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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Archive for the ‘Confronti/Your opinions’ Category

Your opinions

Lettera aperta a un pentastellato: Egregio Senatore Vito Claudio Crimi

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 maggio 2019

Ho partecipato, con altri colleghi, all’incontro, da lei presieduto in qualità di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria, del 28 maggio scorso presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dove i convenuti hanno discettato sul genere di futuro che le agenzie stampa avrebbero potuto ritagliarsi nel composito mondo dell’informazione.
Ho apprezzato gli interventi, le preoccupazioni emerse non solo legate all’inaffidabilità di talune fonti e al modo come porvi riparo, ma anche a livello occupazionale e alla necessità di collegare la riforma del settore a possibili accorpamenti o acquisizioni per meglio adeguarsi al passo dei tempi nuovi. Al di là di questi aspetti tecnici ed operativi, tipici di un’informazione certificata e di utilità pubblica, vi intravedo la necessità che la politica non prenda sottogamba un settore che ritengo nevralgico per misurare le pulsioni popolari e gli orientamenti che esprimono.
In tale ambito ho avvertito in più occasioni, e tra i più disparati ceti sociali, una crescente preoccupazione dell’agire politico e una forte delusione riguardo i pentastellati che hanno fin dalla loro scesa in campo, come soggetto politico, suscitato grandi speranze per un reale cambiamento al cospetto di un paese che da 20 anni a questa parte non riesce a crescere e a scrollarsi di dosso la pesante ipoteca di quei poteri che prosperano proprio sulla patologica inefficienza del sistema.
Lasciando da parte la dietrologia che ha portato il Movimento a responsabilità di governo del paese, stilando un contratto con la Lega di Matteo Salvini, posso dire che il malessere avvertito dalla base pentastellata, per una cogestione governativa, è stata accettata, dopo che il PD ha chiuso la porta ad ogni dialogo con i 5Stelle. E’ stata e resta una coda polemica da parte PD, che continua tutt’oggi, sulla presunta identità politica di 5 stelle che è destinata a continuare e con il rischio di affossare qualsiasi tentativo di confronto odierno e futuro. Questa eventualità è stata percepita dallo stesso Salvini che non ha esitato considerare il sodalizio pentastellato dissolto e ad intravedere una contrapposizione solo con il PD. Tutto questo genera nell’opinione pubblica l’impressione che 5 stelle abbia esaurito la sua spinta propulsiva per essere, alla fine, assorbito dal sistema. A questo punto, e strano a constatarlo, sono proprio i commentatori politici di rango, che in passato non hanno lesinato critiche ai pentastellati, a rammaricarsi e a dirlo esplicitamente. E noi cronisti che viviamo tra la gente possiamo aggiungere che è un’amarezza popolare condivisa, ma accettata come un male inevitabile. Eppure ritengo sia possibile invertire la tendenza, ma per farlo il movimento deve scegliere con più cura la sua classe dirigente e saperla coinvolgerla convintamente nel suo progetto rinnovatore rivolto alla società civile fatta di associazioni, di movimenti, di centri culturali, mondo accademico, intellettuali e andando tra la gente più e meglio di prima. E i giornali dalla carta stampata al web possono fare agevolmente la differenza perché sono esercitati a convivere con le idee altrui e a saper dare il giusto risalto a quella informazione virtuosa che è costata la vita e anche la perdita del lavoro a tanti giornalisti in nome della loro coerenza e ricerca della verità. Così si ritorna al movimento di un tempo con un crescente consenso popolare e, facendosi perdonare gli errori fatti, durante la sua esperienza di governo. (Riccardo Alfonso direttore Fidest e dei centri studi Politici, sociali ed economici della Fidest)

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Prem Shankar Jha: L’alba dell’era solare

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 maggio 2019

Da più di vent’anni i climatologi tentano di spiegarci che il primo segno di un’accelerazione del cambiamento climatico sarà la maggiore frequenza di eventi atmosferici estremi in tutto il mondo: le ondate di freddo e caldo diventeranno più intense, le siccità, le alluvioni, le tormente di neve e gli acquazzoni saranno sempre più frequenti e devastanti.Oggi la minaccia del cambiamento climatico è diventata tangibile, sebbene il rischio di una conseguente catastrofe ambientale non sembra essere recepito dalla collettività: il mondo si sta riscaldando a un ritmo senza precedenti nella storia e la causa principale di tale fenomeno va ricercata nell’accumulo di anidride carbonica e di altri gas serra emessi dai combustibili fossili. L’obiettivo di questo libro non è quello di aggiungere un’altra voce al crescente coro di allarmismi, ma di dimostrare che, sebbene la minaccia sia reale, siamo già in grado non solo di fermarla, ma anche di creare un mondo più pulito, più equo e, soprattutto, più pacifico. Il solo modo per ottenere tale risultato sarebbe sostituire, entro i prossimi cinquant’anni al massimo, i combustibili fossili con altre fonti di energia, come l’energia solare. L’energia solare è pulita, equamente distribuita e illimitata. Le tecnologie che potrebbero permettere questa trasformazione sono ben note da oltre quarant’anni. Allora perché la collettività continua a credere che i combustibili fossili siano indispensabili? Perché questa profonda riluttanza diffusa tra gli attuali detentori del potere ad affrontare le conseguenze politiche di una rivoluzione delle fonti energetiche, che rimpiazzerebbe l’energia ricavata dal carbone, dal petrolio e dal gas con quella prodotta dal sole e dalle biomasse? Dimostrando come le grandi società per azioni e perfino alcuni scienziati al loro servizio abbiano preso parte a questo inganno, Prem Shankar Jha, attraverso le pagine di questo illuminante saggio, si pone tre ambiziosi obiettivi: smentire la leggenda secondo la quale non sia possibile mettere fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili; capire come e perché il mondo sia stato indotto a credere a una simile leggenda; e offrire la prospettiva di un pianeta diverso, un pianeta che potremmo lasciare ai nostri nipoti se ci liberassimo dei combustibili fossili con la rapidità che la tecnologia e l’economia odierne ci consentono.Prem Shankar Jha ha studiato filosofia, politica ed economia a Oxford, ha lavorato dal 1961 al 1966 per le Nazioni Unite a New York ed è poi tornato in India, dove ha collaborato come editor e giornalista alle pagine del Hindustan Times, del Times of India, dell’Economic Times e del Financial Express. Tra il 1986 e il 1990 è stato il corrispondente indiano dell’Economist, e nel 1990 è diventato collaboratore del primo ministro V.P. Singh. Dal 1997 al 2000 ha insegnato all’Università della Virginia. Di recente ha lavorato presso il Fairbank Centre della Harvard University e ha insegnato a Parigi all’Institut d’études politiques.
In Italia Neri Pozza ha pubblicato nel 2007 Il caos prossimo venturo, che ha avuto un grande successo e ha sancito il rilievo di Jha come uno dei massimi economisti mondiali. (Autore: Prem Shankar Jha Pagine: 352 Tradotto da: Raffaella Vitangeli Prezzo: €24,00)

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Riflettendo ad alta voce sulle amministrative in Sicilia

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 maggio 2019

Le elezioni amministrative svolte a Caltanissetta, unico capoluogo di provincia chiamato alle urne, ci offrono l’opportunità di riflettere sui risultati alla luce di un “passato prossimo” e di un futuro a breve o a lungo termine. L’argomento di più immediato interesse è l’elezione del sindaco, con due candidati andati al ballottaggio: i “5 Stelle” e l’unione autoidentificata come “centri destra”, composta da un eccessivo coacervo di politici-politicanti.
Perché ha perso il candidato dell’aggregazione di destra?
Il candidato sindaco Giarratana ha perso due volte: la prima quando Salvini, caricato da una spasmodica arroganza, volle prendere le distanze dal centro-destra per andare al voto solingo e solitario; la seconda nella campagna elettorale per il ballottaggio, quando lo stesso Giarratana ha, pubblicamente, tacciato i candidati del Movimento 5 Stelle di essere “un branco di ubriaconi, morti di fame”. Alla tornata precedente l’assembramento di destra, con i voti della Lega, avrebbe vinto alla grande, fornendo una ragione in più per sostenere il motto berlusconiano “uniti si vince”; motto ragionevole, ma non applicabile alla odierna realtà, in quanto una “unione” per vincere deve stringersi intorno ad un progetto articolato e condiviso, e non presentandosi come una “raccolta indifferenziata” di politici-politicanti che non si sono neanche recati a votare nel secondo turno, attendendo sul greto del fiume il passaggio della barca del vincitore sulla quale saltare a piè pari.
Allora ha vinto il Movimento 5 Stelle? No!
Ha vinto l’astensionismo, grazie alle rivendicazioni personali dei candidati nelle (troppo) numerose formazioni di appoggio al centro-destra, i quali hanno preferito rimanere alla finestra in attesa delle evoluzioni. Di Maio non può cantare vittoria, magari potrà cantare, ma solo se trova un balcone dal quale esibirsi.
Velocemente su Salvini e la Lega: hanno ricevuto esattamente ciò che meritavano, il castigo degli elettori all’ arroganza del capo, il cui parlare inizia sempre con “IO”, ritenendosi il sale della terra, senza umile accettazione dei grandi limiti che lo schiacciano.
Il PD ha dato inizio ad un nuovo corso, alleandosi con Forza Italia di Berlusconi nella elezione del sindaco di Gela, vecchio sogno di Renzi, ma non certo di una larga parte dell’elettorato che si sente tradita, specialmente nella componente socialdemocratica. Ma si tratta di una alleanza formale, di comodo, priva di prospettive future, nell’ annoiata sintesi di una rivisitazione di un piatto tipico siciliano: “maccheroni alla Norma”, diventata “maccheroni alla Renzusconi”. (Rosario Amico Roxas)

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La democrazia in termini ideali e reali

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

movimento onLa storia ci insegna che l’umanità spesso ha attraversato momenti difficili nel gestire i suoi spazi di democrazia, di libertà e di giustizia. Oggi il tema si ripropone e il timore avvertito è che il principio di legittimità possa restare un involucro svuotato di sostanza e nella sostanza. Questo scenario già lo avvertiva nella sua puntuale analisi Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 5 ottobre del 2004. Dietro questa riflessione vi sono studiosi come Ralf Dahrendorf che “hanno espresso più volte idee non certo più incoraggianti a partire dal fatto che la concezione della democrazia è diventata così nebulosa che ciascuno può facilmente adattarla ai propri interessi.”
Lo stesso Norberto Bobbio paventava l’insorgenza di un nuovo problema nella crisi di identità delle democrazie che può preludere ad una crisi più generale delle istituzioni democratiche.
Ma cos’è la democrazia che noi vogliamo come sistema politico inteso come un insieme di regole, primarie e fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive vincolanti e con quali procedure se non la forza capace di rendere tutti i cittadini uguali di fronte alle leggi, al suo sistema di governo, alla tutela degli interessi generali e attraverso una “democrazia deliberativa” che possa per John Rawls rappresentare una via d’uscita dalla confusione e dall’incertezza. Ma come si può raggiungere, e soprattutto consolidare, una siffatta democrazia al cospetto dell’assoluto predominio del mercato e il fatto che la politica non è più in grado di assicurare quel controllo e quella regolazione dei processi economici che possono garantire libertà ed eguaglianza? Se non vi poniamo riparo per tempo avremo un deficit di democrazia che ridurrà la funzione delle istituzioni a gusci vuoti con una logica dell’economia che non conosce la democrazia alla base della quale sta il principio del limite. In altri termini la pretesa della democrazia del mercato sembra sconfinare nella democrazia come mercato e questo crea le premesse di una possibile crisi dei sistemi democratici. Dobbiamo forse arguire che siamo alla fine dei sistemi democratici di governo, di libertà e di pluralismo e alla negazione dell’agire creativo in una molteplicità di campi? (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi culturali e politici della Fidest)

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“Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi” diceva Einstein

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

In altre parole, se non siamo soddisfatti dei risultati che otteniamo nella vita, conviene cambiare qualcosa nei nostri comportamenti oppure ci toccherà fare i conti con gli stessi immutabili risultati insoddisfacenti… “Cambiare è difficile perché le conseguenze possono essere pesanti: incrinare rapporti di anni, rompere equilibri sottili, far perdere relazioni e lavori Il limite di molti percorsi di psicoterapia è che producono consapevolezza senza reali cambiamenti. In pratica, le persone divengono consapevoli delle ragioni che li spingono ad agire in un certo modo (spesso per motivazioni che affondano lontane radici nella storia personale e familiare) ma poi non trovano il coraggio e la forza di agire in maniera diversa”.
Cosa fare allora? Una via sicura è la teatro terapia. Si prova sul palco quello che si vuole cambiare nella vita sotto la guida di uno psicoterapeuta. E’ divertente, non ci sono conseguenze nella vita reale, si può provare ad essere come si vorrebbe senza avere conseguenze. “La teatro-terapia può rappresentare un’utile palestra per il cambiamento perché il suo fulcro è proprio portare sulla scena se stessi e le proprie difficoltà, in maniera da sperimentare direttamente come potrebbe essere un cambiamento. – spiega lo psicoterapeuta Giovanni Porta – Provare, sbagliare, riprovare, fino ad arrivare a un equilibrio soddisfacente all’interno di un contesto protetto in cui la finzione teatrale è la rete che permette di non farsi troppo male cadendo”. Ispirato a una miscela di psicoterapia della gestalt, analisi caratteriale ed esercizi di formazione attoriale, la teatro-terapia proposta da Giovanni Porta propone esperienze di movimento, meditazione, recitazione e introspezione al fine di raggiungere un maggior livello di benessere nella propria vita reale. Sperimentare nel virtuale ciò che poi si desidera portare nel reale.

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“Costruire l’unità a partire dal molteplice”

Posted by fidest press agency su martedì, 23 aprile 2019

Lo ha scritto Georges Burdeau nel definire il compito della politica nel segno della pluralità di idee, di interessi, di percezioni della realtà, e di ammortizzatore delle contese presenti nella società civile. A rappresentarla nelle sue diverse sfaccettature ci pensano i partiti che si vestono di caratteri ideologici per marcarne il ruolo e le finalità da perseguire nella collettività. D’altra parte è proprio nella logica dei rapporti insiti in una comunità composita che concepisce le corporazioni, le classi sociali, le associazioni, si possono determinare conflittualità non facilmente superabili.
In tale contesto sorge spontanea la consapevolezza che i partiti siano nati proprio per esercitare il ruolo di mediatori tra gli opposti interessi. Succede, invece, che da questa schedatura, dove non si sottraggono nemmeno i sistemi democratici a democrazia compiuta, i partiti corrono il rischio di perdere la loro caratura per un patto di dominio che esalti i loro privilegi e prestigio divenendo, in tal modo, facile preda di interessi partigiani anche se a farne le spese sono i valori intesi nell’assicurare la libertà, la sicurezza e la protezione di tutti i cittadini.
Questa perdita di identità lascia un vulnus molto profondo nel governo del Paese in quanto si riduce il consenso consapevole e s’introduce l’ambiguità nella logica della rappresentanza. Se partiamo dal fatto che la stragrande maggioranza della popolazione è costituita dai ceti medi con rendite medio-basse ne consegue che costoro si sentono meno tutelati da chi votano in quanto gli eletti e i partiti che li presentano si rivelano più propensi ad assecondare i voleri delle classi benestanti e ricche pur impinguando l’assenso da altre fonti.
Tutto questo si sta rendendo sempre più evidente in Italia da alcuni anni a questa parte. Se restiamo all’attualità, senza fare della dietrologia, osserviamo il modus operandi di taluni partiti. Partiamo dal PD nato dalla costola del partito comunista e da quelli che potremmo definire “democristiani progressisti”. Una sorta di “centro” che guarda a sinistra, ma in pratica ha in pochi anni smarrito il senso di marcia se si mostra sempre più propenso a curare altri interessi che non quelli del ceto medio-basso. Questa tendenza una volta avvertita dal popolo elettore ha portato ad una caduta verticale dei consensi che si sono riversati lungo due direttrici: il non voto e nel movimento pentastellato. Quest’ultimo, prima di trovare un posto nel governo del paese, aveva suscitato molte speranze, forse troppe per le sue esili ed acerbe spalle, in chi ha cercato quasi disperatamente un punto di riferimento che sapesse essere degnamente rappresentativo delle fasce sociali più deboli. Oggi, però, rischia d’essere surclassato da chi è capace di suscitare suggestioni forti ma costruite sulla sabbia. Questo abbraccio alla fine non provocherà solo nella massa degli elettori un’altra cocente delusione ma sempre più la consapevolezza che il mondo è fatto per chi ha e non per chi è. A questo punto stiamo portandoci verso un anomico disorientamento ideologico e pessimismo sociale che può rivelarsi un mortale virus per la democrazia compiuta distruggendo di fatto quei valori che hanno fatto parte del nostro bagaglio culturale e togliendo in tutti noi la speranza per un futuro migliore. (Riccardo Alfonso)

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La scelta dei candidati per le europee dei pentastellati non convince

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 aprile 2019

La scelta dei candidati per le europee dei pentastellati non convince. Sappiamo molto bene che non è facile selezionare le candidature per inserirle nelle liste elettorali. I Pentastellati hanno scelto di farlo con la piattaforma Rousseau ma ora ci rendiamo conto che la strada imboccata mostra molte crepe. Lo dimostrano, se non altro, i risultati conseguiti in passato con una presenza di eletti non sempre all’altezza del loro compito. Se lasciamo da parte i precedenti e concentriamo la nostra attenzione sui fatti odierni è netta l’impressione che sono stati privilegiati gli attivisti forse con la segreta speranza che possono risollevare il calo di consensi di questi ultimi mesi. Se è così l’errore è ancora più grave. In Europa si va per il cambiamento e per farlo occorrono persone preparate, qualificate e rappresentative di tutti i ceti sociali, dai giovani ai pensionati, dai lavoratori agli imprenditori. Forse sarebbe stato più selettivo chiedere ai candidati il perchè si presentano e cosa intendono fare una volta eletti. Occorre capire che da soli non si va da nessuna parte per cui la forza sta nella capacità di saper dialogare anche con chi la pensa diversamente per trovare soluzioni condivisibili perché oggi, come non mai, gli schieramenti non sono più dei monoliti e mostrano a volte sensibilità particolari che solo chi fa lo stesso mestiere in una nazione diversa può riuscire meglio degli altri a farsi comprendere. Oggi, più che mai, si sta affermando la convinzione che l’Unione europea è ad una svolta cruciale e che può mettere a repentaglio la sua stessa tenuta. Facciamo in modo che non si passi la mano, più  di quanto non sia stato già fatto, ai burocrati, agli avventurieri, agli opportunisti, ai lobbisti e anche ai cosiddetti “primi della classe” ma si rispolveri l’antico detto del primus inter pares. Solo in questo modo l’Europa saprà superare lo scoglio delle identità e per far sentire il valore dell’appartenza che non esclude il campanile ma sa armonicamente coniugarlo in una visione continentale. (Riccardo Alfonso)

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La super-tecnologia distruggerà il pianeta

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

E’ l’avvertimento che ci viene da quest’ultimo disastro aereo, dove la tecnologia avanzata potrebbe aver giocato il ruolo di mandante e materiale esecutore del disastro. La vita di 157 persone è stata affidata all’imponderabile decisione di una macchina che avrebbe sostituito, anzi, impedito, l’intervento umano. Un programma, inserito in un computer, avrebbe fornito indicazioni sbagliate, impedendo l’intervento umano.Il paradosso sta nel fatto che sia il computer che il programma annesso sono opera dell’uomo, dove, però, proprio all’uomo è stata preclusa ogni possibilità di intervento, affidando le sorti dell’aereo e dei passeggeri alle risposte del computer, condizionato a rispondere solamente “si” oppure “no”, incapace di elaborazioni critiche, che sono di pertinenza dell’intelligenza umana, che però è stata, colpevolmente, esautorata.
La tecnologia sta avanzando oltre i limiti di sicurezza; quest’ultimo disastro è solo una modesta dimostrazione, ben altre ipotesi si affacciano all’orizzante e ci mostrano panorami di distruzione che nessuno prende nella dovuta considerazione.Penso a quella valigetta in mano all’uomo più potente della terra, collegata ad un avanzatissimo computer, che permetterebbe il lancio di un arsenale di testate nucleari, ognuna delle quali selezionata da una intelligenza artificiale, che potrebbe anche suggerire scelte sbagliate.Tornando al disastro aereo, sappiamo già che non emergerà alcuna responsabilità; ci sono in ballo miliardi di dollari, basti pensare alle ordinazioni per 5600 aerei del medesimo tipo che l’azienda produttrice ha già in portafoglio. Inoltre la medesima azienda ha come suo miglior cliente il Pentagono, per il quale produce aerei da guerra, anche per gli alleati, riservando al Pentagono le decisioni inerenti la fornitura di tali aerei e dei pezzi di ricambio. Quest’ultima clausola serve agli USA per mantenere la posizione di prima potenza mondiale, potendo esercitare il diritto di veto di rifornimento, per rendere inutilizzabili gli aerei in possesso di altri paesi.Il “dio denaro” domina la platea politica, sociale, tecnologica ed etica dell’intero pianeta, dove l’elemento “umano” è diventato un accessorio da consumare sull’altare del mercato consumistico, fino a quando l’intelligenza virtuale distruggerà l’intelligenza umana, ritenuta superata e, di conseguenza, inutile. (Rosario Amico Roxas)

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La vittoria del centro destra in Abruzzo

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 febbraio 2019

Nelle regionali abruzzesi il Carroccio si afferma il primo partito e lo fa con il candidato Fdi Marco Marsilio di Fratelli D’Italia di Giorgia Meloni a spese dell’alleato di governo pentastellato. Ne consegue che risulta vincente la coalizione Lega-Fdi-Fi con un sonante 48% mentre il Movimento 5 stelle non riesce a superare il 20 per cento con Sara Marcozzi (M5s). Lo segue al secondo posto Giovanni Legnini (centrosinistra) con il 31,3%. Stefano Flajani (Casapound) si attesta sullo 0,42% dei voti. Se valutiamo i risultati in base alle ultime politiche il Carroccio guadagna 50.000 voti mentre i pentastellati ne perdono duecentomila. Se poi consideriamo le regionali di 5 anni fa la perdita dei grillini si attesa sui 50.000 voti. Il centrosinistra, invece, con la sua solita furbata delle liste civiche riesce a contenere la perdita dei consensi con meno 25.000 voti rispetto alle politiche e 130.000 delle regionali del 2014. Che sia andato a votare poco più della metà degli aventi diritto non fa storia anche perché lo scostamento con le precedenti tornate risulta poco rilevante.
Vogliamo trarre da questo risultato un giudizio critico nei confronti del governo? Se lo vediamo da parte della Lega dobbiamo dire che Salvini sa essere più credibile e accattivante per l’elettorato abruzzese e si presume, con le debite proporzioni, con quello nazionale. Ma subito dopo dovremmo aggiungere che la formula politica di compromesso con un contratto di governo tra Lega e Pentastellati regge al confronto popolare perchè rimane tanta la voglia di un cambiamento, ma lo è meno con il metodo adottato da Di Maio. Da qui s’impone una seria riflessione in casa pentastellata su cosa non ha funzionato e se dobbiamo attribuirlo solo ad un deficit di comunicazione e soprattutto dal modo come le riforme, in specie quelle più qualificanti, siano state presentate e sostenute dai pentastellati. Più in generale possiamo dire che la mossa più abile, e direi vincente, di Salvini è stata quella di non rompere con Berlusconi e di riuscire a marciare con la logica dei due forni godendone la neutralità e la convergenza dei giudizi critici da parte di Forza Italia e Fratelli d’Italia rivolti solo contro i pentastellati. I leghisti, al massimo, vengono trattati come i compagni un po’ discoletti e irriverenti, in una cordata di amici, ma pronti a riaverli a far bisboccia insieme. E quel che è peggio dopo aver fortemente ridimensionato il successo elettorale pentastellato dello scorso anno alle politiche e di poter riaprire, di conseguenza, i giochi delle alleanze con i metodi berlusconiani. (Riccardo Alfonso Centro studi politici ed economici della Fidest)

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Riparare gli oggetti rotti può aggiustare il mondo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 gennaio 2019

Avete presente la celebre strofa della canzone di Gino Paoli? A pensarci bene, descrive perfettamente l’avvio di una miriade di progetti virtuosi, innovativi e vincenti nati per l’appunto da una chiacchierata informale tra persone affini, una buona intenzione ed un’idea semplice, ma efficace.Ed è proprio così che circa un anno e mezzo fa a Bologna ha preso vita l’associazione Rusko (Riparo Uso Scambio Comunitario), ispirata anche all’esperienza estera dei Repair Cafè: momenti di incontro in cui si riparano oggetti rotti che altrimenti verrebbero gettati via. Si tratta di un’iniziativa virtuosa e dall’alto valore sociale ed ecologico che sempre più sta prendendo piede anche in Italia.Lo dimostrano, oltre alla realtà bolognese protagonista della Storia di oggi, gli “aggiustatutto volontari” che abbiamo mappato in altre parti d’Italia, come Roma e Perugia.Qualche mese fa, inoltre, abbiamo intervistato Alessandro Cagnolati, referente dei Repair Cafè in Europa, iniziativa da lui considerata tra le più concrete ed importanti contro l’economia “lineare” e lo spreco di risorse.Insomma, un esercito di smanettoni ha dichiarato guerra all’obsolescenza programmata e sta invadendo l’Europa! Noi di Italia che Cambia non possiamo che esserne felici e sperare che anche grazie al nostro racconto questa ed altre iniziative virtuose si diffondano sempre più. L’obiettivo? Aggiustare il mondo. Un pezzo alla volta.

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Portare il futuro nel dibattito politico di oggi

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 gennaio 2019

C’è chi vorrebbe costruire un “muro” per bloccare le migrazioni clandestine. C’è chi specula sui commerci facendo leva sulla manodopera a buon mercato per ridurre il costo dei beni e accaparrarsi larghe fette di mercato. C’è chi continua imperterrito ad esportare armi di distruzione di massa soprattutto nelle regioni dove la mancanza di cibo e il degrado sociale avrebbero bisogno di ben altre importazioni. Nel loro insieme creano i presupposti per distruggere l’ecosistema e non vanno oltre il contingente. Con questa logica perversa si crea una terribile eredità per le generazioni future. Su cosa potranno contare i nostri figli e nipoti? Forse e solo su un cumulo di macerie. Non vi è dubbio che una grossa fetta di responsabilità ricade sulla classe politica allorché mostra la sua incapacità di programmare il futuro depurandolo dalle tante zavorre che l’appestano. Eppure quel futuro che noi vogliamo esorcizzare, ignorandolo, incalza e alla fine ci presenterà il conto e sappiamo bene che sarà molto salato, anzi amaro come il fiele. Alla fine non avremo nemmeno la possibilità di scendere a qualche compromesso. La verità più cruda è che stiamo entrando in quella che possiamo chiamare “rivoluzione tecnologica” dove le macchine intelligenti, i robot, i droni e quanto altro incominceranno a sostituire, a partire dai lavori più modesti, l’essere umano. E allora ci siamo chiesti che fine faranno i milioni di diseredati di tutto il mondo, senza un’adeguata istruzione, al cospetto di una società che tenderà sempre più a rottamarli o, nella migliore delle ipotesi, a schiavizzarli? E’ che abbiamo fondato la nostra cultura della conoscenza e del sapere sul diritto alla vita ma senza essere conseguenti all’altro diritto che è quello del vivere. Cosa abbiamo fatto dei milioni di bambini che ogni anno abbiamo garantito il diritto alla vita e poi li facciamo morire, sovente con le loro madri, di fame, di malattie e di degrado? Cosa facciamo ai milioni di poveri di tutto il mondo che pur classificandoli dei privilegiati, perché lavorano, continuano a vivere di stenti? (Riccardo Alfonso)

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Le recenti rivolte di piazza in Francia ci fanno riflettere

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

I francesi hanno da qualche anno scoperto il vero volto del loro presidente. Un uomo arido e solo preoccupato d’ingraziarsi i potenti del mondo. E’ il parto di una classe politica, e non solo francese, che vuole conservare il suo primato a scapito dei ceti meno abbienti. Ma si può governare a prescindere?
Da ciò dovrebbero oggi trarne coscienza i governanti dei vari paesi allorché preparano le tecniche per gestire il presente senza affacciarsi dalla finestra per guardare oltre.
E’, questo, un grave errore che ci fa sfuggire dalla realtà e scava un solco tra il paese reale e i suoi governanti. E’ una pecca che si può pagare a caro prezzo poiché rendiamo possibile un altro convincimento, a mio avviso molto deviante per quanto affascinante, che è possibile fare a meno della politica rappresentata dai partiti.
E’ un’idea, devo ammetterlo, che mi affascina e sulla quale ho riflettuto a lungo, pur respingendola poiché la considero una logica estremista pericolosa e capace di provocare, alla lunga, più danni che vantaggi.
Sono, invece, propenso nel ritenere che vi possa essere un’alternativa, soprattutto in quei paesi a “democrazia incompiuta” come l’Italia, e la Francia sembra, in questo senso, voler imboccare una strada parallela, dove s’imporrebbe una “dittatura” a tempo per rimettere in sesto quelle riforme che sono sistematicamente bloccate dai veti incrociati dagli interessi contrapposti e corporativi tra le parti in causa. Una dittatura non solo di breve durata ma vincolata dalla presenza di alcuni garanti istituzionali.
Prima di tutto sbloccare i vincoli che tengono stretti alcuni soggetti alla tenuta dei loro “privilegi”. D’altra parte quando i politici parlano di larghe intese non siamo molto distanti da una soluzione capace di ricavare risultati efficaci per una più corretta gestione della cosa pubblica senza dover tenere da conto delle consorterie di varia natura che puntano al pensiero dominante di chi ha e ne vuole sempre di più. Al tempo stesso mi chiedo: ma per fare tutto questo non è sufficiente un forte consenso popolare e movimenti politici ben radicati sul territorio ma anche determinati a non subire i condizionamenti delle lobby? In linea teorica è possibile ma in pratica gli elettori subiscono troppe restrizioni e vengono distratti dalla macchina della disinformazione che non si fa scrupolo nel diffondere notizie non veritiere e tali da suscitare sentimenti di disagio esistenziale che conducono alla stessa degenerazione del sistema. Per farla breve siamo stati troppo a lungo abituati a ragionare con la pancia che non riusciamo del tutto a farlo con la testa tanto da rendere palese che ci troviamo al cospetto di una democrazia malata e capace solo di sviluppare sentimenti anarchicheggianti. (Riccardo Alfonso)

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La miopia di chi vede il presente ma non pensa al futuro

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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I romani alla prese con il loro sindaco

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

Da quando la prima donna è stata eletta sindaco della città eterna i miei amici sparsi nel mondo hanno avuto un motivo in più per contattarmi e chiedermi cosa ne pensassi, ma soprattutto se fosse in grado d’affrontare la pesante eredità lasciata dai suoi colleghi maschi. In tempi più ravvicinati mi hanno stuzzicato su quelli che hanno ritenuto dei plateali insuccessi nel non aver risolto problemi quali la nettezza urbana, le buche stradali, i mezzi pubblici di trasporto urbano, la cura dei parchi e dei giardini e i vari “scoop giornalistici” sui topi che scorrazzano su cumuli d’immondizie abbandonati accanto ai cassonetti, le pecore che brucano l’erba dei siti archeologici e amenità del genere. Cosa avrei dovuto rispondere? Che fosse tutto falso? Mi son limitato ad una timida difesa sul fatto che la sindaca avesse ereditato una città in stato comatoso e che i rimedi, complice la burocrazia, richiedessero più tempo per essere realizzati. Al tempo stesso mi son chiesto dove i miei amici hanno attinto tante “lucubri” messaggi dello sfacelo romano e se non ci fosse lo zampino disfattista di una certa classe politica che marcia impettita e anacronistica sul “tanto peggio tanto meglio”. Dopo tutto molte altre grandi città del mondo non stanno meglio di Roma ma in molti casi si lavano i panni sporchi in casa. Non è che io condivida del tutto questa logica del nascondere la polvere sotto il tappeto, ma avrei preferito che dai palazzi della politica romana ci fosse la consapevolezza che il discredito profuso a piene mani rischia di lasciare una traccia indelebile sulla storia della città eterna e finisce con il pregiudicare anche il buono che potrebbe essere prodotto. Ma di là delle critiche che si possono fare, giusto o ingiuste che siano, a mio avviso la colpa più grave che imputo alla sindaca è la sua incapacità d’entrare in sintonia con i suoi amministrati. Molti la considerano un oggetto estraneo che sa amministrare e vivere i sentimenti dei romani entro le quattro mura del palazzo e non tra gente andando dove pulsa il cuore dei romani e a capire che è opportuno far sentire i problemi esistenti cercando un coinvolgimento popolare. Intendo dire che molti sono gli occhi che osservano ma molti pochi sono quelli che riescono a dialogare con gli uffici competenti per segnalare, ad esempio, i cassonetti dimenticati nella raccolta rifiuti e che traboccano, le buche stradali ecc. Questo perché manca un’interfaccia sensibile e pronta a recepire i messaggi e ad intervenire per farsi carico del disservizio e a porvi riparo. Probabilmente non è del tutto la soluzione del problema ma di certo aiuta i romani a rendersi conto che gli affanni della capitale non si risolvono con la critica asettica e talvolta ingenerosa ma con il coinvolgimento consapevole e diretto di chi vi abita. (Riccardo Alfonso)

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Le “fake news” sull’immigrazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

Da alcuni anni a questa parte vi è stato un crescendo nella comunicazione che fa riferimento alle problematiche migratorie. Perché tanto chiasso per un evento che non è solo dei giorni nostri ma ha costellato tutta la storia dell’umanità sin dai suoi primordi? Se a questo punto ci limitiamo agli accadimenti più recenti dalle migrazioni italiane negli altri paesi europei e ad oltre oceano dello scorso secolo a quelle degli altri paesi del mondo, sia a livello regionale sia intercontinentale, le ragioni di tali esodi di massa non mutano nel tempo. Vi intersecano povertà e degrado, ridotti ambiti occupazionali e forte desiderio di trovare uno spazio vitale per la propria crescita culturale e professionale e soprattutto luoghi dove il merito possa essere riconosciuto e apprezzato unitamente a una gratificazione confacente. Ciò che come italiani, pensando alla parte sana del Paese, ci indigna considerando che dagli anni della ricostruzioni, dopo le macerie della seconda guerra mondiale, ci fosse stato, se ben indirizzati da una classe politica lungimirante, lo stimolo e la creatività appropriata per portare il Paese ad un livello di crescita degno del suo nome. Siamo stati invece avviluppati dalla spire dei facili arricchimenti, dalla voglia di crescere senza radici divenendo facile preda degli imbonitori di turno. Ora dobbiamo fare i conti con nuove povertà domestiche e importate con migrazioni alle quali non siamo in grado di garantire un valido sbocco lavorativo se non per fasce molto limitate. Il tutto tende ad aggravarsi perché negli anni delle “mucche grasse” non abbiamo saputo” far tesoro delle nostre disponibilità finanziarie per porre mano a riforme capaci di rinnovare alla radice il tessuto sociale, civile, economico e politico che avrebbe potuto porci al riparo dai rischi di possibili devianze. Ciò non è stato fatto e i problemi che avevamo ora si sono aggravati e con essi i costi per dirimerli e al tempo stesso siamo entrati alla grande nel tempo delle “vacche magre”. L’immigrazione in questo contesto ha accresciuto le nostre difficoltà anche perché sta diventando incontenibile e senza controlli sia a monte sia a valle. E quel che più ci addolora è che i nostri partner europei non sembrano rendersi conto delle nostre oggettive difficoltà e con essi, purtroppo, si aggiunge una classe politica che non riesce a tenere la barra dritta a fronte delle tempestose problematicità che ci stanno travolgendo. Non sono ancora consapevoli, e speriamo in buona fede, che le riforme sono diventate improcrastinabili ed urgenti come quelle della giustizia, del fisco, della salute, della scuola e del welfare e non è detto che costituiscano necessariamente un costo per le casse dello Stato, in specie se andranno a regime. Anzi. (Riccardo Alfonso Centro studi della Fidest)

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The “fake news” on immigration

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

For some years now there has been a growth in communication that refers to migration issues. Why so much noise for an event that is not just the present day but has dotted the whole history of humanity since its inception? If at this point we limit ourselves to the most recent events from Italian migrations in other European countries and overseas of the last century to those of other countries in the world, both at regional and intercontinental levels, the reasons for such mass exodus do not change over time . Poverty and degradation, reduced occupational environments and a strong desire to find a living space for cultural and professional growth and above all places where merit can be recognized and appreciated together with suitable gratification. What, as Italians, thinking of the healthy part of the country, indignifies us considering that since the years of reconstruction, after the ruins of the Second World War, there had been, if well directed by a forward-looking political class, the stimulus and creativity appropriate to bring the country at a level of growth worthy of its name. Instead we were enveloped by the coils of easy enrichment, the desire to grow without roots, becoming easy prey for the barkers on duty. Now we have to deal with new domestic and imported poverty with migrations to which we are not able to guarantee a valid work outlet except for very limited sectors. Everything tends to worsen because in the years of “fat cows” we did not know how to build on our financial resources to take reforms capable of renewing at the root the social, civil, economic and political fabric that could have protected us from risks of possible deviations. This has not been done and the problems we have now have worsened and with them the costs to settle them and at the same time we have entered the big time in the “lean cows”. Immigration in this context has increased our difficulties also because it is becoming uncontrollable and without controls both upstream and downstream. And what pains us most is that our European partners do not seem to realize our objective difficulties and with them, unfortunately, we add a political class that can not keep the bar straight in the face of the tempestuous problems that are overwhelming us. They are not yet aware, and we hope in good faith, that they have become urgent reforms such as those of justice, tax, health, school and welfare and it is not necessarily that they constitute a cost for the coffers of the state, especially if they go to full capacity. Rather. (Riccardo Alfonso Centro studi della Fidest – fidest press agency)

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Lectio magistralis di Francesco Brioschi

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Milano 26 novembre 2018 ore 17,30 SoM Politecnico Milano Aula Magna Carassa Dadda (BL28) Campus Bovisa, via Lambruschini 4 In occasione del suo ottantesimo compleanno, la School of Management del Politecnico di Milano vuole festeggiare Francesco Brioschi, uno dei fondatori dell’Ingegneria Gestionale, il primo Direttore dell’omonimo Dipartimento e uno dei Vicepresidenti del MIP, la business school del Politecnico stesso.
Lo festeggia – alla presenza di illustri rappresentanti di alcune delle principali imprese del nostro Paese e del Rettore – con una Lectio Magistralis sul tema delle criticità e degli strumenti nel finanziamento della crescita delle imprese, argomento classico della Finanza, passione della sua vita sin da giovane e oggetto prioritario della sua attività di ricerca e di insegnamento dopo le rilevanti esperienze nell’ambito della Ricerca operativa e dell’Economia dei sistemi industriali. Lo festeggia anche con la consegna di un libro “in onore di Francesco Brioschi” – sul tema “Corporate Governance e Finanza d’Impresa” – con i contributi di chi, un po’ più giovane di età o suo allievo, ha avuto con lui importanti collaborazioni di ricerca. Aprono i lavori
Ferruccio Resta, Rettore Politecnico di Milano
Alessandro Perego, Direttore Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano
LECTIO MAGISTRALIS: Francesco Brioschi, Emerito di Assetti proprietari e governance di impresa, Politecnico di Milano
Intervengono e dibattono: Patrizia Grieco, Presidente Enel, Presidente Comitato Corporate Governance Borsa Italiana Gianfelice Rocca, Presidente Gruppo Techint, Ingegnere gestionale ad honoremFabrizio Saccomanni, Presidente UniCredit
Coordinano: Umberto Bertelè, Emerito di Strategia di impresa, Politecnico di Milano
Sergio Mariotti, Ordinario di Economia dei sistemi industriali, Politecnico di Milano

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9° Forum Internazionale su Alimentazione e Nutrizione

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Milano 27 (dalle ore 14,00) e 28 novembre (dalle 9,00) torna a Milano (presso il Pirelli HangarBicocca in via Chiese 2), per la nona edizione, il Forum Internazionale su Alimentazione e Nutrizione organizzato dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition.
Da Raj Patel, attivista, giornalista e scrittore, a Felix Finkbeiner, che con la sua organizzazione ha fatto piantare 3 miliardi di alberi in tutto il mondo, passando per l’italiano Pietro Laureano l’architetto che studia le metodologie di agricoltura tradizionali per applicarle alle più moderne tecniche di sostenibilità: sono loro alcuni degli ospiti che si alterneranno al Forum nella due giorni dedicata al cibo a 360°. Un’occasione per condividere evidenze, dati scientifici e best practice utili a raggiungere gli SDGs dell’Agenda 2030 dell’ONU. Il programma dei lavori prevede:
27 novembre ore 14.10: Cerimonia di premiazione della seconda edizione del Food Sustainability Media Award, il premio giornalistico internazionale su cibo e sostenibilità
28 novembre ore 13.15: keynote di Guido Barilla, Presidente Fondazione BCFN sul tema “La roadmap di BCFN e UN SDSN per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite”
28 Novembre ore 13.45: conferenza stampa che vedrà la presenza di:
GUIDO BARILLA, Presidente della Fondazione BCFN
RICCARDO VALENTINI, Coordinatore di Su-Eatable life; Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici IPCC, premio Nobel per la pace 2007; membro dell’Advisory Board, Fondazione BCFN
LEO ABRUZZESE, Global Director of Public Policy, EIU

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Il male “oscuro” del nostro tempo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

Dal XVI secolo a questa parte si è manifestato, sia pure a passi malfermi e qualche clamoroso arretramento, un particolare periodo evolutivo espresso in una civiltà che ha cercato di far emergere una nuova identità culturale, economica e sociale. A trainare la spinta vi sono stati popoli socialmente più evoluti così come è accaduto in passato con gli egiziani, gli assiro-babilonesi, gli antichi romani e gli slavi. Ma è anche vero, come osserva Spengler che: «le civiltà nascono, prosperano brevemente, decadono e muoiono». Dobbiamo forse convenire che la nostra civiltà è nella fase del declino e che una nuova si sta affacciando all’orizzonte? Ma quali potrebbero essere i segni premonitori? Nel XX secolo abbiamo accettato e anche subito l’evoluzione delle logiche capitalistiche e il suo contraltare nel comunismo di stampo sovietico e cinese. Due facce della stessa medaglia che avrebbero inteso imprimere una svolta evolutiva ai loro rispettivi sistemi se non ci fosse stato il collasso del blocco sovietico che ha provocato un nuovo rimescolamento delle carte e dalle quali ne ha tratto vantaggio il capitalismo con le sue logiche consumistiche ed edonistiche che hanno identificato il bene morale con il piacere. Probabilmente il capitalismo è riuscito meglio del marxismo a restare a galla per la sua capacità trasformistica congiunta allo sfruttamento umano cogliendo le sue debolezze: possibilità di facili arricchimenti, uso e abuso delle nuove tecnologie e via di questo passo. Ora il limite s’intravede in tutte le sue diverse contraddizioni. L’industria per prosperare e trarre sempre maggiori profitti deve allargare la sua base di consumatori ma non può più farlo perché è cresciuta la fascia di povertà e con essa la popolazione mondiale si trova a dover fare i conti con la logica di un lavoro, e non per tutti, che produce in massima parte redditi medio bassi e tali da rendere inquiete le nuove generazioni che vorrebbero tutto e subito e non tollerano più un’aspettativa dai tempi lunghi con lavori mal pagati e precari. Significa, volendo cogliere l’essenza del problema, che la crescita esponenziale della natalità, i progressi della medicina che allungano l’aspettativa di vita anche se non garantiscono una vecchiaia in buon salute, hanno reso chiaro che il capitalismo così come oggi lo concepiamo e gli stessi danni che ha creato all’ecosistema, per lo più irreversibili, impone una revisione radicale dello spirito guida che ci ha portati sino ad oggi. Da qui la convinzione che la nostra civiltà ha esaurito il suo ciclo e che necessariamente si sta profilando uno nuovo. Resta da chiedersi quanto conflittuale e drammatico potrà essere il suo passaggio prima di poter raggiungere il traguardo di una nuova civiltà. (Riccardo Alfonso)

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The “dark” evil of our time

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 novembre 2018

From the sixteenth century to this part, a particular evolutionary period expressed in a civilization that has tried to bring out a new cultural, economic and social identity has manifested itself, albeit with unsteady steps and some resounding retreat. To drive the push there have been more socially evolved peoples as it happened in the past with the Egyptians, the Assyrians-Babylonians, the ancient Romans and the Slavs. But it is also true, as Spengler observes: “civilizations are born, thrive briefly, decay and die “. Should we perhaps agree that our civilization is in decline and that a new one is emerging on the horizon? But what could be the warning signs? In the twentieth century, we accepted and even immediately the evolution of capitalist logics and its counterpart in Soviet-Chinese communism. Two sides of the same coin that would have intended to give an evolutionary turn to their respective systems if there had not been the collapse of the Soviet bloc that has caused a new shuffling of the cards and from which capitalism has benefited with its consumerist and hedonistic logic who have identified moral good with pleasure. Probably capitalism has managed better than Marxism to stay afloat for its transformational capacity combined with human exploitation, catching up its weaknesses: possibility of easy enrichment, use and abuse of new technologies and so on. Now the limit is glimpsed in all its different contradictions. The industry to thrive and make more profits must broaden its consumer base but can no longer do so because the poverty line has grown and with it the world population is having to deal with the logic of a job, and not for everyone, which produces for the most part low average incomes and such as to make troubled the new generations who want everything immediately and no longer tolerate an expectation from long time with poorly paid and precarious jobs. It means, wanting to grasp the essence of the problem, that the exponential growth of birth rate, the progress of medicine that lengthen life expectancy even if they do not guarantee healthy old age, have made clear that capitalism as we conceive it today and the same damage that created the ecosystem, mostly irreversible, requires a radical revision of the guiding spirit that has brought us to this day. Hence the conviction that our civilization has exhausted its cycle and that a new one is necessarily emerging. It remains to be questioned how much conflictual and dramatic it may be in its passage before it can reach the goal of a new civilization. (Riccardo Alfonso)

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