Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n°56

Archive for the ‘Spazio aperto/open space’ Category

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Formigoni. M5S Lombardia: Garantita certezza della pena, ora Lombardia faccia investimenti su sanità pubblica

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 febbraio 2019

“I privati non hanno mai reso eccellente la sanità lombarda. Al contrario, hanno generato un sistema di corruzione, di spreco di risorse pubbliche e di grandi disservizi come le liste d’attesa infinite. Finita l’era Formigoni la Lombardia deve voltare pagina e tornare a investire nel settore pubblico per ridurre gli sprechi, ogni forma di speculazione sanitaria e per garantire la sicurezza sanitaria e la salute dei cittadini.L’arresto di Formigoni dimostra che il Paese è cambiato. Abbiamo restituito ai cittadini la certezza delle pene: La chiedevano da anni.Prima del nostro ingresso nelle istituzioni solo i ladri di galline finivano in carcere. Ora ci va anche chi ha commesso reati gravi contro la collettività, i corrotti e i corruttori. Chi ha abusato della fiducia della persone e utilizzato il proprio enorme potere contro l’interesse dei cittadini se condannato è giusto che sconti la pena”, così Dario Violi, consigliere regionale del M5S Lombardia, torna sulla condanna e sull’arresto di Roberto Formigoni.

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Antisemitismo in Francia: l’aggressione a Finkielkraut

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 febbraio 2019

L’aggressione verbale subita da Alain Finkielkraut a Parigi durante un corteo dei gilet gialli dove è stato insultato perché “sionista” e dunque difensore di Israele, e dunque suscettibile di punizione divina, non proveniva, come ha cercato di fare credere un atro filosofo ebreo francese vicino a Israele ma molto gauche caviar, come Henri Bernard Levy, dal fascismo risorgente di cui i gilet gialli sarebbero un contenitore. No, il principale aggressore verbale di Finkielkraut è un musulmano radicalizzato. Lo stesso intellettuale francese e accademico di Francia lo ha detto chiaramente durante una trasmissione televisiva dopo l’incidente facendo riferimento alle frasi ingiuriose di cui è stato fatto oggetto. “Questa è retorica islamista“.Alcuni fatti vanno ricordati. La strage alla scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa del 2012, quella dell’Hypercasher del 2015,gli omicidi individuali di ebrei come quello di Ilan Halimi nel 2006, di Sarah Halimi nel 2017, di Mireille Knoll nel 2018. Tutti episodi riconducibili all’odio islamico nei confronti degli ebrei.La realtà è dunque questa. Che vi sia in Francia, come altrove in Europa, un antisemitismo autoctono, è una ovvietà assoluta, ma non è quello egemone e non è quello che in Francia ha mietuto le vittime elencate, e non è quello che ha in Israele il suo obiettivo principale e che a Parigi si è manifestato contro Finkielkraut.“Oggi, la Francia”, ha Guy Millière, “E’ l’unico paese nel mondo occidentale in cui gli ebrei vengono uccisi solo per essere ebrei” . Ed è sempre Millière a sottolineare come, “In due decenni più del 20% degli ebrei francesi hanno lasciato la Francia. Secondo un sondaggio, il 40% degli ebrei che vivono attualmente in Francia, vogliono andarsene. Malgrado gli ebrei rappresentino attualmente meno dello 0.8% della popolazione, metà dei militari e della polizia impiegata nelle strade francesi si trova di guardia davanti alle scuole ebraiche a ai luoghi di culto”.

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I cattolici e la politica: è ricomponibile il divorzio?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 febbraio 2019

Di Giuseppe Bianchi. L’occasione creata dal centenario della fondazione del Partito Popolare, ad opera di Don Sturzo, ha riproposto l’impegno dei cattolici in politica che, come è noto, è proseguito con la Democrazia Cristiana, asse centrale del Governo per oltre quarant’anni.
Una cultura e una rappresentanza oggi disperse sul piano politico, con significative presenze rimaste nelle organizzazioni di volontariato. Analoga sorte è toccata ad altri movimenti politici laici portatori di culture altrettanto solide e consolidate sul piano della rappresentanza.Fenomeno, questo, evocato come crisi delle ideologie del Novecento di cui i partiti erano espressione con le loro identità collettive in cui motivazioni ideali e azione politica si sostenevano reciprocamente, almeno nella rappresentazione offerta al comune cittadino. Sarebbe inutile ora parlare di questo passato se il presente non evidenziasse segni di regressione nella vita politica e civile del Paese.Il dato emergente è che la politica post-ideologica, avviata da Berlusconi e proseguita dalle successive maggioranze fino a quella attuale, ha assunto un connotato fortemente utilitaristico basato su uno scambio tra benefici economici e consenso politico. Nuove offerte politiche, in concorrenza tra di loro, che si fanno carico di offrire protezione al cittadino, disorientato di fronte alle nuove sfide della precarietà, sia economica che valoriale.
Due sono gli effetti di questa evoluzione politica: il cittadino, non più partecipe della galassia dei corpi intermedi che, soprattutto a livello locale, lo legavano alla politica, cerca nuove identificazioni in qualcuno che lo rappresenti e lo rassicuri; la nuova concorrenza tra i partiti per acquisire consenso si realizza nella generosità delle promesse che avallano una concezione totalizzante della politica, destinataria esclusiva dei bisogni dei cittadini.Questa riaccreditata concezione di Stato-Provvidenza, alla prova dei fatti non ha prodotto i risultati attesi: sia in termini di soddisfazione dei bisogni economici e occupazionali dei cittadini, sia in termini di risposta alle inquietudini derivanti dai nuovi sviluppi tecnologici e scientifici che mettono in discussione consuetudini e credenze coinvolgendo la vita delle persone nel suo complesso.A questo punto diventa legittima una domanda: questa politica ha le energie morali per offrire un futuro al cittadino, visto che non tutto è riconducibile a decisioni politiche ispirate dalla razionalità economica (reale o presunta) e/o dalla soddisfazione degli interessi individuali? E, per tornare al tema iniziale, un’altra domanda: può la cultura cattolica contribuire a rendere le nostre società più sicure e solidali?Dal punto di vista astratto la risposta non può che essere positiva: per la centralità che viene data alla persona e ai gruppi in cui si riconosce, che riposiziona la politica al servizio dei loro obiettivi; per il rilievo accordato ai valori del pluralismo sociale, della sussidiarietà con cui sconfiggere l’isolamento dei cittadini facendoli partecipi di una rete di aggregazioni comunitarie.Sul piano pratico tale prospettiva si presenta più problematica. Improbabile un nuovo partito dei cattolici, oggi minoranza dispersa; improponibile un ritorno nostalgico alla Democrazia Cristiana esaurita dal troppo lungo governo; fragile l’ancoraggio alla dottrina sociale della Chiesa alla luce dei mutamenti strutturali intervenuti.Una soluzione può essere offerta da un rinnovato appello, a cent’anni da quello sturziano, agli uomini liberi e forti che condividono ideali di libertà e di giustizia e che si riconoscono nei fondamenti dei valori cristiani.
Un appello rivolto ai cattolici praticanti, ma anche ai cattolici insofferenti nei confronti delle prescrizioni ecclesiastiche troppo limitative delle loro condizioni di vita.Un appello per un comune impegno culturale, organizzativo ancor prima che politico, che accresca la consapevolezza pubblica dei problemi inediti ma anche delle opportunità che la modernità presenta influenzando la vita in comune su diversi piani, incluso quello etico. L’umanesimo cattolico, in questo senso, potrebbe offrire un contributo prezioso alla politica: i cittadini, per partecipare alla politica, chiedono che non solo i loro interessi ma anche che i loro valori, i loro progetti di vita trovino accoglienza nel dibattito pubblico e nella condivisione delle procedure democratiche che ne determinano l’esito.Questo circuito virtuoso di partecipazione presuppone che i cittadini siano informati e consapevoli che la pratica dei doveri è il presupposto per il godimento dei diritti.Una premessa per dare un fondamento etico alla nostra libertà economica, all’impegno contro la povertà, spesso legata a quella educativa e sociale, e all’Europa, che non è solo un’entità economica ma anche uno spazio di civilizzazione. (fonte: http://www.isril.it)

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Meloni: Più Italia in Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 febbraio 2019

«In Europa andiamo a cambiare tutto, non a lasciare le cose come stanno. Qualcuno dice “più Europa”, ma io dico “più Italia in Europa”. Vogliamo difendere il nostro interesse nazionale, le nostre imprese, i nostri prodotti, il nostro lavoro, i nostri confini e la nostra identità. Penso che Fratelli d’Italia possa fare davvero un ottimo risultato alle elezioni del 26 maggio e, se gli italiani ci daranno una mano, porteremo in Parlamento europeo una pattuglia di gente combattiva». Lo ha detto, nel corso della trasmissione “Pomeriggio cinque” di Barbara D’Urso, il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in vista del summit dei conservatori europei che si terrà a Roma venerdì 22 febbraio e che formalizzerà l’ingresso di Fratelli d’Italia nell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti europei (ACRE).

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Verso quale Europa?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 febbraio 2019

Bologna 23 febbraio, ore 16,30, Cinema Perla,Via San Donato, 38, Ne parla il Prof. Gianfranco Pasquino: “Il progetto di un’Europa libera e unita prende luce nell’agosto 1941 in un’isola per confinati politici antifascisti, Ventotene. “Il problema che in primo luogo va risolto … è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei che, o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entraranno, con la caduta di questo, in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa”.
Parlando sulla Comunità europea di Difesa (CED) all’Assemblea del Consiglio d’Europa di Strasburgo il 10 dicembre 1951, Alcide De Gasperi mette in guardia da un pericolo: “Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale nel quale le volontà nazionali si incontrino e si animino in una sintesi superiore, non rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale? potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero”. Nell’intervento lo statista trentino si premura di precisare “il primo, il principale pilastro” della CED (che poi non avrà seguito): “un Corpo eletto comune e deliberante, anche con attribuzioni di decisioni e di controllo limitato a ciò che è amministrato in comune, e dal quale dipenda un organismo esecutivo collegiale”.
La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea (che in base all’art. 6 del Trattato di Lisbona ha lo stesso valore giuridico dei Trattati) esalta al massimo grado la caratteristica di unione “politica” dell’UE, definendo valori di civiltà condivisi per tutti i paesi membri. Può essere interessante il confronto con la nostra carta costituzionale, in particolare la costituzione economica. Ma come vive l’integrazione europea effettivamente realizzata il Governo del Movimento 5 Stelle e della Lega? Nello scorso settembre il Ministro per gli affari europei Savona ha trasmesso a Bruxelles un documento intitolato “Una politeia (ndr. un fondamento?) per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Diversi i profili prospettati, a partire dalla constatazione che le “riforme” suggerite e anche imposte (privatizzazioni, deregolamentazione, contenimento e riduzione del welfare, ecc.) non sono state il viatico più efficace per stimolare una crescita economica che facilitasse il risanamento dei conti proprio a paesi con un forte debito pubblico come l’Italia. Dando concretezza all’ “unità politica“ dell’UE Savona propone ai partners europei di prendere in considerazione “un’incisiva politica della domanda aggregata europea” (per tutti i paesi membri dell’UE, concentrando iniziative e investimenti secondo un approccio comune).  Il Ministro dell’Economia e delle Finanze del precedente Governo (“Gentiloni”) ha commentato su “Il Foglio” il documento di Savona (“Tre punti di accordo e quattro di disaccordo sulla riforma dell’Ue”).
Il 13 febbraio il Parlamento europeo ha concluso l’esame della proposta di Regolamento (=legge europea) della Commissione concernente le spese di coesione territoriale e sociale nelle regioni e comunità dell’UE per il periodo 2021-2027 (in pratica i relativi fondi costituiscono circa un terzo del bilancio totale dell’Unione). Nel suo esame il Parlamento ha bocciato l’articolo 15, che prevede la possibile sospensione totale o parziale dei pagamenti per i Paesi che, a giudizio della Commissione, non adottino un’azione efficace, in risposta alle raccomandazioni della Commissione stessa, per correggere i propri squilibri macroeconomici. No all’austerity? No a una ritorsione contro Governi renitenti che penalizza territori e comunità locali? La bocciatura è avvenuta col voto (oltre che dei socialisti, di parte dei popolari e gruppi minori) degli esponenti italiani del Pd, del Movimento 5 Stelle e della sinistra”.

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Il metodo scientifico per guidare il cambiamento in Sanità

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 febbraio 2019

“Come, e forse anche più che in altri settori, in Sanità si registra un evidente paradosso: da una parte c’è l’esigenza di cambiare radicalmente il modello organizzativo, dall’altra una fortissima resistenza a che questo cambiamento avvenga effettivamente”: così esordisce il Presidente Alessandro Beux, per spiegare la posizione della FNO TSRM e PSTRP alla vigilia della primo Consiglio nazionale congiunto delle professioni socio-sanitarie, in programma il 23 febbraio prossimo a Roma.“La situazione della nostra società, dal punto di vista demografico ed epidemiologico, è sotto gli occhi di tutti: la popolazione sta progressivamente invecchiando e di conseguenza sono in aumento le patologie cronico degenerative, spesso multiple”, ha continuato Beux. “Questo imporrebbe un cambiamento radicale dell’organizzazione complessiva del sistema socio-sanitario, da quello attuale, prevalentemente improntato sul modello ospedaliero per la gestione delle acuzie, a un modello fortemente basato sulla territorialità e sulla domiciliarizzazione delle cure: se ne parla e se ne scrive da molti anni ma non si vedono azioni concrete in questa direzione”.Le ragioni sono presto dette.
“ll modello ospedaliero è quello che ha consentito la creazione, il consolidamento e l’ampliamento di poteri che oggi resistono a un cambiamento organizzativo che potrebbe metterli in discussione”, ha sottolineato ancora Beux.
Come definire dunque una road map che convinca tutte le parti in gioco a progettare un nuovo modello organizzativo per la Sanità? “La nostra nuova proposta si base sul metodo scientifico: non diamo per scontato che un modello organizzativo alternativo a quello in uso sia migliore, quindi da adottare in modo acritico, ma trattiamolo in modo ipotetico e sottoponiamolo a sperimentazione, dandoci un tempo per verificarne la bontà, sulla base di indicatori di sicurezza, efficacia e di sostenibilità condivisi”, ha concluso Beux. “Se questo nuovo modello non funzionerà, lo si potrà dire a buon diritto, sulla base dei risultati ottenuti attraverso una metodologia validata e internazionalmente riconosciuta, e non sulla base di pregiudizi e/o finalità diverse; se, invece, funzionerà, lo si potrà adottare diffusamente”.

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La diversità linguistica può costare la vita a chi la sostiene

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 febbraio 2019

Il 21 febbraio 1952 la polizia ha ucciso a fucilate, nell’Università di Dhaka (oggi capitale dell’odierno Bangladesh, allora città del Bengala Orientale) molti studenti scesi in piazza per il riconoscimento della loro lingua madre, il bengalese (bangla / bn / বাংলা ভাষা), che si voleva espellere dall’università a favore di una lingua “più grande”, parlata dai potenti di allora.Si tratta di un fatto che si ripete, in diverse forme, continuamente in tutto il mondo e attraverso tutta la storia, non solo in Asia, ma anche negli altri continenti, come in molti paesi europei e particolarmente nei continenti extraeuropei, verso le lingue indigene, le lingue degli antichi abitanti. In pratica, questo accade di solito per le spinte, gli obblighi o qualunque imposizione per l’uso di una lingua, ad esempio l’inglese, il francese ma non solo, da parte di una grande potenza economica, politica, militare o statale, per rafforzare la propria posizione nel mondo – a sfavore delle locali lingue materne.
Questo comporta, a poco a poco, la sparizione e la morte delle lingue e interi popoli perdono la loro grande ricchezza intellettuale – come avvertono anche molti linguisti e nel 2019 particolarmente anche l’ONU e l’UNESCO. Nel messaggio all’Associazione Universale dell’Esperanto nel 2018, Audrey Azoulay, direttore generale dell’UNESCO, ha detto: “Noi dobbiamo difendere le lingue, soprattutto le lingue rare, le lingue autoctone, che ora sappiamo estinguersi al ritmo di una ogni due settimane. Questa è una perdita irreparabile per il patrimonio dell’umanità. Dobbiamo difendere anche il plurilinguismo nell’istruzione con delle politiche pubbliche adeguate, ma anche nello spazio virtuale della Rete, affinché sopravviva la diversità linguistica e culturale di tutti i gruppi umani; perché ognuno possa studiare la propria storia, la propria identità, traendole dalle fonti simboliche della propria comunità d’origine”.Oltre all’ingiustizia sociale e ai problemi psicologici derivanti dalla perdita dell’utilizzo della propria lingua madre, è necessario essere consapevoli che le diversità biologiche e linguistiche sono indivisibili, interconnesse e dipendenti una dall’altra. Dalla perdita della diversità linguistica si ha la perdita dei saperi tradizionali, sostanzialmente necessari per mantenere la biodiversità e la vita.Nel 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che proclama l’anno 2019 Anno Internazionale delle Lingue Indigene, in base alle raccomandazioni del Forum Permanente per gli Affari Indigeni. Il Forum ha quindi comunicato che il 40 per cento delle 6.700 lingue parlate nel mondo è minacciato di estinzione. Il fatto che la maggior parte di queste lingue minacciate siano lingue indigene, mette in pericolo le culture e i sistemi di conoscenza in cui sono parlate.Come si relaziona tutto questo con l’esperanto e la comunità esperantista? I valori centrali di questa giornata, la diversità e il diritto di ogni persona di parlare la propria lingua madre, sono gli stessi valori che difende il movimento mondiale per l’esperanto. Noi vogliamo che non sparisca alcuna lingua, che ogni lingua sopravviva, nel rispetto dei diritti linguistici di tutti, e che la giustizia linguistica governi l’inter-comunicazione. A questo scopo, da molti anni, anche l’Associazione Universale dell’Esperanto (UEA) e la sua sezione Federazione Esperantista Italiana (www.esperanto.it) festeggiano solennemente questa giornata, per sottolineare, tra l’altro, che la lingua internazionale esperanto non è un assassino di lingue, come sono le lingue delle grandi potenze economiche e militari.
L’esperanto è di fatto una protezione contro la sparizione delle lingue, come ha detto la signora Vigdís Finnbogadóttir (Presidente della Repubblica Islandese negli anni 1980-1996): “E’ già tempo che le diverse nazioni comprendano che una lingua neutrale potrebbe diventare un vero baluardo per le loro culture contro l’influenza monopolistica di solo una o due lingue, come oggigiorno sempre più diventa evidente. Spero sinceramente che l’esperanto progredisca rapidamente per aiutare ogni nazione del mondo”. Forse qualcuno ancora chiede: “Perché proprio l’esperanto?”. Il motivo è semplice. Dietro l’esperanto non ci sono stati, interessi economici, sforzi imperialistici, né popoli il cui interesse sia la sparizione di altri popoli, delle loro lingue, o il raggiungimento dei loro mercati.

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Casse di previdenza, welfare professionale da incentivare

Posted by fidest press agency su martedì, 19 febbraio 2019

Proficuo incontro quello che si è svolto a Roma, presso la sede del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, tra il neo presidente della Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, il senatore Sergio Puglia, il presidente dell’Enpacl – Ente nazionale di previdenza e assistenza dei Consulenti del Lavoro – Alessandro Visparelli e la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone. Al centro del confronto i temi legati al sistema previdenziale delle Casse privatizzate dei professionisti e, più in generale, al sistema pensionistico italiano e le future linee di azione su cui sarà articolato il programma della Commissione parlamentare, che si riunirà per la prima volta nei prossimi giorni. Il senatore ha annunciato ai Consulenti del Lavoro la necessità di favorire il rapporto tra pensionati e nuovi iscritti alle Casse di previdenza, incentivando l’accesso alle professioni ordinistiche dei più giovani – anche tramite il supporto di tutte le Casse -; incentivare misure di welfare professionale e rendere più efficienti i processi organizzativi degli Enti di previdenza privati per fornire servizi di qualità e adeguati a rispondere alle esigenze degli iscritti. La Commissione si arricchirà molto dal confronto con le Casse per comprenderne peculiarità ed esigenze, esportando le buone pratiche presso gli enti previdenziali più in difficoltà. Il presidente Puglia ha, inoltre, apprezzato le attività di formazione realizzate dall’Enpacl e dal Consiglio nazionale dell’Ordine in favore dei loro iscritti: dai corsi sulla pianificazione previdenziale alla sicurezza sul lavoro, fino alle misure di welfare già in atto come la copertura dell’assistenza sanitaria integrativa per i praticanti Consulenti del Lavoro e la polizza sanitaria gratuita per tutti gli iscritti.

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Regionalizzazione del sistema scolastico

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

“Essa mette a repentaglio l’identità e l’unità culturale della Nazione. L’Istruzione così come la Giustizia e la Difesa, ha un valore assoluto. L’art. 33 della Costituzione detta le norme sull’istruzione degli italiani e garantisce l’effettivo esercizio del diritto allo studio ed estendendo l’autonomia differenziata al sistema scolastico, tutto questo potrebbe saltare. Le Regioni infatti, se investite di pieni poteri, avrebbero mani libere non solo di tracciare linee guida completamente slegate dai valori nazionali, ma anche di firmare contratti di lavoro e servizi diversificati. Altro pericolo da scongiurare riguarda gli operatori, dai dirigenti del MIUR, ai dirigenti scolastici, dai docenti agli Ata, per non parlare dei precari. Passando sotto la competenza delle Regioni, si innescherebbero licenziamenti a catena perché chi ha meno risorse non potrebbe supportare questo ulteriore carico. La qualità dell’istruzione non può essere decisa secondo criteri economici e territoriali. Né tantomeno il reclutamento dei lavoratori fatto all’interno dei confini regionali. Fratelli d’Italia dice no alla regionalizzazione della scuola perché la libertà e la qualità dell’insegnamento non possono e non devono essere messi in pericolo”.
Lo dichiara Ella Bucalo, deputato di Fratelli d’Italia e vice responsabile nazionale, con delega alla scuola, del Dipartimento e Laboratorio Tematico dell’Istruzione.

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Diritto autore per l’innovazione e la tutela della creatività nell’era digitale

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

Confindustria Cultura plaude all’accordo raggiunto tra le istituzioni europee sul diritto d’autore: “si tratta di un passo importante per l’innovazione e la tutela della creatività nell’era digitale”. È il commento del Direttore di Confindustria Cultura Fabio Del Giudice in seguito alla fine del negoziato del Trilogo sulla riforma del diritto d’autore nel mercato unico digitale.“L’industria creativa italiana – prosegue Del Giudice – rappresenta, secondo i dati EY, un valore economico complessivo che sfiora i 48 miliardi di euro con oltre un milione di occupati. In tale contesto, l’evoluzione digitale costituisce un fattore determinate di sviluppo per tutti i settori produttivi. Confindustria Cultura è stata fortemente impegnata a sostenere la riforma europea del diritto d’autore e non può che applaudire per il risultato raggiunto dal negoziato in sede EU. Risultato raggiunto nonostante una campagna durissima e manipolatoria dei giganti del web finalizzata a mantenere lo status quo, strumentalizzando principi quali il diritto di accesso e di informazione”.
“L’accordo raggiunto tra i negoziatori del Parlamento europeo e del Consiglio – sottolinea Del Giudice – mira a garantire che i diritti e gli obblighi derivati dal diritto d’autore si applichino anche a Internet. YouTube, Facebook e Google News sono tra le aziende più direttamente interessate da questa legislazione. I co-legislatori si sono inoltre impegnati a garantire che Internet rimanga uno spazio di libera espressione. I frammenti degli articoli di cronaca potranno così continuare ad essere condivisi senza violare il diritto d’autore, così come le GIF e i meme. La normativa non introduce nessun filtro e i diritti fondamentali dei cittadini sono stati salvaguardati. Attualmente, le società di internet non sono responsabili dei contenuti che i loro utenti caricano. Gli autori sono pertanto costretti a controllare ciò che è pubblicato, chiedere la rimozione di ciò che è illecito senza garanzia che pochi istanti dopo la violazione non si ripeta. Come le piattaforme contestano, ciò è oltremodo oneroso. Il problema è che oggi l’onere è interamente a carico di chi crea, mentre i profitti sono prevalentemente a favore di chi intermedia. La direttiva riequilibra gli oneri: precisando che alcuni obblighi restano a carico dei titolari dei diritti ma chiedendo alle piattaforme di assumersi la propria parte di responsabilità”.
“L’introduzione della responsabilità per le società online – conclude Del Giudice – aumenterà le possibilità dei titolari dei diritti (musicisti, interpreti, sceneggiatori, scrittori, fotografi, giornalisti… nonché editori, produttori audio-video, case discografiche…) di ottenere accordi di licenza equi, con una remunerazione più giusta per l’uso delle loro opere sfruttate in forma digitale. Per l’intero comparto è ora fondamentale che il testo di compromesso venga approvato in via definitiva dal Parlamento in tempi brevi”.

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Produttività zero e recessione

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

Recessione tecnica, recessione economica, crisi economica. Troppe definizioni e poche decisioni, quando, invece, in Italia necessiterebbe un programma concreto di rilancio dell’economia, fatto d’investimenti, di lavori pubblici, d’incentivi per la modernizzazione e l’occupazione. In situazioni di emergenza, sarebbe necessario un accordo bipartisan per lo sviluppo, come ha saputo fare, anche con molte difficoltà, la Germania. In casa nostra, purtroppo, ieri come oggi, si preferisce “gufare”, “tifare” per il fallimento dell’altro, facendo perdere tutti, soprattutto il Paese. L’ultima cosa di cui si ha bisogno sono le pagelle delle agenzie private di rating e del poco affidabile Fondo Monetario Internazionale.
Gli analisti e la stampa internazionale, come al solito, puntano il dito sul nostro alto debito pubblico e sui ritardi delle cosiddette riforme strutturali dell’economia italiana. Temono che una successiva contrazione economica possa avere delle conseguenze sull’intero sistema.
Secondo noi, una delle debolezze più preoccupanti, da correggere con urgenza, è la bassa produttività dell’economia italiana.
Dal 2000 il nostro sistema non ha registrato alcun aumento della produttività!
Si ha tale aumento quando, attraverso nuove tecnologie e innovazioni, si produce di più con la stessa mano d’opera. La crescita della produttività è il motore della competitività di ogni sistema.
Occorre dire, in verità, che le nostre imprese sono state comunque capaci di mantenere un elevato grado di competitività, sfruttando l’innata creatività scientifica e imprenditoriale e mantenendo, nonostante tutto, la bilancia commerciale positiva, sostenuta da un export che dal 2009 è cresciuto del 25%. Nel medio periodo, però, la scarsità dell’innovazione e della modernizzazione non regge il confronto con gli altri paesi che investono, e molto, nelle nuove tecnologie.
La mancata crescita della produttività non è, comunque, imputabile solo all’alto indebitamento pubblico. Il Giappone, per esempio, ha un gigantesco rapporto debito/pil del 237% ma è il primo paese al mondo, prima degli Usa e della Germania, per la crescita della produttività.
Non si può, quindi, imputare l’entrata in “recessione tecnica” soltanto all’effetto di fattori esterni, quali la contrazione economica cinese e tedesca. Nemmeno a certi retaggi del passato, come i disastri della grande crisi finanziaria ed economica del 2008.
Ciò detto, ovviamente la nostra economia soffre più degli altri quando le citate “locomotive” frenano.
Nel 2017 l’’export di soli beni, senza i servizi, dell’Italia verso gli altri paesi europei è stato di 250 miliardi di euro, pari al 55% di tutte le nostre esportazioni. La Germania ha, invece, esportato in Europa beni per 750 miliardi: detiene il 22,4% di tutto il commercio infra Ue, mentre la quota italiana è appena del 7,4%. L’Italia mantiene la quinta posizione, dietro anche all’Olanda, alla Francia e al Belgio.
Il più grande surplus nel commercio interno all’Ue (export meno import) è detenuto dall’Olanda con ben 200 miliardi di euro. Mentre l’Italia nel 2017 ha avuto un surplus di oltre 8 miliardi, la Francia e la Gran Bretagna, invece, hanno registrato un deficit nel commercio di beni con gli altri paesi europei rispettivamente di 107 e 110 miliardi di euro. Sono dati, questi ultimi, per certi versi sorprendenti.
L’Eurostat prevede una momentanea contrazione dell’economia europea. Senz’altro la causa principale è legata all’altalenante guerra dei dazi che Trump ha lanciato contro la Cina e l’Ue. La Germania, in particolare, soffre degli scandali, originati negli Usa, contro le emissioni di gas e dei dazi americani sull’import di auto tedesche.
Negli anni passati, l’Europa, in primis la Germania, ha beneficiato della politica cinese di modernizzazione. La Cina è il più grande mercato di macchinari tedeschi di vario tipo. La flessione della crescita cinese in corso va, quindi, a impattare l’export tedesco e comunitario.
Non possiamo, quindi, negare i rischi di crescenti difficoltà per la nostra economia. Anche perché si deve tener presente che l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha ancora recuperato la perdita di pil provocata dalla grande crisi globale del 2008. E’ ancora di circa il 4% sotto il livello pre crisi. Anche gli investimenti, pubblici e privati, sono sotto del 19,2%. In dieci anni, poi, gli investimenti pubblici sono scesi dal 3% all’1,9% del pil. I consumi delle famiglie e il loro reddito disponibile sono inferiori rispettivamente dell’1,9% e dell’8,8% rispetto a dieci anni fa.
L’ingresso dell’Italia in una fase di recessione ha già fatto sentire il suo segno negativo anche sulla borsa, in particolare sui titoli bancari. Si teme che la decrescita possa generare nel sistema bancario nuovi crediti deteriorati e rallentare lo smaltimento dello stock in sofferenza. A fine 2017 i suddetti crediti deteriorati ammontavano ancora a 264 miliardi di euro, pari al 17,6% del totale. E ciò avviene mentre la Bce sta riducendo il quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli di Stato, che finora ha aiutato a sostenere i debiti pubblici sul mercato.
Con la recessione il governo, a corto di munizioni, potrebbe essere tentato di aumentare il debito, sempre più caro e meno gestibile, o di aumentare la pressione fiscale. Occorre evitare di rincorrere la spirale negativa e, invece, è importante mettere in campo azioni anticicliche di sostegno agli investimenti, all’innovazione e al lavoro. Bisognerebbe far ripartire, senza perdere ulteriore tempo, tutti i cantieri e gli investimenti, anche privati, già decisi e finanziati. Sostenere i consumi è importante ma non sufficiente a rimettere in moto un’economia in recessione. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia Paolo Raimondi economista)

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Investire nell’agricoltura?

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

Sì ma con approcci innovativi che permettano a tutti di avere accesso ai finanziamenti. È quanto hanno concordato i capi di Stato e di Governo dei 177 membri del Fondo Internazionale per l’Agricoltura (IFAD) riuniti ieri e oggi a Roma.
Approcci innovativi servono infatti nelle zone rurali dei Paesi in via di sviluppo dove ad oggi ancora vivono le popolazioni più povere del pianeta. “Innovazione rurale e spirito imprenditoriale” è stato il titolo di questo 42esimo Consiglio dei Governatori IFAD, con l’obiettivo di approfondire come investimenti in tecnologia, innovazione e sviluppo della piccola impresa possano aiutare a superare la sfida globale collegata alla diffusione di fame e povertà nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo.“I piccoli agricoltori hanno un immenso bisogno di ricevere finanziamenti – ha detto il presidente IFAD Gilbert F.Houngbo – le stime sono di duecento miliardi di dollari in Africa subsahariana, Asia meridionale e del Sud-Est, America Latina. E con queste parole il presidente Houngbo ha lanciato nella mattinata il Fondo Agri-Business Capital (ABC), nato proprio per facilitare l’accesso ai finanziamenti alle piccole imprese agricole fino ad oggi tagliate fuori per diversi motivi dagli investimenti privati. Un modo per permettere loro di sviluppare business e creare nuovi posti di lavoro tra le popolazioni rurali più povere, in particolare per i giovani.Il Fondo, di carattere indipendente, è stato lanciato congiuntamente da IFAD, Commissione Europea, Gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), governo del Lussemburgo e Alleanza per una Rivoluzione Verde in Africa (AGRA).
E se “l’IFAD resta un punto di riferimento in un mondo in continuo combiamento”, come ha spiegato il presidente del Fondo Internazionale per l’Agricoltura, ciò non toglie che si debba pensare a degli aggiustamenti che aiutino a rispondere alle necessità delle popolazioni ai margini. “L’innovazione è fondamentale – ha concluso Houngbo – grazie ad essa l’IFAD proseguirà ad investire nelle popolazioni rurali e a fare quindi la sua parte nel porre fine a povertà e fame”.Di innovazione e modalità per facilitare l’accesso agli investimenti ha parlato anche la delegazione dei popoli indigeni, riunitasi martedì e mercoledì scorso all’IFAD per il 4° Forum dei popoli indigeni. Il Forum è all’apice di un processo di discussione che va oramai avanti da otto anni e che vede queste popolazioni dialogare tra di loro e con i Capi di Stato e Governo a proposito dei loro diritti e competenze.Il tema dell’innovazione nei partenariati è stato affrontato durante un panel di discussione sulle modalità con cui sfamare una popolazione in continua crescita in un mondo che possiede risorse limitate.A parlarne, la presidente della Fondazione EAT, Gunhild Stordalen, che ha presentato il recente rapporto “Eat-LancetCommission”: “tutti devono essere invitati al tavolo – ha spiegato Stordalen – abbiamo bisogno di nuovi modi per coinvolgere gli abitanti delle zone rurali, dare loro la possibilità di accedere a capitali e mercati equi, permettere la condivisione di saperi”. E ha quindi concluso: “sono felice di vedere come l’IFAD assuma un ruolo di guida nell’affrontare quest’agenda e nel trovare soluzioni per fare in modo che ciò accada”.Un ruolo che l’IFAD porterà avanti, anche se con qualche aggiustamento, ha ricordato il presidente Houngbo concludendo i lavori della giornata: “l’IFAD non vacillerà nella sua missione – ha infatti detto – ciò nonostante dobbiamo mostrare lo stesso coraggio di innovare che hanno mostrato i nostri relatori. L’obiettivo ultimo del Fondo Internazionale per l’Agricoltura è di investire sulle donne e sugli uomini delle zone rurali povere per far sì che la povertà venga sconfitta”.
Il Consiglio dei Governatori ha dato il benvenuto alla Polonia quale nuovo Stato membro IFAD, portando a 177 i paesi del Fondo Internazionale per l’Agricoltura.

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Le città e le regioni dell’UE chiedono un vero e proprio fascicolo sanitario elettronico europeo

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 febbraio 2019

By ​Fernando López Miras. Il Comitato europeo delle regioni appoggia all’unanimità il parere di Fernando López Miras, presidente della regione di Murcia, sulla digitalizzazione del settore sanitario in Europa La digitalizzazione dei sistemi sanitari può favorire l’efficienza e l’efficacia delle risorse, migliorando nel contempo la qualità e l’assistenza personalizzata dei pazienti. Negli ultimi decenni la speranza di vita è aumentata rapidamente e in modo costante in tutta l’UE, ma dal 2011 ha subito un netto rallentamento. Una migliore prevenzione delle patologie e interventi di assistenza sanitaria più efficaci potrebbero evitare 1,2 milioni di decessi prematuri all’anno nell’UE (CE). Gli Stati membri dell’UE spendono in media l’8,3% del PIL per l’assistenza sanitaria ( Eurostat ).
I membri del Comitato europeo delle regioni (CdR) hanno adottato all’unanimità un parere sulla digitalizzazione del settore sanitario . Il parere risponde e contribuisce alla comunicazione della Commissione europea relativa alla trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza nel mercato unico digitale, alla responsabilizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più sana , pubblicata nell’aprile 2018.
L’aumento delle patologie croniche e della multimorbilità in Europa è alla base di un crescente fabbisogno di risorse e di un incremento della spesa sanitaria in tutti gli Stati membri.
Gli Stati membri dell’UE spendono in media l’8,3% del PIL per l’assistenza sanitaria. La Germania (11,2%), la Svezia (11%) e la Francia (11%) sono i paesi che presentano il più elevato rapporto tra spesa sanitaria e PIL. In Polonia, Lussemburgo e Lettonia la spesa sanitaria ha rappresentato invece meno del 6,5% del PIL, mentre in Romania, con il 5%, si registra il rapporto più basso di tutta l’UE (Eurostat).Le soluzioni digitali per la salute contribuiscono a ridurre i tempi di consultazione medica e a facilitare il coordinamento multidisciplinare per il trattamento dei pazienti.La digitalizzazione del settore sanitario sarebbe di particolare importanza per superare l’isolamento e migliorare l’assistenza personalizzata dei cittadini che vivono nelle zone rurali, nelle regioni remote, nelle isole e nei territori a scarsa densità di popolazione.I membri sottolineano che i formati e gli standard dei sistemi di cartelle cliniche elettroniche utilizzati nell’UE continuano a essere incompatibili tra loro.I leader locali ritengono imprescindibile instaurare un dialogo tra l’offerta e la domanda, e favorire i processi di co-creazione delle soluzioni digitali.Il CdR chiede un sistema UE di accreditamento, certificazione e convalida delle nuove applicazioni e apparecchiature per pazienti e operatori sanitari, al fine di individuare quelle da considerarsi realmente utili o che potrebbero addirittura essere oggetto di prescrizione da parte di un operatore sanitario. Tale sistema ridurrebbe gli ostacoli amministrativi, consentendo alle soluzioni approvate in uno Stato membro di essere facilmente commercializzate anche in un altro paese. (fonte: Comitato europeo delle regioni)

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TAV, politica e lotta partigiana

Posted by fidest press agency su domenica, 17 febbraio 2019

Di Vincenzo Olita. Era il marzo del 2013 quando nell’introduzione all’undicesimo Rapporto sulle liberalizzazioni scrivevo: “Ad uno sguardo sommario potrebbe sembrare poco ortodossa, rispetto ad una visione liberale, la nostra posizione espressa sulla realizzazione dell’Alta velocità Torino-Lione. Ma così non è. Certamente, la modernizzazione del Paese passa anche attraverso nuove infrastrutture, ma non può non essere conseguente a scelte razionali che scaturiscano da valutazioni tecniche ed economiche. E sono proprio quest’ultime a sostanziare la posizione anti Tav di un movimento di cultura liberale qual è Società Libera. Non è quindi una posizione da NIMBY o genericamente ambientalista, ma una ponderazione accorta di dati, quali il volume di traffico previsto, la non necessità di una nuova interconnessione con la Francia – si noti che oggi esistono solo tre coppie di convogli giornalieri tra Milano e Parigi, oltretutto, assicurati dalle ferrovie francesi.”
Infatti è tale il traffico passeggeri da e per la Francia, via Modane, che le Ferrovie italiane non prevedono nessun collegamento, i Tgv utilizzati dalle ferrovie francesi sulla tratta Milano Parigi impiegano 4 ore e 15 minuti per percorrere 520 Km in territorio francese e 3,05 ore per 202 KM da Milano al confine di Modane. Il Tgv in partenza da Milano Porta Garibaldi alle 6,00 impiega 1 ora e 37 per arrivare a Torino P.ta Susa, a fronte dei 45 minuti di un Frecciarossa su servizio interno. Come mai? Semplice, non si ritiene di far viaggiare un convoglio internazionale sulla linea ad Alta velocità, sprecando in tal modo 52 minuti su un primo tratto di 127 Km, così come si effettua un solo collegamento giornaliero diretto con Tgv tra Torino e Lione.
Contemporaneamente la politica proclama il suo impegno a non isolare il Paese ed insiste per la realizzazione di una galleria di 57 Km tra Susa e Saint-Jean de Maurienne,in effetti in questo consiste la realizzazione della Tav Torino Lione, considerando che la Francia dalla galleria di St. Jean a Lione non prevede la realizzazione di alcuna nuova linea. La credenza diffusa è che il nuovo collegamento internazionale interessi 235 Km ferroviari del paneuropeo corridoio V Lisbona Kiev, ma così non è. Mentre il dibattito politico oscilla tra mito e realtà, del corridoio resta solo la pomposità della sua stessa definizione, considerato che il Portogallo da anni ha rinunciato al progetto, la Spagna ha dato priorità al trasporto passeggeri su tratte nazionali e al di là di Trieste non vi è traccia del corridoio.
In effetti la scelta di realizzare o meno la Tav attiene solo alla competizione politica tra minoranza e maggioranza e all’interno di questa tra Lega e 5Stelle, in tutti i casi la quasi totalità degli attori in campo si affida e utilizza convinzioni utili e funzionali alla propria appartenenza partitica.
Società Libera quanto mai distante da simili approcci, abbiamo iniziato ad esprimere questa posizione ben prima dell’arrivo dei 5Stelle in Parlamento, ritiene che l’Italia abbia necessità di infrastrutture grandi e piccolesi pensi solo alla drammatica condizione dei nostri ospedali, delle nostre carceri, delle nostre scuole, del nostro dissesto idrogeologico, per poter rincorrere un obsoleto progetto frutto di una gigantesca visione paneuropea.
L’Italia, come sistema ferroviario, non è affatto isolata sul versante alpino francese, basterebbe apportare dei miglioramenti strutturali al tratto Saint-Jean de Maurienne-Oulx. Certamente la sola revisione del tracciato esistente non assicurerebbe un gran livello occupazionale, né particolari fatturati per imprese specializzate nel settore, ma la valutazione dei due parametri andrebbe estesa alla parcellizzazione di attività lavorative sull’intero territorio nazionale. In sintesi, il Paese dovrebbe auspicare il potenziamento di una infrastruttura esistente e l’utilizzo di qualche miliardo di euro per grandi e piccole opere tese alla modernizzazione della nostra quotidianità; l’isolamento sarebbe solo quello di madamine e dei militanti no Tav, in cerca di visibilità politica, e della dirigenza dei due fronti schierata partigianamente a favore o contro senza neppur valutare a fondo le rispettive soluzioni, in molti casi senza neppure conoscere le condizioni geosituazionali. (fonte: http://www.societalibera.org)

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Quali saranno le professioni del futuro: fondamentale il ruolo della scuola

Posted by fidest press agency su domenica, 17 febbraio 2019

Da considerare anche come il processo di automazione potrà creare nuove opportunità di occupazione è una delle sfide del nostro secolo nonché l’oggetto della ricerca “Il futuro delle competenze”, che Pearson ha realizzato in collaborazione con Nesta e Oxford Martin School. La ricerca si occupa di analizzare quali saranno i trend del mercato da qui ai prossimi dieci anni: quali professioni cresceranno e quali subiranno una contrazione e, in parallelo, quali competenze professionali saranno più importanti in ottica occupazionale. Da questa fotografia emergono suggerimenti su come poter reagire alle sfide imposte dai nuovi processi di innovazione tecnologica.La ricerca, che si è concentrata sull’analisi dello scenario inglese e americano, ha messo in luce come il mondo dell’occupazione stia cambiando e quali sono gli ipotetici scenari che potranno configurarsi: ne emerge una fotografia realistica e affidabile delle professioni, e delle correlate competenze professionali, che saranno maggiormente richieste in futuro. La ricerca è condotta con un innovativo approccio “misto” alla previsione che, combinando il giudizio di esperti con il “machine-learning classifier” (classificatore di apprendimento automatico), aumenta la capacità di valutare le probabilità di sviluppo o contrazione tanto delle professioni quanto delle competenze ad esse correlate.
Circa il 10% della forza lavoro – ci dice la ricerca – si occupa oggi di attività che cresceranno, mentre il 20% di attività verosimilmente andranno a ridursi. In settori quali istruzione, sanità e impiego pubblico si assisterà ad una considerevole crescita dell’occupazione, mentre è poco probabile che occupazioni, pur a bassa specializzazione, in campi come l’edilizia e l’agricoltura, vadano incontro a un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro.Per quanto concerne le restanti attività lavorative – circa il 70% – semplicemente non sappiamo con certezza che cosa accadrà. Tuttavia, la ricerca sul futuro delle competenze suggerisce che la ridefinizione delle mansioni, unitamente alla formazione continua (reskilling) della forza lavoro, potrebbe promuovere la crescita di queste occupazioni.
Lo studio, la cui analisi intende discostarsi sia dalle visioni allarmistiche sia da quelle trionfalistiche circa l’impatto dell’innovazione tecnologica sul lavoro e sulle professioni, si concentra particolarmente sulla riorganizzazione dello schema delle competenze professionali, con un occhio di riguardo allo spostamento di importanza che alcune di esse assumeranno rispetto ad altre, ed evidenziando collegamenti tra le skills più richieste attraverso un’analisi del contesto professionale futuro.Le abilità che saranno con molta probabilità più richieste in futuro saranno quelle che implicano spiccate competenze e abilità interpersonali, cognitive e di sistema. Quello che si ipotizza è che la futura forza lavoro avrà bisogno di una conoscenza molto più approfondita e ampia, e di competenze sempre più specializzate, perché necessarie ad occupazioni specifiche.Fondamentale, in questo contesto, il ruolo della scuola cui è affidato il compito di fornire le employability skills, ovvero le nuove competenze trasversali strategiche per un mondo del lavoro investito da un cambiamento continuo, tecnologico e organizzativo.Il fulcro della ricerca, condotto dai ricercatori Bakhshi, M. Downing, Osborne e Schneider e adattato per l’Italia da Paolo Magliocco, è stato quello di identificare, attraverso un metodo completo che tenesse conto di tutte le possibili variabili, le competenze, le abilità e le conoscenze probabilmente più richieste in futuro dal mercato del lavoro.“L’identificazione di “panieri” di competenze, capacità e aree di conoscenza che, con la massima probabilità, saranno importanti in futuro – si legge ne “Il futuro delle competenze” – come pure degli investimenti in competenze che avranno il maggiore impatto sulla domanda occupazionale, fornisce informazioni che educatori, aziende e governi possono usare per determinare le proprie strategie e guidare le azioni per il futuro.”
La ricerca mostra dunque in maniera chiara che in futuro sarà sempre più il sistema educativo, e in particolare la scuola, a svolgere un ruolo fondamentale nella preparazione di lavoratori in grado di muoversi attivamente nel mercato del lavoro: una buona formazione e il possesso di employability skills saranno infatti indispensabili in ambito professionale.La ricerca è disponibile online sul sito: pearson.it/futuro-competenze

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In Pakistan vi sono attualmente 187 cristiani detenuti in carcere per blasfemia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Quasi 200 casi come quello di Asia Bibi di cui nessuno parla. . Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp), ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in visita nel Paese asiatico. Se la vicenda giudiziaria della madre cristiana si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli nella fede non è così.Con “legge antiblasfemia” si intendono principalmente due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano (i commi B e C). L’articolo 295B prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il 295C la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.«La legge anti-blasfemia è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali – aggiunge Chaudhry – E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze».È esattamente quanto è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta ad ACS padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega ad ACS l’avvocato Tahir Bashir – L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».Come per Asia Bibi, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto. «Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf ad ACS – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad ACS – so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!».

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‘Patto per la ricerca’ tra Gallerie degli Uffizi e Biblioteca nazionale di Firenze

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Firenze. Le due istituzioni del Ministero per i beni e le attività culturali stanno infatti collaborando per favorire dialogo e integrazione tra i propri archivi digitali consentendo così a tutti gli utenti indagini informatiche più ricche e complete.
Grazie ad un accordo firmato dal Direttore della Biblioteca nazionale centrale di Firenze Luca Bellingeri e dal Direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, un team formato da bibliotecari, specialisti di conservazione e informatici, ha reso possibile la sinergia fra i cataloghi delle due istituzioni. Dunque adesso, tramite il Thesaurus online della Biblioteca nazionale centrale di Firenze (http://thes.bncf.firenze.sbn.it/ricerca.php), ricco di oltre 60.000 termini, si creano collegamenti fra descrizioni di opere d’arte del patrimonio fiorentino del catalogo online delle Gallerie degli Uffizi e pubblicazioni sullo stesso tema possedute dalla Nazionale; allo stesso tempo, le Gallerie degli Uffizi hanno arricchito le funzionalità dei loro archivi digitali integrando negli strumenti di ricerca catalografica anche i riferimenti al Thesaurus, garantendo così interazione bidirezionale tra le banche dati dei due istituti. Tale modello di collaborazione, sottolinea Bellingeri, “è la prova di come, nel mondo dei beni culturali, sia fondamentale l’uso di strumenti comuni, aperti ed integrabili, pur nel rispetto degli standard dei domini di appartenenza”. E, aggiunge Schmidt, “da oggi, con questo accordo, arte e patrimonio librario parlano sempre più la stessa lingua”.

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Le abitudini alimentari del consumatore italiano

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Il CREA, il principale Ente di ricerca italiano sull’agroalimentare, parteciperà alla terza edizione di AQUAFARM, l’evento internazionale leader sui temi di acquacoltura, algocoltura ed industria della pesca del Mediterraneo, in programma alla fiera di Pordenone il 13 e 14 febbraio 2019.I ricercatori del CREA Zootecnia e Acquacoltura, Domitilla Pulcini e Fabrizio Capoccioni interverranno il 14 febbraio, in una delle sessioni del programma, dedicata agli “Ingredienti per garantire un’alimentazione sana e sicura – Dalla trasformazione del pesce allevato, alle scelte di GDO e HoReCa, a quelle dei consumatori. Cosa arriva nei piatti?”, con una relazione intitolata “I prodotti di acquacoltura: consapevolezza del consumatore italiano, abitudini di acquisto e consumo”. Oltre agli ultimi dati sulle produzioni dell’acquacoltura nazionale, il CREA descriverà i risultati di una ricerca condotta in Italia in collaborazione con la GDO e le associazioni dei consumatori sulle abitudini e le tendenze di acquisto e consumo di pesci, molluschi e crostacei allevati. L’indagine, avviata nel 2017 e tutt’ora in corso, ha raggiunto le 8236 risposte. Il questionario sui consumi dei prodotti d’acquacoltura è stato distribuito attraverso i social media e con la collaborazione di Esselunga e le Associazioni dei consumatori. Sebbene le risposte siano pervenute da tutta Italia, oltre il 70% delle risposte provengono dal centro-nord Italia.
Dalle risposte si conferma il crescente interesse degli italiani per questi prodotti: oltre il 30% del campione acquista prodotti di acquacoltura meno di una volta al mese, il 74% consuma mediamente meno di 2 chili/settimana e la spesa per i prodotti di acquacoltura, per metà del campione, oscilla fra i 20 e i 50 euro al mese. I luoghi preferiti di acquisto rimangono supermercati (87%) e pescherie (42%) rispetto ai gruppi di acquisto, alla vendita diretta o a anche online (0.4%). I prodotti allevati freschi sono quelli maggiormente acquistati (84%) rispetto a quelli surgelati, decongelati o in scatola. Il pesce marino rappresenta il prodotto d’allevamento prevalentemente acquistato (77%), seguito dai molluschi (48%), crostacei (37%) e dal pesce d’acqua dolce (31%).Dall’indagine emerge una maggiore consapevolezza verso i prodotti allevati con metodi sostenibili, tra i quali i prodotti biologici, che vengono spesso (5%) o saltuariamente (23%) acquistati dal campione. Ma la tendenza del mercato verso prodotti d’allevamento sostenibili è chiara poiché il 52% del campione degli intervistati ha dichiarato di essere disposto a pagare un prezzo maggiore per prodotti di acquacoltura biologica, grazie all’assenza di antibiotici durante il processo di allevamento (58%) un maggiore controllo lungo tutta la filiera (47%) e perché hanno un basso impatto ambientale (34%). Comprendere meglio le abitudini dei consumatori nei confronti dei prodotti dell’acquacoltura consentirà di definire strategie più mirate, sia dal punto di vista delle politiche a sostegno delle produzioni che del marketing, favorendo un aumento dei consumi.

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Omofobia: recrudescenze in Cecenia e in Algeria

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

“Le gravi notizie di violenze omotransfobiche che in queste settimane ci giungono dalla Cecenia e dall’Algeria non possono passare sotto silenzio nel nostro Paese e ancora di più nelle sedi dell’Unione europea”: così Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay. Che prosegue: “Nei giorni scorsi uno studente di 21 anni è stato sgozzato nel suo appartamento ad Algeri e il suo sangue è stato utilizzato per marchiare con la scritta gay le pareti di quella stanza. Pochi giorni prima, il primo ministro algerino Ouyahia aveva rilasciato un’intervista nella quale respingeva categoricamente i tentativi di modificare la legge di quel Paese, che attualmente considera l’omosessualità un reato. Analogamente, negli ultimi giorni ha ripreso forza la violenta ondata di repressione ai danni delle persone lgbti in Cecenia: stando alle cronache, dall’inizio dell’anno oltre 40 persone sono state arrestate e torturate in quel Paese perché ritenute omosessuali. Su queste vicende non è possibile restare indifferenti – protesta Piazzoni -, anzi sono quantomeno doverose una presa di parola ufficiale e azioni diplomatiche per contrastare questi fenomeni. Ad oggi solo gli attivisti delle reti internazionali sono mobilitati, in totale solitudine. La politica resta silente e questo è inaccettabile”, conclude.

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Sostegno dell’internazionalizzazione di IVS, gruppo italiano leader del vending

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Sostenere la crescita del primo player in Italia e secondo in Europa nel settore della ristorazione automatica. È l’obiettivo del finanziamento da 150 milioni di euro concesso a IVS, noto brand della distribuzione automatica di bevande e snack, da BNL Gruppo BNP Paribas, MPS e Rabobank in partnership con SACE SIMEST, Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP.SACE SIMEST (Gruppo CDP) è intervenuta in un finanziamento di 150 milioni di euro erogato dal pool di banche. L’operazione andrà a supportare nuove acquisizioni dell’azienda, pioniera del settore e avanguardia di innovazione applicata al vending con all’attivo più di 100 acquisizioni nel periodo 2012-2017, che ha fatto della strategia di internazionalizzazione il driver primario della propria crescita.“Siamo lieti di aver concluso con SACE SIMEST quest’operazione, che è coerente con la strategia di sviluppo del gruppo IVS e ne conferma lo standing presso primarie istituzioni finanziarie” ha dichiarato Antonio Tartaro, amministratore delegato di IVS Group.
Nato nel 1971, il Gruppo è il primo operatore in Italia e il secondo in Europa nel settore del Food Service, in particolare nel mercato dei distributori automatici di bevande e snack, con un parco di 185 mila macchine che eroga più di 800 milioni di consumazioni all’anno. IVS Group opera in 4 Paesi al servizio di clienti corporate, quali Pirelli, TIM, BNP Paribas, del pubblico, come Poste Italiane, Metropolitane Milanesi, ADR Aeroporti di Roma e SEA Aeroporti Milano nonché di PMI. L’azienda è anche attenta alla sostenibilità ambientale e sociale e attraverso il marchio Vending Made Responsible comunica i progetti di ecologia, sensibilizzazione per un’alimentazione sana e naturale e valorizzazione del commercio equo e solidale di cui si fa promotrice.

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