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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 175

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Your opinions

Reddito di cittadinanza: Qualcosa non mi convince

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 maggio 2017

donne al lavoroIl reddito di cittadinanza proposto con forza da 5stelle non mi convince del tutto. Ho letto, per altro, quanto hanno scritto criticamente in proposito sia Matteo Renzi sia Renato Brunetta. Renzi per manifestare la sua contrarietà si appella all’art. 1 della costituzione affermando che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro e che il reddito diventerebbe una sorta di panacea che indurrebbe gli italiani a non lavorare. Brunetta, a sua volta, gli fa il verso asserendo che tale forma di “reddito” finirebbe con il “distruggere l’economia di mercato” e creerebbe persino un danno ai lavoratori.
Sono ragionamenti che potrebbero avere una loro fondatezza se ci trovassimo nella situazione che a tutti fosse garantito un lavoro a prescindere. Ciò, purtroppo, non è così se si parla in Italia di sei milioni di disoccupati, anche se ufficialmente si rimane ancorati ai tre milioni, se mi riferisco ai dati statistici forniti dall’Istat. Se poi vado ad indagare più a fondo mi accorgo che il sistema porta una disoccupazione giovanile ancora più preoccupante e non è irrilevante il numero di diplomati e neolaureati che per “sopravvivere” sono costretti a fare piccoli lavori saltuari o a svolgere modeste mansioni che qualcuno chiama precarietà e che altri li additano come lavoro in nero.
Dobbiamo, a questo punto, renderci conto che mentre siamo tutti concordi, o quasi, nel ritenere sacrosanto il “diritto alla vita” non si può dire la stessa cosa sul “diritto a vivere”. Ciò significherebbe offrire a nuovi venuti “certezze” che non siamo in grado di onorare a ciascuno indistintamente: un’infanzia tutelata, un’alimentazione adeguata, un tetto dove ripararsi, un’assistenza sanitaria universale degna di questo nome, un’istruzione e la possibilità di accedere se richiesto agli studi superiori, a un lavoro, agli aggiornamenti professionali e a una vecchiaia serena. O si è convinti che si nasce per diventare competitivi, per accaparrare risorse a danno dei nostri simili non in grado di farlo perché nati da famiglie povere, disadattate, cresciute in aree depresse? Vogliamo che impazzi la logica dell’homo homini lupus più di quanto non stia già accadendo? Se invece vogliamo rendere la nostra società più sensibile al diritto di tutti a vivere dovremmo anche farci carico di un’equa distribuzione delle risorse e a conferire al lavoro una sua dignità che permetta a ciascuno di noi di realizzarsi senza ostacoli di varia natura. Non si deve, tanto per cominciare, affermare che “si lavora per vivere” ma che si “vive lavorando” come per un servizio che noi rendiamo alla comunità che per altri versi ci assiste e ci protegge. Come dire: C’è chi lavora i campi per assicurarci il cibo e chi in fabbrica consente la produzione di macchinari utili all’agricoltura e così via. Su questa falsariga il centro studi della Fidest ha elaborato un progetto che permetterebbe di coniugare il lavoro e di tutelarlo, nel corso degli anni, con particolari incentivi e stimoli al cambiamento del genere lavorativo. E’ un progetto che avremmo voluto trattarlo nelle sedi opportune, capire se è realizzabile e in che modo, ma è stato “oscurato” dai tanti che guardano con diffidenza i cambiamenti e preferiscono i piccoli aggiustamenti pur di non perdere le loro posizioni di privilegio. Mi auguro solo che 5stelle sappia essere diverso dagli altri e mi consenta una riflessione corale. (Riccardo Alfonso direttore centri studi della Fidest)

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Papa Francesco e la dignità del lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 28 maggio 2017

papa francescoLe parole, i concetti e gli insegnamenti che Papa ha pronunciato nell’incontro del 27 maggio agli operai dell’ILVA di Genova, non possono essere commentate, né null’altro c’è da aggiungere. Ma non basta ascoltare le Parole e applaudire, se non si fanno proprie le indicazioni che sono state descritte se non appare prioritariamente la volontà di fare proprie quelle indicazioni e applicarle. Così non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di condividere, con concetti che Papa Francesco ha “sottinteso”, poiché si rivolgeva sia agli operai che agli imprenditori. L’odierna dialettica in campo economico-finanziario risulta contraddittoria tra le classi interessate alla dinamica del lavoro, dove la fa da padrona la convinzione vincente della priorità del mercato, frutto di un capitalismo arrogante e egoista. Emerge con prepotenza il vetusto scontro tra capitale e lavoro, quindi, detta in soldoni, tra il più forte e il più debole; se ne conosce già l’esito, sancito ormai da secoli. Fin quando la classe operaia e gli imprenditori illuminati non prenderanno coscienza di essere i soli gestori del lavoro, senza egoismi, senza scontro di classe, convinti di possedere le sorti delle grandi potenzialità del lavoro, in perfetta sintesi e collaborazione fra le classi stesse, non potrà esserci progresso e sviluppo per tutti.
Il capitale-denaro e il capitale-lavoro hanno (e dovranno avere) un destino comune, che serva ad equilibrare adeguatamente il rapporto, con conseguente reciprocità di dignità.
L’uomo-capitalista e l’uomo-lavoratore hanno questo comune denominatore, essere uomini, che li assimila, ma vengono tenuti separati da interessi corporativi che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle parti.La finanza creativa inventata da governi assoggettati alla logica capitalistica, unitamente alla programmazione liberista, fatta per dividere e non per unire, ha fornito tutti i mezzi possibili alla finanza improduttiva e parassitaria, mortificando il lavoro con la precarietà. Ha generato una ignobile “asta pubblica” del lavoro, ma al ribasso, per sfruttare ulteriormente lo stato di necessità, che impone e obbliga di accettare le condizioni più vessatorie, pur di poter lavorare.La collaborazione tra le classi non deve restare nel limbo delle intenzioni o delle ipotesi astratte, ma deve diventare la sola meta da perseguire: l’umanesimo del lavoro.
La Democrazia trova nella società civile e democratica la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le sue potenzialità produttive e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli hanno cercato di migliorare le proprie condizioni di vita corrisponde al disegno dell’uomo, alla sua storia, al suo destino. L’uomo deve soggiogare i mezzi di produzione e non restarne soggiogato, deve dominare il progresso, perché non arrivi a contrastare lo sviluppo. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità.
L’uomo deve lavorare per riguardo agli altri uomini, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio, all’intera società umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia.Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione. (Rosario Amico Roxas)

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Una strage trans-generazionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 maggio 2017

manchester arenaIl terrorismo continua a colpire nell’anonimato, con anonime vittime e anonimi esecutori materiali, ma qualcosa è cambiato in questa strage di Manchester, sarebbe cambiato il parametro del terrore, che si appresta a diventare trans-generazionale, perché colpire i bambini e i ragazzi coinvolge direttamente due o tre generazioni, comprendendo i genitori e i nonni delle vittime. Cercare di chiarire il concetto di terrorismo, in questa sede, ci porterebbe lontano e sarebbe un discorso lungo e articolato. Assumiamo per buona l’identificazione che la cultura occidentale si spreca a propagandare. Dovremmo esaminare alcuni quesiti, che con molta accuratezza ci viene vietato di valutare, e fornire ipotesi di risposte.Dobbiamo però chiederci : “ Qual è lo scopo dei terroristi ?” “Quale strategia li ispira?”. Innanzitutto si deve prendere atto di avere di fronte una costellazione frazionata e non un soggetto monolitico; le definizioni siamo noi stessi a fornirle legittimando il terrorismo con l’ attribuzione di una compattezza ideale, programmatica e operativa, che non ha. Questa compattezza viene riconosciuta identificando nel terrorismo un nemico da abbattere con una dichiarazione di guerra totale. Ma le guerre si fanno in due e il terrorismo è, per definizione, unilaterale, non porta divise, non innalza bandiere, opera e agisce all’improvviso, vilmente, e colpisce nel mucchio con il solo scopo di seminare terrore. Il suo obiettivo non è “il nemico” da abbattere e combattere, ma il popolo-spettatore, vittima passiva, primo attore di una tragedia che non vuole recitare. La guerra globale al terrorismo dichiarata dall’America serve solo all’America stessa, particolarmente all’attuale America di Trump, che può, così, incrementare il lucrosissimo circuito del commercio delle armi.
terrorismoDall’11 settembre le azioni terroristiche si sono incrementate, diventando quello che aspiravano ad essere: una minaccia diretta non agli Stati, ma ai popoli. Per questo non può essere combattuto come si combattono le guerre vere, perché non si tratta di una guerra, mancando l’elemento primario che contraddistingue tutte le guerre, e cioè lo scontro frontale. La predicazione impotente dichiara che “occorre alzare la guardia, inasprire i controlli”, trascurando l’impossibilità di esercitare un severo controllo dei punti ritenuti “sensibili”, perché al terrorismo non importa l’immagine pubblica da colpire, bensì l’immagine che il popolo-vittima potrà recepire.
Blindare l’intero Occidente significherebbe accettare e riconoscere la vittoria del terrorismo, modificare i modelli di vita appare impensabile.
Il terrorismo non ha una strategia, perché non ha un modello di società da proporre, apparendo velleitaria l’ipotesi stessa che si tratti di una “guerra di religione”.
Una eventuale destabilizzazione dell’Occidente non gli servirebbe ; nello stesso tempo è sbagliata la strategia occidentale, che vorrebbe imporre il proprio modello di vita a livello planetario. Il terrorismo si ribella a questa pretesa, mirando a terrorizzare, non a conquistare: il terrore è un mezzo, mentre il programma di conquista è un fine. L’idea di convertire il mondo intero all’Islam non è praticabile, a tale ipotesi nessuno potrebbe credere. La guerra totale al terrorismo veste, però, gli stessi panni del terrorismo, colpendo nel mucchio, evitando lo scontro, stimolando, così, quella reazione rappresentata dagli atti terroristici. Dalla guerra totale bisogna trasferirsi sul terreno della politica internazionale, della diplomazia, del dialogo, ma anche della revisione delle politiche che fanno apparire l’Occidente un invasore che vuole imporsi per motivazioni economiche, accettando, riconoscendo e rispettando le differenze sociali, culturali e antropologiche, favorendo la reciprocità paritaria dell’integrazione globale e programmando, in tempi certi, una redistribuzione universale delle risorse del pianeta, che oggi sono drammaticamente unilaterali con il 10% della popolazione mondiale che possiede il 65% di tutte le ricchezze, mentre miliardi di persone vivono in estrema indigenza, con milioni di vittime incolpevoli, specie nelle fasce più deboli come i bambini, gli anziani e le donne. Gli interessi delle lobbyes delle armi conducono verso un mare in tempesta, che finirebbe con l’annientare tutte le parti contendenti.
Circondare, assediare, condurre alla resa il terrorismo si può e di deve, ma non con il fragore dei missili intelligenti; l’unica alternativa possibile è l’assedio da parte della diplomazia, per ricondurre queste drammatiche controversie nell’alveo della politica e del dialogo, nell’umiltà di riconoscere il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione. (Rosario Amico Roxas)

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Democrazia maltrattata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 maggio 2017

italiaIl sistema democratico vigente in Italia permette, e forse incoraggia, una ginnastica di numeri che dimostrano esattamente l’opposto di quanto accade nella realtà. E’ accaduto, platealmente, con le primarie della Lega, dove Salvini ha vantato la conquista della segreteria del partito, esibendo i risultati in percentuale, tacendo sul numero dei votanti a fronte degli aventi diritto, che, invece, ha dimostrato un risultato risibile, se non mortificante. Gli aventi diritto nella Lega sono appena 15.000, tutti tesserati dei borghi padani, quelli che con orgoglio nelle adunanze leghiste indossano l’armatura che fu dei Celti, con ardimentoso elmo fornito di lunghe corna.
Hanno espresso il loro voto appena il 50% degli aventi diritto (nella roccaforte leghista di Milano il minimo storico con soli 300 votanti), quindi appena un mortificante risultato fornito da appena 7.500 votanti su base nazionale.
E’ iniziata subito la corsa ai giochini di interpretazione dell’esito; Salvini si è detto orgoglioso di avere ottenuto, nel suo partito, più voti (in percentuale) di Renzi nelle primarie del PD (due milioni di votanti con il 64% di preferenze a Renzi, pari quindi ad un popolo di elettori superiore a 1.300.000) cosa che, a detta di Salvini, non esalterebbe la sua figura di leader di Renzi, che sarebbe mortificata dalle miserabili 6.000 preferenze di Salvini. Se Salvini, con il potere datogli dalla base leghista, avesse ristretto il diritto al voto limitandolo ai soli suoi familiari, allora avrebbe ottenuto il 100%, quindi un’ovazione. Per la Democrazia dei numeri e la loro interpretazione di comodo, 6.000 preferenze risultano numericamente maggiori di 1.300.000
Dire che Salvini riesce a barare al solitario, non basta per stigmatizzare l’abuso esercitato sui numeri per esaltare ciò che , invece, è stata una penosa esibizione di autoesaltazione, sostenuta da appena 6.000 poveracci, armati con lo spadone di Alberto da Giussano. Se non ci fosse di mezzo una nazione intera, che rischia di avere un tale personaggetto dentro la stanza dei bottini ci sarebbe da ridere a crepapelle; in compenso c’è tutta l’Europa (Marine Le Pen compresa) che ride dell’Italia così malamente rappresentata. (Rosario Amico Roxas)

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Gioco e psicologia: La dipendenza ne Il giocatore di Dostoevskij

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 marzo 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli Martedì 14 marzo alle 11 nell’aula Piovani del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, in via Porta di Massa 1, si terrà un incontro sul tema della ludopatia e della sua diffusione tra i ragazzi.
L’incontro, dal titolo Gioco e psicologia. La dipendenza ne Il giocatore di Dostoevskij, fa parte di un progetto più ampio, nato dalla collaborazione tra l’Università Federico II, la Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e la Commissione Scuola e Istruzione del Comune di Napoli; il progetto è stato pensato per mettere al centro della discussione le problematiche legate alla ludopatia e la necessità di fornire assistenza a tale dipendenza. Un tema più che mai urgente, al punto che l’Asl NA2 aveva aperto uno sportello di ascolto sul territorio, poi chiuso per mancanza di fondi.
L’incontro del 14 marzo vedrà gli interventi di Arturo De Vivo, Prorettore Università degli Studi di Napoli Federico II; Luigi Felaco, Consigliere comunale presidente della Commissione Scuola; Caterina Arcidiacono, docente di psicologia Sociale dell’Ateneo federiciano; Gabriele Russo, direttore artistico della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e regista dello spettacolo Il giocatore; Giancarlo Alfano, Presidente del Corso “Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria”; Francesco De Cristofaro, docente di critica letteraria e letterature comparate della Federico II; Valentina Boursier, ricercatrice di psicologia clinica; Fausta Nasti, psicologa psicoterapeuta esperta in dipendenze comportamentali, specializzata sul gioco d’azzardo.
Il progetto, legato al debutto de Il giocatore – il testo di Dostoevskij adattato per il teatro da Vitaliano Trevisan per la regia di Gabriele Russo che sarà in scena dal 14 al 26 marzo – darà agli studenti la possibilità, nei giorni di spettacolo di visitare, presso il Teatro Bellini, una mostra tematica ospitata all’interno del foyer. L’esposizione, dal titolo AZZARDO: non chiamiamolo gioco, promossa da Fondazione Exodus Onlus, Casa del Giovane, Movimento No slot, magazine Vita, Unilab e Anci, è costituita da 68 opere di vignettisti italiani che hanno scelto di utilizzare l’ironia contro il gioco d’azzardo.

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Politica: Le convergenze parallele

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 febbraio 2017

bruno_tabaccipisapiaHo taciuto per non anticipare i tempi, ma era nell’aria l’impostazione politica che Bruno Tabacci avrebbe dato al suo movimento “Centro Democratico”. Pisapia ha ideato il “Campo Progressista”, come una linea retta, che è stata intercettata da Bruno Tabacci, leader del “Centro Democratico” fautore di una impostazione liberal-socialdemocratica, dichiaratamente di un Centro non isolato, bensì ampiamente aperto alla collaborazione costruttiva del liberalismo crociano e della socialdemocrazia non più d’origine marxista; non per nulla nel profilo di Tabacci e dei suoi sostenitori venne ideata la formula “I marxisti di Tabacci”, non per avvicinare Tabacci al marxismo, bensì, al contrario, per proporre una revisione critica del marxismo, ormai fuori dalla storia, che avrebbe trovato in Karl Marx, qualora avesse potuto vedere le conquiste della classe operaia, un convinto sostenitore socialdemocratico. La socialdemocrazia è figlia legittima di un socialismo revisionista, non violento, non marxista, critico del capitalismo e fautore di uno Stato Sociale pur accettando il presupposto della proprietà privata, condividendo il libero mercato secondo l’influenza keynesiana. Il liberalismo crociano, specie nella lettera ai giovani aderenti al liberalismo, colma i vuoti della socialdemocrazia , ricevendone, a sua volta, una completezza ideologica che coinvolge anche la Storia: la Storia, infatti non è storia della libertà, come vorrebbe il liberismo di stampo berlusconiano, bensì Storia della lotta per la libertà. Fin dalle elementari abbiamo studiato che due rette parallele sono destinate a non incontrarsi mai. ma la politica è l’arte del possibile, per cui le due rette parallele di Pisapia e di Tabacci possono rinnovare gli auspici delle “Convergenze Parallele”, incontrandosi sul terreno del possibile, avente come comune denominatore il bene sociale, scavalcando i privilegi di pochi da spalmare in un benessere comune. (Rosario Amico Roxas)

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La Raggi e la nemesi della storia politica italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 11 febbraio 2017

campidoglioAllorché fu evidente che il Movimento 5 Stelle avrebbe vinto le elezioni amministrative a Roma la candidatura della Raggi apparve come la ciliegina sulla torta per infliggere al movimento un duro colpo d’immagine. E sembra che sino ad ora i suoi nemici viscerali vi siano riusciti. Apparve subito ai più attenti osservatori d’essere la donna sbagliata al posto giusto. Non lo pensarono i grillini, o per lo meno la maggioranza di essi, e fu un errore fatale. Si poteva correre subito ai ripari “sfiduciandola” e gli estremi vi erano tutti allorché s’impuntò nel nominare alcuni componenti della sua giunta a dispetto dei buoni consigli che provenivano dal Movimento e che in seguito gli eventi dimostrarono che erano stati dati a ragion veduta. Ora bisogna tenersela ma bisogna, per lo meno, cercare di scollegarla progressivamente dal suo rapporto diretto con il Movimento per evitare di coinvolgerlo più di quanto non sia stato fatto. In questo senso la strada che a mio avviso è la più indicata è di ridare la parola alle forze vive e responsabili della comunità romana attraverso il volontariato, l’impegno civile, la volontà corale di stabilire un rapporto diretto che permetta di non interrompere o deprimere il feeling tra il movimento e i cittadini. In questo modo si potrà persino recuperare la Raggi e farla diventare la vera protagonista della svolta Romana verso una saggia e lungimirante amministrazione della cosa pubblica. (Riccardo Alfonso direttore dei Centri studi politici della Fidest)

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Dalle Olimpiadi allo stadio della Roma

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

stadio-romaRoma appare sempre più come una città dai milletentacoli alcuni dei quali sono immersi nella melma del malaffare e non riescono a sottravisi. E’ lecito,quindi, dopo il mancato business delle Olimpiadi vederci chiaro per ciò che riguarda la nuova impresa che ruota intorno allo stadio della Roma e che oggi è diventata fonte di accesi dibattiti e false partenze. Qui parliamo di un costo complessivo che va oltre il miliardo e mezzo di euro. A farvi fronte sono l’A.S. Roma e il costruttore Parnasi. A questo punto la prima domanda che ci poniamo è se hanno i mezzi per farlo dato che l’A.S. Roma ha debiti finanziari per 150 milioni di euro e Parnasi che ha con la capofila Parsitalia un’esposizione bancaria di 450 milioni di euro. Logica vorrebbe che entrambi gli interessati, per evitare che alla fine toccherà alla mano pubblica di coprire la spesa, come è accaduto in passato per altre opere, dimostrassero con i fatti la loro disponibilità finanziaria e si facessero carico di garanzie in solido e indicassero data e scadenza lavori e il pagamento di eventuali penali per gli eventuali ritardi alla tabella di marcia prefissata. Anche in questo caso fa “storia” la vicenda dei diversi cantieri edili e stradali aperti nei vari municipi romani e che da anni restano tali senza che si intraveda la fine dei lavori e persino l’inizio come la chiusura da circa un anno della strada che dal ponte di Portonaccio porta alla stazione Tiburtina. Tutto questo deve essere chiaro ai romani e soprattutto a quelle opposizioni che non mancano occasione per accanirsi nei confronti della giunta romana. Roma la vogliamo tutti bella ma non senza valide garanzie che alle promesse e ai progetti vi possa essere un seguito senza ciurlare nel manico.

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Caso Raggi e le sorti di un movimento

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 febbraio 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaCi scrivono degli amici che abitano in alta Italia: “Vediamo sul giornale le notizie su Roma che sembra ogni giorno più ingovernabile vorremmo credere che le cose non fossero poi cosi brutte, ma ciò che si legge è abbastanza sconfortante”. Io che risiedo da molti anni nella capitale posso dire che al più mi ritrovo con gli stessi problemi di sempre usuali a chi per muoversi prende il bus o per le piccole distanze va a piedi e utilizza i cassonetti per l’immondizia, ma non direi che la situazione sia peggiorata, semmai è stazionaria. Ciò che mi preoccupa, invece, è l’effetto domino che ha determinato nell’opinione pubblica nazionale un’idea così deformata della realtà. Sappiamo bene che il tutto è partito, purtroppo, da chi ha pensato di poter scegliere la propria squadra in autonomia e ha finito con il restare invischiata in un tourbillon che ha messo a nudo la credibilità e in qualche caso la correttezza dei suoi compagni di cordata. E gli avversari politici non aspettavano altro per riversare sulla giovane sindaca le loro frustrazioni per non aver vinto le elezioni e per dimostrare all’opinione pubblica nazionale quanto fosse poco affidabile un movimento messo alla prova dei fatti. E hanno esagerato, ovviamente, poco curandosi del danno d’immagine che avrebbero provocato. I romani hanno votato la Raggi perché ha fatto da garante un Movimento che lotta per il buon governo del paese e credo le abbiano già perdonato i suoi primi passi falsi perché non è in discussione l’onestà ma il clima politico della capitale ancora troppo incline alla corruzione e all’inciucio. Non dimentichiamo che le precedenti amministrazione le hanno lasciato un debito da capogiro e qui per rimettere sui giusti binari la capitale occorre un’operazione di “ripulitura” non indifferente pestando i piedi ai tanti che vi hanno lucrato e che ora si vedono tolta davanti la mangiatoia. (Centro studi politici della Fidest)

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Cos’altro deve accadere?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 gennaio 2017

Un periodo più nero di quello che ci presenta la realtà quotidiana non si ricorda dal tempo della seconda guerra mondiale. Il Centro Italia stravolto dal terremoto di agosto, con replay di analoga violenza>: morti, città distrutte, capolavori d’arte in macerie. Come se non bastasse le medesime zone vengono soffocate dalla neve.
Un albergo, che non avrebbe dovuto essere lì, travolto da una slavina, altri morti, dispersi, tragedie individuali e collettive. Un autobus con studenti sbanda e si incendia, provocando 16 morti e oltre 20 feriti; un insegnate si prodiga a salvare il più possibile dei suoi allievi, ma non riesce a salvare i suoi due figli.Un elicottero della Protezione civile corre in soccorso di un turista sciatore, che ha voluto sfidare il maltempo e la neve ghiacciata rimanendo ferito, recuperato lo sciatore, a causa del maltempo precipita da 600 mt. …. Tutti morti, soccorritori, e il medico che già si era prodigato per aiutare i superstiti dell’albergo di cui sopra.
Mi chiedo cos’altro deve accadere per renderci conto che non si può e non si deve sfidare la Natura.
Mi disgusta accendere il televisore e sentire Barbara D’Urso appropriarsi di queste tragedie e, con malcelato compiacimento in vista dell’audience, descriverne gli aspetti più sensibili per attirare l’attenzione dei telespettatori. Con quanto accaduto in questi giorni, la medesima Barbara D’Urso ha mesi di programmazione garantita. (Rosario Amico Roxas)

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Il difficile compito di Papa Francesco in Palestina

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2017

palestinaIl problema della cittadinanza è solamente uno dei problemi e neanche il più urgente. Il vero e ineludibile problema sta nel cercare e attualizzare la possibilità di integrazione culturale, senza la pretesa (fortunatamente messa all’angolo con le dimissioni di Ratzinger) di negare un dialogo interreligioso a solo vantaggio delle predicazioni tendenti a sostenere il primato religioso del cristianesimo, cercando ciò che divide Cattolicesimo e Islam, mortificando o trascurando ciò che unisce.
I danni commessi da Benedetto XVI hanno rischiato uno scisma, dopo l’accertamento fallimentare di una teologia scientista e non fideistica. Arduo il compito di Papa Francesco che dovrà riaprire quelle porte che il suo predecessore aveva chiuso.
Si risvegliano ansie mai sopite, ma solo distratte; ora ovunque si vuole parlare di dialogo cristiano-islamico, creando una confusione di progetti che disorienta, perché manca l’argomento sul quale concentra un possibile dialogo.
Le religioni monoteiste sono tre, intrise di cultura mediterranea e umanistica, vantano la medesima discendenza di Abramo, ma subiscono una frattura verticale, che le divide.E’ la figura di Cristo, con il suo insegnamento, che, erroneamente viene interpretato come una barriera, della quale servirsi a proprio comodo, ad aprire lettere di credito a piacimento, senza una discrezionalità coerente.
Dobbiamo chiarirci le idee nel nostro interno prima di affrontare un dialogo, perché ne usciremmo molto male; specialmente un dialogo con i musulmani, perché nei temi più importanti ne usciremmo pesantemente maltrattati.
Argomenti come La Pace, la guerra, i Sacramenti e i pilastri dell’Islam, le fonti della religione, “ma quali radici !!!”, sono tali da zittirci, specie se dovessimo fare riferimento alla predicazione del pontefice dimissionario.
Papa Francesco tenta l’ impresa difficile di un dialogo con il mondo ebreo; e tale difficoltà mi duole, perché li considero fratelli semiti, ma sono diventati uno Stato, lo Stato sionista di Israele, ritornando al loro antico vezzo di allearsi con i più forti.
Furono le frange marginali degli ebrei che vollero la morte di Cristo, quelle alleate ai romani; così adesso sono le frange sioniste che impongono il loro verbo che nulla mantiene delle Scritture.Se non facciamo una netta distinzione tra sionisti ed ebrei non caveremmo mai un ragno del buco.Ma rimane la presenza inquietante di Cristo a tenerci separati, mentre tale presenza ci unisce al mondo musulmano.
Noi cristiani crediamo in Cristo nella sua duplice natura umana e divina, ma non riusciamo e non riusciremo mai a fornire una spiegazione razionale. Ci impongono dottrine semantiche, teorie analogiche e anagogiche, letture esegetiche, ma rimane il mistero che non penetra nella nostra intelligenza, ma nella nostra coscienza e si fa Fede.
Per cui crediamo in Cristo con Fede ma non con intelligenza.
I musulmani hanno bisogno di capire, per questo l’Islam non impone dogmi, né impone una gerarchia religiosa che si fa da tramite tra Dio e l’Uomo.Non capiscono e non potrebbero mai capire l’adesione ad un dogma sancito da un uomo ex cattedra, o da tanti uomini riuniti in Concilio. Da qui la loro venerazione per Gesù con intelligenza, ma non con fede.
Non possiamo smettere di interrogarci sul nostro “Chi siamo ?”, perché rischiamo che la domanda possa tramutarsi in “Chi crediamo di essere ?”Continuiamo a sancire formule, come se la Fede possa mai essere racchiusa nelle parole di un qualunque uomo (Ma voi non fatevi chiamare Rabbi, perché siete tutti fratelli).Finora è emersa una tensione che parte dal vaticano, che avrebbe voluto forzare un avvicinamento allo Stato Sionista di Israele; ma questo avrebbe potuto farlo il vaticano in quanto Stato città del Vaticano, ma non certo come Stella polare del cristianesimo; questo ruolo viene rilanciato da Papa Francesco per cui ogni cristiano cerca dentro di sé la sua Stella polare: “In interiore homine habitat veritas. Noli foras ire, in te ipsum redi.”
Da qui il difficile impegno di Papa Francesco: il mondo musulmano , nella sua stragrande maggioranza sunnita che rappresenta il 90% del mondo musulmano, cerca e vuole il dialogo interreligioso, considerando gli ebrei fratelli semiti, ma non avviene la reciprocità da parte dello Stata sionista di considerare i Palestinesi fratelli semiti. Auguri Santità Papa Francesco. (Rosario Amico Roxas)

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Incontro interculturale a San Cataldo

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 gennaio 2017

bruno_tabacciSan Cataldo. Il 18 gennaio c.a. alle ore 17 si terrà un incontro interculturale su temi di attualità politica presso l’Auditorium della Bcc «G. Toniolo» di San Cataldo. L’intervento più significativo, almeno dal mio punto di vista, sarà quello di Bruno Tabacci, che affronterà il tema: Potere e politica.Questa mia nota non pretende essere una presentazione del politico e dell’intellettuale, non ne ho l’autorevolezza necessaria, ma solamente un chiarimento sulla coerenza del politico, che ama l’ombra della zona “grigia” della politica , pur riuscendo ad attirare l’attenzione di quanti non privilegiano le analisi superficiali, ma prediligono quelle approfondite.
Il mio riferimento a tali analisi approfondite riguarda, principalmente, una definizione che fu di Toni Negri, che identificava Tabacci e la cerchia dei suoi sostenitori (tra i quali il sottoscritto) come “i marxisti per Tabacci”. Una definizione calzante, credibile, ma solo se si approfondisse la scelta dei termini, infatti Negri non dice “i comunisti per Tabacci”, ma “i marxisti per Tabacci”, dimostrando una carenza ideologica inaccettabile. Si tratta di un errore ideologico perché trascura 150 anni di evoluzione culturale dal tempo della prima edizione de “Il Capitale” . Fu il testo di Marx che ispirò il manifesto del partito comunista di di Karl Marx e Friedrich Engels, ponendo il proletariato al centro dell’indagine socio-politica, ma limitatamente al periodo storico di riferimento
Se Karl Marx e Friedrich Engels avessero potuto seguire l’evoluzione della classe operaia fino ai nostri giorni, lo stesso Toni Negri avrebbe dovuto accettare la collocazione di Karl Marx nell’alveo della democrazia liberale socialdemocratica. Sta in ciò l’errore di fondo nel quale si è ritrovato Toni Negri, nel non aver capito la storia e i suoi mutamenti, con gli adattamenti imposti dalle evoluzione socio-culturale.I sostenitori di Bruno Tabacci lo hanno (abbiamo) capito, accettando la centralità politica del liberalismo ,differenziato dal liberismo di stampo berlusconiano con tutte le sue carenze di welfare, soppiantato, quest’ultimo da una eccessiva attenzione verso le libertà di mercato svincolate dal controllo dello Stato. Il vero liberalismo, di matrice crociana, è in grado di coniugare le libertà di mercato, controllate dalla Stato, con la socialdemocrazia, non più marxista, ma portatrice di valori sociali ed etici.
L’introduzione alla serata di incontri è affidata a don Massimo Naro, direttore del Centro Studi Cammarata di San Cataldo e docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo, e Teologia trinitaria e Escatologia presso l’Istituto Teologico-Pastorale «Guttadauro», che rappresenta una garanzia di continuità con le quotidiane sollecitazioni di Papa Francesco.
Un commento finale è d’obbligo: i seguaci di Bruno Tabacci dimostrano una ben più concreta capacità analitica e valutativa rispetto ad approssimative e incerte definizioni. (Rosario Amico Roxas)

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Gli “starnuti” della Raggi

Posted by fidest press agency su sabato, 7 gennaio 2017

raggi-ceParlare di disinformazione, delle “bufale” e di quant’altro viaggia nel mondo dell’informazione, e quella istituzionale non è da meno, significa toccare il nervo scoperto di questa nostra società dove gli scandali non sono tali se non ci vengono scodellati con grandi clamori e percussioni di grancassa. Ma vi è anche il gioco perverso di denigrare o anche di cogliere la più piccola occasione per accanirsi nei confronti di un personaggio politicamente scomodo. E’ il caso della sindaca di Roma Virginia Raggi. E’ vero che è partita con il piede sbagliato e si è fidata di persone che alla prova dei fatti sono diventate inaffidabili, ma è anche vero che ha un coraggio da vendere ad accollarsi tutti i guai della capitale che, in specie negli ultimi anni, si sono accumulati in un crescendo impressionante. Cosa avrebbero dovuto fare i partiti dell’attuale opposizione se veramente hanno a cuore il bene di Roma e per dimostrare discontinuità con il passato che è pure la conseguenza del loro malgoverno? Di certo non a trasformarsi in severi critici ad ogni suo “starnuto”, ma cercare d’incoraggiarla a ben operare perché Roma ha bisogno dei romani benpensanti, e ve ne sono tanti, per nostra fortuna, appartenenti a tutti gli schieramenti politici. Noi come operatori dell’informazione non abbiamo taciuto a criticarla ma lo abbiamo fatto per stimolarla e non per denigrarla. Abbiamo cercato anche di darle qualche buon consiglio abituati come siamo a vivere tra la gente e ad annotarne i malumori. Sappiamo che i romani sono molto pazienti ma non bisogna tirare a lungo la corda. Rischia di spezzarsi. A volte basta poco per compiacerli. Penso alle buche stradali e ai cantieri stradali che una volta aperti durano anni. Ma su tutto prevale il convincimento che occorra coinvolgere, nella gestione della cosa pubblica, i romani come potrebbero essere i pensionati per osservare e segnalare a chi di dovere le cose che non vanno nel loro quartiere. A condizione però che vi sia qualcuno che li ascolti e provveda a sanare le disfunzioni evidenziate. E’ questo il tema dell’ascolto che è molto importante per una società che tende ad ignorare la voce dei singoli. (servizio Fidest)

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La verità è un optional?

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 gennaio 2017

Online Banking ComputerE’ mia convinzione che oggi più che in passato sia necessario avere una mente intuitiva, culturalmente preparata e votata agli approfondimenti, per sfuggire alle insidie di una informazione capziosa, volutamente di parte e abile nel dare una visione distorta, nel senso pro domo sua, degli accadimenti in specie afferenti la sfera economica, politica e sociale. Il recente referendum costituzionale ci ha dato una “prova provata” di tutto questo, ma questa volta il risultato ha dimostrato che se ben informati gli elettori sono in grado di dare risposte “sorprendenti” ai mistificatori di professione. E’ che l’idea che si son fatta taluni uomini politici e i personaggi che passano per i rappresentanti dei “poteri forti”, ovvero di coloro che detengono le leve del potere e sono in grado di condizionare i media, è che l’opinione pubblica deve essere amministrata dall’alto e manipolata a dovere non avendo che una scarsa considerazione della sua capacità di pensare con la propria testa e soprattutto di elaborare il pensiero in termini critici e di soppesarne i pro e i contro.
Ora, anche in base agli accadimenti internazionali, c’è il pericolo che questi “manovrieri” corrano ai ripari cercando di bloccare quei veicoli indipendenti dai loro influssi come l’informazione che proviene dal web. E’ un rischio concreto e ne hanno i mezzi. Sta a noi ora e non poi bloccare le loro trame e dimostrare che un paese, ma anche una comunità mondiale, non si governa con il controllo delle menti ma con la libertà di pensiero e che il fine ultimo sta nel prevalere dell’essere sull’avere. (fonte: Centri studi di cultura politica della Fidest)
The truth is an option?
Online Banking ComputerAnd ‘my belief that today more than ever it is necessary to have an intuitive mind, culturally prepared and voted to insights, to escape the pitfalls of a specious information, deliberately biased and skillful in giving a distorted view, meaning pro domo sua, of events especially related to economic, political and social. The recent constitutional referendum gave us a “solid proof” of all this, but this time the result has shown that if well-informed voters are able to give “surprising” answers to mystifying the profession. And ‘that the idea that we are made certain politicians and the characters who pass through the representatives of the “big powers”, ie those who hold the levers of power and are able to influence the media, is that public opinion It must be administered properly manipulated from above and not having a poor view of his ability to think for themselves and especially to develop critical thinking in terms and weigh up the pros and cons.
Now, even by international events, there is the danger that these “maneuverable” will seize the relay trying to block those independent vehicles from their influences how information coming from the web. It ‘a real risk, and they have the means. It’s up to us now and not then stop their plots and to demonstrate that a country, but also a world community, is not governed by mind control but with the freedom of thought and that the ultimate goal is to prevail on being ‘ have. (Source: the Fidest political culture studies centers)

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Verità e controlli sul web

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 gennaio 2017

internetIl XXI secolo ci sta rendendo sempre più consapevoli dell’importanza della comunicazione sul web. Siamo passati in poco più di un secolo dal primato della carta stampata alla radio e alla televisione allo streaming che ora è offerto anche da parte di diverse reti televisive, come la RAI e ad altri sistemi come facebook dove si può interagire con tutti coloro che vi accedono liberamente nel mondo. Non solo. La carta stampata, la televisione e la radio in particolare sono percepite dall’opinione pubblica, più che in passato, come condizionate dal potere politico esistente e dai grossi potentati economici e finanziari mentre il “fai da te” sul web permette di dialogare con chicchessia e di liberarsi dai rispettivi assilli esistenziali rendendone partecipi tutti i navigatori che vi entrano in contatto. Ma questa opportunità appare sempre di più un metodo inteso a sfuggire al controllo delle stesse democrazie da sempre orientate al controllo delle informazioni e a manovrarle secondo le proprie convenienze per cui si cerca ora di correre ai ripari prevedendo un controllo preventivo delle fonti con la scusa che le notizie che viaggiano su internet possono essere false e devianti un corretto rapporto tra cittadini tra loro e le istituzioni.
Noi italiani abbiamo avuto un’esperienza diretta durante il regime fascista dove i nostri padri fidandosi poco delle informazioni istituzionali avevano coniato un marchingegno oltremodo efficace con “radio gavetta” che altro non era che un discreto ma valido passa parola per venire a capo di quelle verità che i governanti volevano nascondere alle masse popolari. Ci toccherà forse ritornare a questo metodo se i nostri governanti decideranno di rimetterci in riga convinti che la libertà di parola è solo un opzional che spetta alle classi privilegiate e non all’uomo qualunque? Mala tempora currunt, sed peiora parantur. (servizio Fidest)

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Obama-Putin-Trump: La storia continua

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2017

putinDall’archivio della Fidest proviamo a fare una ricostruzione dei precedenti che ci hanno portato alla crisi odierna tra Federazione russa e Stati Uniti e alla quasi certezza di una sua ricomposizione con la nuova presidenza Trump, dichiaratamente amica di Putin.
Il tutto è iniziato sul finire degli anni novanta dello scorso secolo. Fu il giorno in cui m’incontrai con un giornalista ucraino che dietro le mie insistenze mi confidò i retroscena che portarono alla caduta del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica. La storia, a suo avviso, ebbe inizio alcuni anni prima dell’evento berlinese quando in una notte al Cremlino si accesero le luci di una piccola sala di riunioni dove alcuni massimi esponenti del soviet sovietico, e non dopo un’accesa discussione che durò alcune ore, presero una decisione che il mio interlocutore definì storica. Da quel momento si attese solo l’occasione propizia per provocare la caduta del sistema comunista. Perché fu deciso in tal senso? La spiegazione parve ovvia al mio confidente. La guerra fredda in atto tra i due blocchi, quello comunista e il capitalista, era giunta a un punto morto. Nessuno dei due poteva prevalere senza rendere il pianeta terra invivibile dopo una tremenda guerra atomica. Bisognava, quindi, fare una scelta diversa, più radicale ma al tempo stesso più pragmatica. L’Urss si sarebbe liberata di gran parte dei paesi, diventati troppo ricalcitranti e critici al controllo politico e anche militare della guida russa e sarebbe diventato, altresì, un buon affare lasciare all’occidente le loro disastrate economie. Al tempo stesso avrebbe dato l’impressione all’occidente della sua incapacità di nuocere mentre avrebbe avuto tutta la possibilità di riorganizzarsi e di tessere nuove alleanze e di rinforzarsi senza apparire una minaccia.
Ora a distanza di circa 20 anni da quel racconto ci troviamo con una federazione russa sotto la guida di Putin, ritenuto da molti l’unico vero leader mondiale di indiscutibile potere e levatura di statista, con una Russia che sembra ritornata alla potenza militare, politica e diplomatica del passato e per giunta con un occidente debole, poco determinato e con un capitalismo di taglio statunitense che sta mostrando tutti i suoi limiti. Su questo scenario è evidente che la leadership statunitense a livello mondiale è in declino e che altri stati ed economie stanno prendendo il suo posto: penso alla Cina, all’India e alla stessa Federazione russa. In un mio libro ho avuto modo di prefigurare tali scenari futuri e di considerare anche il declino se non il disfacimento dell’Europa comunitaria che sarà destinata a spaccarsi in due parti tra l’Europa del Nord e quella del Sud federata con i paesi del Nord Africa e dell’Asia che si affacciano sul Mediterraneo. Il 2017, quindi, posso considerarlo l’anno della svolta che avvia la fase esecutiva del processo prefigurato dagli strateghi russi degli anni ottanta del XX secolo per una nuova leadership mondiale riducendo gli Stati Uniti ad una entità regionale di secondaria importanza. E Trump in questa fattispecie ne sarà il traghettatore come lo è, del resto, l’attuale inquilino del Vaticano. (Riccardo Alfonso del Centro studi di politica internazionale della Fidest) From the archive of Fidest we try to do a reconstruction of the precedents that have brought us to the current crisis between the Russian Federation and the United States, and the near certainty of its reconstruction with the new presidency Trump, avowedly friend of Putin.
It started in the late nineties of last century. It was the day when I met with a Ukrainian journalist behind my insistence he told me the background that led to the fall of the Berlin Wall and the collapse of the Soviet Union. The story, in his opinion, began several years before the event in Berlin when the Kremlin night the lights came from a small meeting room where some of the greatest exponents of the Soviet Soviets, and not after a heated debate that lasted some hours, took a decision that my interlocutor called historic. From that moment he waited only for an opportunity to bring about the fall of the communist system. Why was it decided to do so? The explanation seemed obvious to my confidant. The cold war between the two blocs, the communist and the capitalist, had come to a standstill. Neither he could prevail without making the planet earth unlivable after a terrible nuclear war. It was necessary, therefore, to make a different choice, more radical yet more pragmatic. The USSR would shed most countries, become too recalcitrant, and critical to the political control of the military and even Russian guide and would become, also, a good deal to leave the West to their devastated economies. At the same time the West would give the impression of his inability to harm and would have all the opportunity to regroup and weave new alliances and strengthen themselves without appearing threatening.
Now at a distance of about 20 years since that story we find ourselves with a Russian Federation under the leadership of Putin, considered by many the only true global leader of unquestionable power and stature as a statesman, with a Russia that looks back to the military, political and diplomacy of the past and, moreover, with a weak West, just determined and with a capitalism of the US cut that is showing all its limitations. Against this background it is clear that the US leadership in the world is in decline and that other states and economies are taking his place: I think China, India and the Russian Federation itself. In my book I was able to anticipate such future scenarios and also consider the decline if not the undoing of Community Europe which will be used to split into two parts between Northern Europe and South federated with northern countries Africa and Asia bordering the Mediterranean. 2017, therefore, I consider it a turning point that initiates the execution phase of the process envisioned by Russian strategists of the eighties of the twentieth century to a new global leadership by reducing the United States to a regional entity of secondary importance. And Trump in this case it will be the ferryman as is, moreover, the current Vatican tenant. (Riccardo Alfonso of International Policy Studies Center of Fidest)

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Nuovo anno e riti antichi

Posted by fidest press agency su sabato, 31 dicembre 2016

nuovo_mondo_octavio_florealSi fa un gran parlare in questi giorni del futuro prossimo che ci attente con l’anno nuovo e le previsioni non sono sempre ottimistiche, anzi propendono per il peggio. Pensiamo, innanzitutto, ai nostri problemi personali a partire dal reddito che disponiamo, dalle minacce che incombono sui nostri risparmi alle imposizioni fiscali di varia natura che palesi e occulte dobbiamo far fronte, e ancora alla salute che talvolta traballa e all’assistenza universale che ci sta abbandonando in favore di quella privata i cui costi spesso sono proibitivi. Pensiamo alla casa e alle spese condominiali tra ordinarie e straordinarie e non certo ultimo il problema davvero molto serio del lavoro che non si trova, in specie per i giovani, e delle retribuzioni e pensioni che calano.
I politici non so se per pietà o cinismo cercano di blandirci con i soliti discorsetti di fine anno e che per altro trovano un uditorio sempre meno aduso ad ascoltarli consapevole che non sono le promesse che devono fare ma un qualcosa di concreto. Sono quei “riti antichi” che non riusciamo a toglierci di dosso a retaggio di una mentalità ipocrita che i nostri padri non sono riusciti a cancellare e che continua con imperterrita cadenza di anno in anno, di generazione in generazione.
Se poi apriamo la nostra porta di casa alle vicende del mondo dalle più vicine, geograficamente parlando, alle più lontane il quadro s’insieme ci appare dei più desolanti: corruzione, criminalità, terrorismo, truffe di ogni genere, disservizi e una situazione politica generale dove il profitto prevale sul rispetto della persona umana e dove la legge dell’avere domina quella dell’essere. Alla fine di ogni anno per quanto vanno male le cose pensiamo di aver toccato il fondo ed invece non riusciamo ancora a vederlo. Ma ciò che più urta la nostra sensibilità è il cattivo uso delle parole come per dire ad esempio “buona riforma” mentre si sa che è cattiva e così per estensione lo facciamo per far digerire all’opinione pubblica il malaffare e il disagio sociale. Vogliono farci ingurgitare aria e illusioni per allontanare i nostri pensieri dalla dura realtà. Ma nonostante queste fosche visioni noi non siamo del tutto votati al pessimismo. Vi è in ciascuno di noi una speranza, per quanto flebile, che ci consente d’intravedere una luce che riesce a filtrare attraverso una densa coltre di nubi nere e minacciose. Sarà quando avremo raggiunta la consapevolezza, e l’evoluzione tecnologica ci aiuterà in questo, che è tempo d’imprimere una svolta radicale al nostro modo di gestire la nostra vita e al nostro interagire con la natura che ci circonda e che in un certo senso ci compenetra. (dal Centro studi sociali della Fidest)

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Guerra e pace

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 dicembre 2016

aleppoIn un lancio d’agenzia di qualche giorno fa abbiamo pubblicato il comunicato che ci è pervenuto da Giovanni D’Agata Presidente dello Sportello dei diritti sul tema della produzione mondiale delle armi e la loro distribuzione di cui al link (https://fidest.wordpress.com/2016/12/27/gli-usa-leader-mondiali-della-vendita-di-armi/. Se al tempo stesso prendiamo in esame i vari focolai di guerra regionali sparsi in tutto il mondo e la Siria, nello specifico, ne è un esempio lampante con i suoi cinque anni di guerra civile con centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati, ci rendiamo conto di quanto possa essere grande la colpa di questi mercanti di armi che si arricchiscono a spese di intere popolazioni e le conseguenze che ne derivano con immani distruzioni e vandalismi di ogni genere. I media in queste circostanze sono prodighi di reportage dove spesso vediamo uomini e donne che sparano, ribelli o governativi che fossero, e il crepitio delle loro armi è spesso continuo come se avessero a loro disposizione un arsenale ben fornito di armamenti e munizioni. A noi tutto questo scenario di violenze ci pone un interrogativo inquietante: possibile che non si riesca a fermare siffatto bagno di sangue e di sofferenze? Perché si permette l’esportazione di tanti strumenti di morte sempre più sofisticati e micidiali? Perché gli stati che li producono e ne consentono l’esportazione non pongono un freno anche se per altri versi sono pronti a coprirsi il capo di cenere e a gridare allo scandalo e a promettere serie contromisure? E’ perché anch’essi sono complici di questa mattanza e la loro critica di facciata è solo rivolta a quella parte dell’opinione pubblica più sensibile, per tacitarla. Finché non avremo il coraggio e la determinazione di smantellare tutte le fabbriche di armi del mondo è inutile ed è ipocrita invocare la pace: essa non si conquista con le armi né si viola con le armi. Essa può nascere e prosperare solo in un modo offrendo all’essere il suo primato sull’avere. (Riccardo Alfonso direttore centri studi politici della Fidest)

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Il passato e il futuro alle prese con il presente

Posted by fidest press agency su martedì, 27 dicembre 2016

corte europea giustiziaI commentatori politici, gli opinionisti e i sondaggisti riferendosi ai risultati dell’ultimo referendum costituzionale, che ha visto la vittoria del No nonostante l’insistente campagna promossa dal Governo e dal suo presidente Matteo Renzi per il Si, sembrano, almeno su un punto concordare. I giovani hanno in prevalenza favorito la vittoria del No e gli anziani hanno scelto di più il Si. Se le cose stanno a questo punto ciò che manca alle parti che hanno sostenuto le ragioni del Si è la convinzione che non si tratta di chi resta ancorato al passato e di chi guarda il futuro quanto la necessità che tutti sappiano avere la consapevolezza che passato e futuro vogliono dire poco se non offriamo al presente le basi necessarie per saper meglio gestire ciò che oggi sappiamo fare e che alla fine diventa il solo elemento capace di garantirci un avvenire. Ora, non ieri e nemmeno domani, è il momento in cui dobbiamo fare la scelta fondamentale per assicurare alla posterità il nostro avvenire. Non dobbiamo pensare alla storia dei partiti che pure ha avuto un momento magico per la costruzione del nostro pensiero e delle idee di libertà e di giustizia che lo hanno fatto maturare, ma alla sua evoluzione che ha fatto nascere in noi la convinzione che in tutto questo fermento ideale, ma anche fallace nelle sue aberrazioni, restano solo due punti fermi: il diritto alla vita e a vivere. Che senso ha, infatti, nascere se al nuovo venuto non si tutela il diritto a vivere garantendogli, dal momento in cui viene concepito a prescindere dai suoi natali o dalla terra in cui gli è dato d’essere concepito, un’esistenza dignitosa affrancandolo dalla povertà e garantendogli un tetto sotto cui ripararsi, un’istruzione adeguata, un lavoro, l’assistenza sanitaria e una vecchiaia serena?
I garanti di tutto questo non sono più i partiti ma la coscienza dei popoli, dai giovani agli anziani. Sono coloro che sanno appropriarsi dei valori fondanti della vita per farne un uso virtuoso. Sono coloro che mettono al primo posto l’essere umano e la natura con lui per renderli costruttori di una pax sociale tra uguali e dove nessuno nasce erede di un qualcosa che non sia frutto della sua volontà e ne esalti il concetto di fratellanza e di eguaglianza. E’ questo il futuro che ci attende ma nulla potremo fare se non incominciamo oggi con la memoria di ieri e la capacità di guardare oltre le nostre stesse esistenze in nome di una società del cambiamento e alle sue stesse risorse innovative che ci hanno da sempre accompagnati e che solo la nostra incapacità di saper guardare con l’occhio del giusto le ha rese opache. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi politici della Fidest)

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Roma: “Quella discoletta della Raggi”

Posted by fidest press agency su sabato, 17 dicembre 2016

virginia raggi trasparenzaVirginia Raggi è diventata la prima “sindaca” della Capitale nella sua storia millenaria sostenuta da una valanga di voti da parte di quelli che hanno pensato a una svolta a 360 gradi dell’amministrazione comunale per anni gestita malissimo e con interferenze malavitose. A distanza di sei mesi dal suo mandato dobbiamo dire che i suoi “fan” stanno cominciando a pentirsi della fiducia a lei riposta? In effetti, da “radio gavetta” dobbiamo purtroppo, prendere atto che più di qualcuno sta facendo una seria riflessione in proposito. Il nostro rammarico è che ha sbagliato soprattutto nella scelta dei suoi collaboratori a dispetto dei buoni consigli che le venivano anche dal Movimento cinque stelle di cui ne è, ovviamente, la rappresentante di punta. Ora viene messa platealmente sotto accusa per due scelte risultate a dir poco improvvide: quella della Muraro e di Raffaele Marra. Conoscendo il loro passato da subito erano da considerarsi “politicamente” insostenibili ad assumere il mandato che è stato a loro conferito mentre per la parte giudiziaria lasciamo ai giudici stabilirne le responsabilità, se ve ne sono. Ora che la frittata è fatta come potrà uscirne? A nostro avviso in tre modi: Il primo è il più drastico dimettendosi per ritornare a votare un diverso sindaco e sicuramente proposto dallo schieramento della destra romana. Il secondo lasciandosi “commissariare” dal Movimento cinque stelle romano e il terzo da noi “sponsorizzato a lungo” cercando di coinvolgere i romani richiamandoli a una partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica. Del resto anche nella recente campagna elettorale della Raggi è stato detto che Roma deve essere restituita ai romani. E allora che attendiamo? Potremmo incominciare con le associazioni di volontariato, con un “osservatorio” dove i problemi della città vengano rilevati e si possa intervenire con tempestività per ridurne l’impatto negativo in specie in ciò che più disturba i romani: buche stradali, circolazione caotica, posteggi in doppia se non tripla fila che ritardano, tra l’altro, le corse dei bus, servizio della nettezza urbana, sicurezza ecc. Ma ciò che più conta è necessario che la sindaca faccia sentire la sua presenza sul territorio, parli con la gente, spieghi il suo disagio per gli errori commessi e mostri la capacità di una ripresa convincente a dispetto dei corvi che l’hanno già messa in croce e stanno recitando il de profundis. (Riccardo Alfonso Centro studi politici della Fidest)

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