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Editorials

La geometria applicata alla politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

La politica delle convergenze parallele e delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di 30 gradi, l’età intermedia di 60 e quella degli anziani di 90. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratta, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo. Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stages. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni. Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita. E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani. Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista. Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i 35 anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi? Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali. Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio era peggiore del male. Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi. Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professione un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione? D’altra parte ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso )

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.”  Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile.  (Riccardo Alfonso)

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La giustizia in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

 Ho scritto queste cose trent’anni fa. Sta al lettore di oggi rilevare le eventuali diversità introdotte nel sistema giudiziario italiano e capire, come credo, quanto poco sia stato fatto per restituire al precetto giuridico la sua identità e il suo indirizzo nella realtà sociale e civile di un Paese che vorremmo definire a democrazia compiuta. Come posso ampiamente rilevare la società contemporanea, da una parte, ha fatto tesoro delle esperienze passate, recenti e remote, maturate negli studi approfonditi degli studiosi del diritto che, a mio avviso, hanno inteso, in questo modo, tutelare l’ordinato evolversi della “comunità” rispetto ai suoi compositi impegni ai quali è, di volta in volta, chiamata. Alla base di questo modello “evoluto e specialistico”, offertoci dall’amministrazione della giustizia, vi è stata da sempre la convinzione che solo una “società” ordinata, secondo certi principi universalmente riconosciuti e accettati dalle genti che sceglievano di vivere in comunità e che tracciavano un’area autonoma di territorio dove costruire il loro avvenire, potesse offrire una base concreta sulla quale poter assicurare forza e determinazione ai suoi progetti unitari. Scrivevo, infatti: “La storia, per altro, ci insegna che là dove è venuta meno la giustizia e con essa l’autonomia del giudice dagli altri poteri forti dello Stato, vi è stato il collasso statuale e la crisi è diventata irreversibile fino alle sue estreme conseguenze con le dittature, lo Stato di polizia e via dicendo. Ma la giustizia per essere valida non ha solo bisogno di buone leggi e quindi di un legislatore nato per essere “saggio, accorto e sensibile alle realtà del mondo che cambia”, ma deve far sentire la sua presenza facendo in modo che essa pervenga ai destinatari, attori o convenuti che siano, con tempestività, equità ed uniformità di giudizio a prescindere dalle loro condizioni sociali, dal ceto e dal ruolo politico svolto. Ebbene in Italia, e in una certa misura anche nel resto del mondo industrializzato e non, stanno venendo meno questi presupposti perché si sta scivolando sul piano inclinato di una giustizia che si vuole al servizio di qualcuno, ad usum delphini e non nell’interesse generale. Questo malessere è avvertito un po’ da tutti. Scriveva nel 1986, tra l’altro, il Presidente pro tempore della Corte di Appello di Roma Carlo Sammarco: “Finora il cittadino italiano nutriva una sostanziale fiducia nei suoi giudici, pur essendo ripagato con disfunzioni e ritardi. Di recente ha mutato atteggiamento: esso è divenuto critico se non sospettoso nei confronti dell’istituzione giudiziaria. La verità è che il giudice italiano è chiamato a rendere giustizia in una società che nell’ultimo trentennio si è profondamente trasformata e lo ha fatto ad un ritmo vertiginoso. L’avvento dello stato sociale, finalizzato a garantire a tutti i consociati i benefici conseguiti attraverso lo sviluppo economico, ha comportato la tendenza alla socializzazione del diritto; nel contempo il processo di democratizzazione del sistema socio-economico, per effetto di una imponente moltiplicazione dei soggetti economici sociali ed istituzionali, ha, a sua volta, sviluppato la tendenza al policentrismo del diritto, essendosi la funzione legislativa del Parlamento rivolta alla composizione degli interessi ed alla regolamentazione dei poteri dei corpi intermedi e dei gruppi in competizione fra di loro, per cui le leggi spesso si atteggiano a veri e propri statuti di gruppo. A queste due tendenze del diritto se n’è aggiunta una terza: la proliferazione del diritto; le leggi si accumulano, si contraddicono, si cancellano, il tutto in maniera caotica. Di conseguenza, è venuta appannandosi la posizione di terziarità del giudice, per cui taluno ha parlato di amministrativizzazione della funzione giudiziaria.” Ebbene mentre cambiavano a un ritmo inusitato i connotati sostanziali della giurisdizione e il ruolo del giudice si ampliava e si potenziava occupando spazi un tempo impensabile, non si provvedeva prontamente alla riconsiderazione della sua professionalità e al rinnovamento della legge concernente il loro status e dei codici di rito e tanto meno all’ammodernamento delle strutture organizzative. Cosicché, accanto alle disfunzioni di sempre, andatesi gradualmente aggravandosi, è venuta proponendosi una messa in mora per i modi in cui la giustizia è amministrata in Italia. Un evento, questo, carico di conseguenze negative per l’ordinato vivere civile della comunità nazionale di fronte alla quale non si può rimanere inerti e continuare a credere che tutto possa rimanere come prima. Ebbene nonostante questo e molti altri appelli apparsi sugli organi di stampa, non solo specialistici, e in tutte quelle sedi, compreso il Parlamento dove non solo si poteva informare ma anche decidere una svolta, nel senso voluto in apparenza da tutti, per ridare fiato alla questione giustizia e a conferirle quella funzione vitale per la tenuta stessa della democrazia, po o nulla è stato fatto. Queste riflessioni ho incominciato a farle nella prima stesura di questa pubblicazione, ovvero nel 1995. L’ho vista come la giustizia che si propone con sconti di pena, di condoni  e di amnistie, ma nessuno sembrava voler prendere il classico toro per le corna ed affrontare il problema alla radice. E’ sempre di quel tempo il commento-sfogo, fin troppo amaro, per quanto fosse realistico, di un magistrato, Fabio Salamone – chiamato a svolgere una delicata inchiesta – quando in un’intervista, rilasciata a un giornalista del “Corriere della sera”, dice: “Come il solito in questa Italia che continua a prendersi in giro, il problema non è posto correttamente, mi pare. Intanto, i processi una volta in piedi si devono fare. Salvo che il potere politico si assuma la responsabilità di bloccarli o modificarne la procedura in corso d’opera. Ovviamente – egli rileva – non spetta a noi magistrati decidere. Siamo solo dei tecnici che potremmo esprimere un parere, se richiesto, fermo restando l’obbligo di applicare leggi e norme fatte da altri, da un altro potere costituzionale, appunto quello legislativo. II chiarimento, quindi, va ricercato esclusivamente in sede politica.” Se ci soffermiamo un attimo a considerare proprio questo specifico aspetto richiamato da Salamone, per quanto ovvio, ci troviamo a dover registrare la prima grossa incongruenza nel sistema Italia. Il Parlamento legifera ed è quello che è chiamato a fare nel caso specifico, ma non ci sembra corretto, per non dire altro, che una volta affidate le leggi da esso emanate ai magistrati i quali, a loro volta, sono preposti per farle applicare, si debba dire “tra le righe” che se colpiscono certi uomini influenti le stesse norme non valgono più e che, ancor peggio, esistono degli “intoccabili” che possono rubare, uccidere e compiere qualsiasi illecito, ma guai a chi osa chiamarli a risponderne. Anche in questa circostanza continua a valere la logica del più forte, quella del vincitore che in guerra si vede assolte le sue atrocità mentre condanna quelle del nemico sconfitto, che trasforma in “eroi” dei biechi assassini e riduce a “carnefici” quelli dell’altra parte che hanno avuto il demerito di essere dei perdenti. Dov’è la giustizia in questi casi? E’ indubbiamente in un solo posto: nel cuore dei malvagi, dei prevaricatori, e allora non chiamiamola, ipocritamente, giustizia, ma qualcosa d’altro. E al contrario di quanto pensa Salamone, noi diciamo che in Italia, e aggiungiamo non solo in Italia, non si tratta di schizofrenia del potere politico quando affronta i temi della giustizia peccando di farlo senza uno studio sereno, né di avvalersi di emozioni legate a casi particolari tanto da valutare ogni grande tematica in rapporto solo alla soluzione di una singola emergenza, ma è qualcosa di ancora più grave. E’ vero e proprio disfattismo. La corruzione non è solo il frutto di una burocrazia malata, ma è la volontà di alcune categorie di voler comunque mestare nel torbido per ricavarvi il massimo profitto a costo zero. E a chi si straccia le vesti scandalizzato per queste oscenità da “ergastolo”, chiediamo se onestamente lo Stato italiano dalla sua unità a oggi abbia mai fatto qualcosa in nome di tutta la nazione o, più semplicemente, se non si sia servita del Meridione come di un semplice mercato di sbocco delle produzioni concentrate nel Nord.  Allo stesso modo si è comportata la Francia di Napoleone III nel momento in cui intese favorire l’unità d’Italia. La sua riserva mentale era quella di procurarsi uno spazio “privilegiato” per i  suoi commerci in Italia in ricambio degli appoggi resi. Le forze politiche devono avere la serenità di valutare i temi della giustizia nella loro globalità e senza preconcetti. C’è troppa confusione. L’ignoranza della legge non scusa, si dice. Ma non esiste un codex, un corpus con tutte le norme penali. Si fa una legge finanziaria e s’inserisce una norma penale. Si vara una legge sui bovini ed è lo stesso. Con la conseguenza che nessuno sa quanto siano i reati in Italia. A questo punto è urgentissimo ordinare la materia. Non dimentichiamo che nel nostro Paese vige un codice penale di una società che non esiste più. A questo si aggiunge il problema del sovraccarico degli uffici penali”. Dal libro di Riccardo Alfonso “Diritto e rovescio”

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La lanterna di Diogene

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

La storia ci riporta la figura di un filosofo greco che, tra le altre cose, fu ricordato soprattutto nell’atto di individuare con una lanterna in mano l’uomo che avesse conservato la virtù più difficile da trovare sulla terra. In altre parole era la ricerca della perfezione, nella quintessenza del bene, in opposizione al male di cui avvertiva il dilagare e la corruttela nello spirito e nella materia. E il suo vagolare tra le tenebre appena sfiorate dal tremulo chiarore di un lumicino voleva anche dimostrare, ai suoi contemporanei, che la saggezza e la felicità possono appartenere all’uomo che è indipendente dalla società come se questa fosse la fonte primaria di tutti i mali che ci attanagliano da millenni. Una società che spesso si appaga delle forme e disdegna la sostanza. Si crogiola dell’apparenza e tralascia i contenuti. Questo rapporto incompreso tra l’essere e il divenire rende emblematica la nostra esistenza. E’ e resta ancora forte la nostra domanda tra una società che forgia un modello di appartenenza che si realizza nel lavoro e nella prosperità e tende ad estromettere coloro che vivono ai suoi margini, e quella del rifiuto tra coloro che per ragioni indipendenti dalla propria volontà: mancanza di lavoro, ambienti malsani, impossibilità di accedere ad una istruzione adeguata o per un deficit fisico e intellettivo, non si dimostrano integrabili. Questo distinguo è il segno della nostra xenofobia che va oltre il colore della pelle e la provenienza e il credo religioso. Ora questo veleno che si accompagna alla nostra società tecnologica sta diventando globale e tende ad acuire il rapporto tra nazioni e al loro interno. E’ un nervo sensibile che è messo a nudo proprio nei momenti di crisi del sistema con le economie e le finanze che vanno in tilt. A questo punto l’essere umano si ritrova solo con i suoi problemi e le sue lacune, con le sue incertezze e i suoi dubbi. Solo nel gridare le sue miserie al cospetto di una società che tende a rifugiarsi nella cittadella del benessere, a isolarlo, a negarlo. E’ una solitudine rappresentata da miliardi di esseri umani, ovvero da almeno tre quarti dell’umanità. E’ una solitudine intollerabile che finirà un giorno per ritrovare il suo punto d’incontro e per gridare la sua esistenza e il suo diritto a vivere e ad essere rispettati. Se vogliamo, a questo punto, salvare l’idea di società che abbiamo costruito nei millenni dobbiamo oggi più che mai sciogliere il nodo gordiano delle diversità e aprirci al diverso, all’idea e alla cultura della condivisione e della solidarietà per dare al fratello che ha meno quel più che in casa d’altri avanza. E si badi bene: non possiamo permetterci altri rinvii. (Riccardo Alfonso )
The lantern Diogenes editorial fidest. The history there shows the figure of a Greek philosopher that, among other things, was recalled especially act to identify with a lantern in hand man who had retained the virtue more difficult to find on earth. In other words was the search for perfection, the quintessence of good, in opposition to evil which warned the spread and the corruption in the spirit and in the field.

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Una nuova alleanza mondiale

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

E’ lo scenario visto dalla “sinistra” degli schieramenti che in tutti i paesi del mondo si riconoscono nella diverse culture del progressismo mondiale: la tradizione democratica americana, le culture liberal democratiche europee, il riformismo social democratico. Si avverte la necessità di andare oltre le vecchie appartenenze per costruire una nuova Alleanza dei Democratici in tutto il mondo. E’ una scelta ideologica che si contrappone a quella della conservazione dello statu quo dove è possibile reiterare i vecchi giochi di potere, gli intrallazzi, le speculazioni, i facili arricchimenti. Questo voler negare il diritto d’asilo alle nuove sfide globali, dalla recessione economica alla sicurezza al cambiamento climatico, all’equa ridistribuzione delle risorse che renderebbero i ricchi meno ricchi e i poveri meno poveri, è il segno di una immaturità ideologica e culturale che potrebbe portarci in breve alla rottura traumatica del nostro rapporto esistenziale e a lasciare la porta aperta alle sfide eversive dal cui fondo non emerge la forza del cambiamento ma quella di una continuazione sotto altre vesti del sistema che oggi sentiamo la necessità di un mutamento profondo e radicale. L’attuale crisi economica e finanziaria potrebbe essere l’occasione per offrire l’opportunità alla politica di ritrovare la sua naturale identità propositiva e nel rendersi interprete di un malessere che affonda le sue radici nei due diversi modi di rappresentare la coscienza del mondo: tra chi ha e più ne vorrebbe e chi non ha e meno si ritrova. Ne avremo la forza o meglio la saggezza per guardare il futuro senza la lente deformata dei nostri egoismi e della nostra sete di potere e di dominio fine a se stesso? Ciò che sta accadendo in questi giorni ci impedisce di dare una risposta in senso positivo. (Riccardo Alfonso)

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La politica che non ha età ma si misura sull’età

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Editoriale fidest. In questi giorni si sta accentuando il discorso sui giovani che vogliono entrare in politica e assumere da subito posizioni apicali, nell’organigramma partitico, e sugli “anziani” che sono prodighi di consigli e di aperture al dialogo ma tendono ad allungare i tempi d’attesa. A questo punto la società non sembra solo divisa tra ricchi e poveri e donne e uomini ma anche per età anagrafica, colore della pelle, fede religiosa, campanile e quanto altro. Praticamente su tutto. Ma l’aspetto che va più evidenziato è proprio quello tra giovani e anziani. Le logiche consumistiche della nostra società capitalista sembrano marciare proprio su questo divario e ad accentuarne la conflittualità. Il tutto dipende dalla tensione che si esercita nei riguardi di chi finalizza la sua ragion d’essere nella possibilità di acquisire benessere e ricchezza e conviene che può farlo solo se la sottrae agli altri in quanto la torta è quella che è e non basta per tutti. Gli anziani a questo punto rappresentano quel di più che si vorrebbe escludere prefigurando la prima grossa contraddizione tra i ritrovati della scienza che prevedono l’allungamento della vita, oltre i cento anni, e chi considera l’ultra sessantenne un costo eccessivo per la comunità in quanto esce dal mondo del lavoro, non produce ma richiede risorse assistenziali e previdenziali che gli accorti mestatori lasciano intravedere come un modo per rendere ai giovani la vita più difficile. Il rischio più evidente è che queste idee possono, alla fine, condurci a soluzioni radicali come l’eutanasia, l’emarginazione, l’esclusione sociale, l’isolamento e la povertà estrema per tutti coloro che si pongono nell’immaginario giovanile come un costo per la società e in primo luogo gli anziani, gli invalidi, i diversamente abili. Questo modo di vedere trasforma la nostra società in homo homini lupus. Il più forte, il più dotato, il figlio di una razza eletta, l’adepta di una certa religione in luogo di un’altra, l’appartenenza a una etnia che riesce a predominare sulle altre, le fortune finanziarie di una casta rappresenteranno la forza vincente sulla maggioranza degli anonimi che vanno sfruttati e per quel che rimane gettati nell’immondezzaio. Segni premonitori li avvertiamo un po’ ovunque e per quanto riguarda gli anziani sono più evidenti poichè il problema è alquanto recente. Da circa 30 anni, infatti, la speranza di vita continua ad allungarsi dopo che per decenni era rimasta stazionaria. Dobbiamo, a questo punto, prima che si raggiunga il punto di non ritorno, ingegnarci a trovare un nuovo rapporto generazionale e una cultura della solidarietà diversa dagli attuali parametri. Il primo aspetto, a mio avviso, sarebbe quello di una rimodulazione dell’attività lavorativa assegnandola secondo l’impegno che si richiede. Prendo ad esempio il giocatore di calcio professionista. A 35 anni gli toccherà appendere gli scarpini al chiodo ma non per questo possiamo definirlo un “pensionato”. Si cercherà un altro lavoro. Se generalizziamo questo aspetto dobbiamo pensare che vi sono lavori più congeniali per i giovani e meno per gli altri e lo stesso discorso vale per gli ultrasessantenni. D’altra parte non si può pensare che a 65 anni, se si resta in buona salute, e non sono pochi coloro che possono essere inquadrati in questa casistica, il loro destino è quello di scaldare le panchine dei giardini pubblici. Occorre, a costoro, offrire altre opportunità lavorative, altri interessi, altri modi di rendersi utili nella società. La politica, a questo punto, deve saperne trarre le conseguenze nel rapporto giovani-anziani facendo emergere non un primato anagrafico ma un primato della partecipazione corale, di una evoluzione della società verso i reali obbiettivi che deve perseguire, indistintamente, e che si possono chiamare con un solo nome: solidarietà verso tutti nessuno escluso e ciò significa essere meno ricchi e più disponibili, meno egoisti e più aperti ai bisogni e alle attese di coloro che sono meno fortunati di noi. Su questi temi, e non su quelli surrettizi, che possiamo parlarne per costruire una società che non si misura su logiche di possesso ma sul senso che intendiamo dare alla nostra vita e il messaggio che intendiamo lasciare ai posteri che è un segnale di amicizia e di amore per il nostro prossimo e tutto sommato anche nei nostri confronti. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Esistenza umana tra eccezioni e regole

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Il percorso esistenziale di tutti gli esseri viventi si fonda su una logica che considera le aspettative di vita entro due precisi parametri: quello delle eccezioni e quello delle regole. Se si è giovani e si muore è un’eccezione. Se si è anziani e si muore è una regola. Se questi sono i paletti entro i quali dobbiamo procedere la logica vuole che per i primi occorre disporre il massimo delle risorse e per i secondi quello che resta. E’ così connaturato tale convincimento che le nostre coscienze si ribellano se un giovane muore privato dell’assistenza ma ci lascia meno risentiti, se non indifferenti, se ciò accade ad un anziano a prescindere dall’ipocrisia “pietistica” di alcuni “moralisti”. In passato tale pensiero era stemperato dalla ridotta presenza degli anziani e dall’idea che la sfida da essi ingaggiata contro le “regole” ben valesse d’ospitarli e d’ascoltarli. Oggi l’evoluzione della scienza medica e biologica ci ha aperto nuovi scenari dilatando l’arco delle eccezioni, rispetto alle generazioni passate. In pratica se all’inizio del XX secolo si considerava vecchio un sessantenne oggi lo è per un ottantenne e forse oltre. E’ un bene, quindi, per la scienza vivere più a lungo ma non lo è altrettanto se non interveniamo con adeguati correttivi a una reale ridistribuzione delle risorse e alla limitazione delle nascite. Il XXI secolo deve essere, quindi, anche il secolo che ponga seriamente questo problema all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e la renda consapevole che se si allunga il ricambio generazione dobbiamo anche limitare in qualche modo il numero delle presenze complessive per ogni generazione e che tutti insieme dobbiamo convenire che se le risorse non sono illimitate è necessario fare delle scelte di merito. Pensiamo ai costi in vite umane, in sacrifici, sprechi, distruzioni che provocano le guerre, i conflitti, tribali e razziali e quanto sia più saggio evitarle per impiegare tali mezzi in chiave solidaristica. E’, ovviamente, una svolta di ardua impresa, considerate le conflittualità che hanno costellato ogni generazione dai millenni trascorsi ad oggi. Eppure dobbiamo arrivarci se non vogliamo distruggere ciò che ci resta di buono dentro di noi nel rispetto del prossimo, nella mano che stendiamo alla ricerca di un altro calore umano. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Le bolle della contemporaneità

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Ne ho ristretto il campo a solo tre anche se a ben considerare potrei aggiungerne un altro paio. Tre per contemperare l’importanza che annetto ad altrettanti eventi di portata mondiale quali sono il proletariato e la sua forza organizzata in un grande movimento che nato dalla mente di Marx si è trasformato in una idea di “stato” per poi “scoppiarci tra le mani”. Nello stesso tempo si è consolidato il capitalismo come il patriziato del parvenu e anch’esso oggi sembra voler esaurire la sua forza espansiva e fare la fine della prima bolla. La terza è più romantica e al tempo stesso capace di defilarsi alla nostra osservazione e ai venti del cambiamento: è quella che possiamo definire la “nobiltà dell’antico lignaggio”. Ad attraversarli vi è l’essere umano con le sue passioni, le sue tensioni ideali, le sue aberrazioni. Sono le bolle che abbiamo creato per suscitare una speranza, per indicare una strada, per definire un ruolo, per legare le generazioni che si avvicendano ad un precetto di fede, a una visione del mondo ora egualitario ora esclusivo di alcune minoranze privilegiate per antico censo o per nuovi meriti. E a guardarli crescere, prosperare e morire vi è quell’enorme folla che si chiama umanità. E dire che il tutto è stato promosso ora in suo nome ora per illuderla che lo fosse, ora per sostenerla ora per tradirla. Oggi mi chiedo se non è giunto il tempo per prendere coscienza di una nuova consapevolezza che sta diffondendosi intorno a noi e dentro di noi e che sta diventando qualcosa di diverso di una bolla. Forse è una bolla tecnologica e nulla di più ma è destinata, se non altro, a risvegliare le nostre coscienze. Non possiamo più tollerare che la miseria estrema condanni a una morte prematura milioni di bambini e le loro madri. Non possiamo più tollerare che la violenza e la sopraffazione soffochi la nostra identità. Non possiamo più tollerare che la disinformazione ci renda complici degli interessi partigiani di una minoranza di nostri simili e dei loro illeciti traffici. Non possiamo più tollerare che per una idea formale si faccia strage di innocenti come l’idea della guerra santa, dell’integralismo religioso e del fanatismo politico. Dobbiamo spezzare questa spirale velenosa che intorbida i nostri sentimenti e ci spinge ad atti di superbia contro i nostri simili e la stessa natura che ci circonda. Dobbiamo cercare la strada maestra senza lasciarci attrarre dalle vie secondarie e dal rischio di finire in un vicolo cieco anche se appaiono più belle e seducenti. Dobbiamo imparare ad essere costruttori di un disegno coerente allorché pensiamo che le risorse dell’umanità non possono essere distrutte dalle guerre e che le guerre non devono essere alimentate dai mercanti di armi e a monte dalle fabbriche che le producono. Dobbiamo essere votati ad un disegno di solidarietà dove la mano che stringe quella del nostro vicino è la mano di chi ama e sa di essere riamato. (Riccardo Alfonso)

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Ere nouvelle

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Mentre i cattolici e i cristiani in generale hanno impiegato oltre un secolo per imporre una loro cultura che abbandonasse la tradizione legittima e ultramontana, per imboccare la strada dei nuovi ideali sociali e politici, il mondo arabo e il suo braccio religioso, espresso dall’islamismo, stenta a riconoscere un ruolo guida della Fede che sappia contemperare le esigenze laicistiche del suo mondo e di quello vicino. E tutto questo s’impone come esigenza temporale nel breve tratto di alcuni lustri. Forse il disagio proviene dalle tante scuole islamiche che sono fiorite e che presentano aspetti contraddittori tra di loro nell’interpretazione degli insegnamenti maomettani espressi in nome di Allah. E’ mancato, in pratica, un passaggio fondante, un legame più critico e dialettico tra democrazia e islamismo, superando l’assetto capitalistico e rifiutando il materialismo socialista. La nuova strada del laicismo musulmano è, infatti, tutta da percorrere. Oggi esiste una contraddizione di fondo tra chi governa i paesi islamici con la sola idea di arricchimenti personali a scapito del popolo e di chi vuole una ridistribuzione delle ricchezze derivanti dagli introiti del petrolio affinché possano beneficiarne soprattutto gli autoctoni.
Persino l’integralismo islamico cerca un compromesso con i corrotti e i corruttori indicando un nemico esterno invece di individuarlo tra le dittature esistenti e i loro tentativi di corruzione per garantirsi una sopravvivenza a fronte di un disagio diffuso da parte delle masse. Se non si esce da questa situazione, possiamo solo aspettarci un’irrazionale esportazione dell’integralismo teso a scoraggiare le alleanze occidentali, con i governi islamici corrotti, con la forza del terrore. (Servizio Fidest)

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La politica italiana delle bolle di sapone

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Da tempo gli italiani sono scontenti e insofferenti della politica e di chi l’amministra. Eppure vedevano che le cose non andavano bene ma hanno preferito fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari fondamentalmente legati a logiche burocratiche che ingessavano il sistema.
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e dei suoi successori alla guida della D.C. con la loro proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. S’imponeva un cambiamento ma con quali guide politiche? Gli elettori, nell’ultima tornata delle politiche del 4 marzo scorso hanno pensato, questa volta, alla Lega e ai Pentastellati. Hanno visto giusto? E ancora avevano forse una valida alternativa? (Servizio Fidest)

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Così va il mondo: E’ una storia fantascientifica?

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Ora che ci stiamo preparando ad un’altra tornata elettorale, pensando alle elezioni del parlamento europeo del prossimo anno, mi sembra il momento di tuffarci in una riflessione che ci porta a vedere il passato per quello che è stato. Lo faccio cercando d’esplorarlo di là della sua facciata e delle edulcorate versioni dei cronisti e degli storici di turno. Forse così procedendo farò storcere il muso a più di qualcuno ma costoro dovrebbero chiedersi, innanzitutto, se la ricerca degli accadimenti costituisce o meno il frutto di ciò che vogliamo vedere oltre la realtà perché la verità è un frutto troppo amaro da masticare a freddo: veritas odium parit. Chiarito questo punto lasciate che vi parli di un passato come di un thrilling fantascientifico: In una fredda sera d’ottobre del 1989 un gruppo di persone si riunì alla Troitskaja, la torre che per la sua altezza sovrastava le altre venti del Cremlino, e costoro, seduti intorno ad un tavolo incominciarono a parlare uno dopo l’altro con toni gravi ma al tempo stesso risoluti. C’era da prendere una decisione storica. Non era possibile indugiare oltre. Già l’Ungheria, con l’apertura delle sue frontiere il 23 agosto scorso, aveva dischiuso una grande falla alla compattezza della cortina dell’Urss.
Un generale fece notare che il muro di Berlino era diventato come la linea Maginot per i francesi nella seconda guerra mondiale. Che senso avrebbe avuto difenderla se era possibile aggirarla agevolmente? D’altra parte l’insofferenza delle repubbliche socialiste dell’Est non avrebbe permesso un recupero dell’affidabilità politica e istituzionale dell’Urss e sarebbe stato più conveniente che se ne facesse carico l’Occidente, poiché da qualche tempo soffiava sul fuoco delle proteste popolari che erano sempre più attratte dal liberismo di stampo occidentale. Così fu dato il via allo smantellamento del sistema di fortificazioni costituito da due muri paralleli di cemento armato separati tra loro dalla cosiddetta “striscia della morte” larga alcune decine di metri. Il complesso fu fatto costruire dalla Germania Est il 13 agosto del 1961 per impedire la libera circolazione delle persone dall’una all’altra Germania. La data fatidica di questo tracollo fu fissata il 9 novembre del 1989, dopo settimane di proteste popolari, incominciando con il consentire ai tedeschi dell’Est di visitare liberamente l’altra parte della Germania. Il muro, a questo punto divenne una struttura che andava abbattuta il più presto possibile e così fu fatto. Molti osservatori politici si chiesero, di là delle dichiarazioni di facciata e della sbrigativa risposta di chi considerava l’esperienza settantennale del socialismo reale esaurita per consunzione naturale, qual era la ragione di questa mossa e le conseguenze che ne potevano derivare sul futuro assetto dell’Europa e del mondo intero. Fu il periodo in cui un giornalista russo elaborò una teoria che molti considerarono fantasiosa o, se vogliamo, fantascientifica, ma che come in un puzzle i vari pezzi del mosaico, anno dopo anno, si composero lasciando intravedere il vero volto di una iniziativa solo in apparenza suicida del colosso Urss. D’altra parte all’Unione sovietica, faceva osservare questo giornalista, non restava molto da fare: o si andava a una guerra termo-nucleare con il rischio di ritrovarsi con un pianeta invivibile e dove i vincitori non avrebbero potuto godere del loro successo o si accettava una politica di logoramento che avrebbe affossato la Russia con tutti i suoi satelliti per una implosione del sistema. La strada migliore da percorrere si profilava invece un’altra con la destabilizzazione indoor dell’occidente e dell’arma sempre più potente della rete informatica. (Servizio Fidest)

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Il re è “nudo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Parliamo di un personaggio dei nostri tempi. E’ “nudo” al confronto della curiosità popolare, del “pasto famelico” dei media, che sa scavare sino alla radice ogni cosa che si para dinanzi e capace di stuzzicare la curiosità dei propri lettori, telespettatori, navigatori di Internet e per gli amatori di “passa parola” e di chi sa disvelare un segreto anche al cospetto del fatidico: “qui lo dico, qui lo nego”. Le redazioni dei giornali e delle emittenti televisive ricevono a getto continuo notizie da informatori anonimi, ma ben documentati, che dispiegano le loro verità che altrimenti resterebbero ad ammuffire nei fondi dei cassetti di chi apre un fascicolo e poi lo archivia per un nulla di fatto. Si sa che la giustizia si ciba di fatti e non sa che farsene dei si dice e delle dichiarazioni che non siano di prima mano. Non si sa mai. C’è sempre quel qualcuno che potrebbe sbagliare i conti e affermare che due più due non fa quattro bensì cinque. Per lui la matematica è un’opinione. Ebbene di quel re che vi parliamo, di quel re travicello della leggenda non metropolitana noi possiamo vederlo anche internamente, tanto gli hanno fatto sia la radiografia sia l’ecografia sia l’endoscopia. Lascerebbe indifferente un patologo sul tavolo dell’obitorio: tanto non ci sarebbe altro da vedere. E’ tutto scritto nelle carte. E’ finito il tempo di chi con un dossier in cassaforte riusciva a preoccupare il possessore di uno scheletro nell’armadio. Oggi tutto si digerisce e tutto si scarica tra i rifiuti. Poco ci manca che qualche notabile non ci quereli per il semplice fatto che abbiamo dimenticato d’offenderlo, di rivelare che ha un’amante, che ha certe tendenze sessuali poco ortodosse, che evadono il fisco e ha amici nella malavita organizzata. Un tempo il politico andava alle adunate di partito o a piedi o in bicicletta e se doveva coprire grosse distanze comprava un biglietto di seconda classe, proprio per darsi un certo contegno. Oggi se non arriva con l’auto blu, con la scorta, meglio se rafforzata, e un codazzo di portaborse, segretari, assistenti, consulenti e affiancati da ben dotate guardie del corpo, è uno squalificato, non vale un soldo bucato. E’ questo il pasto preferito dall’uomo della strada poiché vive di logiche e quella del consumismo è in cima ai suoi pensieri. Bisogna essere ricchi, belli, fotogenici e tremendamente viziosi per restare nel cuore del popolo, per farsi amare di un amore masochistico. Così nacquero le dittature e continuano ad esistere, così si riesce oggi a prendere in giro la democrazia così detta compiuta o è l’incompiuta di quel certo personaggio della musica? (Riccardo Alfonso)

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La lezione che ci viene dal passato e le ideologie che si trasformano

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Leggo sempre con interesse la pubblicistica che mi perviene da “La voce” del “nuovo” Partito comunista italiano per riprendere il discorso sul valore e la portata di un movimento che ha fatto la storia di gran parte del XX secolo ma che con l’entrata del XXI mostra segni di cedimento nel consenso delle “masse popolari”. Già ebbi modo di osservare, sommessamente, che vi sono due aspetti che i comunisti di oggi dovrebbero considerare nell’esporre le loro tesi.
Il primo è che il linguaggio va modernizzato e il secondo che le ideologie hanno perso il loro carisma e al loro posto esiste una semplificazione di fatto che vede solo due culture: quella dell’avere e quella dell’essere. Se analizziamo tali aspetti noi dovremmo convenire che esiste una stragrande maggioranza nella popolazione mondiale che ha bisogno di una guida per riscattarsi dalle violenze e dagli abusi di cui costantemente e quotidianamente è sottoposta. Pensiamo alla ricchezza di pochi, alla loro arroganza e al modo come fanno scempio delle libertà, della democrazia e dei diritti di quelli che ritengono i loro sottoposti, alias schiavi. Come si può, ad esempio, tollerare che un paese ricco come il Venezuela debba avere gente che muore di fame e di malattie, altrimenti curabili, perché la ricchezza è concentrata in poche mani? Quanti di questi esempi esistono nel mondo? Troppi. Odiosamente tanti e li troviamo persino in quella che è ritenuta la patria della democrazia come gli Usa dove solo se si hanno i soldi ci si può curare e che persino una mezza riforma assistenziale è messa in discussione dall’attuale capo di governo ritenendola troppo onerosa per le casse dello stato mentre è di tutt’altra natura spendere miliardi di dollari per gli armamenti e armare i paesi terzi per ricavarvi enormi profitti. Sulla base di queste considerazioni, e di molte altre analoghe, ci chiediamo il perché non vi sia un movimento trasversale che vada oltre i confini nazionali per risvegliare le coscienze di tutti e farci capire che non si possono avere miliardi di emarginati a fronte di poche decine di milioni di approfittatori. Non solo. Si permettono persino di scatenare guerre tra poveri nella logica del divide et impera. A questo punto possiamo anche non chiamarci “comunisti” e i nostri competitors definirli “imperialisti” perché come accadeva agli albori del XX secolo dove si insisteva per una classe operaia culturalmente evoluta oggi abbiamo bisogno di persone che riflettono e sanno distinguere la validità e la correttezza dei messaggi che recepiamo attraverso i media e la loro capacità disinformativa. E’ questa la vera lotta proletaria che distingue il chi è, e i loro lacchè, dal chi ha. (Riccardo Alfonso direttore del Centro studi politici ed economici della Fidest)

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Gli italiani e il potere invisibile

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Già molti anni fa un celebre avvocato, Achille Battaglia, scrisse in un suo libro titolato “Il giudice e la politica”, che se si vuole conoscere una determinata società bisogna guardare, più che alle leggi che la regolano, alle sentenze dei suoi giudici. “A questo proposito oggi andrebbe aggiunto che il lasciare languire la giustizia impantanandola in un mare di processi in attesa di giudizio, o perseguendo in maniera “maniacale” alcuni aspetti formali ritenuti non del tutto tutelati sia nella fase istruttoria sia in quella giudicante, non si fa che rendere un pessimo servizio alla stessa giustizia. Inoltre l’allentamento delle verifiche, sia burocratiche, per il venire meno dello stato accentrato, sia politiche, per la particolare situazione italiana che ha visto l’opposizione politica spesso più impegnata nel tentativo di co-governo che nel ruolo di controllo, ha portato a concentrare nel giudice penale gli unici interventi di verifica della regolarità dell’azione amministrativa, cioè il potere di controllo. Oltre, naturalmente, a quello che l’opinione pubblica esercita soprattutto attraverso l’opera della stampa d’informazione: occorre però precisare la scarsa attenzione della pubblica opinione a fenomeni di corruzione e di malgoverno amministrativo, essendo la massa dei cittadini attestata su un atteggiamento passivo di rassegnazione, se non di acquiescenza. Infatti, per quanto vi siano stati dei sinceri moti d’entusiasmo per taluni operati della giustizia, come l’azione condotta brillantemente dai magistrati di “mani pulite” milanesi e dai pool palermitani e fiorentini o di altre procure, questa carica emotiva sembrava incapace di avere una tenuta di largo respiro e di sapersi tradurre in una continua e ininterrotta azione di stimolo in difesa del diritto e in odio alla sopraffazione dei poteri che mestano nel torbido. A tutto ciò si aggiunga quel grave fenomeno, denunciato principalmente da Bobbio, che è costituito da ciò che egli affermava essere la mancata realizzazione di una promessa fondamentale della democrazia. (Riccardo Alfonso)

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Il linguaggio come una tecnologia

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Con l’avvento d’internet devo riconoscere il suo tratto distintivo che lo porta al cambiamento dei paradigmi di conoscenza e di relazione. Se sgrossiamo l’osservazione da quanti, da una parte, affermano si tratti solo di una questione di marketing per vendere qualche computer in più o fare qualche connessione in più e, dall’altra, di chi usa toni di mistica digitale celebrando quella che considera una vera e propria “rivoluzione” ci ritroviamo, più semplicemente, in una sorta di rivoluzione dentro un quadro antropologico che ha, tuttavia, una sua propria ragione d’essere nel modo di esprimersi che è andato maturandosi ancor prima di Internet. In altri termini Internet dobbiamo considerarlo solo un metodo di comunicazione, per altro già insito nella nostra natura. Noi disponiamo di una sorta di cornice mentale secondo la quale il modo con cui comunichiamo delimita anche l’orizzonte di quello che si sta pensando. Si tratta, se non altro, di capire entro quale cornice mentale intendiamo interagire e nella quale restiamo influenzati: la scrittura a mano è una tecnologia, scrivere o leggere in ebraico o in arabo, usare solo le consonanti e leggere da destra a sinistra o vice versa è anch’esso una tecnologia, usare i caratteri cirillici o altri caratteri di scrittura è ancora tecnologia e via di questo passo. Si tratta di un qualcosa di automatico. Semmai possiamo affermare, come la comunicazione, che ci permette Internet, di poter vivere l’esperienza mentale dell’altro che altrimenti rimarrebbe inaccessibile.
Tramite la comunicazione possiamo in un certo senso vivere più vite, perché parlando sappiamo cosa c’è nella mente dell’altro e oggi con Internet lo possiamo fare con più frequenza, di quanto non avveniva in passato, quando ciò si rendeva possibile solo se si prendeva un libro di un certo autore, antico o moderno che fosse, per capire cosa c’era nella sua mente. Era un processo più lento, una ricerca più articolata e soprattutto ci rendeva più astratti rispetto all’attualità del nostro presente. Oggi possiamo più agevolmente condividere o anche solo confrontare con gli amici, ma anche conoscenti e occasionali contatti i nostri passaggi mentali e di essere consapevoli che questa strada ci permette di fare una maggiore esperienza e di comprendere cosa vuol dire, a livello di processi conoscitivi, essere soggetti liberi e non schiavi. A questo punto non è escluso che si possa essere, contemporaneamente, computerizzati e analfabeti. (Riccardo Alfonso)

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Il giornalista apprendista stregone

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Ho letto quanto ha scritto tempo fa Saverio Tommasi “intrufolato per Fanpage.it al Festival del Giornalismo, a Perugia” sulle sue domande sul precariato dei giornalisti e altro.
Quello del giornalista è un mestiere che suscita molte perplessità se non altro perché sembra persino anacronistico pensare che per scrivere, almeno per quanto riguarda la possibilità di farlo sulle testate titolate, occorra avere un “patentino”, anzi di due specie, uno per chi si diletta nel giornalismo occasionalmente e chi lo fa per professione. Il primo è nell’albo dei pubblicisti e l’altro in quello dei professionisti, per l’appunto. E qui la prima contraddizione in quanto, spesso, i pubblicisti fanno lo stesso lavoro dei professionisti ma sono trattati diversamente dagli editori sia sotto il profilo economico sia giuridico.
Ma la situazione si presenta complessa, dal punto di vista della libertà di scrivere essendo il giornalista per lo più un dipendente e, d’altra parte, anche i free lance non sempre possono permettersi di veder pubblicati i loro lavori liberamente.
A questo punto la circostanza sembrerebbe “ingessata” in una logica referenziale che assegna al giornalista iscritto in uno dei due albi professionali l’esclusiva di scrivere e a tutti gli altri solo di leggere se non ci fosse oggi il web che ha stravolto questa regola permettendo a chiunque di esprimere la propria opinione, di farla circolare e confrontarla con gli altri navigatori.
Ciò significa che pure il giornalista si sente più libero d’esprimersi senza i lacci e laccioli di un editore se sceglie la via del web.
Azzerata in questo modo la logica e il primato dell’appartenza resta da risolvere un altro problema che è quello del “messaggio” che andando in caduta libera all’attenzione di tutti può inflazionare le notizie, alterarle, mistificarle e renderle vaghe e fuorvianti ed anche provocare un imbarbarimento del linguaggio per l’abuso che si può fare delle parole, storpiandone il significato e quanto altro. In questa fase, di certo, non si può dire solo non importa se non sei giornalista.
E’ importante invece che l’elaborato offra un minimo di documentazione a corredo delle opinioni che si esprimono e di farlo in una forma corretta grammaticalmente se non sintatticamente.
Vi è, poi, l’aspetto economico per chi sceglie di fare a tempo pieno la professione del “comunicatore”. Se si dipende da un editore è ovvio che a pensarci si delega costui ma sul web dove lo notizie sono catturate a titolo gratuito se non si trova un sistema per conciliare la professionalità con l’informazione e lasciarla libera d’esprimersi correremo il rischio che ad organizzare l’informazione e la costruzione delle notizie ci penseranno sempre di più coloro che dispongono di risorse economiche e alla fine sapranno imbrigliare l’intero sistema e la stessa libertà del web in un club esclusivo. (Riccardo Alfonso)

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Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di se molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.”
A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede?
Questa riflessione la considero importante per considerare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di se ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Hanno scritto, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo.
Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani.
Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa che vorremmo dimenticando il conto da pagare

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Se tralasciamo il discorso su ciò che i nostri padri pensavano sull’Europa da europei e ci limitiamo a considerare i fatti odierni dobbiamo renderci conto che dopo tanti sforzi unitari e le relative accelerazioni annettendo senza farci molti scrupoli paesi che non avevano ancora maturato l’idea dello stare insieme e le regole che avrebbero dovuto condividere e alla possibile perdita di parte della loro sovranità in tema di politica estera, di economia, di finanza, di giustizia, di certo la loro vocazione unitaria avrebbe mostrato non poche crepe.
E’ questo a mio avviso il tallone di Achille di una comunità che pensa ai propri confini in termini nazionali e non di certo sovranazionali.
L’Europa sembra oggi insofferente al conto che la storia le presenta dopo decenni di colonialismo, post colonialismo e di governi fantoccio in paesi dove l’ordine di scuderia era quello di sfruttare, impoverire, immiserire in nome del profitto fine a se stesso.
Abbiamo fatto scempio degli stessi diritti che enunciavamo con orgoglio in nome della “realpolitik” per dedicarci animo e corpo alla ricerca e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni religiose o morali.
Eravamo tanto invasati alla ricerca diplomatica di un primato fra gli Imperi Europei che abbiamo saputo dar seguito naturale alle feluche dei propri ministri, diplomatici, accademici sostituendole con gli elmi del guerriero e scatenare guerre sanguinose e immani distruzioni per affermare un predominio che la diplomazia delle feluche non era riuscita ad assicurare. Ora che i tempi del guerreggiare in armi sono passati di moda un’altra cultura si è affermata affinando l’ingegno degli europei verso un modo di pensare più ricercato. Così l’Europa comunitaria si è trasformata in uno scudo protettivo e in un terreno di lauti profitti per chi avendo perso la guerra sul terreno di battaglia ritrova la sua revanche in senso storico politico nel campo dell’economia e della finanza.
Questo doppio binario di politica interna ed internazionale messo in piedi da chi continua a sentirsi storicamente erede di un passato imperiale è destinato a far pagare un prezzo molto elevato a quelle nazioni in Europa e altrove che hanno subito il fascino del più forte e non compreso l’insidia che nascondeva. Se questa è l’Europa che vogliamo abbiamo sbagliato alla grande perché non vi è dignità per i sudditi. E qui mi fermo. Come dire? Ai posteri l’ovvia sentenza. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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