Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Archive for the ‘Spazio aperto/open space’ Category

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Reddito di cittadinanza e abusi

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

“I numeri comunicati da Garavaglia, secondo il quale il 70% di chi riceve il reddito di cittadinanza non ne avrebbe diritto, non corrispondono al vero. A me non risulta che la Guardia di Finanza abbia fornito dati in tal senso.
So che stanno per essere licenziate disposizioni operative ai reparti della Gdf a seguito di alcune interlocuzioni col ministero del Lavoro e Inps. Quel che è certo, è che grazie a un aumento dei poteri ispettivi e dell’organico, nell’alveo dei normali controlli – come, ad esempio, sul lavoro in nero – capita di trovare casi di persone che lavorano in nero e percepiscono anche il reddito. Quel dato, quindi, non è legato al reddito di cittadinanza.
Il Movimento 5 Stelle per primo cosa auspica che i controlli a regime vengano fatti per assicurare che i soldi del reddito vadano solo alle persone che ne hanno davvero diritto, e per questo obiettivo abbiamo lavorato”. Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, su Facebook.

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Italiani in vacanza, ma il 71% è preoccupato per la sicurezza della propria casa

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Si parte per le vacanze, finalmente! Quest’anno, ad agosto, sono 20 milioni gli italiani che si godono le meritate ferie in viaggio1. Sarebbe tutto bellissimo, se non fosse per quel senso di preoccupazione di lasciare la casa incustodita che disturba sempre un po’. A questo proposito Kingston Digital Europe Co LLP, società di memorie Flash affiliata di Kingston Technology Company, Inc., leader mondiale nella produzione di memorie e nell’offerta di soluzioni tecnologiche, ha indagato timori e paure degli italiani, scoprendo come la tecnologia possa essere una valida alleata contro le preoccupazioni che ci attanagliano quando siamo lontani da casa.L’incubo del vacanziero pare essere sempre lo stesso: il 71% degli intervistati si dichiara piuttosto preoccupato all’idea di lasciare la propria abitazione incustodita, mentre per il 21% questo è un timore ricorrente, che non sempre fa vivere le vacanze con spensieratezza. L’unica – magra – consolazione? In caso di infrazioni da parte di malintenzionati, non ci si troverebbe faccia a faccia con questi (82%).Non è un caso quindi se il 57% sta pensando di installare un sistema di videosorveglianza con cui verificare, da remoto, quello che accade dentro l’abitazione, mentre il 33% ha già provveduto a dotare l’abitazione di una o più videocamere di sicurezza. Solo il 10% al momento non è intenzionato a seguire questa strada, convinto che la mania del controllo a distanza gli metta più ansia che altro. Il 68% afferma invece che, controllare la situazione a casa dal proprio smartphone, è rassicurante.

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Medicina: I pazienti informati

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Con le ampie opportunità offerte alle persone di accedere all’informazione medica tra la televisione, la radio, la carta stampata, dai quotidiani ai periodici, e il web si è aggiunta, come osserva il prof. Claudio Cricelli, past presidente della società italiana di medicina generale, “la crescente richiesta di “partecipazione” del paziente alla scelta dei percorsi di cura e una forte attrazione per tutto ciò che è “naturale” e che risponde ai paradigmi del salutistico.” “Diventa – soggiunge il professore – dunque sempre importante che il medico, e in particolare il medico delle cure primarie, rifletta su questi fenomeni e acquisisca i necessari strumenti cognitivi che gli consentano di comprendere, e per quanto possibile, guidare e rendere più consapevoli le scelte che le persone mettono in atto per migliorare il proprio stato di salute (automedicazione)”. In questo senso procede la crescente attenzione verso le ricerche sugli effetti biologici degli alimenti e delle piante medicinali.
La Fidest come organo d’informazione legato al rilancio di notizie avverte questo flusso mediatico e si sente in qualche modo responsabile sia nell’esercitare un maggiore controllo delle fonti sia per rispondere a una domanda dei lettori sempre più forte ma anche più ansiosa di trovare la strada giusta in termini di mantenimento e miglioramento dello stato di salute.
Un discorso in se molto difficile se si pensa all’ampiezza delle fonti inquinanti che danneggiano il suolo e pregiudicano la protezione dei bacini idrici rendendo sempre più complesso il controllo delle aree “grigie e indistinte” e la possibilità d’interventi sempre più efficaci a fronte della diversa e più intensiva composizione della popolazione e le variazioni della presenza delle patologie presenti.
Un altro capitolo andrebbe poi aperto sull’evoluzione della salute derivante dall’uso frequente, e a volte sconsiderato, di nutrienti, sostanze naturali, integratori e oligoelementi e il loro claim salutistico che può diventare incalcolabile per il numero degli alimenti che possono contenere.
La lezione che può valere per tutti è che la medicina è “un’arte complessa” che va presa con le molle e che non basta una infarinatura mediatica per ricavarne una terapia se non si ha dall’altro versante un valido interlocutore e che esso non può avvalersi della semplice lettura di un profano. Semmai si chiede al medico più pazienza, più attenzione, maggiore sensibilità. (Servizio Fidest)

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Un giornalista alle prese con la medicina

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Una signora australiana, che al suo paese fa il coroner, venendo a trovarmi si sente dire, a proposito della mia vena di scrittore, che ho scritto diversi libri dove parlo di medicina e di ricerca scientifica. Mi guarda stupita e la prima cosa che le viene da chiedermi: Ma tu sei un medico? e io di rimando le rispondo con un secco No. Dopo un attimo di esitazione mostra nell’espressione del volto, prima ancora delle parole, tutta la sua contrarietà.
Io la guardo e rimango interdetto. Non so decidermi se affrontare o meno una conversazione sull’argomento avendo dinanzi una interlocutrice che non conosce bene la lingua italiana mentre da parte mia non saprei di certo farlo in lingua inglese.
Restiamo per un momento in silenzio poi lei si decide di spiegarmi la ragione del suo disappunto richiamandosi a una sua esperienza professionale nella quale per avere un parere medico qualificato aveva pensato bene d’incontrare alcuni specialisti e con il risultato che si è trovata davanti a giudizi non tutti collimanti tra loro. A questo punto mi è parso d’aver capito la morale di tutto ciò: la medicina è una professione che richiede molta conoscenza e lunghi studi e non può essere affidata, sia pure a un narratore quale sono, il compito di parlarne. Non obietto e cerco di passare a un altro argomento. Lei per un po’ traccheggia ma poi capisce l’antifona e mi asseconda nelle mie divagazioni.
L’argomento, tuttavia, diventa, con il senno di poi, motivo di una mia personale riflessione critica e non cerco solo di trovare una “pezza d’appoggio” a quello che ho fatto un mio “lavoro”. In effetti la medicina se la vedo attraverso il web devo convenire che è affrontata non sempre con competenza e accortezza per evitare che nel pubblico, dei non addetti ai lavori, s’ingenerasse indebita aspettativa salvifica o, al contrario, giudizi sommari per taluni pur gravi malanni. C’è da chiedersi, a questo punto, nell’era del Web 2.0, come deve adeguarsi il modo di comunicare dei professionisti dell’informazione su temi fondamentali come quello della salute? E ancora come la comunicazione giornalistica in ambito medico-scientifico possa rispondere ancora ai bisogni dei suoi fruitori? Per discutere questi ed altri aspetti, ci pensò la Merck Serono S.p.A., affiliata italiana di Merck, convocando a Milano esperti del settore in occasione dell’incontro “Biotecnologie ed Innovazione in Medicina sul Web 2.0. Fonti di informazione, fruitori, linguaggi”. Obiettivo dell’iniziativa fu quello di offrire spunti di riflessione sull’impatto che i nuovi media hanno sull’attività di quanti sono chiamati ad informare, in maniera corretta e referenziata, l’opinione pubblica sui temi della salute e del progresso scientifico. “L’incontro – è stato scritto in un comunicato reso ai media – con i professionisti dell’informazione sul tema della corretta comunicazione giornalistica sulle biotecnologie e l’innovazione scientifica è oramai diventato un appuntamento fisso: è infatti il terzo anno che Merck Serono S.p.A. promuove questa iniziativa – ha sotto-lineato Antonio Tosco, allora Direttore Health Outcomes & Market Access di Merck Serono S.p.A. – Siamo convinti che fare cultura ed alimentare la discussione su questi temi sia più che mai necessario, soprattutto in un momento storico in cui l’avvento di nuovi media digitali altamente interattivi e particolarmente pervasivi, impone a tutti coloro che fanno comunicazione nell’ambito della salute di riflettere sul proprio modus operandi. La necessità di una ridefinizione del modo di relazionarsi con il proprio target non riguarda quindi solo i professionisti dell’informazione, ma coinvolge tutti gli attori del settore healthcare”. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di medicina: La medicina con le sue variabili dipendenti

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Vi è un genere di conoscenza medica fondata sulla riflessione e sull’intento di preparare i potenziali lettori a valutare i fatti prima delle suggestioni, delle mode e a prepararli alla consapevolezza che la più efficace cura dobbiamo trovarla in noi stessi nel comprendere ciò che non va nel nostro organismo e di renderci conto che alla base dei nostri mali vi può essere un regime alimentare sbagliato, dei comportamenti non virtuosi, come l’eccessiva sedentarietà, e un uso inappropriato di taluni farmaci assunti non da prescrizione medica ma dal si dice delle comari. Esiste poi un “effetto placebo” non solo per l’uso delle medicine ma anche per il rapporto fiduciario che noi intratteniamo con il nostro medico di famiglia.
A tutto questo si aggiunge la figura del cronista che partecipa ai convegni e ai congressi medici e che ha il delicato compito di riportare gli studi, le ricerche e le relazioni degli esperti su un determinato ambito medico. D’altra parte in tali meeting vi è lo sforzo corale di chi cerca di puntare verso nuove frontiere nella terapia di talune malattie nell’intento, se non proprio di debellarle, di limitarne i danni e gli stessi effetti collaterali a volte tanto insidiosi da colpire altri organi del corpo fondamentalmente sani. A questo riguardo la mia esperienza mi porta a riconoscere spesso nel relatore, negli stessi ricercatori, non solo il genuino entusiasmo per una sperimentazione che ha superato la prova dei vari controlli che sono stati messi a punto, ma anche il legittimo dubbio che di là della bontà del farmaco prodotto vi possa sempre essere una intolleranza strisciante che finisca con l’appalesarsi tardivamente e che il suo uso, alla lunga, diventi controproducente. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di medicina: Ma i farmaci sono proprio necessari?

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Mi chiedo se la terapia medica possa fare a meno del farmaco o, per lo meno, per la sua gran parte e se il medico alla fine lo prescriva più per abitudine che per necessità. Immagino, ad esempio, un pazienze che si reca dal medico accusando un malessere. Ne esce, nella maggior parte dei casi, con la prescrizione di un farmaco e a volte con degli accertamenti diagnostici. Sono, mi chiedo, obiettivamente necessari e se si oculatamente mirati? E per che cosa poi?
Ma chi ci dice che per i necessari correttivi vi sia la possibilità d’intervenire tempestivamente se consideriamo l’attuale andazzo della pratica medica che non permette di tenere una costante nei contatti con i pazienti in modo da poter seguire le terapie, passo dopo passo, in specie se allarghiamo l’orizzonte al mondo specialistico.
Sotto quest’aspetto ho osservato in più occasioni che, in specie per un intervento nosocomiale sia di medicina sia di chirurgia, il paziente dimesso viene lasciato a se stesso in quanto si presume che il compito precipuo dell’assistenza ospedaliera debba essere limitato al tempo del ricovero mentre il resto vada affidato ad altri. Lo stesso discorso vale per lo più per le visite ambulatoriali dello specialista. In questo modo la catena assistenziale tende a spezzarsi o quanto meno a non avere una sua continuità e tutto questo può comportare sia un danno per la propria salute sia economico a carico dell’assistenza pubblica e personale. Proprio per questo motivo ho suggerito che sarebbe stato opportuno affidare una maggiore affidabilità al medico di base e che i suoi contatti facessero da cerniera tra lo specialista e il suo assistito. Qualcuno mi ha fatto osservare che sarebbe stata una perdita di tempo eccessiva. Un aspetto che, ovviamente, non mi convince. Il discorso sarebbe diverso se vediamo il paziente come una potenziale risorsa e che più visite permettono al medico d’avere una maggiore fonte di reddito. Ma al tempo stesso mi chiedo se è questo è il vero fine per chi è preposto alla salute degli individui e non invece un diverso approccio che spinga, ad esempio, l’ospedaliero che ha gestito un certo malato e che è stato poi dimesso a continuare a seguirlo tramite il suo medico di base. A questo riguardo non è necessario un contatto fisico con il collega o anche fargli una telefonata. Basta collegarsi via e-mail. Può anche significare che il medico curante possa avere del suo paziente una cartella clinica aggiornata e una sua anamnesi che si possono raccogliere nella memoria della sua tessera sanitaria e dove è stato, opportunamente, inserito un chip. Pensate quanto potrebbe essere utile, uno strumento del genere in un ricovero ospedaliero d’urgenza per il medico del pronto soccorso o per quello del 118? (Riccardo Alfonso)

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Eutanasia sociale e cure low cost

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

E’ la nuova frontiera della medicina pubblica. I suoi sostenitori ritengono necessario considerare tali aspetti per garantire risorse alla spesa pubblica nel campo dell’assistenza sanitaria. Altri rafforzano il concetto asserendo che per le sole spese farmaceutiche gli anziani costano undici volte di più di un ventenne.
Cosa s’intende per eutanasia sociale? E’ che il malato incurabile, e gli affetti da gravi e croniche patologie, sono caricati interamente sulle spalle delle famiglie e ciò significa che l’impossibilità, per molte di esse, di sostenere tale onere rende precaria l’assistenza dei loro cari.
Lo stesso ragionamento vale trattando la medicina low cost. E’ come dire che arrivati a una certa età, o per altre forme gravi di infermità comprese le malattie mentali, non è più necessario impegnarsi per prolungare la loro esistenza con strumentazioni e medicinali d’avanguardia. Basta utilizzare i vecchi metodi. D’altra parte morire a trent’anni è un’eccezione mentre a ottanta diventa una regola. Così per le eccezioni si può fare qualcosa ma per le regole no.
Altri prospettano scenari ancora più inquietanti sostenendo che l’accesso all’assistenza ospedaliera debba essere consentita solo per fatti acuti e non a soggetti cronici e riducendo, in pari tempo, i posti letto per i reparti geriatrici. E’ come dire che se gli anziani, e i diversamente abili, si ammalano la loro è da ritenersi una patologia cronica e, quindi, curabile in famiglia anche se l’affezione è indipendente dal loro stato cronico come può essere una polmonite virale per un malato mentale.
Ci portiamo, quindi, a introdurre una forma d’assistenza sanitaria a due velocità che alla fine avvantaggerà chi ha risorse economiche per curarsi mentre per gli altri ritornano i lazzaretti con la sola differenza, rispetto al passato, che essi tendono a moltiplicarsi in ogni famiglia che ha un malato del genere. Questa disumanizzazione dello stato sociale, questo cinico distinguo tra il malato cronico e l’acuto, tra il giovane e l’anziano e il diverso rispecchia, purtroppo, le nostre logiche consumistiche ereditate da forme di accaparramento della ricchezza, dal possesso delle risorse a scapito degli altri che ci porterà a gravi disagi esistenziali ma anche a rivolte sociali e a sprezzanti soppressioni con una sorta di pulizia etnica generazionale, di classe e di razza.
Dobbiamo fermare questa corsa alla perdita del senso della misura, dei valori fondanti la nostra società finché siamo in tempo. Dobbiamo svegliarci dal nostro torpore e cercare un riscatto che ci restituisca la nostra dignità e soprattutto la dignità dei più deboli, di coloro che non si possono difendere da soli. E’ un dovere morale laico e confessionale in pari tempo. (Riccardo Alfonso)

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La pace desiderata dai tedeschi

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Una pace che fu desiderata, durante gli anni di guerra, non solo dagli italiani ma da una parte dei tedeschi se pensiamo a tanti tentativi per spezzare il corso degli eventi drammatici con un delitto “eccellente.” Ancora sussulti di battaglie e di congiure quando il 20 luglio del 1944 alle 12,42 un ordigno esplose nel bunker (la lagebaracke della wolfsschanze = tana del lupo) di Hitler mentre era in riunione con alcuni alti ufficiali. Molti morirono ma Hitler rimase solo lievemente ferito. Mussolini arrivato a Rastenburg, verso le quattro del pomeriggio di quel fatidico giorno, si vide venire incontro un Hitler allucinato e seppe direttamente da lui cosa era successo.
Sia Shirer, sia Wheeler-Bennet, i due massimi storiografi della caduta del terzo Reich, descrivono il Duce prima sbigottito, poi convinto di scorgere nello scampato pericolo del Fuhrer, un segno della provvidenza la quale stava dalla loro parte. In privato, ad Anfuso, lasciò capire come in fondo non gli dispiacesse la faccenda: anche i tedeschi, questo popolo senza “traditori”, avevano avuto il loro 25 luglio. Venne così alla luce il terzo attentato al Fuhrer. Tutti e tre gli eventi puntavano alla realizzazione di un solo risultato.
Nei progetti delle alte gerarchie militari tedesche tali tentativi, se fossero andati a buon segno, avrebbero potuto portare l’Europa alla pace. In quest’ultima circostanza la bomba fu piazzata dal colonnello Klaus Philip Schenk, conte di Stauffenberg, trentasettenne e con uno splendido passato militare. Egli non era nuovo a queste iniziative e già altre due volte ci aveva provato, ma in entrambe Hitler si era sottratto, per un puro caso, e all’ultimo momento.
La reazione nazista non si fece attendere. Nel processo “lampo” celebrato il 7 agosto dello stesso anno ci furono otto condanne a morte eseguite con l’impiccagione dei colpevoli ai ganci da macellaio e strozzati con corde di violino. In aula erano stati costretti a presentarsi senza cinture e bretelle in modo da doversi reggere i calzoni con le mani, rendendosi ridicoli. Difficile, in questa circostanza, sapere quanti fossero, nel complesso, le vittime della brutale reazione nazista all’attentato. Si parla, comunque, di 16/20mila uccisioni. Ultimi a morire furono quelli che sembravano ormai salvi, dimenticati nei campi di sterminio come Canaris, assassinato il 9 aprile del 1945, un mese prima della resa tedesca.
Tra il settembre del 1943 e il gennaio del 1944 fallirono almeno una mezza dozzina d’attentati contro Hitler. Ricordiamo, ad esempio, quello del 13 marzo del 1943 a-lorché il generale Schlabrendorff, con uno stratagemma, riuscì a piazzare una bomba ad orologeria sull’aereo in cui viaggiava il Fuhrer. Ma l’ingranaggio non funzionò. Ci riprovò nel novembre del 1943 il capitano Axel Von dem Bossche con un gesto da “kamikaze” portandosi in tasca del pastrano due bombe a mano e deciso di lanciarsi addosso al dittatore. Per sua sfortuna l’incontro fu rinviato sine die. Lo stesso tentativo avvenne nel febbraio successivo per opera del tenente Heinrich von Kleist e nuovamente fallì. Questi episodi non furono casuali. C’era stato a Monaco il movimento studentesco della “rosa bianca” finito il 18 aprile del 1943 con la barbara decapitazione, con la scure, dei fratelli Hans e Sophie Scholl e di altri martiri.
Tra le file della stessa Luftwaffe vi era una centrale di spionaggio denominata “Orchestra rossa” a favore dei sovietici e diretta dall’aristocratico conte Harold Schulze-Boysen. C’erano gli intellettuali del circolo di Kreisau, fautori non di attentati ma di resistenza passiva ai nazisti e capeggiati da un nome illustre della nobiltà tedesca: il conte Helmuth von Moltke. C’erano i politici come l’ex sindaco di Lipsia Carl Goerdeler e altri e c’era persino il capo dello spionaggio ammiraglio Canaris con i suoi agenti e pure due religiosi protestanti. Lo stato maggiore, scrive Silvio Bertoldi, in questo fermentare d’inquietudini, era stato il primo a opporsi ai nazisti in ordine di tempo.
Lo Stato Maggiore doveva vendicare tra l’altro, alcuni dei suoi capi più rappresentativi, caduti sotto i colpi di Hitler: dal generale Kurt von Schleicher, cancelliere del Reich al generale Kurt von Bredow, e più tardi, al capo di stato maggiore Werner von Blomberg, tolto di mezzo per avere sposato una ragazza di piccola virtù, per finire al generale Wilheim Fritsch, capo di stato maggiore dell’esercito, ignobilmente ricattato con la falsa accusa di intrattenere rapporti omosessuali. (Riccardo Alfonso)

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L’esercito russo alle prese con la Wermacht

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Sul fronte orientale, i sovietici adottarono una diversa strategia in conformità alla vastità del terreno. Essa si imperniava sulla mobilità delle truppe ma questa volta per arretrare e non per avanzare. Una opportunità che avrebbe favorito i tedeschi, adusi a rapidi avanzamenti, ma questa volta non tennero in debito conto la vastità del territorio. In proposito dobbiamo, comunque, rilevare che il confronto con i tedeschi fu reso impari, almeno al primo impatto tra i due eserciti, soprattutto per le gravi deficienze registrate nelle capacità, dei quadri e degli alti comandi dell’esercito russo, di coordinare lo sforzo bellico. Era un qualcosa che andava oltre alla paventata duttilità o meno delle forze in campo. Queste lacune furono evidenti già con la campagna russa di Carelia, contro la Finlandia, sferrata nel 1939. Vi era, poi, una logica di combattimento che i russi preferivano. Era quella che permetteva la penetrazione dell’avversario per poi colpirlo lontano dai suoi centri di rifornimento. Per i tedeschi, invece, il calcolo era diverso. L’intendimento era di raggiungere le fonti energetiche, di cui la Russia disponeva in abbondanza in alcune parti del suo territorio, e da lì costituire un caposaldo per la soluzione finale e senza dover dipendere, in questo modo, dalle forniture militari e logistiche della Germania, posta, con l’avanzata prorompente dell’esercito tedesco, sempre più lontana dalle zone di operazioni. (Riccardo Alfonso)

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Il fronte russo salvò la Gran Bretagna dall’invasione tedesca

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

La circostanza favorì inoltre gli alleati con l’apertura di nuovi fronti da Nord a Sud e da Est a ovest. S’incominciò anche a concepire l’idea della necessità di operare degli sbarchi di truppe per la conquista di determinati territori. I tedeschi a loro volta, non avevano accantonata l’idea d’occupare la Gran Bretagna dopo averla indebolita con massicci bombardamenti aerei ma l’operazione fu accantonata essendosi aperto, nel frattempo, il fronte russo. Ci pensarono in seguito gli alleati sia per sbarcare in Sicilia dalla vicina Africa e poi procedendo alla conquista dell’Italia con altri importanti sbarchi: Salerno, Anzio, Termoli, e poi in Normandia e in Provenza. Di tutti questi sbarchi il più imponente fu, senza dubbio, quello di Normandia. Fu allestita un’enorme flotta d’invasione, la più grande della storia con nove corazzate, 23 incrociatori, 104 cacciatorpediniere, 71 corvette, 6483 navi da sbarco e da appoggio per 133mila fanti da sbarco mentre dall’aria erano stati lanciati nella notte 24 mila paracadutisti (sedicimila americani ed ottomila inglesi). L’ora X scattò alle 6,30 di mattina del 6 giugno 1944. A contrastarli vi erano 208 mila uomini al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel. L’impresa, pur necessaria, apparve così azzardata che lo stesso comandante in campo degli alleati generale Eisenhower aveva già preparato il bollettino della… sconfitta: “Lo sbarco è… fallito. L’esercito, l’aviazione e la marina hanno fatto quello che dall’eroismo e dalla dedizione al dovere ci si poteva aspettare. Se c’è una colpa o una responsabilità nel tentativo è mia soltanto”.
A farvi da scenario fu soprattutto Dunkerque. Fu una sorta di vendetta della storia se si pensa che questa cittadina francese di 30.000 abitanti, in buona parte pescatori e marinai, passò alla storia per aver assistito al rientro in Gran Bretagna del corpo di spedizione inglese stretto nella morsa della Wehrmacht e colpito dal cielo da un intenso bombardamento e mitragliamento aereo. La città fu ridotta a un cumulo di macerie e la spiaggia di rena finissima, che si stende a perdita d’occhio fino al confine con il Belgio, fu letteralmente sconvolta dalle esplosioni e insanguinata da migliaia di morti e feriti.
Allora il corpo di spedizione inglese fu sospinto verso il mare, da cui era venuto, dalla possente pressione delle Panzergruppe di von Kleist e dall’armata tedesca che premeva da Nord-est.
I tre porti d’imbarco di Boulogne, Calais e Dunkerque furono ridotti a uno solo: il 23 maggio del 1939 Boulogne cedé seguita da Calais tre giorni dopo. Disperatamente si cercò di tenere aperto un corridoio per consentire il flusso delle truppe verso Dunkerque.
Nonostante queste disperate condizioni il successo dell’operazione di sgombero dimostrò al mondo intero che la Gran Bretagna continuava ad essere la dominatrice dei mari. Vi fu anche un altro motivo di soddisfazione: furono impiegati con successo, e per la prima volta, i nuovi Spitfire, a sostegno degli Hurricane (bombardieri) e si rivelarono degni protagonisti del cielo. Si riuscì in questo modo a riportare in Gran Bretagna 338.226 uomini dei quali 120.000 francesi. La perdita tra morti, feriti e prigionieri fu di circa 69.000 uomini oltre ad un ingente materiale bellico, tra munizioni, cannoni, ecc.
Così passammo, in pochi anni, da una débâcle, dove tutto sembrava congiurare contro gli alleati, a un insperato trionfo militare pur segnato da migliaia di morti e da immani distruzioni. Lo sbarco in Normandia divenne in tal modo un’impresa militare straordinaria per la dimensione dello sforzo, per i suoi riflessi politici militari ed anche civili.
Ma se queste battaglie combattute in terra, in mare ed in cielo possono attrarci a tal punto che la cinematografia, in specie quella di Hollywood, ne fece il suo cavallo di battaglia riproducendo tali eventi in tanti modi diversi e riscuotendo dal pubblico enormi consensi, non devono distrarci dal considerare tutti quegli aspetti che hanno concorso a quel bagno di sangue che costò la vita a decine di milioni di uomini, donne, bambini ed anziani sui campi di battaglia e per le strade delle nostre città e nelle stesse case dove si erano rifugiati nell’estremo tentativo di proteggersi in qualche modo. Fu una sconfitta pagata a caro prezzo ma lo fu anche per i vincitori. (Riccardo Alfonso)

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Le aberrazioni del pensiero umano e le logiche capitaliste

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Non possiamo, di certo, fare della dietrologia senza ignorare una realtà che allora si mostrava con un volto diverso da quello da noi considerato con il senno di poi. Quante volte, infatti, a scuola, nei conversari tra amici, nei dibattiti politici di questi ultimi anni abbiamo parlato del fascismo e del nazismo e abbiamo cercato di capire da dove questi movimenti hanno tratto la linfa per crescere e maturare intorno e dentro di noi fino a portarci verso la soglia di una grande guerra. Abbiamo pensato al “grande vecchio”. Abbiamo pensato a taluni capitani d’industria timorosi della valanga comunista e pronti a foraggiare chi sapesse contenerla con efficacia. Abbiamo pensato a una borghesia umiliata e che voleva uscire dalle sue frustrazioni legittimando con più forza la sua presenza e le sue idee conservatrici. Abbiamo pensato ad Alberto Pirelli (classe 1882 e morto nel 1971) fu uno dei massimi esponenti dell’imprenditoria italiana. Negli anni tra le due guerre mondiali gli furono affidati, da Mussolini, importanti missioni e i cui resoconti si possono leggere dal libro i “Taccuini” (edizioni Il Mulino) dove l’industriale si rifà agli avvenimenti mondiali, e italiani in particolare, dal 1922 al 1943. Alcuni passi si riferiscono ai contatti avuti da Pirelli nel novembre del 1942 con gli esponenti di spicco dell’industria europea e, nello specifico, con i francesi, i tedeschi, gli svizzeri e i belgi.
Le sue critiche nei confronti della Germania si appuntarono soprattutto sulla mancanza di psicologia politica verso i paesi occupati e verso gli alleati. Essa suscitava sentimenti d’odio e di ribellione in tutte le popolazioni dei paesi occupati.
Scrive, infatti, Pirelli: “Gli ungheresi sono malcontenti per l’eccessiva valorizzazione dell’esercito rumeno, il clero nella sua generalità è ostile e cresce la riprovazione da parte dei neutri e nei paesi occupati per gli eccessi contro gli ebrei. Lo stesso popolo russo, che aveva accolto i te-deschi come dei liberatori, oggi, per le angherie subite, si rivolta rabbiosamente contro. Una situazione di disagio che in Italia così si spiegava: abbiamo mandato in Germania numerosi operai, un corpo di spedizione italiano è presente sul fronte russo, larghe forze germaniche si sono stabilite in Italia e tuttavia la situazione debitoria, per molti miliardi, che la Germania ha saputo crearsi nei confronti degli italiani è oltremodo eccessiva e ingenerosa”.
Si registra, poi, la mancanza assoluta di combustibili solidi e liquidi che la Germania ci concede con il contagocce. Basti pensare che su un’estrazione annua in Germania di 230 milioni di tonnellate di carbone, 40 milioni sono impiegati per il solo riscaldamento in Germania e ci si limita a 12 milioni la fornitura per l’Italia, da utilizzare sia per gli usi industriali sia domestici.
E’ il solito discorso che è immaginabile da parte di chi nel periodo delle vacche grasse si culla nel benessere e nei successi e non sa immaginare un modo di vivere diverso. Allorché si presenta l’altra faccia della medaglia arrivano puntuali i ripensamenti, le critiche, le ragioni del contrasto e la consapevolezza degli errori commessi.
Alla fine l’ora precipita. Il declino del fascismo e del nazismo è stato determinato, anche se non soprattutto, dall’assenza di talenti e dalla mancata formazione di una élite politica ed industriale adeguata alle circostanze. Va poi ad aggiungersi che una volta conquistato il potere emerge il disprezzo per la nomenklatura. Esso è frequente nelle dittature e non solo in quelle: “Nasce – per Federico Rampini – anche quando un popolo si riconosce troppo nei difetti dei propri dirigenti”. E per Alexis de Tocqueville “La storia è una galleria di ritratti dove ci sono pochi originali, e molte copie.” E le copie devono essere brutte, anzi bruttissime, per fare risaltare di più la bellezza e il carisma del dittatore. Il fascismo, la guerra civile, la presa di potere e la corsa per accaparrarsi un posto in prima fila in Europa e nel mondo sono i passaggi obbligati per un dittatore. (Riccardo Alfonso)

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La forza del progresso umano a dispetto delle sue perversioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Il XX secolo incomincia con le scoperte di Marconi e di madame Curie, le geniali intuizioni d’Einstein, Fermi e Fleming e si completa con i sogni d’intere generazioni verso una società migliore e più evoluta. In quegli anni pieni di tormenti esistenziali l’autorità sembra libertà quando succede all’anarchia. Succede in Italia, con il fascismo, e si ripete in Germania quando un ex caporale austriaco assume il potere a Berlino. E’ la prima avventura che devasta il precario equilibrio europeo. L’Europa vincitrice del 1918 muore all’alba del 7 marzo del 1936 quando Hitler rioccupa la Renania. E’ la prima tappa di una cavalcata che porterà i nazisti a Vienna, nei Sudeti, a Praga, a Danzica, a Varsavia, a Parigi.
La Germania inghiotte tutti questi paesi e lo fa, sia pure in modo diverso, con l’Italia di Mussolini. Questi è travolto dalle suggestioni naziste: bagni di folla, parate, grida di popolo. Non vi può essere pace né a Monaco né altrove. Hitler tratta solo sulla punta delle baionette. Diventa, così, l’anticamera della guerra con la sconfitta della sperata pace dei trattati e dei protocolli d’intesa. Il 1° settembre del 1939 si scatenano gli dei della guerra. Berlino da quel momento in poi è ubriaca di vittorie.
L’Italia resta sola di fronte a Hitler e Mussolini. Quest’ultimo, solo per paura e voglia di bottino, rende comune l’avventura. “Una guerra, per l’Italia, senza entusiasmo, senza mezzi, estranea agli interessi vitali del Paese. ”Mussolini aveva portato il suo Paese al disastro e alla rovina per una manciata di fichi secchi. Il 1941 incomincia con le preoccupazioni, prosegue con la rassegnazione del 1942 e lo sgomento del 1943 e poi verrà la guerra civile e sarà la pagina più crudele perché fraticida. (Riccardo Alfonso)

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Lotta di popolo, lotta di civiltà: Onore ad Amedeo d’Aosta

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Il 17 maggio del 1941 sull’Amba Alagi il Duca d’Aosta firma la resa delle sue truppe. Nello stesso giorno e ora tramonta il sogno imperiale italiano. La resa del contingente italiano ebbe un prezzo altissimo in morti e feriti. Fu il conto pagato da una resistenza spinta sino ai limiti delle forze umane. Quel giorno Churchill scrisse: “Così terminava il sogno di Mussolini di un impero da creare con la conquista e da colonizzare nello spirito dell’antica Roma”. Amedeo D’Aosta morì nell’ospedale di Nairobi alle 3,45 del 3 marzo 1942, aveva 43 anni.
Ciano annotò nel suo diario: “E’ morto il duca d’Aosta. Scompare con lui una nobile figura di principe e d’italiano, semplice nei modi, largo nella comprensione, umano nello spirito. Non voleva la guerra. Era convinto che l’impero avrebbe potuto reggere soltanto pochi mesi. Poi detestava i tedeschi. Dalla vicenda che insanguina il mondo temeva più la vittoria tedesca che quell’inglese. Quando partì per l’Etiopia, nel maggio del 1940, ebbe il senso del suo destino: era deciso ad affrontarlo, ma era pieno di tristezza”. Il duca Amedeo d’Aosta, a detta del ras Abebe Aregai, capo della resistenza abissina e che lo aveva sempre combattuto: “E’ stato il più terribile nemico dell’Etiopia perché era riuscito a conquistare gli abissini e a far loro dimenticare l’amore per l’indipendenza”. Ecco per cosa gli italiani differivano dai tedeschi: la loro gran voglia di vivere in pace. Una pace che in Europa, come sappiamo, fu tanto desiderata mentre per i dittatori si era trasformata in un atto di codardia e di tacita sottomissione.
Il 1942 è l’anno della svolta. Il risveglio brusco da un sogno è tragico. La guerra prende una brutta piega. La fame incomincia a picchiare duro, i divieti si fanno più severi, i bombardamenti più fitti. Arriviamo a due passi da Alessandria d’Egitto, ma perdiamo il treno dell’Africa. Rommel non fa più miracoli, a El-Alamein Montgomery è troppo forte. Da Stalingrado non si passa. Nel 1943 molti avvenimenti precipitano. Il 25 luglio a Roma il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. E’ l’onda lunga che ha segnato in Russia la sconfitta della Germania: i russi sfondano sul Don, l’ARMIR, l’armata italiana sul fronte sovietico, è costretta a una precipitosa ritirata per non essere circondata e annientata.
Si combatte e si muore a quaranta gradi sotto zero. Le perdite assommano a oltre 80.000 uomini sui 120mila del corpo di spedizione. In Italia, intanto si vive come si può tra luci e ombre, sotto i bombardamenti e qualche evasione. Il film dell’anno è “Ossessione” con Luchino Vi-sconti. Aldo Fabrizi, al suo debutto, interpreta “l’ultima carrozzella”. Macario fa la donna nella “Zia di Carlo”, ma non ride nessuno. Così si compie il destino di un popolo con la sua avventura fascista. In quel momento riecheggiano le parole di George Sorel: “Un bosco impiega secoli per crescere, ma basta una notte per bruciarlo”. (Riccardo Alfonso)

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Shoah, Angelo De Fiore: il poliziotto che salvò centinaia di ebrei

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Sembra una spy story. Una di quella da film, dove la suspense si mischia all’empatia nei confronti del protagonista. Nel nostro caso, il protagonista è Angelo De Fiore, vice questore di Roma negli Anni 40 del ‘900. Era il periodo dell’occupazione nazista, quando la Gestapo terrorizzava un’intera città. Il poliziotto del Trieste-Salario timbrava documenti falsi per salvare ebrei e oppositori al nazifascismo.Si racconta che un giorno, sentendo l’arrivo dei soldati tedeschi, mise in disordine la scrivania per nascondere le lista delle persone ricercate. Ad aiutarlo un suo fedele collaboratore con cui condivise un’avventura che lo portò a diversi richiami dei suoi superiori e degli occupanti tedeschi.Angelo De Fiore nacque a Rota Greca, in provincia di Cosenza, dove si laureò in giurisprudenza nel 1928 e vinse il concorso di funzionario della Pubblica sicurezza. Dopo aver prestato servizio in molte città, venne nominato vice questore a Roma, dove si trasferì all’età di 27 anni.Allo scoppio della Guerra, Angelo De Fiore venne richiamato nei granatieri con il grado di maggiore, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di vice questore dirigente dell’Ufficio stranieri, nelle cui vesti collaborò segretamente con la Delasem, organizzazione della resistenza antinazista e con l’opera assistenziale di monsignor Hugh O’Flaherty.Per le sue eroiche gesta, ad Angelo De Fiore venne consegnata una medaglia d’oro nel marzo 1955 e venne riconosciuto come Giusto tra le nazioni Stato di Israele nel 1969 Nel gennaio dello 2018, su richiesta dell’Unione delle Comunità Ebraiche, la città di Roma gli ha dedicato una targa a via Clitunno, dove De Fiore viveva. Paolo De Fiore, figlio di Angelo, ha detto in un’intervista: “La caccia agli ebrei era spietata e mio padre ne salvò molti a rischio della sua vita. Mi domando da dove trasse tutta questa forza e questo coraggio. Probabilmente credeva nella sua professione: obbediente alla legge, ma prima di tutto a quella della coscienza. Credo che mio padre, quando compiva queste azioni, pensasse a noi figli e al dovere di non poterci lasciare un mondo malvagio e crudele”. Una bella storia che dimostra come si potesse fare qualcosa di più per non mandare a morire poveri innocenti.

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Pagine di storia: La lotta ai nazisti dalla Germania a paesi conquistati

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Era ben nota l’avversione di alcuni ufficiali nei confronti del “piccolo caporale austriaco” e della sua dottrina nazista. Proprio per questo motivo sia taluni militari sia gli stessi capi di opposizione al nazismo presero contatto con gli inglesi già prima della dichiarazione di guerra del 1939. Si fa proprio risalire a questa “congiura dei generali” se gli inglesi ottennero a Dunkerque un po’ di respiro per far evacuare le loro truppe. Un’altra tesi, sull’argomento, vuole che fosse a deciderlo lo stesso Fuhrer più preoccupato di assicurarsi una neutralità inglese che non di puntare a un annientamento del nemico e alla prosecuzione della lotta sul suo territorio.
Posso a questo punto agevolmente rilevare come la resistenza al nazismo fosse un fenomeno internazionale e senza precedenti nella storia delle guerre. Penso, ad esempio, che alla capitolazione del governo francese rispose lo sviluppo progressivo dello spirito di resistenza. Il terreno fu minato sotto i passi del vincitore trionfante. La sua vittoria non avrebbe avuto senso senza l’adesione dei vinti. Costoro, da principio, soggiogati e a volte tentati, subirono lo strapotere tedesco. Ebbero, però, la forza di rialzarsi con un movimento forse lento ma potente. Del giugno del 1940 De Gaulle, da radio Londra lanciò ai francesi un proclama incoraggiandoli alla resistenza. Risposero per primi gli studenti parigini, l’11 novembre del 1940, con una sfilata che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto portarli davanti al Milite ignoto cantando la marsigliese e brandendo delle pertiche (deux guales) e che avrebbero dovuto salutare, con un gioco di parole, l’uomo di Londra. Intanto l’Intelligence Service inglese ricostruì le sue reti d’informazione in tutta Europa, ma soprattutto in Norvegia e in Olanda. Con l’inizio delle ostilità tedesche, sul suolo russo, anche i comunisti, dei paesi occidentali, dal 22 giugno del 1941, poiché fino allora si erano mantenuti neutrali, entrarono nella resistenza.
Da quel momento in poi la lotta contro l’occupante si fece senza quartiere. Si attivarono, nel 1942, numerose organizzazioni patriottiche: Liberation Nord et Sud, Combat, Front National, e Organisation Civile et Militaire. In Belgio il primo movimento di resistenza prende consistenza nel 1940 per merito del colonnello Lentz e dei suoi amici e collaboratori. In Olanda a scatenare la resistenza furono le forme sinistre, assunte dai nazisti, per la caccia agli ebrei. In Norvegia Quisling non riuscì a trascinare il suo popolo ariano lungo la scia hitleriana. Ma soprattutto nei paesi balcanici e slavi, spietatamente oppressi, la resistenza armata assunse fin dall’inizio, dimensioni notevoli prima ad opera del colonnello Drago Mihailovic e poi di Tito. Lo stesso accadde in Polonia, anche se in misura ridotta, per opera del generale conte Komorowsky. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La resistenza in Italia al Nazi-fascismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Sappiamo quanto fosse calata sin dal 1936 la popolarità dei fascisti e il carisma del Duce tra gli italiani, ma se non si tradusse subito in una rivolta popolare si dovette al fatto che molti capi dell’opposizione vivevano in esilio o marcivano nelle patrie galere. Ciò non di meno la resistenza passiva fu notevole sia nelle fabbriche sia altrove. La scintilla della ribellione covava, ad esempio, già sul fronte russo, dove i soldati italiani si sentivano mandati a morire per una guerra inutile. E l’ostilità contro i tedeschi si aggravò, abbandonati che furono all’attacco dei russi, nella loro ultima disperata battaglia con armi ed equipaggiamento assolutamente inadeguati. Dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943, eseguito in modo disastroso per colpa del re e del suo capo di governo maresciallo Badoglio, la situazione precipitò del tutto e si diede il via a una vera e propria guerra civile contro i nazisti e i loro fiancheggiatori della Repubblica Sociale Italiana, divenuta un “fantoccio” nazista. L’armistizio, non seguito da precise istruzioni per i militari, determinò un po’ ovunque uno sbandamento delle truppe da una parte e, dall’altra, a una lotta disperata e finita con un immane bagno di sangue. A Roma, a Porta San Paolo, i soldati si mescolarono nella battaglia dei popolani e degli antifascisti di sempre, come Emilio Lusso, Luigi Longo e Vincenzo Baldazzi e molti altri. Nelle isole greche migliaia di ufficiali e soldati italiani combatterono contro le truppe naziste e furono trucidati in massa. A sua volta la flotta fece ammirevolmente il suo dovere, unendosi, con gravi perdite, agli anglo-americani. Questa lotta ancora confusa assunse contorni sempre più definiti dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania avvenuta il 13 ottobre del 1943.
“Ma – ricorda Leo Valiani – la resistenza italiana ha origini ben più lontane e che risalgono sicuramente agli anni 1920/21 allorché ci si opponeva alle violenze, incendiarie, spesso omicide aggressioni squadristiche fasciste contro le sedi dei loro oppositori”. Purtroppo fin da allora l’opposizione al fascismo non seppe contrapporre una via nazionale credibile e soprattutto unitaria nella sua lotta politica, tanto da farsi coinvolgere da interessi di parte e a progetti totalitari e rivoluzionari di segno opposto. Mancava, in altri termini, una via nazionale che sapesse superare le diffidenze e i timori di quanti vedevano, nel socialismo, un’opposizione settaria e anarchicheggiante in contrasto con i poteri costituiti che andavano oltre il Parlamento e si rivolgevano agli industriali e i rappresentanti dell’alta finanza. E i ceti moderati che formavano la piccola, media e alta borghesia si allearono con i “padroni” e lo stesso fece una parte della classe operaia timorosa di perdere il posto di lavoro. Costoro, così comportandosi, intendevano impedire l’avanzata di un sistema rivoluzionario dalle conseguenze imprevedibili, ma comunque capace, nell’immaginazione dei più, di portare nuovi lutti e disagi nella popolazione, soprattutto per una guerra sofferta sin troppo a lungo per le modeste risorse economiche italiane. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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L’occasione perduta alla fine della seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

L’Europa non sembrò conscia che qualcosa era cambiato. Lo dimostrò il rituale di sempre svoltosi, questa volta, a Yalta. I protagonisti di questa messa in scena, consueta per gli storici per i suoi numerosi precedenti, vollero scientemente ignorare che eravamo giunti al secolo delle ideologie e non a una prosecuzione di un’Europa degli Stati tanto declamata ed esaltata nel secolo XIX. Si negò, di fatto, l’autodeterminazione dei popoli e ponendo così le premesse del confronto che ha portato alla ripartizione del mondo in blocchi e alla corsa agli armamenti.
Si disse che Yalta, in qualche modo, aveva garantito anni di pace dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sono stati davvero anni di pace e non di sofferenza? Oggi, purtroppo, non siamo altro che gli eredi di tali calcoli operati a tavolino. Abbiamo esorcizzato una guerra totale, ma ne abbiamo accese molte altre regionali. Abbiamo fondato la libertà sulla sua stessa negazione. Libertà, sviluppo, democrazia, ma su quali basi? A pagarne il prezzo resta l’uomo con i suoi limiti e le sue dottrine aberranti. E’ mancata la voce di chi avrebbe potuto richiamarci alla concretezza della vita fondata su valori intramontabili e che noi abbiamo calpestato in nome di logiche consumistiche e d’ideologie repressive.
L’Italia di oggi, come del resto negli altri Paesi del mondo, è il frutto acerbo di questa civiltà che si rivolge all’uomo per negarlo, si rivolge ai grandi pensatori per strappare a loro, con l’inganno, un consenso che altrimenti non avrebbero, si proietta nel futuro lasciando irrisolti i grandi temi che determineranno il nostro futuro. E’ mancata, in poche parole, così com’è accaduto agli stati maggiori dell’esercito anglo francese, la consapevolezza che i tempi sono mutati e che per vincere la pace e costruire la stabilità politica ed economica di un paese non è più necessario trincerarsi dietro la linea Maginot dei partiti e dei loro interessi di etichetta e corporativi, ma è più efficace una lotta di movimento.
Non dimentichiamo che da qui a qualche anno la parola operaio o impiegato assumerà un significato diverso e non si andrà più in pensione perché si è vecchi a 57 anni o a 62. Stiamo cambiando le cose e la mentalità mentre, d’altro canto, la nostra consapevolezza generazionale giunge tardiva ed è questo il nostro vero motivo di disagio esistenziale.
Un disagio che nasce dal non essere in politica, come in economia, reali e aderenti al modo come viviamo invece di pensare e agire solo e comunque al modo come vorremmo essere o come taluni bramerebbero che fossimo migliori per calcolo e non per passione, per odio e non per amore. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La pace in Europa e i suoi risvolti in Italia con l’operazione “sunrise”

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Tra tante contraddizioni durante e prima la seconda guerra mondiale si arrivò alla fine di questo tunnel degli orrori con la resa incondizionata di tutte le forze tedesche che fu firmata a Reims nel quartiere generale di Einsenhower il 7 maggio 1945. Ma bisogna attendere fino al 2 settembre, dello stesso anno, per veder piegata la resistenza giapponese. Resta comunque da chiedersi se fosse stato possibile pervenire a quest’atto finale, in tempi così ravvicinati, se non fossero state sganciate dagli americani, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto dello stesso anno, due micidiali bombe atomiche che rasero letteralmente al suolo, con centinaia di migliaia di vittime, soprattutto civili, le due città giapponesi.
A cavallo di queste due date, tanto funeste per tutta l’umanità, ed esattamente l’8 settembre 1945, l’U.R.S.S. dichiarò guerra al Giappone. Ora, con il senno di poi, dovremmo pensare che fu la fine di un incubo o che ci siamo infilati in un altro scenario se non di guerra di certo ricco di contraddizioni e di domande senza risposta? La responsabilità la dobbiamo assegnare ai tanti europei che non seppero comprendere che i tempi stavano mutando e nuove speranze e attese stavano presentandosi. A questo punto ci sembra troppo sbrigativo concludere queste reminiscenze pensando contestualmente ai fatti di casa nostra e di cui ci hanno dato ampia e documentata testimonianza Elena Agarossi e Bradley F. Smith nel loro libro Operation Sunrise (Editore Feltrinelli). Cito questo testo, in particolare, poiché lo considero un lavoro di ampio respiro per l’analisi applicata, da quella strettamente strategico militare, a quella politica, psicologica e filologica.
L’operazione “sunrise”, così denominata dai servizi segreti americani, intendeva portare alla resa il mezzo milione di soldati tedeschi di stanza in Italia e di evitare, soprattutto, la formazione, da parte tedesca, della “ridotta alpina” nel Tirolo, una specie di fortezza di Masada ma organizzata, questa volta, nelle grandi proporzioni di un sistema fortificato in un’imprendibile posizione naturale tra le Alpi.
Gli americani, per contro, avevano fretta di terminare lo scontro contemperandovi sia esigenze prioritarie, di natura strategica e politica, sia quelle di: pervenire al controllo militare del bacino del Mediterraneo, di ridurre al minimo le perdite di vite umane delle forze armate U.S.A. e di prevenire le turbative d’ordine politico (possibili sia in Africa del Nord che in Italia) suscettibili di complicare ed ostacolare le operazioni militari. Nel frattempo s’intravedeva la possibilità di favorire, al meglio, i processi di transizione, ma con l’accortezza di evitare la possibilità di una radicalizzazione della lotta politica a sinistra e lo scatenarsi una possibile guerra civile.
Questa complessità delle motivazioni che ruotano intorno all’operazione “Sunrise” fa sì che essa, agli occhi dei più recenti studi storici sugli avvenimenti di quei tempi, riacquisti tutta la sua importanza e rappresenti, in un certo qual modo, una diversa chiave di lettura anche sulle operazioni militari e politiche operate nel resto dell’Europa e fuori di essa. Non dimentichiamo che in questo frangente vi possa essere stata una parallela identità di vedute tra il generale Wolff, comandante delle forze tedesche di stanza in Italia, e gli americani circa la possibilità di una collaborazione in chiave antisovietica.
Non a caso Wolff, dopo la resa, fu frettolosamente imbarcato alla volta degli Stati Uniti e ricoverato in una casa di cura, per dementi, per sottrarlo al processo di Norimberga.
Sta di fatto che per quanto concerne il Sud d’Europa si negò la partecipazione sovietica alla trattativa Sunrise e alla corsa per Trieste che la Sunrise stessa spianò il terreno, in modo decisivo, all’avanzata dell’armata anglo-americana. In questo “affaire” emerge il ruolo fondamentale svolto da Allen Dulles che diresse da Ginevra i contatti americani con il generale Wolff e il comando tedesco e li portò a termine con successo. Dulles, come si ricorderà, divenne il capo della CIA e fu lo stesso che affrontò la durissima prova della guerra fredda, sul finire degli anni quaranta. La resa dei tedeschi avvenne in Italia il 2 maggio del 1945. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Finisce una guerra e si apre un cortocircuito che provoca la guerra fredda

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

La fine della seconda guerra mondiale non solo creò le premesse per innescare una nuova forma di guerra, quella fredda, ma anche per dirci che avevamo fatto una vera e propria scalata sul fronte degli armamenti militari aprendo la via a forme di distruzione di massa dalle conseguenze terribili per l’umanità. Parliamo, ovviamente, dell’arma atomica e non solo. E’ davvero una svolta storica e ben poca cosa appaiono ora le nuove strategie militari e le tecniche d’impiego degli eserciti con le guerre di movimento. Sembrava che potessero rappresentare la soluzione ideale per sconfiggere l’avversario dando ampio spazio ai mezzi corazzati, ai trasporti motorizzati e all’impiego massiccio dell’aviazione per i bombardamenti tattici e strategici di aree non solo di natura militare ma anche a solo uso civile per indebolire la resistenza della gente ammassata nei grandi agglomerati urbani. Ci sbagliavamo sebbene qualcosa già si avvertiva potendo mettere in campo armamenti tradizionali ma già capaci di essere risolutivi.
Si afferma, a questo proposito, che il Fuhrer non fu eccessivamente impressionato dallo sbarco degli alleati avvenuto in Normandia il 7 giugno del 1944.
Egli, infatti, pensava di capovolgere l’avversa situazione venutasi a creare, sul fronte occidentale, dando il via all’operazione “Cherry-pip”. Si trattava di lanciare contro Londra, entro qualche giorno, da 300 a 400 missili Cherry-pip con testate esplosive di grande potenza. Il tentativo, com’è noto, non riuscì se non per qualche gittata dimostrativa sul cielo di Londra.
Ma in cantiere vi erano ben altre minacce. Prima fra tutte la bomba atomica. Ci pensarono i tedeschi per primi, ma i loro scienziati non fecero in tempo a disporne un uso bellico sebbene ci arrivassero molto vicini. Intanto gli Usa già pensavano di adoperare la bomba in Germania se non fosse riuscito il loro sbarco in Normandia. Ci mancò poco, quindi, che gli ultimi bagliori della guerra non si trasformassero in “funghi atomici.” Ma anche le armi individuali ebbero il loro momento di celebrità. Ci si rese conto della loro importanza in specie se i combattimenti si svolgevano a distanza ravvicinata. Era il momento del mitra, delle granate a mano, delle armi automatiche, in genere, ed anche dei blitz operati nelle retrovie nemiche con uomini pronti a tutto per creare confusione tra le forze combattenti e per distruggere ponti e reti di comunicazione. Fu anche preparata un’altra guerra: quella partigiana che sfruttando le difese naturali del terreno, tra dirupi e boschi, si potevano colpire le colonne nemiche e ritirarsi prima che reagissero in forze. Una tecnica di guerriglia che fu poi esportata nelle città e con successo. Per contrastarla i tedeschi non trovarono di meglio che prendere degli ostaggi inermi del luogo e fucilarli senza pietà. Pensavano in questo modo di indebolire la rete di connivenze che si stava intessendo intorno ai partigiani, ma fu inutile.
La vera guerra, in questa come in altre circostanze, fu vinta anche dalla propaganda condotta dai comitati di liberazione nazionale che trasformarono le uccisioni a freddo dei tedeschi in tanti atti di eroismo delle vittime e in una grande voglia di riscatto da parte dei sopravvissuti. Ci fu il fenomeno dei “kamikaze” giapponesi che si lanciavano con gli aerei carichi di bombe sulle navi americane indifferenti alla morte e al fuoco di sbarramento delle loro contraerei. Oggi lo fanno gli islamici nei mercati, nelle piazze affollate e nei luoghi d’intrattenimento. Se ben consideriamo tali forme di lotta tanto diverse dai canoni tradizionali di una guerra di posizione ereditata dalla prima guerra mondiale, ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che ne hanno provocato il tracollo. E dire che tutto è avvenuto in pochi decenni.
Ricordiamo che gran parte degli stati maggiori anglo-francesi, fino alla travolgente azione militare tedesca sul fronte francese, rimasero fermi nei loro convincimenti anche se furono indirettamente testimoni di combattimenti svoltisi in Polonia con moduli d’intervento decisamente non tradizionali. Militari e politici francesi e inglesi furono a tal punto convinti di trovarsi al cospetto di una seconda guerra di posizione che trovarono persino normale vivere un semestre “irreale” di non belligeranza poiché si aspettavano un attacco in forze sulla linea Maginot e quindi restarono su quelle posizioni in “tranquilla attesa.” Da tutte queste considerazioni emerge qualcosa di più significativo da rilevare. La seconda guerra mondiale, a nostro avviso, resta l’ultima rappresentazione corale mostrata attraverso un reclutamento di milioni di uomini e dall’esistenza di uno o più fronti di combattimento.
Le nuove generazioni nate all’ombra delle tecnologie più evolute e dell’informatica non hanno più bisogno di milioni di armati per sconfiggere altri milioni di armati. Si è pensato in un primo tempo che ciò fosse possibile con l’arma atomica ora il discorso si fa in un modo diverso con l’uso del terrorismo e la subliminazione attraverso i media. Ora l’insidia sta diventando più sottile ed è inodore come il gas nervino. Resta da chiederci se chi ci governa ne è consapevole e ne sa trarre le dovute conclusioni.
I due momenti sono fondamentali, a mio avviso, per capire quanto avviene nel XX secolo e su quali traumi esistenziali si matura tutta la storia dell’umanità vissuta, questa volta, con la lente d’ingrandimento, per quanto riguarda il tempo in cui viviamo e, forse, un po’ prima e, nel cogliere i segni di ciò che ci attende, un po’ dopo.
La seconda guerra mondiale, probabilmente più della prima, per le armi impiegate e per le distruzioni sistematiche d’intere popolazioni, posso considerarla un evento che ha impresso, in profondità, una svolta epocale. Tutto posso dire, infatti, a proposito degli anni post-bellici, tranne che le cose hanno ripreso a procedere come se nulla fosse accaduto. (Riccardo Alfonso)

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