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Archive for the ‘Economia/Economy/finance/business/technology’ Category

Economy – Finance – Business – Technology

GAM: Quali conseguenze avrà la crisi energetica per l’Europa?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di Niall Gallagher, Investment Director European Equities di GAM Investments. Attualmente ci troviamo in una fase di massimo ribasso per quanto riguarda i titoli azionari europei, con la crisi energetica in cima all’agenda globale. I prezzi del gas in Europa sono aumentati enormemente; sono scambiati a circa 15 volte la media quinquennale fino al 2021. Inoltre, sono completamente scollegati dai prezzi del gas altrove, in particolare negli Stati Uniti. Considerando una base di energia equivalente, i prezzi del gas sono scambiati a diverse centinaia di dollari per barile di petrolio equivalente e per l’elettricità il rapporto è ancora più alto. Nel breve termine, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha causato una carenza di gas in Europa, che negli ultimi 10 anni è diventata molto più gas-centrica a causa della progressiva eliminazione del nucleare e del carbone e dell’aggiunta di fonti rinnovabili intermittenti. Tuttavia, riteniamo che l’Europa avrebbe dovuto affrontare una crisi energetica durante il processo di transizione energetica anche se non si fosse verificato il conflitto tra Russia e Ucraina. L’Europa ha bisogno di ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica nei prossimi 30 anni, ma resta da capire come i legislatori intendano procedere. Ci sono diversi elementi che potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere una base più solida per quanto riguarda la transizione energetica. Nel breve termine, una risoluzione con la Russia ci permetterebbe di importare nuovamente il gas russo. Questo, tuttavia, è altamente improbabile, poiché la solidarietà europea nei confronti dell’Ucraina non è destinata a venire meno. Inoltre, il parco nucleare francese è attualmente sottoutilizzato di circa il 50%, con un numero significativo di impianti chiusi per manutenzione; quelli che funzionano a piena capacità sarebbero d’aiuto. Anche un inverno mite con molto vento ridurrebbe la pressione. Ma anche se tutto ciò si verificasse, l’Europa avrebbe comunque bisogno di serie misure dal lato della domanda per ridurre il consumo di gas, in particolare in Germania. A medio termine, l’Europa ha bisogno di una fornitura di gas molto più diversificata e di prendere molto più seriamente la sicurezza energetica. I governi nazionali potrebbero considerare le opportunità di fracking e dello sviluppo di riserve di gas. Allo stato attuale, è difficile che l’UE elimini gradualmente l’uso del gas nei prossimi 20 o 30 anni e quindi i contratti a lungo termine con i produttori degli Stati Uniti e del Qatar garantirebbero una fornitura a lungo termine. È inoltre necessario aumentare gli investimenti nelle fonti rinnovabili, eliminando le strozzature come i problemi delle reti di trasmissione in Germania. Riteniamo inoltre improbabile che la transizione verso l’obiettivo Net Zero avvenga senza investimenti significativi nell’energia nucleare. In gran parte dell’Europa c’è un certo consenso sul fatto che il nucleare sia il futuro. Esistono anche soluzioni a più lungo termine, come i reattori nucleari modulari che possono essere adattati e industrializzati per la produzione di energia elettrica, e crediamo che vedremo investimenti in questo settore. Applicando queste analisi alle azioni europee, riteniamo che sia necessaria una ripresa molto significativa degli investimenti. Ciò avverrà in concomitanza con la transizione verso il Net Zero, poiché ci sono molte aree in cui vediamo la possibilità di effettuare investimenti significativi e l’attuale crisi energetica, a nostro avviso, accelererà l’attenzione su di esse. È necessario investire maggiormente nelle reti energetiche per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, a beneficio delle compagnie petrolifere e del gas, ma anche di alcune realtà industriali che riforniscono queste catene di valore. Una delle misure più importanti che possiamo adottare per ridurre la nostra domanda di energia è investire maggiormente negli edifici. Ad esempio, l’isolamento degli edifici farà un’enorme differenza nella riduzione del consumo energetico.L’ultimo aspetto della crisi attuale è che le aziende del settore petrolifero e del gas stanno beneficiando di prezzi molto più elevati. I prezzi rimarranno elevati per qualche tempo e queste società genereranno flussi di cassa significativi. Ovviamente, per mantenere la loro licenza sociale ad ottenere questo tipo di profitti, dovranno investire pesantemente, in particolare nelle energie rinnovabili, e riteniamo che probabilmente lo faranno in termini di espansione verso più rinnovabili e tecnologie a basse emissioni di carbonio, che saranno parte della soluzione a lungo termine. Nel complesso, l’Europa si trova in una situazione difficile dal punto di vista economico. Tuttavia, riteniamo che questo mercato sia ben compreso e scontato e che, se da un lato è probabile che alcune aree subiscano un forte calo degli utili a causa della necessità di ridurre l’attività o dall’impatto di prezzi molto più elevati, dall’altro vi sono aree che beneficerebbero di livelli molto più elevati di investimenti che saranno necessari per rendere plausibile la transizione energetica.

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Tra inflazione, timori di recessione e transizione energetica: cosa aspettarsi da qui alla fine dell’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments. In termini di inflazione, abbiamo visto i prezzi aumentare a livelli inimmaginabili da inizio anno, trainati in parte dal costo delle materie prime, comprese le quotazioni petrolifere. Sebbene ci sia stato un rallentamento della crescita inflattiva, l’inflazione resta ancora alta: negli Stati Uniti ha toccato l’8,3% ad agosto (battendo le aspettative di 8,1%), mentre in zona Euro si attesta al 9,1%. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che il ritmo dell’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina – osservato soprattutto nella prima metà del 2022 – difficilmente proseguirà anche nel 2023. Pertanto, anche se i prezzi rimarranno elevati, il ritmo dei rincari sarà inferiore rispetto all’inizio dell’anno. Le banche centrali, per fronteggiare questa straordinaria inflazione, hanno intrapreso una linea dura, con Fed e BCE che hanno alzato entrambe i tassi di 75punti base a settembre. Come effetto di queste politiche restrittive, adottate per smorzare la domanda, dovremmo osservare un calo dell’inflazione verso fine anno e con l’avvento del 2023. Il processo di transizione energetica, verso l’azzeramento delle emissioni nette, risulta piuttosto interessante se consideriamo ciò che è già accaduto con l’aumento dei prezzi delle commodity. Il rincaro delle materie prime, infatti, ha fatto salire notevolmente l’attrattiva relativa degli investimenti alternativi, determinando un incremento degli investimenti in questo segmento in futuro. Tuttavia, riteniamo che occorrerebbe riflettere approfonditamente prima di dare credito a chi sostiene la necessità di interrompere la produzione di combustibili fossili dall’oggi al domani. Occorre evitare una transizione troppo rapida in un momento in cui non sono disponibili alternative. In caso contrario, il prezzo delle commodity aumenterebbe, proprio com’è avvenuto con il petrolio. E quando ciò accade, le implicazioni sociali sono alquanto significative, soprattutto per le persone meno abbienti che tendono a spendere una quota maggiore del loro reddito in energia, riscaldamento e generi alimentari. Sono, infatti, queste fasce della popolazione a risentire maggiormente dei movimenti di prezzo repentini. Per queste ragioni, la transizione verso le energie alternative va certamente sostenuta, ma dobbiamo fare in modo che sia ben gestita e diluita nel tempo in modo tale da minimizzare l’impatto sociale negativo delle variazioni di prezzo. Abbiamo assistito a un aumento dei prezzi delle materie prime alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Dopo l’invasione, il petrolio e i prodotti alimentari hanno evidenziato un ulteriore rincaro. Il prezzo del greggio nel terzo trimestre 2022 scambiava tra circa i 90 e i 110 dollari al barile. Guardando al futuro, via via che gli investitori inizieranno a considerare la potenziale distruzione della domanda causata dal rallentamento economico, riteniamo che il prezzo del petrolio non sarà necessariamente destinato ad aumentare in misura significativa rispetto ai livelli attuali. Tuttavia, teniamo a sottolineare che questo scenario presenta dei rischi, alla luce del fatto che la Russia potrebbe interrompere le forniture di petrolio o di gas naturale questo inverno, generando un nuovo balzo dei prezzi delle materie prime. Il nostro scenario di base prevede quindi una pressione minore sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, non possiamo escludere che l’incertezza persistente a un certo punto possa far salire i prezzi.Il conflitto in Ucraina, infatti, è ancora in pieno svolgimento. Con l’arrivo dell’inverno, soprattutto in Europa, sorgeranno timori sulle effettive capacità di approvvigionamento di gas naturale nel continente e, di conseguenza, del mantenimento dei livelli di produzione industriale, garantendo la redditività di alcune aziende europee. Le molteplici ripercussioni, politiche ed economiche, della guerra sembrano pertanto destinate a durare.I titoli azionari hanno assistito a una prima metà dell’anno difficile, seguita poi da un recente rally estivo, ma non prevediamo un recupero delle perdite da parte dei mercati entro la fine dell’anno. Questo, però, può offrire opportunità agli investitori. Riteniamo che le azioni statunitensi abbiano potenziale, poiché l’economia americana è più autosufficiente di quella della maggior parte dei Paesi europei o dei mercati emergenti. Inoltre, le aziende americane sono incentivate non solo a sviluppare prodotti più sostenibili – ad esempio i veicoli elettrici – ma anche a rifornirsi di componenti a livello nazionale, incoraggiando così il re-shoring che sosterrà la crescita economica. Per quanto riguarda il reddito fisso, privilegiamo le obbligazioni di qualità superiore, che ci aspettiamo siano meno influenzate dall’incertezza del mercato.

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Robeco: Il superciclo delle materie prime è già finito?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di Peter van der Welle, Strategist Multi Asset di Robeco. Negli ultimi due anni le materie prime hanno fatto faville. Di fatto, sono l’unica asset class per la quale abbiamo previsto extra-rendimenti rispetto ai rendimenti stabili dell’ultimo anno. Quello che non avevamo previsto, però, era un’altra fase di rialzo dall’agosto 2021, con l’indice GSCI delle materie prime ora in rialzo del 50% rispetto al picco della recessione nel febbraio 2020. Lo slancio delle materie prime si è raffreddato da metà giugno, quando le crepe nella domanda aggregata globale sono diventate più pronunciate e l’attenzione si è spostata dalle preoccupazioni per l’inflazione al rischio di recessione, mentre i mercati hanno iniziato a scontare un percorso di disinflazione più rapido sulla scia delle aggressive mosse politiche da 75 punti base della Fed. La stabilizzazione delle aspettative di inflazione a medio termine negli Stati Uniti solitamente riduce la domanda di materie prime come copertura dell’inflazione.Finora, i rendimenti realizzati nell’espansione post-pandemia sono già ampiamente alla pari con quelli ottenuti alla fine del superciclo delle materie prime del 2001. Questo implica che il superciclo delle materie prime dei cosiddetti “Roasting Twenties” sia già finito? In prospettiva, nel nostro scenario di base prevediamo per le commodity rendimenti simili a quelli di un titolo di Stato stabile al 4% nei prossimi cinque anni.In primo luogo, osserviamo un’offerta relativamente anelastica nei mercati delle materie prime. Con mercati spot rigidi, la distruzione della domanda attraverso prezzi elevati sarà il principale meccanismo di riequilibrio nei prossimi anni. La distruzione della domanda da parte dei consumatori è già in atto, e questi ultimi stanno attivamente razionando il loro consumo di energia. Questo processo di razionamento raggiunge tipicamente il suo apice quando i prezzi della benzina raggiungono il picco prima di una recessione. Negli Stati Uniti i prezzi della benzina sono aumentati perché i crack spread (la differenza tra un barile di greggio e i prodotti petroliferi da esso raffinati) si sono ampliati a causa delle chiusure e delle interruzioni delle attività nelle raffinerie, facendo lievitare i prezzi per i consumatori.In secondo luogo, sebbene le inversioni della curva dei rendimenti abbiano segnalato il rischio di recessione negli Stati Uniti, le materie prime sono un asset di fine ciclo che in media vede un aumento dei prezzi tra l’inversione della curva dei rendimenti e il picco di recessione. L’aumento della bolletta energetica anticiperà la recessione nell’eurozona, soprattutto se la Russia chiuderà completamente il Nord Stream 1 ai clienti tedeschi. Il risultato sarà una maggiore concorrenza globale per il GNL, mentre l’Europa cerca di affrancarsi dal gas russo e di ottenere l’indipendenza energetica nei prossimi anni.In terzo luogo, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe continuare anche dopo la prossima stagione dei raccolti. L’aumento dei prezzi del gas fa lievitare i prezzi dei fertilizzanti, il che fa calare la resa delle colture, non solo quest’anno ma anche nel medio termine, e il suolo si impoverisce ulteriormente. Inoltre, una guerra prolungata in Ucraina potrebbe ostacolare la produzione di cereali, anche se il recente accordo firmato da Ucraina e Russia sulle esportazioni di grano attraverso il Mar Nero dovesse reggere.In quarto luogo, con la nostra proiezione a cinque anni sull’inflazione negli Stati Uniti al 2,6% – modestamente al di sopra dei livelli a cinque anni di inflazione di pareggio – riteniamo che la domanda di materie prime come copertura dell’inflazione persista. Sebbene le recessioni, che ci aspettiamo intorno al 2023, siano tipicamente altamente disinflazionistiche e quindi creino venti contrari per l’asset class, nel nostro scenario di base non prevediamo una vera e propria deflazione, né profondi mercati ribassisti delle materie prime.Nel nostro scenario rialzista, le ragioni per investire in materie prime sono ancora più convincenti perché i mercati sviluppati continuano a crescere al di sopra del loro tasso tendenziale di lungo periodo, con una domanda aggregata in grado di sostenere prezzi più elevati più a lungo. Una minore anelasticità dell’offerta rispetto allo scenario di base (anche perché i costi del capitale per le società minerarie e i produttori di petrolio diminuiscono grazie all’accelerazione della transizione verde) contribuisce a riequilibrare i mercati delle materie prime. Con il contributo sul fronte dell’offerta, dunque, gli aumenti dei prezzi sono meno esplosivi e più sostenibili.Poiché i Paesi che rappresentano circa il 67% del PIL mondiale si sono impegnati a risolvere il problema del cambiamento climatico, ci aspettiamo una spinta politica per accelerare la transizione verso l’energia verde e su questa scia aumenterà la domanda di “metalli verdi” come rame, minerale di ferro e alluminio. L’acciaio è il principale fattore produttivo per i produttori di eolico: circa l’84% del peso di una turbina è costituito da acciaio. Secondo l’AIE, un impianto eolico offshore richiede risorse minerarie nove volte superiori a quelle di un impianto a gas, mentre un’auto elettrica media richiede sei volte i minerali necessari per un’auto tradizionale. L’elettrificazione richiede enormi quantità di rame e alluminio.Nella nostra ipotesi ribassista, le materie prime risentono di un calo della domanda aggregata intorno alla recessione del 2023, nonostante i flussi dei safe haven favoriscano l’oro dopo che la Fed avrà raggiunto il proprio picco di politica monetaria. Poiché l’offerta rimane relativamente anelastica e l’aumento del costo del capitale inibisce l’espansione dell’offerta mineraria, il riequilibrio tra domanda e offerta avviene prevalentemente attraverso la distruzione della domanda. Dopo un po’ di tregua intorno al 2024/2025 per le materie prime, quando la ripresa prenderà piede, un secondo ciclo di inasprimento delle politiche per contenere la ripresa dell’inflazione invertirà la tendenza. Con una fase di distruzione della domanda ancora più profonda nel 2027 rispetto al 2023, le materie prime vedono un rendimento complessivo del -2% in euro nei prossimi cinque anni.

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Recessione, crisi energetica e fiducia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

A cura di James Lindley, gestore tassi globali, team obbligazionario di Columbia Threadneedle Investments. L’Italia rimane un ingranaggio di vitale importanza all’interno del progetto dell’eurozona. Il governo uscente ha consolidato questa posizione, infondendo fiducia ai politici europei e agli operatori di mercato sulla direzione di marcia dell’economia italiana e sull’impegno nei confronti dell’Europa. Questa fiducia ha permesso al governo Draghi di concentrare risorse in settori che sostengono l’economia in questo periodo in cui i prezzi energetici hanno subito un’impennata senza precedenti, generando anche benefici a lungo termine attraverso le riforme. La fiducia è uno dei beni più importanti per i mercati. Il cambio di governo potrebbe mettere a dura prova la fiducia degli operatori di mercato. Attualmente in Italia la coalizione di centro-destra ha cercato di dissipare i timori di un allontanamento dell’Italia dall’Europa, ma rimangono alcune preoccupazioni legate alla possibilità di dare forza alle voci più estremiste all’interno della coalizione di maggioranza, innescando un confitto tra la Commissione europea e il governo italiano.Dalla crisi dell’eurozona del 2010/11, l’Italia ha faticato a riscuotere un significativo appeal tra alcuni dei nostri investitori, molti dei quali provengono da Paesi del Nord Europa: questo ci ha portato in passato ad assumere poche posizioni sull’Italia. Tuttavia, in seguito alla significativa sottoperformance dell’Italia durante le prime fasi della pandemia da COVID-19, abbiamo assunto una posizione più positiva, ritenendo che vi fosse un ampio margine di rialzo grazie agli ingenti acquisti di debito da parte della BCE e, cosa altrettanto importante, al Recovery Fund, che a nostro avviso ha rappresentato un passo significativo verso la mutualizzazione del debito.Queste dinamiche sono ora cambiate. La BCE non sta più acquistando debito italiano su base netta e potrebbe avviare il “quantitative tightening” nei prossimi mesi. Inoltre, la situazione politica italiana è diventata più incerta: siamo in attesa di capire se il nuovo governo opterà per un aumento del deficit fiscale e soprattutto come si relazionerà con la Commissione europea. Sebbene la volontà dell’Europa appaia più forte che mai, temiamo che una recessione combinata con il razionamento del gas naturale possa indebolire tale determinazione e portare a un’ulteriore sottoperformance dell’Italia, data la sua forte dipendenza dal gas russo.Per quanto riguarda la nostra view sui titoli di Stato italiani, nel breve termine, temiamo che la combinazione tra la fine degli acquisti netti di attività da parte della BCE, il possibile “quantitative tightening” e ulteriori rialzi dei tassi, nonché l’ipotesi di un nuovo governo non ancora collaudato, potrebbe avere un impatto negativo sui titoli di Stato. Con la stretta monetaria e la compressione dei proventi, uno scenario recessivo appare sempre più probabile, cosa che verosimilmente metterà sotto pressione i deficit fiscali. Dato l’elevato contesto inflazionistico, non riteniamo che la BCE possa ricominciare a breve gli acquisti e quindi gli acquirenti del debito italiano saranno operatori più sensibili al prezzo e potrebbero richiedere rendimenti più elevati per compensare il rischio aggiuntivo.Nel lungo termine, lo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (TPI), recentemente introdotto dalla BCE, dovrebbe contribuire a mettere un freno agli spread dei Paesi, ma è improbabile che venga attivato fino a quando non si verificheranno ulteriori tensioni sul mercato. Prevediamo, inoltre, che l’eurozona continuerà a gravitare verso un’ulteriore mutualizzazione che dovrebbe essere di supporto al debito italiano, anche se questo potrebbe cambiare con l’evolversi dello scenario politico.In riferimento al mercato obbligazionario corporate, attualmente, la performance delle obbligazioni societarie italiane è rimasta allineata a quella dei mercati del credito della zona euro. Di conseguenza, fatichiamo a vedere molte opportunità in Italia in questo momento, soprattutto per la significativa esposizione dell’economia italiana al gas russo.

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Su gas e delibera Arera prossimo aggiornamento

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

Arera ha modificato la delibera n. 374 sul prossimo aggiornamento del mercato tutelato, previsto per giovedì, accogliendo parte delle proposte che l’Unione Nazionale Consumatori ha presentato. “Ora. “Ora, grazie a noi, sarà possibile avere anche nel mercato tutelato del gas fatture mensili, invece che bimestrali. Un passo avanti molto importante per evitare bollette insostenibili per le famiglie o possibili conguagli esagerati” afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori, l’unica associazione di consumatori ad aver presentato delle osservazioni scritte alla delibera n. 374.”Non recepita, invece, la proposta che il prezzo del gas sia stimato ex ante mensilmente da Arera. Questo vuol dire che giovedì, in occasione dell’aggiornamento dei prezzi del mercato tutelato ci sarà solo il nuovo prezzo della luce, ma non quello del gas che, per il mese di ottobre, sarà reso noto da Arera solo ex post, entro il secondo giorno lavorativo del mese di novembre” prosegue Vignola. “A differenza di altre associazioni, l’Unc condivide la nuova metodologia di definizione del prezzo di Arera, perché in tal modo si potrà evitare di far pagare ai consumatori il prezzo folle del gas avuto nel mese di agosto che avrebbe mandato definitivamente in tilt i bilanci delle famiglie, e si potrà beneficiare di un immediato trasferimento degli effetti di eventuali iniziative nazionali ed europee. La nuova stima, infatti, sarà fatta sui prezzi del mese di fatturazione, ossia fattura di ottobre e prezzo Psv di ottobre” aggiunge Vignola.”Speravamo, però, di attenuare il problema di non poter far sapere con certezza alle famiglie, all’inizio del mese, prima di consumarlo, quanto costerà loro effettivamente il gas, con il rischio di avere poi conguagli insostenibili. Un pericolo per fortuna mitigato grazie al fatto che ora i venditori potranno fare fatture mensili, ma non del tutto eliminato” conclude Vignola.

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E-mobility Day 2022

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

Fondata nel 2008 e guidata da un gruppo di soci fondatori composto da ex-manager e dirigenti dalla lunga esperienza in multinazionali nei settori della progettazione infrastrutturale, dei processi industriali e della finanza d’impresa, EnergRed (www.energred.com) da 2 anni ha introdotto e validato a mercato una nuova metodologia operativa proprietaria che consente alle aziende italiane di dotarsi rapidamente, e senza oneri finanziari o operativi, di impianti per la generazione e l’auto-consumo di energia prodotta da fonti rinnovabili, prevalentemente solare.Il metodo —denominato Care&Share®, letteralmente «prendersi cura e condividere»— oltre a garantire la condivisione del beneficio economico diretto derivante dalla realizzazione di impianti per la generazione di energia da fonti rinnovabili è finalizzato ad aumentare la responsabilità sociale delle aziende, a partire dalla stessa EnergRed, con uno sguardo rivolto sia all’Italia che ai Paesi che oggi pagano il maggior costo del cambiamento climatico e delle pratiche insostenibili legate al consumo intensivo di risorse naturali.Ad ottobre EnergRed avvierà infatti un programma di sostegno alla «riforestazione ad impatto sociale» della startup ZeroCO2, andando a finanziare la piantumazione di alberi in Italia, Guatemala e Tanzania, con lo scopo di proteggere la biodiversità, favorire progetti socioterapeutici, riabilitativi, di reinserimento sociale e lavorativo.Il numero di alberi è stato calcolato per bilanciare totalmente le emissioni legate alle proprie attività di sviluppo: un’importante attività di monitoraggio interno ha permesso di fare trasparenza sugli impatti di questa parte della catena del valore, calcolando che per installare ogni kWp di potenza, l’organizzazione aziendale emette circa 9kgCO2 legati agli spostamenti necessari.L’attività di monitoraggio e trasparenza verrà ampliata nel tempo a tutte le società collegate al gruppo EnergRed che oggi coinvolge circa 25 persone, di cui 13 direttamente impiegate nell’organizzazione e 12 come rappresentanza commerciale sui territori interessati dalle principali azioni di sviluppo del business sostenibile. Nel contesto energetico italiano ed europeo, i 1.436GWh/a che saranno prodotti dagli impianti finanziati e gestiti da EnergRed, permetteranno di generare circa 591 milioni di euro di benefici per imprese e territori, dando alle rinnovabili un valore condivisibile specifico di circa 5.100 euro per ogni kilowatt di potenza installata. Questi numeri sono la dimostrazione di come la transizione energetica sostenibile, in particolare modo quella promossa attraverso approcci e metodologie imprenditoriali innovativi, possa rappresentare anziché un costo, un elemento di supporto del progresso del tessuto industriale e sociale, nel pieno rispetto della dimensione ambientale in cui sono inseriti.

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Classifica aziende top in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

Per il secondo anno consecutivo la Vivenda Spa, azienda del Gruppo La Cascina Cooperativa leader nei settori della ristorazione collettiva e del global service, ottiene un importante riconoscimento dall’Istituto Tedesco Qualità Finanza (Itqf) e dal media partner La Repubblica Affari&Finanza. Se nel 2021 era stata premiata, nel nostro Paese, fra i migliori 200 datori di lavoro per una donna, con l’indagine “Italy’ s best employers for women” (l’85% della forza lavoro è donna), questa volta la Vivenda Spa è stata inserita fra le 400 aziende top attive in Italia.A determinare il premio “Top Job – Italy’s Best Employers 2022/2023” hanno concorso ben 27 parametri come prospettive di crescita, sostenibilità, sviluppo professionale, clima di lavoro e valori aziendali.Basandosi sul social listening, che analizza dettagliatamente i commenti online di dipendenti e clienti, l’istituto ha notato come l’azienda fosse da tutti percepita come luogo di lavoro ideale. Su un campione di 2.000 realtà imprenditoriali italiane, soltanto una su cinque ha quindi ricevuto l’attestato di “best employers”.I risultati sono stati ottenuti dall’ Itqf, ente indipendente leader in Europa nelle indagini di qualità, ascoltando il web, oggi fondamentale nella valutazione di aziende perché dipendenti e consumatori utilizzano sempre di più le piattaforme social per esprimersi.“Questo secondo riconoscimento da parte dell’Istituto Tedesco Qualità Finanza conferma la bontà del nostro operato e delle scelte messe in campo prima per fronteggiare le difficoltà derivate da due anni di pandemia, poi per consolidare la nostra presenza sul territorio accrecendo il numero degli occupati e dando garanzia di stabilità ai nostri lavoratori”, è il commento di Fabrizio Di Maggio, direttore delle Risorse Umane per la Vivenda Spa. È stato possibile grazie a una precisa visione d’insieme, allo spirito di sacrificio e alla professionalità dei nostri lavoratori, per la maggior parte donne. È grazie a loro se oggi possiamo ricevere questo importante premio, frutto del social listening e, quindi, del giudizio e della percezione che hanno della Vivenda sia i clienti sia i lavoratori”.

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“Comgest: Cina, economia in ripresa nonostante gli ostacoli”

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

A cura di David Raper, Gestore del fondo Comgest Growth China di Comgest. L’economia cinese prosegue il suo recupero, tra gli ostacoli posti dalla debolezza del mercato immobiliare e la politica “zero Covid”. A luglio le vendite al dettaglio sono aumentate del 2,7% su base annua (a/a), registrando una flessione del 3,1% rispetto a giugno. I casi di Covid sono aumentati ancora in diverse aree del Paese, ma i viaggi interni e le attività economiche hanno tenuto bene in seguito a un’applicazione più diligente della politica “zero Covid” da parte del governo. Le tensioni geopolitiche continuano a dominare le prime pagine dei giornali. La visita di Nancy Pelosi a Taiwan ha provocato la reazione della Cina, che ha avviato esercitazioni militari in tutta l’area circostante l’isola. Gli USA hanno approvato delle leggi per ridurre la dipendenza dalla Cina sui sistemi per la produzione di energia solare e sulle batterie per i veicoli elettrici e hanno chiesto ai principali fabbricanti di chip di interrompere la vendita di prodotti di fascia alta alla Cina. Uno sviluppo positivo è stato la sottoscrizione da parte del Public Company Accounting Oversight Board (PCAOB, Autorità statunitense per la vigilanza sui revisori contabili) e delle autorità cinesi, di un quadro di riferimento sulla revisione dei documenti contabili relativi ai titoli ADR (American Depository Receipt) emessi da società cinesi quotate negli Stati Uniti. Il 16 ottobre si svolgerà il 20° Congresso del Partito comunista cinese, che rappresenta un momento di significativa visibilità in merito all’orientamento della politica cinese. Nel comparto del turismo, i titoli Samsonite e Trip.com hanno contribuito positivamente alla performance mensile, grazie a risultati migliori del previsto e all’incoraggiante ripresa dei viaggi. Anche Tencent ha registrato una performance positiva dopo la pubblicazione di dati solidi per il secondo trimestre 2022 e previsioni di un’accelerazione delle inserzioni video brevi in WeChat. Abbiamo rafforzato la nostra posizione in alcune società, tra cui Centre Testing e Wuxi Biologics. Abbiamo inoltre costituito una posizione in Shenzhen Mindray, società leader nelle apparecchiature mediche in Cina.

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Weekly market outlook: Perché la sterlina è vulnerabile?

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

A cura di Steven Bell, Chief Economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Il bilancio del Cancelliere dello Scacchiere britannico Kwasi Kwarteng non è stato accolto con entusiasmo dai mercati finanziari. Con tutta probabilità, lo schema del tetto ai prezzi dell’energia significa che il Regno Unito ha evitato una recessione a breve termine. Tuttavia, il costo in termini di ulteriore indebitamento pubblico è enorme, con il Cancelliere che ha raddoppiato i tagli alle tasse, andando quindi ad aumentare ulteriormente l’indebitamento. Di quanto sia aumentato non è dato a saperlo, dal momento che Kwarteng ha impedito all’Office for Budget Responsibility (OBR) di elaborare correttamente i numeri. Riteniamo che l’OBR, in realtà, avrebbe previsto deficit di bilancio ancora maggiori. Ad esempio, il costo diretto dei tagli alle imposte sulle aliquote più alte è di 6 miliardi di sterline, ma il nuovo Cancelliere ha ipotizzato che i “cambiamenti comportamentali” lo ridurranno a 2 miliardi di sterline. Questo sembra improbabile. La sterlina ha toccato i minimi storici e si prevede che i tassi di base supereranno il 6%. I rendimenti dei titoli di Stato sono saliti. Un andamento simile si riscontra in tutto il mondo: le banche centrali stanno aumentando i tassi più velocemente di quanto i mercati si aspettassero e i rendimenti obbligazionari sono in rialzo. Le aspettative sui tassi di interesse nel Regno Unito, però, sono aumentate in termini relativi grazie alle misure del nuovo governo britannico.La sterlina è particolarmente vulnerabile perché il Regno Unito ha un enorme deficit delle partite correnti. Come disse Mark Carney, “il Regno Unito dipende dalla gentilezza degli stranieri”, poiché per finanziare il deficit dobbiamo chiedere prestiti all’estero, e questi stanno diventando sempre più costosi. Questo è uno dei motivi, ma non l’unico, per cui il deficit ha raggiunto un record nei primi tre mesi dell’anno. Venerdì avremo i nuovi numeri. Il consenso vede una situazione in miglioramento, ma la verità è che non possiamo assolutamente esserne certi. Gli statistici del governo hanno cambiato il modo di calcolare i numeri e non sono sicuri di averli azzeccati. E il paese si trova ad affrontare un quadro generale molto impegnativo. La disponibilità degli “stranieri” a salvare il Regno Unito dipende fortemente dalla propensione al rischio globale. Quando le azioni sono in rialzo, la sterlina tende a rafforzarsi. La scorsa settimana, però, i titoli azionari sono stati molto deboli, evidenziando un pessimo tempismo per l’annuncio della riforma fiscale di Kwarteng.Questa settimana è previsto l’intervento di diversi membri del Comitato di Politica Monetaria (MPC) della Banca Centrale, e molti di loro adotteranno sicuramente una retorica “da falco”. Il governo ha cercato di attribuire la colpa del calo della sterlina alla decisione dell’MPC di aumentare i tassi di base “solo dello 0,5%”. Una decisione apparsa alquanto strana. La Banca d’Inghilterra è indipendente, ma è il governo a nominarne i membri. Sebbene non possa licenziare il governatore Andy Bailey in termini strettamente legali, egli si dimetterebbe quasi certamente se il Cancelliere lo desiderasse. Molti si aspettano che Bailey lasci il suo incarico all’inizio del prossimo anno. Personalmente, spero che questo non avvenga. Nel frattempo, le agenzie di rating valuteranno se mettere il Regno Unito sotto osservazione negativa. Ma il governatore non è che un membro del MPC e molti altri membri sarebbero felici di affrontare il governo e aumentare i tassi in modo aggressivo. Si parla di una riunione d’emergenza per alzare i tassi di base prima della prossima riunione prevista per il 3 novembre. Se io facessi parte del comitato, mi opporrei: sembrerebbe un segnale di panico. Invece, sarei favorevole a un rialzo dei tassi al 5% nei prossimi mesi. Questo livello attirerebbe fondi nel Regno Unito, anche se il nuovo governo britannico avrebbe bisogno di un po’ di fortuna per evitare una crisi finanziaria.La sterlina potrebbe scendere sotto la parità rispetto al dollaro nelle prossime settimane. Sono necessari tassi di interesse più elevati per compensare l’aumento del rischio derivante dalle misure del nuovo Cancelliere e, sebbene il tetto ai prezzi dell’energia potrebbe aver evitato la recessione quest’inverno, l’economia britannica appare ancora decisamente vulnerabile.

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Bolletta luce: oltre 1.300 euro nel 2022, il doppio rispetto al 2021

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Una cifra mai così alta, a cui si aggiunge la bolletta del gas, per la quale, da gennaio ad oggi, gli italiani hanno speso quasi 1.345 euro e la prospettiva per gli ultimi tre mesi dell’anno è, se possibile, addirittura peggiore. Secondo le stime di Facile.it, a partire da ottobre la bolletta del gas per i clienti del mercato tutelato potrebbe aumentare addirittura fino al 120% arrivando a sfiorare, per la famiglia tipo, i 317 euro al mese. «Per capire l’effettivo aumento del prezzo del gas bisognerà attendere gli inizi di novembre, quando Arera pubblicherà il dato ufficiale relativo al PSV di ottobre», spiega Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it. «In ogni caso, questo aggiornamento tariffario riguarderà solo i circa 7 milioni di clienti che hanno un contratto di fornitura gas nel servizio di tutela; guardare alle offerte presenti sul mercato libero potrebbe, quindi, essere una soluzione per contrastare almeno in parte i rincari previsti per i prossimi mesi».

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Robeco: Le prospettive sull’obbligazionario migliorano, come adeguare il portafoglio?

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

A cura di Erik Keller, Client Portfolio Manager Global Credits di Robeco. Il primo semestre 2022 è stato il peggior periodo per l’obbligazionario dal 1788, se prendiamo come riferimento il mercato dei Treasury USA. I mercati obbligazionari globali hanno subito un repricing molto pronunciato nel corso di quest’anno, con un rialzo dei tassi d’interesse e un allargamento degli spread creditizi. Tuttavia, i rendimenti nominali delle diverse asset class obbligazionarie hanno raggiunto livelli che non si vedevano da un decennio. Con l’aumento dei rendimenti, l’opportunità di generare un reddito più elevato nei prossimi anni è cresciuta in misura sostanziale. Di conseguenza, le obbligazioni stanno diventando un’alternativa interessante ad altre asset class. In aggiunta, questi strumenti offrono l’ulteriore beneficio di una volatilità molto più bassa rispetto a quella delle azioni. La storia insegna che, nei periodi come questo, le obbligazioni dovrebbero offrire nuovamente una copertura rispetto alle azioni. Agli attuali livelli, le obbligazioni sono in grado di assorbire ulteriori aumenti dei rendimenti cedolari prima che i rendimenti totali dell’asset class tornino sottozero.Ad esempio, un portafoglio di obbligazioni a breve scadenza di alta qualità offre attualmente un rendimento del 3,9% con una duration di 3 anni (fonte: Bloomberg Global Agg Corp 1-5 years). Sarebbe necessario un aumento del rendimento cedolare di circa 130 punti base (pb) prima che il rendimento totale diventi nuovamente negativo. Anche se nei portafogli a più lunga scadenza la sensibilità all’aumento dei tassi è maggiore, la maggiore protezione offerta dai rendimenti cedolari ha migliorato notevolmente i livelli di pareggio.Vi sono altri motivi per cui riteniamo che le obbligazioni si comporteranno di nuovo come tali, offrendo diversificazione contro la volatilità dei mercati azionari.Se è vero che le obbligazioni non amano l’inflazione, è altrettanto vero che prosperano durante una recessione. Storicamente, le obbligazioni hanno sovraperformato le azioni nelle fasi recessive. Dato che i rischi di recessione sono aumentati rispetto a un anno fa, i prezzi delle obbligazioni dovrebbero godere di maggior supporto, mentre i corsi azionari potrebbero subire ricadute negative. Pertanto, le obbligazioni potrebbero tornare a essere un elemento di diversificazione in un quadro di crescita economica più lenta.Storicamente le obbligazioni hanno offerto una buona diversificazione rispetto alle azioni. Persino nella prima parte del 2022 (da inizio anno al 31 luglio), mentre le azioni hanno archiviato un ribasso del 14%, le obbligazioni hanno ceduto un più moderato 6,7%, dimostrando di poter contribuire a limitare la volatilità anche nelle fasi in cui arretrano insieme ai titoli azionari.Oltre ai potenziali vantaggi di diversificazione offerti dalle obbligazioni, gli investitori riconoscono anche la capacità di questi strumenti di generare rendimento e hanno storicamente assunto un’esposizione all’asset class per beneficiare di questa proprietà. In genere, il rendimento cedolare è la principale determinante delle performance obbligazionarie a lungo termine, ma nel contesto di rendimenti bassi e persino negativi che ha caratterizzato gli ultimi anni, le plusvalenze hanno assunto un ruolo più importante.La buona notizia è che, con l’aumento dei rendimenti, le obbligazioni sono tornate a fornire reddito agli investitori e i rendimenti saranno nuovamente un driver dominante delle performance obbligazionarie. L’attuale aumento dei rendimenti si traduce in un reddito più elevato per gli investitori obbligazionari in futuro. Se da un lato i rendimenti dei titoli di Stato iniziano a sembrare interessanti, dall’altro gli spread creditizi si sono allargati notevolmente e offrono adesso una remunerazione più appetibile per il rischio di credito. Tale remunerazione è giustificata alla luce degli accresciuti rischi di recessione e dell’inasprimento delle condizioni finanziarie.Vista l’ulteriore incertezza che ci attende, riteniamo che gli investimenti nel credito di alta qualità con un basso rischio di default offrano un discreto valore agli investitori. A nostro avviso, il debito bancario e assicurativo sembra conveniente e anche il credito cross-over (BB/BBB) offre interessanti opportunità d’investimento.L’aumento dei tassi e degli spread creditizi potrebbe consentire alle obbligazioni di fornire un rendimento più elevato agli investitori nei prossimi anni. La storia insegna che, nel lungo periodo, le obbligazioni hanno fornito diversificazione e contribuito a ridurre la volatilità dei portafogli. Ciò è dovuto al fatto che questi strumenti possono offrire performance positive negli anni in cui i mercati azionari sono in calo. Visto il deterioramento delle prospettive economiche, riteniamo molto probabile che le obbligazioni possano tornare a fornire una copertura contro la volatilità dei mercati azionari. Gli investitori dovrebbero quindi considerare la possibilità di ricostituire la propria esposizione obbligazionaria.

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Il cambio di regime dei mercati richiede idee nuove

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

A cura di Justin Thomson, Head of International Equity, T. Rowe Price. L’economista Paul Samuelson una volta ha detto: “Quando i fatti cambiano, io cambio idea. E tu cosa fai?”. Per capire il presente, a volte è utile studiare il passato. A metà degli anni ‘60, ad esempio, l’inflazione iniziò a salire dopo un lungo periodo di inflazione generalmente bassa. Continuò a salire per tutti gli anni ‘70 e nei primi anni ‘80 – periodo che divenne noto come Grande Inflazione – e incorporò quattro recessioni, due gravi crisi energetiche, un lungo periodo di stagflazione e livelli mai visti prima di controlli sui salari e sui prezzi in tempo di pace.La Grande Inflazione durò fino al 1982, ma i semi della sua inversione furono gettati quattro anni prima, quando si concluse il mandato di Arthur Burns alla presidenza della Fed. Durante i suoi otto anni di presidenza, Burns si dimostrò poco incline ad affrontare il problema dell’inflazione e fu ampiamente considerato una pedina politica. Per volere del Presidente Nixon, Burns tagliò i tassi di interesse proprio quando avrebbero dovuto essere aumentati, alimentando un boom economico statunitense in vista delle elezioni del 1972. Burns fu sostituito nel 1978 da George William Miller, ma fu Paul Volcker, che assunse la presidenza della Fed nel 1979, a determinare la fine della Grande Inflazione. Non credo. Nonostante le analogie tra il presente e gli anni ’70 e i primi anni ’80, ci sono anche differenze significative. Negli anni ’70, la Fed era sottoposta a forti pressioni per evitare politiche anti-inflazionistiche che avrebbero rallentato la crescita; oggi, l’attuale presidente della Fed Jerome Powell gode di un notevole sostegno da parte della Casa Bianca e del Congresso nei suoi sforzi per ridurre l’inflazione. C’è però un rovescio della medaglia: se le banche centrali indipendenti e orientate all’inflazione sono positive per l’economia, non lo sono necessariamente per i mercati finanziari, almeno nel breve periodo. Questo è il cambiamento di paradigma a cui mi riferivo e che potrebbe avere implicazioni di lunga durata. Secondo il vecchio paradigma, era possibile avere successo individuando il miglior asset di ogni settore e osservandone l’aumento di valore. È improbabile che questo funzioni nella nuova era. I giorni delle valutazioni elevate, alimentate dalla generosità delle banche centrali, sono finiti. Nella nuova era, gli investitori dovranno probabilmente essere più sensibili alle valutazioni rispetto ai tempi recenti. Le competenze tradizionali, come la capacità di individuare driver azionari e rischi idiosincratici, continueranno a essere essenziali, ma potrebbero essere necessari quadri d’investimento più sofisticati e olistici per tenere conto di fattori macroeconomici, sociali e geopolitici più ampi, oltre che dei fondamentali delle società. Non fare nulla non è una strategia: gli investitori che avranno successo nel periodo a venire saranno probabilmente quelli che sapranno evolvere al meglio i loro processi alla luce della nuova realtà. Probabilmente ci troviamo nella fase iniziale di un ciclo di revisione negativa degli utili, quindi, è importante che gli investitori testino i modelli e capiscano dove gli utili sono più vulnerabili. Le dinamiche di mercato sono cambiate, probabilmente in modo permanente, ma questo non significa che non ci sia possibilità di generare alpha. Ritengo che gli investitori attivi che saranno in grado di adattarsi al nuovo paradigma abbiano buone possibilità di uscire da questo periodo difficile più forti che mai. (abstract http://www.verinieassociati.com/)

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PGIM Fixed Income: Presidenziali in Brasile, probabile esito al secondo turno

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

A cura di Francisco Campos-Ortiz, lead LATAM economist di PGIM Fixed Income. Il nostro scenario centrale prevede che le elezioni presidenziali si decidano al secondo turno tra il presidente in carica Bolsonaro e l’ex presidente Lula da Silva. Sebbene ci aspettiamo che Lula esca vittorioso dal ballottaggio come ipotesi di base, non escludiamo del tutto gli scenari di una vittoria di Lula al primo turno o di una vittoria di Bolsonaro. Non ci aspettiamo che la sconfitta del Presidente Bolsonaro faccia precipitare una crisi costituzionale, anche se rifiutasse di riconoscere il risultato e invocasse manifestazioni di piazza. Ci aspettiamo che le istituzioni brasiliane, comprese quelle militari, salvaguardino e supervisionino un trasferimento di potere relativamente pacifico.Indipendentemente da chi vincerà le elezioni, il prossimo anno sarà probabilmente un “reality check” sulle debolezze macroeconomiche del Brasile, in particolare sulle prospettive strutturali di crescita e sui conti fiscali. La nostra visione fondamentale del Paese dipenderà in larga misura dall’agenda politica che il nuovo governo presenterà per alleviare gli ostacoli alla crescita dell’economia e migliorare i conti pubblici su base strutturale, preferibilmente dotandolo di ancoraggi istituzionali per rafforzare la credibilità della politica fiscale. D’altra parte, il Brasile si trova in una posizione relativamente favorevole per affrontare le sfide derivanti dall’inasprimento delle condizioni finanziarie globali, grazie a squilibri macroeconomici esterni gestibili e all’ampio stock di riserve valutarie.

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Oltre mille imprenditori immobiliari riuniti a Lugano a convegno

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

L’immobiliare, da sempre, è uno dei settori maggiormente trainanti del nostro sistema economico, in quanto in Italia la casa di proprietà è da sempre ritenuta un must have. Lo sanno i cittadini che vogliono averla, le banche che erogano mutui, gli agenti che supportano le intermediazioni, ma soprattutto lo sanno tutti quegli imprenditori immobiliari che non solo costruiscono da zero gli immobili, ma che provvedono a una loro ristrutturazione e riqualificazione. Stiamo parlando di quel ramo del settore immobiliare occupato dalle PMI. Sì, perché nel nostro paese le piccole e medie imprese non sono portanti solo nei settori industriale e dei servizi, ma anche in quello del “mattone”. Spesso, infatti, si parla della costruzione di grandi edifici e infrastrutture, e ci si dimentica di quell’esercito di professionisti che ogni giorno ammodernano le case della nostra bella penisola.Il Rapporto Immobiliare residenziale dell’Agenzia delle Entrate rivela che nei comuni più piccoli l’aumento delle compravendite si attesta a un +33,2%, mentre nelle città a un +11,5%, questo perché nei piccoli comuni i prezzi sono più bassi per gli immobili “più comodi” e perché tali località favoriscono quel desiderio di migliorare lo stile di vita dovuto alle riflessioni indotte nel periodo Covid. Da segnalare il dato particolarmente interessante, che dal 2019 a oggi la vendita di posti auto, garage e cantine è aumentata del 87,7, quindi spazio non solo per noi, ma anche per i nostri beni.In pratica, oggi la domanda abitativa è ai massimi storici e sempre più persone si dichiarano quantomeno intenzionate a comprare casa, sempre che non la stiano già cercando. E tutto questo a dispetto delle diverse variabili che, normalmente, dovrebbero invece scoraggiare la decisione di comprare casa, come l’aumento delle rate dei mutui, le bolle speculative e l’impatto di altri fattori più grandi come inflazione e crisi geopolitica. Secondo gli analisti di Nomisma, i prezzi nel 2023 scenderanno leggermente, per poi risalire vertiginosamente nel 2024 con una previsione di rincaro per Milano intorno al 12% e Roma al 9%. L’idea di fondo è che non serve avere grossi capitali per poter divenire imprenditori immobiliari, comprare case, ristrutturale e infine guadagnarci, ma serve la volontà e la capacità di voler dare una svolta alla propria vita, raggiungendo quella che Gilardoni chiama dignità finanziaria seguendo il giusto metodo e possedendo le competenze per farsi strada in questo settore sempre in evoluzione. Anche perché, lo stesso ha anche ideato Rendimento Etico, una piattaforma di crowdfunding immobiliare proprio per venire a supporto dei propri allievi, finanziando le relative operazioni immobiliari.

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Recessione economica: i ricercatori italiani ci avevano avvertito

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2022

Secondo l’ultima dichiarazione dell’agenzia di rating Fitch l’Italia entrerà in recessione nel 2023 a causa della situazione geo-politica internazionale e della crisi energetica ad essa collegata. Di fatto, come dichiarato, la crescita economica del secondo semestre 2022 non sarà sufficiente a colmare gli effetti avversi della crisi energetica, del prezzo delle commodity, dell’inflazione e dell’aumento dei saggi di interesse imposto dalla BCE. Eppure, questa notizia non dovrebbe meravigliarci dal momento che dal mese di agosto i Proff. Marco Mele della Unicusano e Cosimo Magazzino di Roma Tre avevano lanciato l’allarme su una possibile recessione per il nostro paese.In un loro studio, pubblicato su Energy Reports e riportato sulle maggiori testate giornalistiche italiane, si era dimostrato empiricamente come la riduzione del consumo di gas (energia) avrebbe generato un effetto negativo sulla crescita economica del PIL italiano. Gli autori avevano anche sottolineato come l’Italia sarebbe stata tra i paesi più vulnerabili dell’Unione Europea a causa della forte dipendenza di circa il 40% delle forniture di gas dall’estero e che difficilmente sostituti energetici alle importazioni avrebbero alleviato il fardello.Ed ora Ficth sembra dare ragione ai due economisti affermando che anche in caso l’Italia riuscisse a sostituire l’80% delle risorse provenienti dal mercato russo, l’offerta totale di gas nel Paese si contrarrebbe ugualmente di circa il 5%-10%, generando un effetto a cascata sul settore produttivo italiano. A questo punto ci si domanda come mai, a fronte di una evidenza empirica, non siano stati presi provvedimenti maggiormente tempestivi per evitare una recessione preannunciata.Di certo, come fa notare il Prof. Marco Mele, Prof. Associato di Politica Economica “l’aumento dei saggi di interesse volto a raffreddare il livello generare dei prezzi non ha certamente aiutato ma quello che maggiormente preoccupa, è quanto sta accadendo al comparto delle nostre PMI. Esse stavano superando la fase più acuta della crisi pandemica e dal 2021 i conti economici delle piccole e medie imprese stavano facendo registrare importanti segnali di ripresa. Ed ora, continua l’economista, il processo di ripresa delle PMI potrebbe riportare un rallentamento che si trasferirà indubbiamente su tutta la crescita economica italiana”. Queste parole coincidono con quanto dichiarato ultimamente da Confindustria relativamente alla necessità di agire rapidamente con interventi diversificati sia a livello nazionale che regionale volti al sostegno della competitività delle imprese del nostro territorio.

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Bolletta gas: aumenti fino al 120%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

Secondo le stime di Facile.it a partire da ottobre la bolletta del gas per i clienti del mercato tutelato potrebbe aumentare fino al 120% arrivando a sfiorare, per la famiglia tipo, i 317 euro al mese. Il dato emerge dalle simulazioni realizzate dal comparatore focalizzate sul nuovo metodo di calcolo introdotto dall’Arera; a partire da ottobre il costo della componente materia prima nelle bollette del gas sarà calcolato tenendo in considerazione la media mensile dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso italiano (PSV) e non più le quotazioni internazionali (Ttf di Amsterdam). Una novità introdotta dall’Autorità proprio per far fronte al caro-energia.«Per capire l’effettivo aumento del prezzo del gas bisognerà attendere gli inizi di novembre, quando Arera pubblicherà il dato ufficiale relativo al PSV di ottobre», spiega Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it. «In ogni caso, questo aggiornamento tariffario riguarderà solo i circa 7 milioni di clienti che hanno un contratto di fornitura gas nel servizio di tutela; guardare alle offerte presenti sul mercato libero potrebbe, quindi, essere una soluzione per contrastare almeno in parte i rincari previsti per i prossimi mesi». Per arrivare al dato, Facile.it ha calcolato la spesa mensile di una famiglia tipo (consumi annui 1.400 smc) applicando i valori del mercato all’ingrosso italiano dello scorso mese (2,47 €/smc); se le condizioni rimarranno su questi livelli anche ad ottobre, ipotizzando che le altre voci di spesa in bolletta restino uguali, il costo per un solo mese di fornitura gas arriverebbe a 317 euro, vale a dire 173 euro in più rispetto ad oggi.

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PIMCO: L’offerta, un freno alla crescita?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

A cura di Gene Frieda, Global Strategist, e Tiffany Wilding, North American Economist, di PIMCO. A seguito delle conseguenze della guerra in Ucraina, è quasi certo che l’Europa subirà una recessione più profonda rispetto agli Stati Uniti. Anche l’economia del Regno Unito appare particolarmente vulnerabile a causa dei suoi forti legami commerciali con l’Europa e della più generale dipendenza dalle importazioni di energia elettrica. Ciononostante, è probabile che i tassi di interesse nell’area dell’euro e nel Regno Unito finiscano per essere molto più alti di quanto ci si sarebbe potuto aspettare per economie con tassi di crescita potenziali e di politica neutrale Bassi. I mercati potrebbero essersi resi conto di questa prospettiva, la scorsa settimana. I rendimenti dei gilt britannici sono saliti vertiginosamente nonostante il rialzo dei tassi della Banca d’Inghilterra (BoE) sia stato meno aggressivo del previsto: la BoE ha aumentato di 50 punti base (pb) rispetto ai 68 pb che erano stati prezzati dal mercato prima dell’annuncio di giovedì. In effetti, il rendimento del gilt britannico a 10 anni, pari al 3,8% al momento della stesura di questo articolo, è al livello più alto dal 2011. Analogamente, anche i rendimenti dei bund tedeschi sono aumentati, con il bund decennale al 2,1% – il livello più alto dal 2013 – anche se non così drammaticamente come nel Regno Unito Forse l’aspetto più interessante è che, a fronte del peggioramento delle prospettive di inflazione negli Stati Uniti e della sostanziale revisione al rialzo da parte della Federal Reserve delle sue previsioni per il tasso d’interesse a brevissimo termine (overnight), i tassi di interesse governativi dell’area euro e UK sono aumentati a un ritmo più rapido rispetto ai tassi analoghi negli Stati Uniti. A nostro avviso, vi sono diversi motivi per cui le economie dell’area dell’euro e del Regno Unito potrebbero registrare tassi molto più elevati rispetto alla loro storia e potenzialmente alla pari con gli Stati Uniti. In primo luogo, a differenza degli Stati Uniti, le politiche fiscali europee e britanniche continuano a essere espansive e tendono ad allentarsi ulteriormente. Gli sforzi per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia su consumatori e imprese sono diventati la principale priorità politica di questi governi. Nel Regno Unito è stato appena annunciato un ampio pacchetto fiscale che dovrebbe passare in Parlamento. Tra le altre cose, il pacchetto prevede un taglio generalizzato delle imposte e un tetto massimo ai costi energetici per le famiglie, per un ammontare pari a circa il 4%-5% del PIL solo nel primo anno. Nel frattempo, anche l’area Euro si è mossa per espandere la spesa pubblica sotto forma di trasferimenti e sussidi fiscali nel tentativo di attenuare gli effetti negativi sui redditi discrezionali dell’aumento dei costi energetici, anche se gli importi aggregati non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli proposti nel Regno Unito. Gli stimoli fiscali che favoriscono la domanda appaiono problematici di fronte alle limitazioni dell’offerta che queste economie devono affrontare. La politica del Regno Unito di fissare un tetto massimo ai prezzi dell’energia dovrebbe contribuire a mitigare il forte incentivo che i prezzi più alti forniscono al risparmio energetico. Inoltre, lo stimolo fiscale a fronte di mercati del lavoro già rigidi nel Regno Unito e nell’area Euro significa che le politiche monetarie e fiscali lavorano essenzialmente in modo incrociato: una politica monetaria più restrittiva dovrà probabilmente compensare l’ulteriore stimolo fiscale In secondo luogo, dato che la causa dell’inflazione in Europa è molto più legata agli shock dell’offerta di energia e prodotti alimentari che alla contrazione della domanda, una recessione di simile entità avrà probabilmente un impatto minore sull’inflazione spot rispetto agli Stati Uniti. Di conseguenza, la riduzione dell’inflazione spot nell’area Euro e nel Regno Unito richiede probabilmente un orientamento restrittivo della politica monetaria nonostante le prospettive di recessione In terzo luogo, il conseguimento di incrementi dell’offerta di lavoro nel breve periodo appare meno probabile nell’area Euro. Con il tasso di partecipazione dell’area Euro vicino ai massimi storici, riteniamo che una recessione del costo della vita in Europa abbia meno probabilità di riportare i lavoratori sul mercato del lavoro. Certo, l’accelerazione dell’inflazione in tutte le economie sviluppate aumenta gli incentivi alla ricerca di un’occupazione, poiché fa salire il costo reale dell’opportunità di non lavorare. Tuttavia, i margini per la potenziale realizzazione di questi benefici per l’offerta di lavoro sembrano migliori negli Stati Uniti, dove i tassi di partecipazione alla forza lavoro, compreso il cosiddetto tasso di età primaria (partecipazione dei giovani tra i 25 e i 55 anni) è ancora inferiore ai livelli pre-pandemia.Infine, e forse l’aspetto più importante, nonostante l’indebolimento della domanda interna, i prezzi elevati dell’energia hanno intaccato l’avanzo delle partite correnti dell’area dell’euro e hanno spinto il deficit strutturale del Regno Unito ai massimi storici. Il dollaro USA, ponderato su base commerciale, si è apprezzato del 9% nel 2022, al momento in cui scriviamo. Al contrario, l’euro e la sterlina si sono deprezzati rispettivamente del 12% e del 16%. Ciò fornisce un’ulteriore spinta inflazionistica che la Banca Centrale Europea (BCE) e la Banca d’Inghilterra devono affrontare. E, cosa ancora più preoccupante, pone le premesse affinché le banche centrali dei mercati sviluppati rimangano bloccate in un ciclo di inasprimento competitivo, in cui gli aumenti sincronizzati dei tassi d’interesse che si autoavverano si interrompono solo quando diventa chiaro che l’economia globale ha sofferto di un inasprimento aggregato che ha un impatto molto più significativo della somma delle parti. In poche parole, è molto più difficile progettare un atterraggio morbido se l’offerta potenziale è stata distrutta o non risponde più all’aumento dei prezzi. La BCE e la BoE sembrano avere poca scelta se non quella di aggravare lo shock negativo dell’offerta di energia sulla produzione con un’ulteriore distruzione della domanda. Naturalmente, il percorso diventa più difficile in presenza di ulteriori stimoli fiscali e di valute in deprezzamento. Questo è il motivo principale per cui la politica monetaria potrebbe finire per essere molto più restrittiva nel Regno Unito e in Europa rispetto agli Stati Uniti. Ebbene l’Europa subirà quasi certamente uno shock di crescita più grave di quello degli Stati Uniti, è molto probabile che la sorte delle politiche monetarie, e di conseguenza dei tassi di interesse, sia simile in termini assoluti. Laddove è l’offerta a frenare, le vecchie regole della politica monetaria potrebbero non essere più applicabili.

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La sfida del personale per mettere a terra il PNRR

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

Il PNRR stanzia 20 miliardi di euro per il rilancio della sanità pubblica, con interventi che puntano a rinnovare le strutture del servizio sanitario, ma soprattutto a sviluppare l’assistenza di prossimità e la digitalizzazione attraverso la realizzazione di case e ospedali di comunità, l’ammodernamento tecnologico e digitale ospedaliero, l’assistenza domiciliare, la telemedicina. Una riforma che potrebbe ridisegnare l’assetto del servizio sanitario, ma che lascia fuori una componente decisiva: il personale sanitario, già oggi oggetto di una forte carenza, che rischia di essere ulteriormente aggravata dalle nuove esigenze derivanti dalla riforma. Carenza, formazione, riorganizzazione del personale del servizio sanitaria alla luce delle riforme previste dal PNRR sono state al centro della seconda giornata della SUMMER SCHOOL 2022 – Il PNRR tra economia di guerra ed innovazione dirompente”, organizzata da Motore Sanità.Decisivo è anche l’aspetto della formazione dei professionisti, sottolinea la presidente Fnopi. “Oggi gli infermieri hanno una formazione 3+2. Il titolo abilitante è la formazione triennale. Conseguito questo titolo, gli infermieri sono tutti uguali. Abbiamo bisogno di lavorare affinché la formazione diventi più articolata, andando verso specializzazioni a orientamento clinico-assistenziale per dare una prospettiva di sviluppo della professione”, ha aggiunto Mangiacavalli, ricordando le nuove strutture territoriali, per esempio le case di comunità “non saranno una panacea: è decisivo lavorare sulla costruzione della rete, formale e informale, coinvolgendo studi dei medici di medicina generale, le farmacie – specie quelle rurali -, la specialistica ambulatoriale, il privato accreditato, il sistema socia-assistenziale”. In questo processo, anche le farmacie potranno giocare un ruolo importante, come visto già durante la pandemia.

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Samarcanda: la via della multilateralità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi. I risultati del summit dei Capi di Stato dei Paesi della Shanghai Cooperation Organization (Sco), tenutasi il 16 settembre a Samarcanda, nell’Uzbekistan, meritano di essere analizzati senza paraocchi ideologici o precostituiti. Permetterebbe di evitare errori di valutazione geopolitica di cui in seguito ci si potrebbe pentire. La Sco è stata creata nel 2001, con lo scopo di coordinare le attività dei Paesi membri nella lotta al terrorismo, per la sicurezza e soprattutto per la cooperazione economica, tecnologica e infrastrutturale. Oggi conta nove membri, fra cui la Cina, l’India e la Russia. Insieme rappresentano il 40% della popolazione e il 25% del pil mondiale. Sbaglia chi cerca di vedere nella Sco la realizzazione di una Nato dell’Eurasia. Le differenze tra i partecipanti sono troppe e profonde. Sarebbe altrettanto sbagliato, però, sottovalutarne l’importanza. Sarebbe profondamente fuorviante ripetere per la Sco gli errori di valutazione che molti intenzionalmente fanno in rapporto al ruolo dei Brics. Una lettura attenta della Dichiarazione finale di Samarcanda aiuterebbe a capire meglio i processi in atto. E’ opportuno, anzitutto, rilevare che, tra i vari Capi di Stato, erano presenti il presidente cinese Xi Jinping, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente russo Vladimir Putin. Ciò nonostante, va sottolineato, il totale isolamento occidentale nei confronti di Putin e le sanzioni contro la Russia. E’ opportuno, invece, prendere atto della valutazione geopolitica e geoeconomica offerta dal summit. Rispetto alla sicurezza si afferma che “Il mondo sta attraversando cambiamenti globali. Questi processi sono accompagnati da una maggiore multipolarità. L’attuale sistema di sfide e minacce internazionali sta diventando più complesso, la situazione nel mondo è pericolosamente peggiorata, i conflitti e le crisi locali si stanno intensificando e ne stanno emergendo di nuovi.”. Circa l’economia si dice che “Il crescente divario tecnologico e digitale, le continue turbolenze nei mercati finanziari globali, la riduzione dei flussi d’investimento, l’instabilità nelle catene di approvvigionamento, l’aumento delle misure protezionistiche e altri ostacoli al commercio internazionale si aggiungono alla volatilità e all’incertezza nell’economia globale.” Il concetto più ripetuto è quello della “multilateralità”, ponendo così la questione agli Stati Uniti e all’Occidente. Alcuni aspetti sulla cooperazione economica meritano attenzione. La Dichiarazione sostiene che i membri della Sco, con l’eccezione dell’India, “ riaffermano il sostegno all’iniziativa cinese One Belt, One Road (Obor, la Via della seta) e riconoscono il lavoro in corso per attuare il progetto e gli sforzi per collegare la costruzione dell’Unione economica eurasiatica con l’Obor.” L’idea è di istituire un partenariato eurasiatico allargato che coinvolga, oltre alla Sco, l’Ueea, i Paesi dell’Asean, altri Stati interessati e le associazioni multilaterali. Il testo, inoltre, fa riferimento all’importanza dell’uso delle monete nazionali nei regolamenti commerciali e monetari già praticato da alcuni Stati membri. Ciò avviene tra la Russia e la Cina e anche l’India dovrebbe a breve regolare i commerci con la Russia in monete nazionali. Quest’orientamento avvicina la Sco alle politiche dei Brics. Infatti, la Dichiarazione finale riporta l’intenzione di creare una Banca di sviluppo della Sco, un Business Council, un Fondo di sviluppo all’interno di un Accordo quadro per la cooperazione nel commercio e nei servizi, di un Programma per lo sviluppo delle infrastrutture nei trasporti e nell’energia e di un Piano d’azione per lo sviluppo del commercio tra gli Stati membri. Tutte pratiche già sperimentate dai Brics. Non è elegante ripetersi, ma speriamo che l’Unione europea e i suoi Stati membri non si limitino a dei semplici commenti ma partecipino attivamente ai progetti di sviluppo. Altrimenti, il summit di Samarcanda sarebbe soltanto la conferma di una pericolosa spaccatura del mondo in due blocchi contrapposti. La divisione in blocchi, soprattutto ora che c’è una guerra tra Russia e Ucraina, può ulteriormente aggravare la situazione. Crediamo che l’interesse dei popoli dell’Ue, a partire da quello italiano, sia, invece, quello di non interrompere il filo sottile delle relazioni tra mondi diversi per giungere ad una duratura e pacifica cooperazione. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Contro l’inflazione la Fed parla chiaro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel. Nel corso del meeting del FOMC di settembre, il presidente della Fed Jerome Powell ha ribadito il messaggio di Jackson Hole, sottolineando la volontà della Fed di riportare l’inflazione al 2% anche a costo di una recessione. Come ha detto una volta Alan Blinder, ex vicepresidente della Federal Reserve, “c’è stabilità dei prezzi quando si smette di parlare di inflazione”. L’inflazione, invece, ha animato la maggior parte dei dibattiti prima, durante e dopo l’ultima riunione del FOMC ed è verosimile che gli operatori di mercato non parleranno d’altro nel prossimo futuro.Come farà la Fed a garantire la stabilità dei prezzi? “Continueremo a farlo fino a quando il lavoro non sarà terminato”: la risposta di Powell nel corso della conferenza stampa post-meeting è un chiaro riferimento, in omaggio al libro di memorie di Paul Volcker, ai rialzi dei tassi. Se si considera l’ultimo rialzo di 75 punti base deciso in settembre, quest’anno la Fed ha aumentato complessivamente il tasso di riferimento di 300 punti base.Per quest’anno i policymaker stimano un tasso overnight del 4,25-4,50%. Se la Fed si atterrà a questa previsione (a nostro avviso probabile), il 2022 sarà caratterizzato dal più forte aumento annuo in punti percentuali dal 1981. I policymaker si aspettano anche un tasso sui fondi del 4,50-4,75% alla fine del 2023, il che significa che la Fed intende raggiungere il suo tasso “estremo” e mantenere i tassi elevati più a lungo di quanto la maggior parte degli operatori di mercato si aspetti (il mercato dei futures sui Fed Funds prevede tagli nel terzo trimestre del 2023). Powell ha persino specificato che i tassi di interesse reali (cioè corretti per l’inflazione) dovrebbero essere in territorio positivo “lungo la curva dei rendimenti” prima che il lavoro della Fed sia completato.Forse i banchieri centrali sperano che, il parlare in modo deciso di inflazione, possa dissuadere l’opinione pubblica dal discuterne, mantenendo le aspettative ancorate e l’inflazione sotto controllo.In pratica, Powell ha sottolineato come il percorso verso la stabilità dei prezzi implichi “un periodo prolungato di crescita inferiore al trend” e “un aumento del tasso di disoccupazione” fino al 4,4% nel 2023, secondo la stima dei policymaker.Sembra dunque che il FOMC si aspetti l’inflazione venga “schiacciata” da una recessione, che storicamente è avvenuta ogni volta che il tasso di disoccupazione medio a tre mesi ha registrato un aumento di appena lo 0,5%. Il tasso di disoccupazione è del 3,7%, in aumento rispetto al minimo del ciclo del 3,5%. Un ulteriore aumento al 4,4% sarà sufficiente?Nonostante il forte aumento dei tassi d’interesse da un anno all’altro, l’economia statunitense rimane solida. Powell vede un mercato del lavoro ancora sbilanciato ed estremamente rigido, con l’offerta di lavoro variata di poco rispetto all’inizio dell’anno e con il rischio di un’impennata dei salari e di un’inflazione di fondo persistente anche nel prossimo anno.Powell ha infine citato i tassi di variazione annualizzati a 3, 6 e 12 mesi dell’indicatore di inflazione sottostante preferito dalla Fed, il PCE core, affermando che il “tasso di aumento superiore al 4,5% in tutti i periodi è decisamente troppo elevato” per la stabilità dei prezzi. Il rischio, semmai, è che la Fed debba fare di più per garantire la stabilità dei prezzi: un’idea che fa riflettere, viste le variazioni dei tassi di quest’anno. In conclusione, la Fed non solo continuerà ad aumentare e mantenere alti i tassi per tutto il 2023, ma lo farà anche se il tasso di disoccupazione dovesse aumentare.

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