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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 318

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

In nome del popolo sovrano

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Ci sarebbe molto da dire intorno a questa espressione: “In nome del popolo sovrano”. Lo affermano i giudici nelle aule dei tribunali allorché pronunciano una sentenza e lo sono i parlamentari e i governi che ne derivano nell’esercitare il potere esecutivo. A scompaginare la misura di questo assunto è l’erosione dei sistemi democratici che determina lo spostamento dell’asse dal principio di sovranità in seguito all’espansione del tardo capitalismo. A questo punto è d’obbligo chiedersi se gli elementi costitutivi dello Stato, indicati dalla costituzione, basati sul territorio che delimita i confini, il popolo come insieme di individui che vivono stabilmente sul suo territorio e l’ordinamento giuridico che realizza il principio di sovranità, possono avere ancora un senso se i confini di uno Stato diventano permeabili ai flussi migratori, monetari e alle forme culturali più superficiali come le mode e i consumi. Tale aspetto segna i prodromi per l’assunzione di un diverso ruolo della identità popolare costituita dallo spirito nazionale, dai costumi, dal linguaggio e dalla tradizione. A questo punto si può ancora parlare di popolo a fronte di un rimescolamento di etnie e in una cultura del presente che enfatizza tutte le sollecitazioni del momento dando luogo a fenomeni di massa che limitano, di fatto, il senso della continuità storica e della percezione del futuro? In questa chiave di lettura il fenomeno migratorio di massa impone un’analisi critica non più orientata da valori ma da interessi di parte e lo stesso diritto, che definisce i comportamenti e le pene per l’ordine violato, diventa “flessibile” facendo venir meno le certezze dello Stato e del diritto. Se non diventiamo consapevoli di questo predominio asservito alla cultura dei consumi e alla dipendenza politica, sociale, economica e finanziaria che ci hanno portato alla creazione di organismi con poteri sovranazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Wto non avremo la possibilità di misurarci in qualche modo con siffatto principio ideologico dominante se non operiamo con una coscienza popolare più coesa e soprattutto informata. Ma c’è da chiedersi siamo ancora in grado di contenere quest’onda anomala limitandone gli effetti perversi? (Riccardo Alfonso)

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Oggi l’essere vecchio che senso ha?

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Oggi l’invecchiamento non dà più l’idea di un progresso verso la saggezza e la serenità, ma quella di una degradazione funzionale. Se il cadavere, il morente, il vecchio sono oramai inseriti nella categoria dello “scarto”, è perché sono considerati nient’altro che delle “macchine” fuori servizio. E’ questa visione disumanizzante del corpo che ha dato luogo a una strategia generale dello “sgombero”.
Il tutto diventa una mera operazione di mascheramento. Urbain in proposito scriveva sull’Enciclopedia Einaudi nel 1980: “Trascinato nel labirinto ospedaliero, più rassicurante per i suoi che per lui, al morente è continuamente negato la sua specificità e occultata metodicamente la differenza tra il morire e l’essere infermo”.
L’importante è nascondere sotto l’accanimento terapeutico, il sopraggiungere del nulla, far tacere la comparsa del morire con un mucchio di diagnosi incerte, mascherare insomma l’imminenza della fine mediante una tecnica di rianimazione cieca che trasforma a volte il morituro in un cadavere vivente. Il desiderio della negazione è così forte che si giunge a togliere con la forza al moribondo, uno dei diritti più naturali che ci siano: il diritto alla morte. E’ un rapporto non risolto, che l’evoluzione scientifica non solo rende più traumatico, ma non risolve in assoluto. Parodiando il detto latino: “Si vis pacem para bellum” dovremmo dire “Si vis vitam, para mortem”, se vuoi vivere veramente preparati a morire.
Qui sta realisticamente il punto e la stessa spiegazione che percorre tutto il lungo tratto dei miei scritti sino ad ora e attendono, se ancora avrò le forze per farlo, gli altri che chiudono la summa dei miei studi e delle conseguenti ricerche.
Io cerco, nonostante tutto, e avvalendomi del contributo di ricercatori e studiosi, di stimolare i miei simili verso un nuovo ordine d’idee nel quale vi sia posto alla vita come alla morte, in uguale misura. Nel loro complesso non vale la logica consumistica così come non vale il sacrificio corale e condiviso di una perdita. (Riccardo Alfonso)

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Europa 2019: la grande contrapposizione

Posted by fidest press agency su martedì, 18 settembre 2018

Sono iniziate da qualche mese le grandi manovre in attesa del rinnovo del Parlamento europeo il prossimo anno. Non pochi osservatori politici vi intravedono la forte somiglianza con quanto accadde a cavallo delle due grandi guerre mondiali del XX secolo. Allora i popoli del vecchio continente si trovarono ad affrontare la contrapposizione di due grandi sistemi ideologici di tipo totalitario che avevano in comune solo lo spregio per la democrazia. I grandi assenti di allora furono il partito comunista con la sua dichiarata missione in difesa dei ceti più deboli e la cosiddetta “destra sociale” e liberale. Oggi questi sistemi li ritroviamo da una parte con l’economicismo e la sua concezione astratta della vita come ragione calcolante egoista e individualista e, dall’altra, il fondamentalismo radicale nazionalista, etnico e razzista. In tale contesa resta marginale la presenza della sinistra storica in parte edulcorata da una vena tollerante e fortemente votata ai compromessi al ribasso che nella nostra realtà quotidiana si perde dietro i tanti rivoli ideologici e demagogici e con un linguaggio che ha perso quasi del tutto il suo carisma tra le folle e il liberismo che continua a dare valori morali alla correttezza del diritto ma deprivata dal suo carisma per eccesso di intellettualismo. E’ un percorso che se continua ad essere riduttivo pone fatalmente il ruolo dell’essere umano ad un livello marginale primeggiando la crisi dei sistemi di difesa della cultura e della politica. In pratica il conflitto si radicalizza in misura fortemente involutiva tra l’essere e l’avere, tra chi ha e chi non ha. E’ così che diventa sempre più profondo il solco che divide i popoli tra la soggezione e il potere riservato ad una minoranza ristretta e dove è prioritaria una visione unilaterale della vita dietro la quale si nascondono i grandi interessi economici del mondo capitalista. E’ così che scatta la trappola con una lotta tutta di destra come in Francia tra Macron e le Pen e che alle prossime europee si ripeterà fatalmente imponendo un pensiero indiviso che nel tentativo di riformare il mondo, attraverso lo sviluppo economico, richiama l’immagine di un mondo unico nel trionfo del privilegio di pochi a danno di molti. Se andiamo con questo passo accadrà che gli elettori europei non avranno più una contrapposizione reale ma la sola scelta del meno peggio come è accaduto in Francia. (Questo è il primo di una serie di articoli sulla politica, il costume e l’Europa ad iniziativa del direttore dei Centri studi della Fidest Riccardo Alfonso)

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Il nuovo conduttore televisivo di Mediaset è Matteo Renzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 settembre 2018

In questi giorni sta impazzando sulle reti televisive di Silvio Berlusconi l’anchorman di Mediaset. Per il patron Berlusconi è niente di meno che Matteo Renzi definito per tale incarico un uomo dotato di grande carisma. Ha infatti perso il referendum costituzionale e le ultime elezioni politiche portando il suo partito dal 40% alle europee, di 4 anni fa, all’attuale 18%. Che vogliamo di più? Lo abbiamo persino in Parlamento da senatore con i voti dei fiorentini e questo vuol dire, di certo, qualcosa della figura camaleontica di tale personaggio. Lo abbiamo ascoltato in un paio di suoi show dove ha rispolverato i vecchi, ma sempre ad effetto, temi anti pentastellati giusto per far capire agli ottusi elettori che hanno sbagliato voto e che ora lui è pronto a ravvederli con la benedizione del suo anfitrione che lo ospita nelle sue reti.
Si tratta sempre di questi italiani “discoletti” che non riescono ancora a capire che nolenti o volenti c’è lui e dovranno strisciare ai suoi piedi per riaverlo a palazzo Chigi, per affollare l’Italia di immigrati più e meglio di prima e così guadagnarsi l’ambita  pacca di compiacimento dei signori di Bruxelles e rendere onore al nostro paese con il suo più grande campo profughi d’Europa. Solo così quelli della Commissione Europea potranno tirare un sospiro di sollievo e tenere buoni quanti non gradiscono questa invasione senza controllo e con possibili infiltrazioni di terroristi e di malavitosi. Ma il gran vociare di questo personaggio non finisce qui. Alle sue spalle restano i grandi interessi dei vari comitati d’affari che, tra l’altro, hanno reso un pessimo servizio a quell’idea di privato che ci siamo fatta e che si basava sull’efficientismo e su servizi competitivi. In diversi casi, invece, il privato ha travalicato il suo ruolo diventando solo un sanguisuga che ha avuto il terreno fertile per compiere le sue sortite dall’incapacità dei nostri governanti di dettare regole precise e stabilire severi controlli sul loro operato nella sfera pubblica. Non si può, anzi non si deve, demonizzare, ad esempio la sanità pubblica facendo credere che è inefficiente solo perché chi deve sostenerla la depriva delle necessarie risorse per farla funzionare bene. E questo vale per molti altri casi dalla scuola ai trasporti. (Riccardo Alfonso)

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Quanto i partiti ci dicono di voler cambiare tutto

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

Se volessimo citare il primo uomo che ha soggiogato i suoi simili con la suggestiva proposta di voler cambiare tutto dovremmo tornare all’età della pietra. Da allora ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti ma la barca della speranza e dell’attesa è riuscita a tenere la barra dritta a dispetto delle acque agitate in cui si è trovata. E’ uno strano destino il nostro. Ci accontentiamo dei trenta miseri denari e per guadagnarli non ci facciamo scrupolo di tradire il nostro simile per affidarlo nelle mani del carnefice. Ma perché queste anime pie hanno bisogno di un cambiamento? Perché lo attendono con tanta ansia tanto da illudersi delle parole del primo imbonitore di turno seguendolo docilmente come nella storia del pifferaio di Hamelin? Perché la nostra mente è limitata a tal punto da deprivarsi dalla capacità che dovrebbe essere innata nel discernere il falso dal vero? Forse perché è stata tanta l’attesa e l’amarezza della disillusione che abbiamo finito con l’affidare ai posteri questa lunga attesa non volendo rinunciare a quell’ultimo barlume da un moccolo di candela. E’ che di generazione in generazioni ci prendiamo in carico questa pesante eredità ma finiamo sempre con il vanificarla non riuscendo a fare altro che a rinviarne la soluzione. Se in base a questa premessa ci caliamo nella realtà italiana potremmo spiegare meglio il grado umorale degli elettori da 25 anni a questa parte. E ci sono voluti 25 anni per arrivare a una sola conclusione: le promesse non sono mancate ma è rimasta immutata la logica gattopardesca “del tutto cambiare per nulla cambiare”. Abbiamo avuto persino partiti e movimenti nuovi o partiti che ci hanno fatto credere d’aver cambiato pelle ma hanno finito solo con il fare la fine dei pifferi di montagna che andarono a suonare e furono suonati. Ora è la volta dei pifferi giallo-verdi e che dire se non ai posteri: a voi la “facile” sentenza. (Riccardo Alfonso)

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Il movimento politico che non c’è

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

L’articolo di spalla apparso giorni fa su “Il fatto quotidiano” a firma del suo direttore Marco Travaglio mi ha fatto riflettere. Il tema trattato s’incentrava su alcune considerazioni di merito sull’attuale governo che è stato definito, dagli stessi protagonisti, “del cambiamento”. Ho ricavata l’impressione che le parti in causa abbiano scelta questa soluzione ab torto collo. E qui lo ha evidenziato chiaramente Travaglio quanto scrive: “sono due forze popolari ma con idee e basi sociali diverse se non opposte” tanto che sono riuscite ad ottenere una composizione solo mediante un solenne impegno contrattuale. E’ che tutto questo non sarebbe successo se il PD non si fosse lasciato condizionare dal suo ex-segretario Matteo Renzi che ben altri progetti aveva in testa e primo fra tutti quello di allearsi con Berlusconi e quest’ultimo d’emarginare il suo scomodo alleato Matteo Salvini. Le cose, come possiamo constatare, sono andate diversamente e nel peggiore dei modi per il PD che sta sopravvivendo con il suo segretario fantasma Maurizio Martina ma che alle sue spalle resta la figura più reale del suo ex Matteo Renzi pronto a riaffacciarsi sulla scena politica come se il passato, che lo ha coinvolto ed emarginato, fosse solo un brutto sogno e in questo modo, se lo lasciano a briglia sciolta, riuscirà solo a far recitare il profundis al suo partito. Eppure di un movimento che possa richiamarsi alla sinistra e ritornare alla ribalta dell’attenzione popolare e, quel che più conta, al consenso elettorale se ne avverte fisicamente il bisogno. E’ un discorso che ancora una volta mi costringe a parlare di partiti che secondo un certo cliché, stile vecchio secolo, chiamiamo di destra, di centro e di sinistra oltre alle varie sfumature e alleanze che possono andare dal centro alla destra e alla sinistra o anche definirsi “estremi”. Oggi invece il rapporto è duale tra chi è e chi ha e l’evidenza dei fatti rende, semmai, più tragico questo divario tra miliardi di persone che passano dalla povertà alla miseria o si barcamenano con retribuzioni modeste o affogano nella disoccupazione cronica o in lavori occasionali e stagionali. All’opposto ci imbattiamo in un’area di ricchezza sempre più ristretta ed esclusiva che prospera soprattutto sulle indigenze altrui. E’ un nodo che, fatalmente, sta andando al pettine anche se a tutt’oggi non è la mancanza di consapevolezza del dramma che in tanti si sta vivendo ma la capacità di trasformare il malcontento che serpeggia in una forza di potere transnazionale e a guida unitaria. Ci arriveremo, certamente, ma non vorrei che accadesse troppo tardi trasformando la dialettica politica in una vera e propria guerra civile su scala planetaria. (Riccardo Alfonso)

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Santità ho un sogno: le cittadelle del sapere

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Lettera aperta al Papa Francesco. Da dieci anni cerco di sensibilizzare i potenti della terra dai politici alle multinazionali, dalla Bill & Melinda Gates Foundation e alle altre dello stesso genere, ai governi e ai movimenti per la pace su un progetto che non lo ritengo solo umanitario ma culturale e sociale significativo. Pochi mi hanno risposto incoraggiandomi a non desistere ma non sono andati oltre. La mia, sia chiaro, è solo un’idea e una speranza ma agli altri è assegnato il compito di concretizzarla. Penso ai migranti che in tutto il mondo vagolano da un paese all’altro per salvarsi dalle violenze e per costruirsi un sia pur modesto avvenire soprattutto per i loro figli. Spesso ad accoglierli ci sono i grandi campi profughi dove la miseria è di casa per non dire altro. Perché mi sono chiesto non si può fare qualcosa di diverso? Così ho pensato a tante cittadelle del sapere sparse, ad esempio, lungo le coste africane che si affacciano sul Mediterraneo. Potrebbero sorgere sotto il protettorato dell’Onu e in un’area ceduta dai paesi ospitanti per farvi soggiornare autoctoni, migranti ed europei. Il modulo abitativo dovrebbe prevedere due distinti appartamenti ma contigui dove in uno cederlo a una coppia di pensionati europei e l’altra ad una famiglia del posto o immigrata. Una soluzione fatta per scambiarsi un aiuto concreto: per gli europei una stampella per la vecchiaia e per gli altri la possibilità di apprendere un mestiere o di assicurare ai propri giovani una professione in base alle loro abilità manuale o intellettiva. In questo modo imparano, tra l’altro, a convivere e a comprendersi. Cittadine, non troppo popolose (tra i 50mila e i centomila abitanti) che potrebbero autogestirsi e autofinanziarsi con le rendite pensionistiche degli europei e con le locali produzioni artigianali e attività turistiche. Potrebbero nascere e prosperare anche con il contributo di fondazioni private e con una tassazione sui profitti ottenuti dalle imprese che producono armamenti. Questa idea ha, a mio avviso, anche un risvolto pratico perché chi intende lasciare tali insediamenti può portare in dote una professione, un certo livello d’istruzione e una buona conoscenza delle lingue. Perché tutto questo dovrebbe interessare il Papa? Perché la Chiesa di Roma è stata capace in passato di fare molto per elevare la qualità della vita attraverso il lavoro e l’istruzione: Penso a S. Giovanni Bosco e non è il solo, ovviamente. (Riccardo Alfonso)

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Cavalcare la protesta per arrivare al governo e poi esserne disarcionati

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Negli anni del secondo dopoguerra del XX secolo gli italiani hanno perso la magica occasione di ricostruire il Paese con un’idea nuova e diversa di sviluppo industriale, sociale e culturale. Hanno lasciato che il passato riverberasse in quel presente e hanno rincorso i diritti dei cittadini sull’onda della protesta del qualunquismo di Giannini e dei comunisti a seguire. Sono stati anche gli anni dei comitati d’affari che non hanno avuto scrupoli a corrompere, inquinare e dilapidare i beni pubblici pur d’ottenere grossi profitti. E intanto le diverse riforme auspicate si sono fermate. Parliamo di giustizia, d’istruzione, di welfare, di opere infrastrutturali intermodali (tra percorsi autostradali, marittimi, lagunari e aerei) e nell’ammodernamento della filiera distributiva per i prodotti agricoli e altri generi di prima necessità. E’ parsa una convenienza per chi fa politica e di chi si cimenta nelle attività imprenditoriali e nella ricerca di facili guadagni potendo avere uno stato gravido di leggi a fronte di una giustizia e di una burocrazia lenta e farraginosa. E soprattutto riducendo all’osso l’efficacia degli organismi di controllo e ove è indispensabile di affidarli agli stessi controllati. E con questo procedere i partiti tradizionali hanno finito con il lasciare nell’opinione pubblica la percezione della loro incapacità d’agire se non quella di esserne conniventi. Incominciarono così i primi malesseri individuali e collettivi e la voglia di dar vita a nuovi movimenti politici che sapessero cavalcare la protesta e diventare forza politica di rinnovamento. Così sono nati i pentastellati e la Lega. Ora sono al governo ma il loro vero nemico è il tempo se vogliono gestire al meglio il successo elettorale ottenuto. E’ che troppi nodi sono giunti al pettine e la gente li considera tanto odiosi che vorrebbe scioglierli subito e non si fa più governare dalla pazienza nell’attesa. Le anime della conservazione lo sanno e fanno di tutto per rallentare la marcia dei novatori convinti che i loro proseliti alla fine li abbandoneranno certi di essere stati ancora una volta traditi. Ciò sta accadendo in Italia con i partiti che hanno perso consenso e ora sperano di recuperarlo invertendo le loro posizioni e la stessa Europa, che si sta preparando alle prossime elezioni parlamentari, lo sta facendo nell’intento di frenare l’onda popolare impropriamente definita populista alias anarchica mentre considera salvifico solo l’interesse proprietario del chi ha e vuol restare non solo tale ma anche per aprire nuovi fronti di profitto. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Finisce una guerra e si apre un cortocircuito che provoca la guerra fredda

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

La fine della seconda guerra mondiale non solo creò le premesse per innescare una nuova forma di guerra, quella fredda, ma anche per dirci che avevamo fatto una vera e propria scalata sul fronte degli armamenti militari aprendo la via a forme di distruzione di massa dalle conseguenze terribili per l’umanità. Parliamo, ovviamente, dell’arma atomica e non solo. E’ davvero una svolta storica e ben poca cosa appaiono ora le nuove strategie militari e le tecniche d’impiego degli eserciti con le guerre di movimento. Sembrava che potessero rappresentare la soluzione ideale per sconfiggere l’avversario dando ampio spazio ai mezzi corazzati, ai trasporti motorizzati e all’impiego massiccio dell’aviazione per i bombardamenti tattici e strategici di aree non solo di natura militare ma anche a solo uso civile per indebolire la resistenza della gente ammassata nei grandi agglomerati urbani. Ci sbagliavamo sebbene qualcosa già si avvertiva potendo mettere in campo armamenti tradizionali ma già capaci di essere risolutivi.
Si afferma, a questo proposito, che il Fuhrer non fu eccessivamente impressionato dallo sbarco degli alleati avvenuto in Normandia il 7 giugno del 1944.
Egli, infatti, pensava di capovolgere l’avversa situazione venutasi a creare, sul fronte occidentale, dando il via all’operazione “Cherry-pip”. Si trattava di lanciare contro Londra, entro qualche giorno, da 300 a 400 missili Cherry-pip con testate esplosive di grande potenza. Il tentativo, com’è noto, non riuscì se non per qualche gittata dimostrativa sul cielo di Londra.
Ma in cantiere vi erano ben altre minacce. Prima fra tutte la bomba atomica. Ci pensarono i tedeschi per primi, ma i loro scienziati non fecero in tempo a disporne un uso bellico sebbene ci arrivassero molto vicini. Intanto gli Usa già pensavano di adoperare la bomba in Germania se non fosse riuscito il loro sbarco in Normandia. Ci mancò poco, quindi, che gli ultimi bagliori della guerra non si trasformassero in “funghi atomici.” Ma anche le armi individuali ebbero il loro momento di celebrità. Ci si rese conto della loro importanza in specie se i combattimenti si svolgevano a distanza ravvicinata. Era il momento del mitra, delle granate a mano, delle armi automatiche, in genere, ed anche dei blitz operati nelle retrovie nemiche con uomini pronti a tutto per creare confusione tra le forze combattenti e per distruggere ponti e reti di comunicazione. Fu anche preparata un’altra guerra: quella partigiana che sfruttando le difese naturali del terreno, tra dirupi e boschi, si potevano colpire le colonne nemiche e ritirarsi prima che reagissero in forze. Una tecnica di guerriglia che fu poi esportata nelle città e con successo. Per contrastarla i tedeschi non trovarono di meglio che prendere degli ostaggi inermi del luogo e fucilarli senza pietà. Pensavano in questo modo di indebolire la rete di connivenze che si stava intessendo intorno ai partigiani, ma fu inutile.
La vera guerra, in questa come in altre circostanze, fu vinta anche dalla propaganda condotta dai comitati di liberazione nazionale che trasformarono le uccisioni a freddo dei tedeschi in tanti atti di eroismo delle vittime e in una grande voglia di riscatto da parte dei sopravvissuti. Ci fu il fenomeno dei “kamikaze” giapponesi che si lanciavano con gli aerei carichi di bombe sulle navi americane indifferenti alla morte e al fuoco di sbarramento delle loro contraerei. Oggi lo fanno gli islamici nei mercati, nelle piazze affollate e nei luoghi d’intrattenimento. Se ben consideriamo tali forme di lotta tanto diverse dai canoni tradizionali di una guerra di posizione ereditata dalla prima guerra mondiale, ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che ne hanno provocato il tracollo. E dire che tutto è avvenuto in pochi decenni.
Ricordiamo che gran parte degli stati maggiori anglo-francesi, fino alla travolgente azione militare tedesca sul fronte francese, rimasero fermi nei loro convincimenti anche se furono indirettamente testimoni di combattimenti svoltisi in Polonia con moduli d’intervento decisamente non tradizionali. Militari e politici francesi e inglesi furono a tal punto convinti di trovarsi al cospetto di una seconda guerra di posizione che trovarono persino normale vivere un semestre “irreale” di non belligeranza poiché si aspettavano un attacco in forze sulla linea Maginot e quindi restarono su quelle posizioni in “tranquilla attesa.” Da tutte queste considerazioni emerge qualcosa di più significativo da rilevare. La seconda guerra mondiale, a nostro avviso, resta l’ultima rappresentazione corale mostrata attraverso un reclutamento di milioni di uomini e dall’esistenza di uno o più fronti di combattimento.
Le nuove generazioni nate all’ombra delle tecnologie più evolute e dell’informatica non hanno più bisogno di milioni di armati per sconfiggere altri milioni di armati. Si è pensato in un primo tempo che ciò fosse possibile con l’arma atomica ora il discorso si fa in un modo diverso con l’uso del terrorismo e la subliminazione attraverso i media. Ora l’insidia sta diventando più sottile ed è inodore come il gas nervino. Resta da chiederci se chi ci governa ne è consapevole e ne sa trarre le dovute conclusioni.
I due momenti sono fondamentali, a mio avviso, per capire quanto avviene nel XX secolo e su quali traumi esistenziali si matura tutta la storia dell’umanità vissuta, questa volta, con la lente d’ingrandimento, per quanto riguarda il tempo in cui viviamo e, forse, un po’ prima e, nel cogliere i segni di ciò che ci attende, un po’ dopo.
La seconda guerra mondiale, probabilmente più della prima, per le armi impiegate e per le distruzioni sistematiche d’intere popolazioni, posso considerarla un evento che ha impresso, in profondità, una svolta epocale. Tutto posso dire, infatti, a proposito degli anni post-bellici, tranne che le cose hanno ripreso a procedere come se nulla fosse accaduto. (Riccardo Alfonso)

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Beatrice conduce Dante in Paradiso, ossia verso la conquista della sua immortalità

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Qui si compie il destino di tutti gli esseri viventi, dal più piccolo al più grande, dal più saggio al più ignorante. Solo in questo modo possiamo giungere a un grado maggiormente elevato di consapevolezza e di compiutezza. Il genere umano, così procedendo, cammina, ma si può anche incedere senza procedere, si avanza, sotto certi aspetti, e si arretra sotto altri. La barba-rie è una di tali cammini a ritroso.
L’uomo è condannato a un movimento continuo ma giunto al più alto livello la sua intenzione di volervi restare stabilmente lo spinge a compiere passi retrogradi. L’esempio dell’Eden in cui vissero Eva e Adamo lo sta dimostrando. Essi, per un eccesso di sicurezza, finirono con il perdere tutto, tranne l’amore.
E’ questo il filo d’Arianna, figlia del mitico re di Creta Minosse e di Pasifae che salva Teseo che si era avventurato nel labirinto per uccidere il Minotauro. E’ un filo d’amore. E’ quello che permette all’eroe di ritrovare la via del ritorno.
Sono storie simboliche, forse semplicemente spettacolari, ma tanto confacenti alla natura stessa dell’essere umano che si ritrova sempre con lo stesso ricorrente tema: quello del sentimento più puro che sprona all’azione, alla ricerca, alla bellezza e ci aiuta a capire la vita e ancor più la morte.
E’ tutto questo solo sentimento? Forse. Il sentimento, tuttavia, non inganna mai. Non coglie e non afferma che un rapporto, e questo non è un’apparenza ingannatrice. Esso non delude, per quanto primitivo può apparire.
E’ invincibile, universale e ci conduce sulle esistenze e le realtà e le annuncia con evidenza manifesta. Allora può servire di base a un giudizio assoluto e necessario. E’ la coscienza dell’esistente e delle esistenze.
L’attenzione che diamo a una cosa è sempre proporzionata all’interesse che essa c’ispira o alla forza di volontà che vi mettiamo. Quando questi due principi dell’attenzione si concentrano su un determinato oggetto, allora soltanto essa raggiunge il suo più alto grado di forza. In una passione, nulla ci sfugge di ciò che con essa ha rapporto, vicino o lontano che sia. I senza anima o gli uomini deboli di carattere, che, di fatto, non s’interessano di nulla, non sono suscettibili d’attenzione, o almeno di una valida attenzione. Per loro è necessario ritornare a vivere per assaporare ciò che hanno perso nelle vite precedenti. Sono i Teseo senza la loro Arianna. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La pace in Europa e i suoi risvolti in Italia con l’operazione “sunrise”

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Tra tante contraddizioni durante e prima la seconda guerra mondiale si arrivò alla fine di questo tunnel degli orrori con la resa incondizionata di tutte le forze tedesche che fu firmata a Reims nel quartiere generale di Einsenhower il 7 maggio 1945. Ma bisogna attendere fino al 2 settembre, dello stesso anno, per veder piegata la resistenza giapponese. Resta comunque da chiedersi se fosse stato possibile pervenire a quest’atto finale, in tempi così ravvicinati, se non fossero state sganciate dagli americani, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto dello stesso anno, due micidiali bombe atomiche che rasero letteralmente al suolo, con centinaia di migliaia di vittime, soprattutto civili, le due città giapponesi.
A cavallo di queste due date, tanto funeste per tutta l’umanità, ed esattamente l’8 settembre 1945, l’U.R.S.S. dichiarò guerra al Giappone. Ora, con il senno di poi, dovremmo pensare che fu la fine di un incubo o che ci siamo infilati in un altro scenario se non di guerra di certo ricco di contraddizioni e di domande senza risposta? La responsabilità la dobbiamo assegnare ai tanti europei che non seppero comprendere che i tempi stavano mutando e nuove speranze e attese stavano presentandosi. A questo punto ci sembra troppo sbrigativo concludere queste reminiscenze pensando contestualmente ai fatti di casa nostra e di cui ci hanno dato ampia e documentata testimonianza Elena Agarossi e Bradley F. Smith nel loro libro Operation Sunrise (Editore Feltrinelli). Cito questo testo, in particolare, poiché lo considero un lavoro di ampio respiro per l’analisi applicata, da quella strettamente strategico militare, a quella politica, psicologica e filologica.
L’operazione “sunrise”, così denominata dai servizi segreti americani, intendeva portare alla resa il mezzo milione di soldati tedeschi di stanza in Italia e di evitare, soprattutto, la formazione, da parte tedesca, della “ridotta alpina” nel Tirolo, una specie di fortezza di Masada ma organizzata, questa volta, nelle grandi proporzioni di un sistema fortificato in un’imprendibile posizione naturale tra le Alpi.
Gli americani, per contro, avevano fretta di terminare lo scontro contemperandovi sia esigenze prioritarie, di natura strategica e politica, sia quelle di: pervenire al controllo militare del bacino del Mediterraneo, di ridurre al minimo le perdite di vite umane delle forze armate U.S.A. e di prevenire le turbative d’ordine politico (possibili sia in Africa del Nord che in Italia) suscettibili di complicare ed ostacolare le operazioni militari. Nel frattempo s’intravedeva la possibilità di favorire, al meglio, i processi di transizione, ma con l’accortezza di evitare la possibilità di una radicalizzazione della lotta politica a sinistra e lo scatenarsi una possibile guerra civile.
Questa complessità delle motivazioni che ruotano intorno all’operazione “Sunrise” fa sì che essa, agli occhi dei più recenti studi storici sugli avvenimenti di quei tempi, riacquisti tutta la sua importanza e rappresenti, in un certo qual modo, una diversa chiave di lettura anche sulle operazioni militari e politiche operate nel resto dell’Europa e fuori di essa. Non dimentichiamo che in questo frangente vi possa essere stata una parallela identità di vedute tra il generale Wolff, comandante delle forze tedesche di stanza in Italia, e gli americani circa la possibilità di una collaborazione in chiave antisovietica.
Non a caso Wolff, dopo la resa, fu frettolosamente imbarcato alla volta degli Stati Uniti e ricoverato in una casa di cura, per dementi, per sottrarlo al processo di Norimberga.
Sta di fatto che per quanto concerne il Sud d’Europa si negò la partecipazione sovietica alla trattativa Sunrise e alla corsa per Trieste che la Sunrise stessa spianò il terreno, in modo decisivo, all’avanzata dell’armata anglo-americana. In questo “affaire” emerge il ruolo fondamentale svolto da Allen Dulles che diresse da Ginevra i contatti americani con il generale Wolff e il comando tedesco e li portò a termine con successo. Dulles, come si ricorderà, divenne il capo della CIA e fu lo stesso che affrontò la durissima prova della guerra fredda, sul finire degli anni quaranta. La resa dei tedeschi avvenne in Italia il 2 maggio del 1945. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa comunitaria è un guscio vuoto

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Non ci riferiamo all’attuale indifferenza mostrata nell’accoglienza degli immigrati e nemmeno al cinismo d’attribuire alla sola Italia l’onere di riceverli, assisterli e offrire loro un’opportunità lavorativa, ma ad usare l’arma impropria del condizionamento economico e finanziario per indebolire il paese e ridurlo alla mercé dei comitati d’affari per lucrare e immiserire gli italiani sino a renderli incapaci di crescere e prosperare. Per questo motivo il Parlamento europeo è diventato solo una tribuna per dibattiti destinati a non portare nessun risultato pratico ma unicamente per servirsene come alibi per i propri interessi di bottega. Chi comanda è altrove e se si decide che l’Italia deve diventare la gamba lunga dell’Africa e trasformarla nel più grande campo profughi d’Europa a nessuno è permesso sollevare la pur minima critica. E l’Italia è doppiamente vittima di quest’andazzo avendo avuto governi privi di spina dorsale e portati ad assecondare acriticamente il volere dei gruppi di potere comunitari. Ora che l’attuale esecutivo alza la testa i fulmini di Bruxelles diventano incontenibili. Avevo già da tempo espresso molte perplessità sulla politica messa a punto dall’U.E. da diversi anni a questa parte e, pur essendo un convinto europeista, sono stato al tempo stesso il primo a rammaricarmene. In un mio libro ho intravisto una sola possibilità: lo sdoppiamento dell’Europa lasciando alla deriva i paesi come la Germania, la Francia, l’Olanda e il Belgio e fondando una nuova unione europea a guida Russa. Esistono delle grosse potenzialità per un’Europa del Sud-Est che inglobi tutti i paesi africani e asiatici che si affacciano sul Mediterraneo. Solo con questo genere di rimescolamento delle carte è possibile assicurare all’Europa, sia pure per quel che resta, un suo futuro. D’altra parte la storia ci insegna. La civiltà è nata e si è consolidata proprio sulle sponde del Mediterraneo e da questa civiltà è possibile ritrovarci e prosperare. (Riccardo Alfonso)

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Le mutazioni del nostro tempo stanno nel modo come lo abbiamo velocizzato

Posted by fidest press agency su martedì, 28 agosto 2018

La spiegazione va ricercata in una sola maniera. Essa è legata al modo come abbiamo inteso velocizzare il fattore tempo. Una circostanza che costituisce l’elemento più “esplosivo” dell’intera trama umana tessuta sin dalle sue origini. Abbiamo incominciato a “correre” e con un’accelerazione impressionante. Ancora oggi non riusciamo a fermarci o a dare al nostro incedere un moto meno frenetico. Sembra un’osservazione come tante altre, ma non è esatto. E’ diventata, a tutti gli effetti, la storia della nostra contemporaneità. Noi stiamo marciando a un ritmo inusuale.
Il giornale ci porta le notizie del giorno prima, ma la televisione lo fa con una differenza di solo qualche ora. Gli stessi rapporti privati e pubblici assumono una dimensione diversa. Se si spedisce una lettera essa, di norma, per coprire una distanza, diciamo di 700/1000 Km., ci impiega tre o quattro giorni tra il momento in cui la impostiamo e quello della consegna tramite il portalettere. Eppure possiamo fare di meglio. Basta inviare una E-mail o un fax. Il messaggio arriva praticamente in tempo reale, ovvero al momento della trasmissione.
E’ questa la differenza che intendiamo rilevare quando diciamo che il mondo si velocizza e che proprio questa circostanza rappresenta la vera rivoluzione dei nostri tempi. Comprenderla, per viverci, fa la diversità, e ancor più il saperne essere conseguenti in ogni evenienza.
Sono i grandi mutamenti che vivono intorno a noi e vi penetrano. E’ importante capire, a questo punto, il perché il nostro sistema non riesce a conformarsi in tempi altrettanto brevi.
D’altra parte, come abbiamo avuto modo di rilevare, i segni sono evidenti. Li registriamo un po’ ovunque, nel lavoro e nei rapporti con i familiari, con gli amici o i conoscenti.
Il tutto diventa una continua rincorsa. Una volta che crediamo di aver raggiunto una meta ci accorgiamo che i paletti, posti per segnare il punto d’arrivo, sono stati spostati più avanti.
A questo punto come possiamo spiegare i tempi lungi imposti dalle leggi, dall’istruzione scolastica, dalla giustizia, dalle procedure amministrative?
E’ possibile capire, a questo punto, le regole che ancora c’impongono taluni sistemi paese? Pensiamo al pensionato. L’età che è posta, come limite estremo, per considerarlo attivo nel lavoro o non più idoneo sembra ignorare che nel giro degli ultimi 80/90 anni la vita media è raddoppiata. Ha senso tutto questo? Non solo. Sappiamo anche che esiste un’età biologica che non tiene conto di quell’anagrafica poiché si può diventare vecchi, a 50 anni, e restare “giovani” a 70. Tutte queste cose servono per farci capire che nulla è definitivo, che tutto è in movimento, che la società deve cambiare ritmo perché il procedere è mutato. In questo senso si presentano le due storie parallele del terzo tomo: Vulnus e la terra dei padri. Nell’una tocchiamo e superiamo il terzo millennio e nel secondo ci portiamo alle spalle il lento e cadenzato procedere delle stagioni.Vulnus ci fa voltare pagina, ci conduce per mano verso la nuova frontiera. Nella “Terra dei padri” resta il ricordo, vago e indistinto, forse un po’ nostalgico, del lento procedere dell’uomo, dalla sua creazione al suo divenire. E’ ora giunto al capolinea. Per raggiungere la nuova meta l’umanità deve cambiare mezzo. Il farlo non è più una questione di gusti, ma una necessità imposta dagli eventi. (Riccardo Alfonso)

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Il caso Salvini tra politica e magistratura

Posted by fidest press agency su domenica, 26 agosto 2018

L’argomento sul piano politico e giuridico ha una certa fascinazione nel comune sentire popolare. Ci ricordano Aristotele e Montesquieu e la loro idea della tripartizione delle funzioni fondamentali dello Stato (legislativa, esecutiva, giudiziaria) al fine di evitare che potesse essere minacciata la libertà. Non ci soffermiamo, per ragioni di spazio, ad una diversa separazione dei poteri teorizzati da Locke e ancora prima ai tempi di Bracton, nel tredicesimo secolo, tra il potere governativo e quello giudiziario. Oggi lo scenario, pur essendo mutato, risente il disagio derivante dalla mancata consapevolezza, da parte degli addetti ai lavori, che la stessa espansione globale del mercato abbia provocato la progressiva erosione dei sistemi democratici nazionali. Non solo. Se delimitiamo il nostro ragionamento al caso italiano dobbiamo pensare alle masse e al loro diverso carattere che attribuiscono allo Stato e ai suoi rapporti mediati dalla politica tra i suoi organi rappresentativi e di governo nell’ambito delle specifiche competenze e in relazione alle loro possibili conflittualità tra poteri. Oggi non c’è legge o dettato costituzionale che sia immune dalla perdita delle sue certezze per cui lo stesso diritto, che definisce i comportamenti e le pene per l’ordine violato, lo si vorrebbe “flessibile.” Ci verrebbe da pensare ad una democrazia senza Stato e affidata solo agli interessi e alle fluttuazioni di poteri di governo e sociali non sottoposti a limiti. E’ questo il caso di Salvini e il suo interconnettersi con gli umori popolari? La risposta a questo interrogativo richiederebbe una riflessione complessa ma che evito richiamandomi ad una sola osservazione. Convengo che il magistrato, nella fattispecie, ha inquisito il politico per un caso particolare e ne ha la facoltà ma il giudizio è stato restrittivo venendogli meno la sua visione globale del problema perché i responsabili sono anche altri e le ipotesi di reato ancora più inquietanti e coinvolgenti non sono solo di questo governo ma coinvolgono quelli che li hanno preceduti e la stessa Europa che predica solidarietà e avvelena gli animi con decisioni contrarie alle stesse leggi della convivenza civile. E allora perché non inserire nel registro degli indagati non solo Salvini ma lo stesso Matteo Renzi e i vertici della commissione europea per istigazione alla violazione dei diritti umani? Se oggi ci troviamo a questo punto è perché più di qualcuno ha ciurlato nel manico e deve assumersene la responsabilità e subire i conseguenti rigori della legge. (Riccardo Alfonso)

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Diritti del rifugiato ed ipocrisia del sistema

Posted by fidest press agency su domenica, 26 agosto 2018

La nave Diciotto ancorata al porto di Catania con il suo carico di immigrati ha fatto il giro del mondo e sono stati spesi fiumi di parole e di scritti sulla vicenda. Hanno tenuto banco in diversi quotidiani e periodici italiani riempiendo di immagini strappa lacrime le loro prime pagine. E’ intervenuta persino la magistratura paventando reati gravissimi attribuibili al Ministro dell’Interno che ha disposto il divieto di sbarco per profughi. Sono stati rispolverati vecchi cliché di gente disperata alla quale è negata ogni possibilità di un futuro meno travagliato. Pochi si sono chiesti cosa avrebbe potuto dare loro l’Italia con milioni di disoccupati, altri milioni di poveri se non per vivere anch’essi ai margini della società facile preda di sfruttatori e di condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza. E per i più fortunati, si fa per dire, la possibilità di raccattare qualche obolo chiedendo l’elemosina all’uscita dei supermercati e dei bar. Sembra essere passato in second’ordine il cinismo dei paesi europei sull’accoglienza per scopi umanitari che hanno detto di no all’Italia nel concorrere alla ridistribuzione di questi sventurati e ancora meglio nell’avviare una seria politica di sostegno al dissesto politico, economico e sociale dei paesi africani e asiatici. Una certa Europa, non dimentichiamolo con il colonialismo, il post colonialismo e con la logica del “re travicello” hanno letteralmente distrutto i paesi di provenienza di questi profughi e il tutto per ricavarvi materie prime o per garantirsi l’esclusiva nello sfruttamento negli anni a venire. Ora che in qualche modo in termini di profughi è stato presentato il conto, se ne lavano le mani e voltano la testa dall’altra parte. Ma ciò che mi appare ancora più grave è che questa Europa comunitaria non ha significato, nello spirito dei loro padri fondatori, una unione per la crescita e il progresso nello spirito della solidarietà ma si è rivelata per quella che è: un’unione di interessi economici e faccendieri senza scrupoli che hanno fatto della politica un mercimonio. E questi stessi vogliono ora insegnare agli italiani lo spirito della solidarietà dimenticando che con la complicità di governi italiani compiacenti e remissivi il loro esclusivo intento è stato quello di voler trasformare il nostro paese nel più grande campo profughi d’Europa e destabilizzarne le istituzioni per condizionarle sempre di più. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di medicina: Ma i farmaci sono proprio necessari?

Posted by fidest press agency su sabato, 25 agosto 2018

Mi chiedo se la terapia medica possa fare a meno del farmaco o, per lo meno, per la sua gran parte e se il medico alla fine lo prescriva più per abitudine che per necessità. Immagino, ad esempio, un pazienze che si reca dal medico accusando un malessere. Ne esce, nella maggior parte dei casi, con la prescrizione di un farmaco e a volte con degli accertamenti diagnostici. Sono, mi chiedo, obiettivamente necessari e se si oculatamente mirati? E per che cosa poi?
Ma chi ci dice che per i necessari correttivi vi sia la possibilità d’intervenire tempestivamente se consideriamo l’attuale andazzo della pratica medica che non permette di tenere una costante nei contatti con i pazienti in modo da poter seguire le terapie, passo dopo passo, in specie se allarghiamo l’orizzonte al mondo specialistico.
Sotto quest’aspetto ho osservato in più occasioni che, in specie per un intervento nosocomiale sia di medicina sia di chirurgia, il paziente dimesso viene lasciato a se stesso in quanto si presume che il compito precipuo dell’assistenza ospedaliera debba essere limitato al tempo del ricovero mentre il resto vada affidato ad altri. Lo stesso discorso vale per lo più per le visite ambulatoriali dello specialista. In questo modo la catena assistenziale tende a spezzarsi o quanto meno a non avere una sua continuità e tutto questo può comportare sia un danno per la propria salute sia economico a carico dell’assistenza pubblica e personale. Proprio per questo motivo ho suggerito che sarebbe stato opportuno affidare una maggiore affidabilità al medico di base e che i suoi contatti facessero da cerniera tra lo specialista e il suo assistito. Qualcuno mi ha fatto osservare che sarebbe stata una perdita di tempo eccessiva. Un aspetto che, ovviamente, non mi convince. Il discorso sarebbe diverso se vediamo il paziente come una potenziale risorsa e che più visite permettono al medico d’avere una maggiore fonte di reddito. Ma al tempo stesso mi chiedo se è questo è il vero fine per chi è preposto alla salute degli individui e non invece un diverso approccio che spinga, ad esempio, l’ospedaliero che ha gestito un certo malato e che è stato poi dimesso a continuare a seguirlo tramite il suo medico di base. A questo riguardo non è necessario un contatto fisico con il collega o anche fargli una telefonata. Basta collegarsi via e-mail. Può anche significare che il medico curante possa avere del suo paziente una cartella clinica aggiornata e una sua anamnesi che si possono raccogliere nella memoria della sua tessera sanitaria e dove è stato, opportunamente, inserito un chip. Pensate quanto potrebbe essere utile, uno strumento del genere in un ricovero ospedaliero d’urgenza per il medico del pronto soccorso o per quello del 118? (Riccardo Alfonso)

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Pagine di medicina: La medicina con le sue variabili dipendenti

Posted by fidest press agency su sabato, 25 agosto 2018

Vi è un genere di conoscenza medica fondata sulla riflessione e sull’intento di preparare i potenziali lettori a valutare i fatti prima delle suggestioni, delle mode e a prepararli alla consapevolezza che la più efficace cura dobbiamo trovarla in noi stessi nel comprendere ciò che non va nel nostro organismo e di renderci conto che alla base dei nostri mali vi può essere un regime alimentare sbagliato, dei comportamenti non virtuosi, come l’eccessiva sedentarietà, e un uso inappropriato di taluni farmaci assunti non da prescrizione medica ma dal si dice delle comari. Esiste poi un “effetto placebo” non solo per l’uso delle medicine ma anche per il rapporto fiduciario che noi intratteniamo con il nostro medico di famiglia.
A tutto questo si aggiunge la figura del cronista che partecipa ai convegni e ai congressi medici e che ha il delicato compito di riportare gli studi, le ricerche e le relazioni degli esperti su un determinato ambito medico. D’altra parte in tali meeting vi è lo sforzo corale di chi cerca di puntare verso nuove frontiere nella terapia di talune malattie nell’intento, se non proprio di debellarle, di limitarne i danni e gli stessi effetti collaterali a volte tanto insidiosi da colpire altri organi del corpo fondamentalmente sani. A questo riguardo la mia esperienza mi porta a riconoscere spesso nel relatore, negli stessi ricercatori, non solo il genuino entusiasmo per una sperimentazione che ha superato la prova dei vari controlli che sono stati messi a punto, ma anche il legittimo dubbio che di là della bontà del farmaco prodotto vi possa sempre essere una intolleranza strisciante che finisca con l’appalesarsi tardivamente e che il suo uso, alla lunga, diventi controproducente. (Riccardo Alfonso)

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Un giornalista alle prese con la medicina

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 agosto 2018

Una signora australiana, che al suo paese fa il coroner, venendo a trovarmi si sente dire, a proposito della mia vena di scrittore, che ho scritto diversi libri dove parlo di medicina e di ricerca scientifica. Mi guarda stupita e la prima cosa che le viene da chiedermi: Ma tu sei un medico? e io di rimando le rispondo con un secco No. Dopo un attimo di esitazione mostra nell’espressione del volto, prima ancora delle parole, tutta la sua contrarietà.
Io la guardo e rimango interdetto. Non so decidermi se affrontare o meno una conversazione sull’argomento avendo dinanzi una interlocutrice che non conosce bene la lingua italiana mentre da parte mia non saprei di certo farlo in lingua inglese.
Restiamo per un momento in silenzio poi lei si decide di spiegarmi la ragione del suo disappunto richiamandosi a una sua esperienza professionale nella quale per avere un parere medico qualificato aveva pensato bene d’incontrare alcuni specialisti e con il risultato che si è trovata davanti a giudizi non tutti collimanti tra loro. A questo punto mi è parso d’aver capito la morale di tutto ciò: la medicina è una professione che richiede molta conoscenza e lunghi studi e non può essere affidata, sia pure a un narratore quale sono, il compito di parlarne. Non obietto e cerco di passare a un altro argomento. Lei per un po’ traccheggia ma poi capisce l’antifona e mi asseconda nelle mie divagazioni.
L’argomento, tuttavia, diventa, con il senno di poi, motivo di una mia personale riflessione critica e non cerco solo di trovare una “pezza d’appoggio” a quello che ho fatto un mio “lavoro”. In effetti la medicina se la vedo attraverso il web devo convenire che è affrontata non sempre con competenza e accortezza per evitare che nel pubblico, dei non addetti ai lavori, s’ingenerasse indebita aspettativa salvifica o, al contrario, giudizi sommari per taluni pur gravi malanni. C’è da chiedersi, a questo punto, nell’era del Web 2.0, come deve adeguarsi il modo di comunicare dei professionisti dell’informazione su temi fondamentali come quello della salute? E ancora come la comunicazione giornalistica in ambito medico-scientifico possa rispondere ancora ai bisogni dei suoi fruitori? Per discutere questi ed altri aspetti, ci pensò la Merck Serono S.p.A., affiliata italiana di Merck, convocando a Milano esperti del settore in occasione dell’incontro “Biotecnologie ed Innovazione in Medicina sul Web 2.0. Fonti di informazione, fruitori, linguaggi”. Obiettivo dell’iniziativa fu quello di offrire spunti di riflessione sull’impatto che i nuovi media hanno sull’attività di quanti sono chiamati ad informare, in maniera corretta e referenziata, l’opinione pubblica sui temi della salute e del progresso scientifico. “L’incontro – è stato scritto in un comunicato reso ai media – con i professionisti dell’informazione sul tema della corretta comunicazione giornalistica sulle biotecnologie e l’innovazione scientifica è oramai diventato un appuntamento fisso: è infatti il terzo anno che Merck Serono S.p.A. promuove questa iniziativa – ha sotto-lineato Antonio Tosco, allora Direttore Health Outcomes & Market Access di Merck Serono S.p.A. – Siamo convinti che fare cultura ed alimentare la discussione su questi temi sia più che mai necessario, soprattutto in un momento storico in cui l’avvento di nuovi media digitali altamente interattivi e particolarmente pervasivi, impone a tutti coloro che fanno comunicazione nell’ambito della salute di riflettere sul proprio modus operandi. La necessità di una ridefinizione del modo di relazionarsi con il proprio target non riguarda quindi solo i professionisti dell’informazione, ma coinvolge tutti gli attori del settore healthcare”. (Riccardo Alfonso)

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L’occasione perduta alla fine della seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

L’Europa non sembrò conscia che qualcosa era cambiato. Lo dimostrò il rituale di sempre svoltosi, questa volta, a Yalta. I protagonisti di questa messa in scena, consueta per gli storici per i suoi numerosi precedenti, vollero scientemente ignorare che eravamo giunti al secolo delle ideologie e non a una prosecuzione di un’Europa degli Stati tanto declamata ed esaltata nel secolo XIX. Si negò, di fatto, l’autodeterminazione dei popoli e ponendo così le premesse del confronto che ha portato alla ripartizione del mondo in blocchi e alla corsa agli armamenti.
Si disse che Yalta, in qualche modo, aveva garantito anni di pace dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sono stati davvero anni di pace e non di sofferenza? Oggi, purtroppo, non siamo altro che gli eredi di tali calcoli operati a tavolino. Abbiamo esorcizzato una guerra totale, ma ne abbiamo accese molte altre regionali. Abbiamo fondato la libertà sulla sua stessa negazione. Libertà, sviluppo, democrazia, ma su quali basi? A pagarne il prezzo resta l’uomo con i suoi limiti e le sue dottrine aberranti. E’ mancata la voce di chi avrebbe potuto richiamarci alla concretezza della vita fondata su valori intramontabili e che noi abbiamo calpestato in nome di logiche consumistiche e d’ideologie repressive.
L’Italia di oggi, come del resto negli altri Paesi del mondo, è il frutto acerbo di questa civiltà che si rivolge all’uomo per negarlo, si rivolge ai grandi pensatori per strappare a loro, con l’inganno, un consenso che altrimenti non avrebbero, si proietta nel futuro lasciando irrisolti i grandi temi che determineranno il nostro futuro. E’ mancata, in poche parole, così com’è accaduto agli stati maggiori dell’esercito anglo francese, la consapevolezza che i tempi sono mutati e che per vincere la pace e costruire la stabilità politica ed economica di un paese non è più necessario trincerarsi dietro la linea Maginot dei partiti e dei loro interessi di etichetta e corporativi, ma è più efficace una lotta di movimento.
Non dimentichiamo che da qui a qualche anno la parola operaio o impiegato assumerà un significato diverso e non si andrà più in pensione perché si è vecchi a 57 anni o a 62. Stiamo cambiando le cose e la mentalità mentre, d’altro canto, la nostra consapevolezza generazionale giunge tardiva ed è questo il nostro vero motivo di disagio esistenziale.
Un disagio che nasce dal non essere in politica, come in economia, reali e aderenti al modo come viviamo invece di pensare e agire solo e comunque al modo come vorremmo essere o come taluni bramerebbero che fossimo migliori per calcolo e non per passione, per odio e non per amore. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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