il commento di Livio: «Mentre a Roma si discute, Sagunto cade» che si riferisce alla città che nel marzo del 219 a.C. fu sottoposta a un drammatico assedio dai cartaginesi e, che si protrasse per otto mesi senza che Roma decidesse di intervenire ricordiamo quante discussioni vi sono state tra palazzo Chigi e i burocrati di Bruxelles sulla questione degli immigrati e i reiterati appelli del nostro governo nel segnalare la gravità di una emigrazione senza controllo e indiscriminata. Non solo. Tutte le volte che le opposizioni hanno sollevato la questione paventando i rischi di ordine pubblico e sanitari oltre a possibili infiltrazioni terroristiche, sono state accusate pesantemente di fare sciacallaggio sull’argomento. Non solo. Vi sono stati magistrati delle procure siciliane che hanno segnalato alle competenti commissioni parlamentari la possibilità che alcuni mezzi di soccorso non governativi fossero collusi con gli scafisti facilitando in questo modo l’afflusso migratorio. E i parlamentari della maggioranza che dicono? Solo chiacchiere e annunci e persino lasciano trapelare qualche dubbio sull’autenticità della denuncia. Ora anche il presidente francese Macron mostra d’avere seri dubbi sulla legittimità dell’accoglienza italiana poiché non riguarda solo i profughi ma soprattutto i migranti “economici” (sono l’80% degli arrivi). Costoro dovevano essere respinti subito perché il loro arrivo era ed è illegale. Ora non sono pochi i paesi dell’Europa del Nord che hanno fatto presente a Gentiloni che l’Italia avrebbe dovuto per tempo fermare questa ondata anomala e se ora ne piange le conseguenze sono lacrime di coccodrillo e chi è causa del suo mal pianga se stesso. E non finisce qui. In due anni ci avviciniamo al mezzo milione di immigrati che hanno bisogno di tutto e soprattutto di un lavoro. Ma se in Italia ci sono tre milioni di disoccupati e milioni di poveri, di senza casa, sbandati, precari e quel che ne segue tant’è che sono circa duecentomila i giovani italiani che lasciano lo loro paese per cercare lavoro all’estero, dove si vanno a trovare tanti posti di lavoro? Cosa vogliamo? Una rivolta razzista? Intanto il bla, bla continua. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici ed economici della Fidest)

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Prepariamoci ad essere elettori consapevoli

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

urne-voteDa un dato statistico risulta che una buona percentuale di italiani cambia casacca politica da una tornata elettorale all’altra oppure non ricorda chi ha votato in precedenza. Se poi aggiungiamo che la disaffezione per la politica riduce sempre di più la frequentazione ai seggi elettorali dando la possibilità a chi va a votare di farlo anche per l’assenteista, diciamo che è la classica dimostrazione di chi si getta la zappa sui piedi. Ma vi è anche di più da parte di quanti sono attaccati al carro “ideologico” che non li schioda dall’idea di essere di destra, di centro e di sinistra come se queste tre collocazioni preservassero i poveri dal diventare più poveri e i cosiddetti “benestanti” dal diventare sempre più dei paperoni. E’ che i tempi sono cambiati e, purtroppo, non tutti ne hanno la consapevolezza. Perché non ci chiediamo il motivo per cui la povertà aumenta, le promesse dei politici restano sempre dei miraggi, la disoccupazione si sta cronicizzando, la sanità si sta privatizzando per farci spendere di più, i nostri risparmi non rendono e il fisco diventa sempre più esoso con i deboli e arrendevole con i forti? Eppure abbiamo un’arma che è quella del voto anche se non è facile adoperarla con efficacia per via delle cortine fumogene che si alzano intorno a noi per non farci vedere ciò che va visto e non ciò che vorrebbero farci vedere.
Ma vi è un modo per capire chi ciurla nel manico e chi no. Basta, tanto per cominciare, rendersi conto che le ideologie che ci collocavano a destra, al centro o a sinistra degli schieramenti partitici non esistono più. Al loro posto vi sono solo chi ha e chi è. Chi ha cerca di non sfarsi sfuggire il malloppo e s’ingegna ad impinguarlo sempre di più e chi è, ed è la maggioranza del paese, s’impoverisce sempre di più. Questo accade perché il voto ai ricchi lo danno proprio chi non ha nulla da spartire con loro in termini di ideali e di valori. E’ tempo d’uscire dal recinte delle sirene e d’entrare nel mondo reale e rendersi padrone del proprio destino di chi è ma non ha e ne deve trarne vanto e non elemosinare le briciole alla mensa del padrone di turno. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici ed economici della Fidest)

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Politica: I grandi tessitori

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

berlusconi_pensieroso.medium_300In questi giorni assistiamo a due rientri alla grande nell’agone politico. Sono Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Due facce che hanno avuto un passato molto diverso ma che li accomuna il loro carisma che li ha condotti al centro dell’attenzione mondiale anche se con alterne fortune. Prodi è stato tradito dai suoi alleati che lo hanno costretto all’esilio politico e Berlusconi si è affossato nelle sabbie mobili della giustizia. Ora si ripropongono, sia pure a modo loro, sebbene l’obiettivo finale ha lo stesso fine: presentarsi come i “grandi aggregatori” nelle loro rispettive aree di provenienza. Prodi interviene dopo che l’esercito delle cavallette renziane ha fatto terra bruciata nel campo PD, mentre Berlusconi deve vedersela con l’astro nascente Salvini in quanto ha il difetto d’essere un lepinista anche se sembra abbia trovato il modo di “congelarlo” lasciandolo alle sue esternazioni populiste per poi riuscire, alla resa dei conti elettorale, di riportarlo nella sua area di “moderati” come ha già fatto con il suo predecessore Bossi.
Resta il problema non da poco di dover imporre la loro leadership, soprattutto per ragioni anagrafiche, ai giovani “rampanti” che possono vederli come nonni fondatori ma non certo capaci di proiettarsi nel futuro. Ma questo diventa un aspetto irrilevante se non ci rendiamo conto che siamo al declino fatale Prodi Berlusconidelle ideologie e che oggi il confronto si rende sempre più duale tra chi è e chi ha. Siamo al cospetto di due diritti inalienabili e che sono il diritto alla vita e a vivere. Il primo è la naturale continuità del secondo per quanto abbiamo cercato in tutti i modi di volerlo esorcizzare. In altre parole non si può rendere sacro il diritto alla vita per poi negarla nel prosieguo lasciando morire di fame e di malattie milioni di essere umani a partire dalla prima infanzia, rifiutando persino l’assistenza sanitaria, come sta accadendo negli Stati Uniti ovvero nel cuore di un paese ricco, a chi ha redditi di lavoro modesti o è senza un impiego. Se noi neghiamo a prescindere dal colore della pelle, dei natali e da dove si è nati ai nostri simili un’istruzione adeguata, un tetto sotto cui ripararsi dalle intemperie, un lavoro, l’assistenza sanitaria e una vecchiaia serena che senso ha proclamare il diritto alla vita se questa vita ce la giochiamo martoriandola in tutti i modi? E allora non chiediamo un revival della politica dei vecchi e dei nuovi leader senza contenuti ma semmai personaggi che sappiano dimostrarci la via giusta per fare del diritto alla vita e a vivere la loro e nostra principale mission. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Il grande “federatore”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 giugno 2017

berlusconi-di-spalleAvevamo già scritto riguardo la rinuncia di Renzi a sostenere gli amministratori locali della sua area politica, compreso il “camuffamento” con le liste civiche in alcune città per cercare di rendere meno evidente la sconfitta del PD e abbiamo anche cercato di capire la ragione di questa débâcle preannunciata pensando al vero vincitore di questa tornata elettorale che è senza dubbio Silvio Berlusconi che ha il merito riconosciuto da tutti d’essere il solo capace di mettere insieme una coalizione di destra e di centro così come è avvenuto in passato e alla fine anche Salvini si metterà in riga stemperando il suo “protagonismo populista” che sino ad oggi lo ha distinto. Ma qui vi è anche un altro piccolo miracolo di Berlusconi riuscendo a neutralizzare, pur senza escluderlo, il lepinismo all’italiana per avere dalla sua un asso nella manica nei confronti dei “burocrati” di Bruxelles. E ora si può pensare tranquillamente alle politiche, a prescindere, dal come sarà formulata la legge elettorale. Andremo sicuramente alle larghe intese e sarà il prezzo che Renzi dovrà pagare per sperare di ritornare a palazzo Chigi. Ma lo farà pagando un prezzo molto alto perché non riuscirà a muovere un dito senza il permesso di Berlusconi che a sua volta si assicurerà d’avere nei posti chiavi ministeriali i suoi uomini di fiducia e non è detto che non tenga di riserva, se Renzi farà qualche passo falso, mandando in pista l’attuale ministro Calenda.
E il movimento Cinque Stelle? E’ una bella domanda. Si cercherà in tutti i modi di ridimensionarlo squalificandolo agli occhi dei suoi elettori ben sapendo che la vittoria delle larghe intese è assicurata solo se si riuscirà a contenere l’affluenza al voto intorno al 55-60% degli aventi diritto.
Ma Grillo se ne starà buono buono ad assistere ad una sconfitta, anche in questo caso, preannunciata alle politiche? Ha solo una possibilità e da mesi glielo abbiamo detto, ma come si dice? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. (Riccardo Alfonso direttore centri studi politici e sociali della Fidest)

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Non serve “Un Uomo per tutte le stagioni”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 giugno 2017

palermo palazzo normanni regioneMi riferisco alla tormentata scelta del candidato del centro-sinistra per la candidatura alla Presidenza della Regione Sicilia. Il governatorato della Sicilia è stato svilito anche nell’immagine con la presidenza di Rosario Crocetta; essere il successore di Crocetta è una “deminutio capitis” per qualunque candidato, sia proveniente dal mondo politico, che dalla società civile.Emerge con insistenza la candidatura di Pietro Grasso, presidente del Senato, seconda carica dello Stato, posizione che lo pone in pole position per un futuro passaggio al Quirinale, alla scadenza del mandato degnamente svolto da Mattarella.Proporre Grasso alla presidenza della Regione è come sparare ad un nido di vipere con una salva di cannonate.Grasso ha altri ruoli, altra dimensione politica, sociale e culturale da svolgere per limitarsi ad aspirare alla Presidenza della Regione Sicilia; dovrebbe abbandonare l’attuale ruolo di presidente del Senato, che ha assunto, grazie a Grasso, un ruolo-guida di salvaguardia dell Costituzione operando valutazioni sociali e politiche rivolte a tutto il popolo italiano e non limitatamente al popolo siciliano.Il rischio per Grasso sarebbe rappresentato dalle “serpi in seno” che non mancano in nessun partito politico, sia in Sicilia che nel resto della nazione. Si tratta di quei peones che “sopravvivono” di politica e che dicono: “meglio entrare con un partito di minoranza , che restare fuori con Grasso presidente”. Ci si aspetterebbe molto da un Piero Grasso nel ruolo di Governatore della Sicilia, molto più di quanto potrebbe dare in una legislatura regionale, perché il marcio non è solamente nei quadri politici, ma coinvolge l’intero apparato burocratico di ogni singolo assessorato, con dirigenti regolarmente iscritti nel lungo elenco dei corruttibili, se non già in quello dei corrotti o dei corruttori.Perdere un uomo delle istituzioni della caratura di Grasso, per relegarlo nel covo di vipere che domina e controlla ogni affare o evento che riguarda la Sicilia, non sarebbe vantaggioso per l’intera Nazione.Con ciò non significa cercare per la Sicilia “un Uomo per tutte le stagioni”, bensì un candidato credibile, adatto al ruolo, con un programma definito insieme a tutte le forze che, attualmente, si dilaniano alla ricerca, ognuno, di un piccolo sgabello nella ricca mensa della Regione Sicilia. Non si capisce perché movimenti qualificati, guidati da uomini esperienti, non riescano a trovare un “minimo comune multiplo” per favorire un’ aggregazione di governo in grado di liberarsi dai lacci e lacciuoli che hanno mortificato ogni forma di sviluppo della Sicilia. Questi gruppi già esistono: il gruppo di Pisapia e Tabacci, portatore di istanze sociali sostenute da una visione liberalistica dell’economia; il gruppo che fa capo a Orlando, che fa riferimento diretto ed esclusivo al mondo civile e a istanze sociali; il gruppo in costante aumento di “Idea Sicilia”, organizzato dal Prof. Lagalla, già Magnifico Rettore dell’Università di Palermo, e, quindi, profondo conoscitore dei disagi che serpeggiano nella base popolare; infine la parte sana del PD, quella ben lontana dalla ricerca di alleanze contro natura.
Insieme e nell’interesse prioritario delle fasce più deboli, ripulendo l’Assemblea regionale dai parassiti servi dei poteri forti e, spesso, anche della mafia. Dall’unione di queste forze potrebbe venir fuori un candidato credibile e ben accetto, come è accaduto in Francia con Macron; bisognerà solamente valutare se il popolo siciliano è capace di pensare e agire come hanno fatto i francesi, o, piuttosto, preferisce rimanere legato alle corruttele, alle false promesse, alla ricattabilità. (Rosario Amico Roxas)

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Perché la Raggi mi ha deluso?

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 giugno 2017

campidoglioIn campagna elettorale per le ultime amministrative a Roma la figura della candidata Cinque stelle mi ha profondamente colpito perchè l’ho vista determinata e con un “cipiglio” da donna combattiva e che sa cosa fare e cosa l’attende. L’ho poi vista davanti ai primi ostacoli balbettare e commettere madornali errori come nella scelta nella sua squadra di giunta. Ho cercato di spiegarmelo con la situazione romana che non è facile da gestire anche da parte del più smaliziato dei personaggi della nostra politica. Ho sperato così che facesse tesoro dei suoi errori e che nonostante le avversità tenesse la barra dritta del comando. E’, invece, incappata in altri incidenti di percorso e a questo punto mi è parso molto difficile giustificarla, a prescindere.
Ora cerco di comprendere meglio ciò che la sta rendendo sempre più impopolare di là delle manifestazioni di facciata che cercano di dipingerla per ciò che purtroppo non riesce ad essere e che è stato il motivo conduttore che l’ha portata ad essere la prima donna sindaco a Roma. Quello stesso volto che si è presentato come una passionaria durante la sua campagna elettorale dopo la nomina ha avuto e continua ad avere un’espressione sbiadita quasi eterea come se vivesse su un altro pianeta e le sfuggisse la realtà che pure la circonda.
Poiché a dispetto della vicenda romana continuo a credere nel processo riformatore del movimento guidato da Grillo ho cercato di sgranare il rosario delle lamentele per capire sino in fondo dove incominciano i veri problemi e dove partono i supposti tali per ragioni più di convenienza politica e non per un interesse dei cittadini. Penso soprattutto all’Ama, all’Atac e alle buche stradali.
A questo punto ho avanzato una proposta che le ho indirizzato direttamente e attraverso delle conoscenze comuni per suggerirle il modo come riannodare il feeling con il suo elettorato coinvolgendolo in progetti locali e facendosi vedere per le strade della capitale e non solo in meeting istituzionali. E’ una buona idea a detta di alcuni e mi sarei aspettato almeno un “No grazie, non mi interessa” ed invece è calato un silenzio tombale. E ho pensato: Alle opposizioni non poteva capitare di meglio. Darle addosso è come bombardare la croce rossa. Mi dispiace per Grillo e il suo movimento ma se lo son voluta. (Riccardo Alfonso direttore centri studi politici e sociali della Fidest)

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Teatro Grande di Pompei: Orestea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 giugno 2017

oresteaPompei 22, 23, 24, 25 giugno 2017  ore 20.30 Unica trilogia ad essere sopravvissuta fino ai giorni nostri, l’Orestea di Eschilo racconta una storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell’antica Grecia: l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitemnestra, la vendetta del loro figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni e la sua assoluzione finale ad opera del tribunale dell’Areopago.
Con questo imponente allestimento che si divide in due parti – Agamannone e Coefore/Eumenidi – Luca De Fusco affronta la tragedia classica secondo le caratteristiche del teatro greco che univa parola, canto, danza. Uno spettacolo “in musica”, la cui partitura è curata da Ran Bagno. Sul tappeto sonoro preciso ed avvolgente del compositore israeliano si muovono le sensuali e misteriose coreografie di Noa Wertheim, direttrice della Vertigo Dance Company.ORESTEA Agamennone | Coefore e Eumenidi di Eschilo traduzione Monica Centanni regia Luca De Fusco. (foto: orestea)

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L’Italia del “divide et impera”

Posted by fidest press agency su martedì, 20 giugno 2017

elezioniAl riguardo ritengo importante sottolineare un aspetto della vita politica italiana che va esaminato con cura. Mi riferisco al fatto che, a ragione o a torto, noi, come italiani, non facciamo altro che dividerci. Una volta che cerchiamo di accorparci scoppiano i bubboni e si tende a ricominciare daccapo. E’ la vocazione di chi detiene il potere che ci spinge al divide et impera. La nostra logica dovrebbe essere, invece, quella di cercare, sia pure ingoiando qualche rospo, la via per ritrovarci insieme. Proprio oggi sono reduce da una riunione romana dove alcune sigle partitiche e associazioni si sono incontrati per studiare la possibilità di ritrovarsi sotto una sola lista per le prossime politiche. A conti fatti “sulla carta” sono portatori di oltre il 4% dei consensi elettorali (ma non in tutte le circoscrizioni). Questi signori se raggiungessero un accordo soddisfacente potrebbero avere per lo meno una modestra rappresentanza parlamentare mentre marciando divisi farebbero il gioco dei grandi movimenti e raccoglierebbero solo la ben misera soddisfazione di avere, che posso dire?, lo 0,7 o l’1% dei consensi? Parlando, di un’altra formazione politica, penso al partito pensionati. Vi rilevo, ad esempio, la palese contraddizione di aver raccolto a livello nazionale nelle politiche del 2006 l’1% dei consensi a fronte di un “popolo di pensionati” che si avvicina di molto al 20% della sua forza elettorale. E allora mi chiedo: se gli stessi pensionati non votano il loro partito il dividersi ulteriormente nella loro rappresentanza politica, mi appare addirittura tragico-comico. Alla fine resta solo una considerazione da fare: i pensionati o gli invalidi o i precari o gli emarginati in genere hanno una sola possibilità per farsi ascoltare: è quella di dimostrare con i numeri che sono una presenza elettorale che conta. Questo devono capirlo essenzialmente i milioni di pensionati e di precari e di emarginati di tutta Italia, ma devono anche avere la convinzione che questo interesse all’unità non nasconde in qualche modo fini partigiani reconditi e rivalse personali. E’ una lotta politica a 360 gradi. E’ per la nostra sopravvivenza ma, soprattutto, come idea per una società migliore e più solidale. Se partiamo da questa premessa non ho remore per scendere in campo ed offrire tutta la mia collaborazione. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici)

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