Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Archive for the ‘Spazio aperto/open space’ Category

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Commento post elezioni e prospettive

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager, BlueBay Asset Management. “L’esito delle elezioni italiane è stato in linea con le aspettative del mercato. A nostro avviso ci sono rischi legati a una politica economica più nazionalista e meno collaborativa da parte del nuovo governo di destra, ma riteniamo che Meloni abbia dato finora l’impressione di essere una politica molto più ortodossa di Salvini o persino di Berlusconi. Il fatto che la maggioranza del suo partito sia persino più ampia di quella di Forza Italia e della Lega messe insieme ci conforta sul fatto che seguirà le politiche promesse, che sono essenzialmente in netto contrasto con i suoi partner di coalizione: pro-Ucraina/anti-Russia, fiscalmente rigorose e più allineate alle politiche europee anche per quanto riguarda la Belt and Road Initiative cinese. Se nelle prossime settimane i negoziati con l’UE sul bilancio di quest’anno saranno positivi, la necessità di un approccio cooperativo alla sicurezza energetica dell’Unione, che favorirà l’agenda nazionalistica italiana, e di una posizione unitaria nei confronti dell’aggressione russa (più Polonia che Ungheria), a nostro avviso implicherà che gli Spread e i rendimenti dovrebbero restringersi fino alla fine dell’anno con nuove emissioni negative”.

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Siciliani giovani: Uno sguardo al futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 1 ottobre 2022

L’Italia ha dato al mondo il fascismo e la mafia, ma anche l’antimafia e la resistenza: Mussolini e Andreotti, ma anche Pertini e Borsellino. Non rimuoviamo la vergogna e non dimentichiamo l’onore.Noi non abbiamo sogni, non lamentele, non critiche da fare – ora – ai politici che ci hanno portato qui: ci sarà tempo per parlarne. Ora bisogna semplicemente guardarci in faccia, decidere – ciascuno – cosa vogliamo fare e agire di conseguenza. Qua ai “Siciliani” la cosa è semplice: noi lotteremo contro il potere mafioso che ha, riammazzando Falcone, riconquistato Palermo.Ai nostri amici antichi, ai vecchi compagni di strada, diciamo che noi siamo sempre qui, e saremmo più forti se ci fossero anche loro. Ai nostri giovani amici, che amano le belle idee ma non hanno tempo per lavorarci, diciamo che oggi è il momento in cui, col rischio e la fatica, possono diventare davvero uomini e donne. Il popolo siciliano, coi suoi acclamati mafiosi e i suoi buffoni, attraversa oggi uno dei momenti più bassi della sua storia. L’Italia, cent’anni dopo, ritrova la sua povera tana nella paura degli altri e nell’egoismo. “Eppure – diranno gli storici – non eravate soli. Fascisti voi, ma fascisti pure paesi civilissimi come gli svedesi”. I russi e i fratelli ucraini, che morirono in massa per fermare il nazismo, hanno svastiche e rune nelle loro file. L’America che combattè per liberare i neri e stroncare Hitler ha molti che rimpiangono la schiavitù e il razzismo. L’ignoranza del povero e l’egoismo del ricco si sposano, a nord a sud, per infelicitare la vita. A questo buio che si allarga per coprire il cielo, opponiamo i nostri semplici corpi e la nostra vita. Vogliamo vivere, studiare, crescere, lavorare, viaggiare, amare, essere amati, fidarci dei nostri padri, sorridere ai nostri figli: tutto qua. E siamo decisi a muoverci per non dover rinunciare a tutto questo.Sicilia buco del mondo, Sicilia dei morti di mafia, Sicilia dei ragazzi di Fava e di Borsellino. Sicilia feroce e povera, Sicilia di dignità e di bandiere. Sicilia con la valigia di cartone, Sicilia con la lupara e le bombe. In questo piccolo mondo, nella disgrazia di oggi e nell’amore di ieri, si concentra tutto. E non servono più parole.

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Gli italiani e il potere invisibile

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Già molti anni fa un celebre avvocato, Achille Battaglia, scrisse in un suo libro titolato “Il giudice e la politica”, che se si vuole conoscere una determinata società bisogna guardare, più che alle leggi che la regolano, alle sentenze dei suoi giudici. “A questo proposito oggi andrebbe aggiunto che il lasciare languire la giustizia impantanandola in un mare di processi in attesa di giudizio, o perseguendo in maniera “maniacale” alcuni aspetti formali ritenuti non del tutto tutelati sia nella fase istruttoria sia in quella giudicante, non si fa che rendere un pessimo servizio alla stessa giustizia. Inoltre, l’allentamento delle verifiche, sia burocratiche, per il venire meno dello stato accentra-to, sia politiche, per la particolare situazione italiana che ha visto l’opposizione politica spesso più impegnata nel tentativo di co-governo che nel ruolo di controllo, ha portato a concentrare nel giudice penale gli unici interventi di verifica della regolarità dell’azione amministrativa, cioè il potere di controllo. Oltre, naturalmente, a quello che l’opinione pubblica esercita soprattutto attraverso l’opera della stampa d’informazione: occorre però precisare la scarsa attenzione della pubblica opinione a fenomeni di corruzione e di malgoverno amministrativo, essendo la massa dei cittadini attestata su un atteggiamento passivo di rassegnazione, se non di acquiescenza. Infatti, per quanto vi siano stati dei sinceri moti d’entusiasmo per taluni operati della giustizia, come l’azione condotta brillantemente dai magistrati di “mani pulite” milanesi e dai pool palermitani e fiorentini o di altre procure, questa carica emotiva sembrava incapace di avere una tenuta di largo respiro e di sapersi tradurre in una continua e ininterrotta azione di stimolo in difesa del diritto e in odio alla sopraffazione dei poteri che mestano nel torbido. A tutto ciò si aggiunga quel grave fenomeno, denunciato principalmente da Bobbio, che è costituito da ciò che egli affermava essere la mancata realizzazione di una promessa fondamentale della democrazia. (Riccardo Alfonso)

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Fare disinformazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Oggi è un tema ricorrente come se la nostra generazione, e non altre, sia la genitrice di questa “devianza sulla strada della verità”. Niente di più errato. Posso dire, invece, che la disinformazione sia stata un’arte coltivata a dovere in ogni generazione di umani e oggi ne possiamo riscontrare talune storture nella storia che ci è stata tramandata e, nonostante ciò, pretendiamo a un popolo di discenti di prenderla per buona. Così sono stati creati i mostri e gli adoni nei millenni passati e così facciamo passare per buoni i cattivi e i cattivi per onesti, per buona pace di tutti. Oggi, tuttavia, c’è una grossa differenza. Per la prima volta abbiamo l’opportunità di vederci meglio nelle pieghe delle segrete cose ma a condizione che sappiamo ben sfruttare quell’arma a doppio taglio che si chiama informazione. Oggi le notizie si sono centuplicare, rispetto ad alcuni anni fa, e i mezzi per diramarle si sono espansi. Ha incominciato la carta stampata per poi aggiungersi, via via, la cinematografia, la radio, la televisione, la multimedialità e internet. Oggi i giornali e i settimanali li troviamo sia in edicola sia sul piccolo schermo televisivo e su internet. Sfornano tante notizie che tra queste, quasi per caso, ritroviamo quella verità che altri hanno accuratamente camuffato in qualcosa di diverso. È un trucco antico da prestigiatore che sa essere ancora credibile per chi scompone la verità in tanti quarti per poi ricomporla con un venticinque o un 50% di altro. Così quel quarto o mezza verità fanno da spalla al resto che ne è estraneo per dare l’impressione, a chi legge o ascolta, che, dopo di tutto, il fatto è credibile al 100%. Questo trucchetto riesce spesso perché la gente ha un grande bisogno di credere, di avere fiducia in qualcuno o in qualcosa e basta poco per accontentarla. Poi vi è un aspetto non trascurabile: quello legato alla memoria. Il passato spesso lo immergiamo nella nebbia più fitta accontentandoci di navigare a vista con ricordi ed esperienze sfumati. Un’altra tecnica è quella del meno peggio: si dice tutti i politici sono ladroni e allora perché non affidare al capo dei ladroni le casse dello Stato? Ruba lui ma si spera che almeno non faccia rubare agli altri. C’è solo un rischio: a forza di disinformare si possono dichiarare proprio quelle verità che vorremmo tenere celate. E noi le aspettiamo al varco. (Riccardo Alfonso)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti. Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella. Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita. D’altra parte, l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema. Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare culturalmente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo. Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. È bene farsene una ragione. (Riccardo Alfonso)

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Ere nouvelle: Storie di integralismi

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Mentre i cattolici e i cristiani in generale hanno impiegato oltre un secolo per imporre una loro cultura che abbandonasse la tradizione legittima e ultramontana, per imboccare la strada dei nuovi ideali sociali e politici, il mondo arabo e il suo braccio religioso, espresso dall’islamismo, stenta a riconoscere un ruolo guida della Fede che sappia contemperare le esigenze laicistiche del suo mondo e di quello vicino. E tutto questo s’impone come esigenza temporale nel breve tratto di alcuni lustri. Forse il disagio proviene dalle tante scuole islamiche che sono fiorite e che presentano aspetti contraddittori tra di loro nell’interpretazione degli insegnamenti maomettani espressi in nome di Allah. È mancato, in pratica, un passaggio fondante, un legame più critico e dialettico tra democrazia e islamismo, superando l’assetto capitalistico e rifiutando il materialismo socialista. La nuova strada del laicismo musulmano è, infatti, tutta da percorrere. Oggi esiste una contraddizione di fondo tra chi governa i paesi islamici con la sola idea di arricchimenti personali, a scapito del popolo, e di chi vuole una ridistribuzione delle ricchezze derivanti dagli introiti del petrolio affinché possano beneficiarne in primo luogo gli autoctoni. Persino l’integralismo islamico cerca un compromesso con i corrotti e i corruttori indicando un nemico esterno invece di individuarlo tra le dittature esistenti e i loro tentativi di corruzione per garantirsi una sopravvivenza a fronte di un disagio diffuso da parte delle masse. Se non si esce da questa situazione, possiamo solo aspettarci un’irrazionale esportazione dell’integralismo teso a scoraggiare le alleanze occidentali, con i governi islamici corrotti, con la forza del terrore. (Riccardo Alfonso)

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Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2022

Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di sé molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.” A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede? Questa riflessione la considero importante per considerare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di sé ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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Nuovo Parlamento: Le promesse dei vincitori in campagna elettorale

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 settembre 2022

“Brodo di giuggiole”. Riduzione di tasse e imposte. Abolizione del canone Rai. Aumento pensioni minime. Pensione per le casalinghe. Bollette energetiche quasi tutte pagate dallo Stato. Evasione fiscale. Sburocratizzazione. Tutto quello che dovrebbe essere fatto per rimodulare i rapporti dell’Italia con l’Ue facendo venire meno il primato del diritto europeo. Diritti individuali, a partire dal non fare nulla contro la non applicazione della legge sull’aborto e per finire ai diritti Lgbtq, cannabis, eutanasia. Blocchi navali contro l’arrivo di migranti. La cosiddetta politica estera, dove non si capisce, viste le diverse posizioni nello schieramento prevalente, quale sia per esempio la posizione sull’invasione russa dell’Ucraina (levare o no le sanzioni? Putin ha fatto bene a cercare di cambiare il governo di Kiev con persone per bene?).E la giustizia su cui vige altrettanta diversità di posizioni, tra giustizialismo e garantismo (chiavi buttate via quando si mette in galera qualcuno o garantismo soprattutto per proprie questioni?). Non ultima la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, perorata dalla Lega ma la cui abolizione è stata vanto in campagna per Forza Italia. Poi la cosiddetta flat tax, il cui metodo e percentuale varia a seconda del proponente. Non ultima la sanità, soprattutto con la gestione delle emergenze tipo covid dove, se pensiamo a quando il covid non era “fuori moda” come ora, questi partiti dicevano un giorno una cosa (mascherine, apertura esercizi commerciali, etc.) e il giorno dopo il contrario. Questo ed altro ha molto a che fare coi diritti di utenti e consumatori. Dalle scelte politiche generali e particolari dipende la vita di tutti i giorni, fatta di consumi, servizi, mobilità, libertà, investimenti, speranze, etc. Ovviamente c’è da aspettare il governo, sentire il programma, verificare le prime attuazioni, valutare i primi effetti. Con particolare attenzione verso il rapporto con l’Ue, ché dall’Unione dipende quasi tutto quello che oggi ci consente di essere liberi di scegliere, a costi contenuti e varietà di gusti e piaceri, oltre a sicurezza individuale ed economica. Vincenzo Donvito Maxiahttp://www.aduc.it

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su domenica, 25 settembre 2022

Non ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. È rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse. Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze. Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore. Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta. Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. È un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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C’era una volta il “Cremlino”: È una narrazione fantapolitica?

Posted by fidest press agency su domenica, 25 settembre 2022

Oggi rispolvero una storia del passato come se si trattasse di un thrilling fantascientifico. Il tutto ha questo inizio: In una fredda sera d’ottobre del 1989 un gruppo di persone si riunì alla Troitskaja, la torre che per la sua altezza sovrastava le altre venti del Cremlino, e costoro, seduti intorno ad un tavolo incominciarono a parlare uno dopo l’altro con toni gravi, ma al tempo stesso risoluti. C’era da prendere una decisione storica. Non era possibile indugiare oltre. Già l’Ungheria, con l’apertura delle sue frontiere il 23 agosto scorso (siamo nel 1988), aveva dischiuso una grande falla alla compattezza della cortina dell’Urss. Un generale fece notare che il muro di Berlino era diventato come la linea Maginot per i francesi, nella Seconda guerra mondiale. Che senso avrebbe avuto difenderla se era possibile aggirarla agevolmente? D’altra parte, l’insofferenza delle repubbliche socialiste dell’Est non avrebbe permesso un recupero dell’affidabilità politica e istituzionale dell’Urss e sarebbe stato più conveniente che se ne facesse carico l’Occidente, poiché da qualche tempo soffiava sul fuoco delle proteste popolari che erano sempre più attratte dal liberismo di stampo occidentale. Così fu dato il via allo smantellamento del sistema di fortificazioni costituito da due muri paralleli di cemento armato separati tra loro dalla cosiddetta “striscia della morte” larga alcune decine di metri. Il complesso fu fatto costruire dalla Germania Est il 13 agosto del 1961 per impedire la libera circolazione delle persone dall’una all’altra Germania. La data fatidica di questo tracollo fu fissata il 9 novembre del 1989, dopo settimane di proteste popolari, incominciando con il consentire ai tedeschi dell’Est di visitare liberamente l’altra parte della Germania. Molti osservatori politici si chiesero, di là delle dichiarazioni di facciata e della sbrigativa risposta di chi considerasse l’esperienza settantennale del socialismo reale esaurita per consunzione naturale, qual era la ragione di questa mossa e le conseguenze che ne potevano derivare sul futuro assetto dell’Europa e del mondo intero? Fu il periodo in cui un giornalista ucraino elaborò una teoria che molti considerarono fantasiosa o, se vogliamo, fantascientifica, ma che come in un puzzle i vari pezzi del mosaico, anno dopo anno, si composero lasciando intravedere il vero volto di una iniziativa solo in apparenza suicida del colosso Urss. Va detto, faceva osservare questo giornalista, che all’Unione sovietica, non restava molto da fare: o si andava a una guerra termonucleare con il rischio di ritrovarsi con un pianeta invivibile e dove i vincitori non avrebbero potuto godere del loro successo o si accettava una politica di logoramento che avrebbe affossato la Russia con tutti i suoi satelliti per una implosione del sistema oppure si rimescolavano le carte. E così fu. (Riccardo Alfonso)

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Andiamo a votare guardando al presente e pensando al futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

Enrico Cisnetto direttore di http://www.terzarepubblica.it ci ha resi partecipi di una sua approfondita riflessione sugli eventi politici odierni che riteniamo interessante per noi elettori che domani andremo a votare ma anche per chi pensa di astenersi per convincersi del contrario: “Questa campagna elettorale non solo è stata pessima nei contenuti e deprimente nella modalità, ma anche molto noiosa per via di pronostici che ne hanno reso prevedibile l’esito, come un libro giallo che svela il nome dell’assassino già alla prima pagina. Mi sbaglierò – e nel caso farò pubblica ammenda – ma ho sempre avuto l’impressione, e a maggior ragione ce l’ho oggi alla vigilia del voto, che invece il romanzaccio della politica italiana sia pronto a riservarci molte sorprese. Che usciranno direttamente dalle urne, ma anche e soprattutto da quel che accadrà subito dopo. E provare ad ipotizzarle, queste sorprese, può indurre chi ha delle certezze su cosa fare domenica (beati loro) a farsi qualche domanda, ma anche aiutare chi è ancora incerto a decidere se andare ai seggi e, nel caso, scegliere chi votare. Provo a schematizzare informazioni e ragionamenti. 1) Da quando nei giorni scorsi è scattata la cosiddetta “tagliola”, cioè la regola (assurda) che vieta la pubblicazione di sondaggi nelle ultime due settimane prima del voto, nella Roma affamata di indiscrezioni su quel che succederà è cominciata a circolare sotto traccia una quantità industriale di ricerche demoscopiche, vere e tarocche, attendibili e fasulle. Al di là del malcostume, che Antonio Polito ha giustamente fustigato sul Corriere della Sera, il fatto che i numeri riportati per ciascun partito siano significativamente diversi l’uno dall’altro, ben oltre la classica forchetta di quattro punti, la dice lunga sulla capacità divinatoria dei sondaggi. Di conseguenza, evitiamo di farcene condizionare al momento del voto. D’altra parte, non sarebbe la prima volta che le urne smentiscono le previsioni della vigilia. 2) Si continua a ragionare sulle percentuali di voto, mentre la cosa più importante è l’attribuzione dei seggi. E per effetto dei complicati marchingegni della legge elettorale, per di più con modalità di conteggio diverse tra Camera e Senato, non è detto che le due cose – percentuali e seggi – vadano di pari passo. Per esempio, un 10% concentrato territorialmente può rendere in termini di numero di parlamentari più di un 15% equamente spalmato su tutto il territorio nazionale. Questo vale soprattutto per i seggi assegnati con il sistema maggioritario (uninominale), che ammontano (escludendo dal calcolo i parlamentari eletti all’estero) a 147 deputati su 392 e a 74 senatori su 196. 3) Finora, l’ipotesi che la maggioranza assoluta dei seggi toccherà alla coalizione di destra-centro (cominciamo a chiamare le cose con il loro vero nome), sondaggi a parte, è derivata da un dato incontrovertibile, e cioè che sul fronte opposto la coalizione non c’è. Anzi, ci sono tre forze in competizione tra loro. E che, di conseguenza, la gran parte dei collegi uninominali, dove basta un voto in più per vincere, non può che andare a chi si presenta unito. 4) Nel concreto, se è vero che i 5stelle stanno recuperando una parte del consenso che sembravano aver perduto, e se è altresì fondata l’ipotesi che tale recupero si stia concentrando al Sud – cosa fondata nella misura in cui per lo più si tratta di un “voto di scambio legalizzato” derivante dai percettori del reddito di cittadinanza, appunto concentrati in alcune zone del Meridione – ne deriva che su una parte di quel 37% di seggi che sarà assegnato con l’uninominale Conte è più competitivo di quanto non si sia fin qui immaginato. A scapito del destra-centro. 5) È difficile dire con esattezza di quanti seggi stiamo parlando, ma una cosa potremmo dare per acquisita: mentre alla Camera lo spostamento non inciderà sul risultato finale, al Senato – la cui base di calcolo è regionale – l’effetto potrebbe essere significativo. Naturalmente molto dipenderà da quanto Giorgia Meloni e alleati prenderanno al proporzionale: più sarà alta la percentuale, meno servirà all’apporto della quota uninominale. Per esempio, se la somma della coalizione con il proporzionale fosse 42%, al maggioritario dovrebbe conquistare almeno il 65% dei seggi (cioè 48 su 74 al Senato) per avere la maggioranza. Ma sarebbe risicata, e quindi fragile. Mentre per essere al riparo dalle transumanze parlamentari sempre in agguato, al Senato la maggioranza deve raggiungere quota 115-120 (su 200, non contando i senatori a vita). Il che significherebbe conquistare oltre l’80% dei 74 seggi uninominali. E al Sud ci sono 31 di quei 74 collegi. Ora, la remontada di Conte, supponendo che sul piano nazionale lo attesti al 17-18% dei voti, ma concentrati da Roma in giù (nel 2018 al Sud prese il 43% dei voti e conquistò l’83% dei seggi), è difficile ma non impossibile che metta in minoranza il destra-centro (sempre di Senato stiamo parlando, ma è lì che si gioca la partita vera). Tuttavia, può anche ridurgli da comoda a ristretta la maggioranza. Con tutto quel che può significare sul piano degli equilibri parlamentari. 6) Il significato politico di una tale circostanza è evidente: Conte potrà dire di aver salvato il Movimento ormai ex grillino, potrà intestarsi il ridimensionamento (parziale o totale) del destra-centro e, consigliato dal suo amico Massimo D’Alema, potrà mettere in difficoltà Enrico Letta. Specie se il risultato del Pd dovesse rivelarsi deludente e comunque non distante da quello dei 5stelle. Questo spingerà le componenti del Pd da sempre in sintonia con Conte e che hanno maldigerito il mancato accordo elettorale con i 5stelle ad aprire un fronte di immediato raccordo politico-parlamentare con l’avvocato del popolo, costringendo Letta a scegliere tra l’abdicazione a favore di una linea politica non sua o la resa, con relative dimissioni. È presto ora per dire cosa accadrà, ma è possibile che tra le sorprese del dopo elezioni ci sia anche una frattura tra le due anime dei Democratici, con una aggregazione a sinistra (butto lì un po’ di nomi: Conte, D’Alema, Bersani, Fratoianni, Bettini, Orlando, forse Zingaretti, ma anche Landini e Santoro) e un’altra riformista che metta insieme la parte più moderata del Pd con il duo Calenda-Renzi e i tanti fuoriusciti (vedrete quanti…) da Forza Italia. Scenario che non si verificherebbe, o comunque avrebbe tempi lunghi e una gestazione molto complessa, se invece i 5stelle stessero ben sotto il 15% e il Pd ben sopra il 20%. 7) La scena del comizio unitario di Meloni, Salvini e Berlusconi nella romana piazza del Popolo non tragga in inganno. Quella del destra-centro è solo una coalizione elettorale che ha retto faticosamente alle forzature della propaganda ma che non potrà trasformarsi in una duratura coalizione politica. Lo rendono impossibile la palese diversità di vedute su quasi tutti i temi dell’agenda politica, l’incompatibilità assoluta dei due leader maggiori e l’ormai evidente inconsistenza del terzo (diciamo per ragioni anagrafiche, giusto per evitare polemiche). Ma soprattutto, a fare da discrimine c’è la posizione su Putin e il sostegno (anche militare) all’Ucraina da parte di Salvini e di Berlusconi (delirante l’ultima uscita sull’argomento), che Meloni, salvo suicidarsi prima ancora di cimentarsi al governo, non potrà avallare e che comunque troverà nel presidente della Repubblica una barriera insormontabile. Così come l’Europa non potrà non chiedere conto alla leader di FdI del suo rapporto con Orban: l’Italia nel contesto comunitario è il terzo lato dell’asse franco-tedesco, o entra nella banda di Visegrád? 8) Ma c’è un altro fattore, fin qui non considerato dagli osservatori, che agiterà le acque nel destra-centro. L’accordo sottoscritto al momento della formazione del cartello elettorale ha previsto una partizione dei seggi “sicuri” (lo so che è brutto da dirsi, ma purtroppo quella schifezza di legge elettorale che abbiamo consente, anzi implica, questa spartizione decisa a tavolino dai capi partito) basata su una previsione di rapporti di forza che probabilmente le urne non confermeranno. Nel senso che FdI avrà più voti del previsto, mentre Lega e Forza Italia meno, o forse anche decisamente meno. Ergo, Meloni risulterà sottorappresentata e gli altri due sovrarappresentati. E questo fatto non potrà che aggiungere fibrillazione a fibrillazioni, favorendo il passaggio da un fronte all’altro dei parlamentari eletti. Senza contare che, se tutto questo si verificasse, significherebbe che Salvini e Berlusconi avrebbero registrato un risultato politico deludente, e che, di conseguenza, potrebbero aprirsi due fronti sanguinosi: la resa dei conti nella Lega e la grande fuga da Forza Italia. Casino nel casino. 9) Ultimo elemento di valutazione riguarda il cosiddetto Terzo Polo. I lettori di TerzaRepubblica sanno da quanto tempo predico la necessità di un polo terzo nel senso non solo di non schierato né a destra né a sinistra, ma anche di radicale contestatore del bipolarismo italico. Dunque, per essere credibile chi si fregia di questo titolo non può diventare tale all’ultimo momento solo perché non è riuscito (poco importa di chi è la colpa) a fare gli accordi giusti con una delle due parti in gioco. Purtroppo, invece, questa è la storia del duo Calenda-Renzi, matrimonio dell’ultima ora tra due che si odiano e che faranno un’enorme fatica a restare insieme anche se avranno, come è probabile, un buon successo. Detto questo, è fallace l’obiezione che si fa comunemente circa il fatto che il consenso dato a loro è un “voto inutile”. Sia perché non essendoci più il bipolarismo viene meno l’assunto. Sia perché, per tutte le ragioni che ho esposto fin qui, è alta la probabilità che il 26 settembre ci si presenti uno scenario a dir poco complicato e che in quel contesto una forza intermedia potrà risultare preziosa. Scrivevo il 2 marzo del 2018, alla viglia delle scorse elezioni politiche: “La campagna elettorale è stata pessima. Anzi, paradossale, con i partiti che hanno fatto a gara a chi promette di più in un clima di assoluto scetticismo e generale indifferenza che ha reso quelle lusinghe inutili se non addirittura controproducenti. Lo spettacolo di liste di candidati piene di mezze figure e di dilettanti allo sbaraglio è stato a dir poco indecoroso. La sensazione più diffusa nel paese è che l’esercizio del voto, complice una legge elettorale maledetta, sia inutile…”. Quattro anni e mezzo dopo non ho da cambiare una virgola, salvo considerare che al peggio non c’è mai fine e che il passare del tempo ha aggravato la crisi del nostro sistema politico e istituzionale. Tema nodale su cui l’imbarazzante silenzio generale è stato rotto solo dalle voci di due Grandi Vecchi, entrambi presidenti emeriti della Corte Costituzionale, Giuliano Amato e Sabino Cassese: il primo ha definito la nostra “una democrazia malata, che certo non possiamo curare con l’autoritarismo”. Il secondo ha denunciato la perniciosità della legge elettorale con cui voteremo, che “ha introdotto nel nostro ordinamento una formula sbagliata che costringe le forze politiche sia a competere sia a cooperare, con i risultati schizofrenici che sono sotto gli occhi di tutti”. Capisco, cari lettori, che di fronte alla cruda verità di queste parole possiate avere la voglia, domenica, di restare a casa. Ma non risolvereste niente. Il nostro paese è in seria difficoltà, e la guerra e le sue varie conseguenze non potranno che aggravarla nei prossimi mesi. È dunque necessario sforzarsi di fare una scelta. Quale non spetta a me dirlo. Posso solo richiamare alla vostra memoria le analisi che qui vi ho offerto e consigliarvi di evitare estremisti, populisti, sovranisti-nazionalisti, giustizialisti. Si dirà: ma così non ci rimane nessuno. In effetti… Ma forse, applicando la regola del “meno peggio”, qualcosina si trova. Buon voto.”

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Prima che la guerra cancelli l’uomo dalla storia

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

Scrive Erasmo ne “La formazione del principe cristiano, XI°. Dell’intraprendere una guerra, 1-5”: “Platone chiamava sedizione, non guerra, quella che i Greci combattevano contro i Greci. Ma se proprio dovesse succedere, comandava che la si conducesse con la massima moderazione”. Papa Benedetto XVI° ha detto: “E’ sul rispetto di tutti che si fonda la pace”. Ed infine, Papa Francesco afferma: “Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo, prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”. Malgrado i moniti del Pontefice e gli appelli dei cittadini che ripudiano la guerra, le armi parlano ai confini dell’Europa nella stanchezza generale e senza intravvedere soluzioni di pace. Anzi, proprio coloro che si dicono cristiani non solo ignorano gli accorati allarmi della Chiesa, ma continuano imperterriti a fornire armi nel disappunto generale della gente che, tra l’altro, fatica ad arrivare a fine mese. E’ vero, i morti non protestano: non piangono più i fanciulli falciati dalle bombe e dalle mitraglie. Quello che stupisce è che mentre Papa Francesco ci va pesante sulla necessità di finire questo bagno di sangue, i politici europei ed anglo-americani non sanno fare di meglio che partecipare con finanziamenti, tecnologie, addestramenti e via dicendo. Anzi, sembra di assistere ad una gara tra chi è più ligio agli interessi strategici delle potenze mondiali. Oggi, la doverosa fedeltà verso il Patto Atlantico si misura nella massa di fondi e di armi dati al Paese invaso, ignorando che le cause del conflitto risalgono al mancato rispetto delle minoranze prese di mira da un nazionalismo spietato. Non so se l’esito delle urne, già annunciato come se non servisse attendere i risultati, porterà a cambiamenti di linea, ma dubito che la voglia di accreditarsi farà la differenza tra il bene ed il male. Del resto, quando mai la volontà del popolo italiano è stata rispettata? Ed ancora: come mai in Italia chi perde le elezioni finisce poi per comandare? Tutti i salmi finiscono in gloria, mentre le salme vanno sottoterra. By Gianfranco Fisanotti (abstract)

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La minaccia di una guerra nucleare sembra riaffacciarsi

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

By Angelo Baracca (fonte: Pressenza International Press Agency in abstract) Il tema è ovviamente molto complesso, ma vorrei fornire un’informazione molto schematica (e ovviamente incompleta) rivolta soprattutto alle/i giovani che domani manifesteranno in Italia e in tutto il mondo perché i governi intervengano in modo radicale contro i cambiamenti climatici e oggi anche contro la (le) guerre. La guerra in Ucraina ha riportato l’incubo di una guerra nucleare, ma è assolutamente necessario dire che il rischio di uso – intenzionale o accidentale, per usare un eufemismo – delle armi nucleari si è progressivamente aggravato nei decenni recenti. Da una quindicina d’anni le potenze nucleari hanno in corso programmi “triliardari” di cosiddetta modernizzazione delle armi atomiche (testate, missili, sommergibili, bombardieri) che le rendono sempre più pericolose! Con questa premessa da non dimenticare, vengo al tema. La distinzione tra bombe nucleari strategiche e tattiche sorse specialmente durante la “Crisi degli Euromissili” (1977-1987) quando vennero installati in Europa dall’Urss e “in risposta” dagli USA missili nucleari a media gittata (max. 500 km), i quali, si badi bene, potevano colpire l’Urss, ma ovviamente non gli Usa. La crisi si risolse con il trattato INF (Intermediate Nuclear Forces) del 1987, con il quale questi missili vennero eliminati. Va anche detto che questo trattato, un tassello fondamentale, è caduto tre anni fa quando Trump lo ha disdetto. Qual è allora, sommariamente, la distinzione fra bombe nucleari strategiche e tattiche, anche se non si tratta di una distinzione netta e adottata da tutti gli Stati nucleari? In primo luogo la gittata: le armi strategiche sono portate da missili intercontinentali con gittata 10-12.000 km. C’è una “complicazione”, però: i sommergibili con missili nucleari si avvicinano a distanze enormemente minori dagli obiettivi “avversari” e costituiscono una delle minacce maggiori, anche perché in caso di “crisi” bellica potrebbero perdere i contatti con il rispettivo comando e l’eventuale decisione di lanciare i missili nucleari verrebbe presa dal comandante del sommergibile. Le armi tattiche con gittata inferiore a circa 500 km sono potenzialmente destinate al campo di battaglia (anche questa è una definizione generica, perché non è esclusa l’eventuale decisione, terrificante, di utilizzarle sulle città). Una seconda distinzione riguarda la potenza delle bombe: quelle definite tattiche hanno potenze “limitate” a un massimo di 50 kt (migliaia di tonnellate di tritolo equivalente). Mi sembra opportuna un’osservazione: le bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki avevano una potenza di 15-20 kt e i bombardieri le trasportarono per meno di 500 km da un’isola del Pacifico: insomma, oggi sarebbero da considerare bombe nucleari tattiche! Nel gennaio scorso le cinque maggiori potenze nucleari confermarono che <>, ma poche di loro hanno adottato un impegno ufficiale di no-fist-use: formalmente solo la Cina e l’India. In generale le dottrine nucleari delle maggiori potenze (compresi USA e Russia) contengono una clausola che più o meno prevede il ricorso all’arma nucleare in caso di un attacco, anche con armi convenzionali, che metta a rischio l’esistenza stessa del Paese. Con l’evoluzione della guerra in Ucraina è stata sollevata l’eventualità di questa opzione. Devo dire a titolo personale che la ritengo remota, ma i recenti sviluppi aprono scenari imprevedibili. Ma noi in Italia siamo “innocenti”? Questo è un aspetto cruciale e so per esperienza personale che molti purtroppo non lo conoscono. L’Italia fa parte della NATO, che ha adottato, in ossequio agli USA, la “condivisione nucleare” (nuclear sharing), “grazie” (!) alla quale quattro Paesi europei ospitano bombe nucleari tattiche statunitensi sul proprio territorio. La cosa è rigorosamente segreta (come il segreto di Pulcinella!), il loro numero non viene rivelato, ma è certo che una quarantina sono schierate nella base militare italiana di Ghedi nei pressi di Brescia e nella base statunitense di Aviano. Le bombe statunitensi a Ghedi sarebbero operate in caso di uso dall’aeronautica italiana: questa è una cosa gravissima, che fa dell’Italia di fatto uno Stato nucleare! Va detto che nel caso sciagurato di un conflitto nucleare queste basi militari potrebbero essere uno dei primi obiettivi dell’avversario, che potrebbe eliminare in un colpo solo una quarantina di bombe nucleari. Sembra superfluo dire che ci sarebbe una strage spaventosa per lo meno in gran parte dell’Italia settentrionale: vittime … “collaterali” della follia nucleare! Non mi sembra ozioso osservare che i cittadini statunitensi sanno esattamente (per il trattato Nuovo Start del 2010 fra USA e Russia) quante bombe nucleari hanno gli USA e dove sono schierate. In Italia invece noi cittadini e cittadine siamo tenuti all’oscuro: è ufficialmente un mistero dove e quante bombe nucleari statunitensi “ospitiamo”! Fra l’altro queste testate B-61 saranno fra poco sostituite con testate B-61-12 molto più precise.

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Il voto degli italiani e il “Fattore P.”

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

By Enrico Cisnetto. “Da quando la Russia ha deciso di attaccare militarmente l’Ucraina, con l’obiettivo molto più alto e pericoloso di dividere l’Europa e sovvertire l’ordine mondiale, portandoci dunque la guerra alle porte di casa, che ho cercato di dire che il “fattore P”, inteso come Vladimir Putin, ma anche come “politica estera”, avrebbe sconvolto la politica italiana. Poi una campagna elettorale idiota, spesa a parlar d’altro, ha fatto credere agli stolti che la partita si giochi su altri piani. Può darsi che sarà così domenica 25, perchè gli italiani metteranno nelle urne prima di tutto le loro rabbie e le loro paure, e in una certa misura finiranno per farsi attrarre, pur disprezzandolo, dal “teatrino della politica”, non fosse altro per poter partecipare al sempiterno gioco degli odii incrociati. Ma non sarà così a partire dal giorno dopo, quando entreranno in campo i veri fattori che condizionano la politica. Ora, a ricordarcelo, a poco più di una settimana dalle elezioni, arrivano tre autentiche bombe nucleari. La prima: le informazioni riservate dell’intelligence americana, contenute in vari dossier che il Dipartimento di Stato Usa ha cominciato (anzi, appena cominciato) a mettere in circolazione attraverso un documento classificato come “sensitive” (cioè contenente informazioni importanti) ma non come “classified”, dunque non da tenere strettamente riservato, circa finanziamenti di Mosca a partiti ed esponenti politici – mai direttamente, ma attraverso intermediari e con la copertura di strutture parallele – di diversi paesi occidentali, tra cui ovviamente l’Italia. La seconda bomba: la reazione di Mario Draghi al rischio di sputtanamento internazionale dell’Italia. Il presidente del Consiglio ci è andato giù durissimo: “La democrazia italiana è forte, non si fa battere da nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi venti anni la Russia ha effettuato una sistematica opera di corruzione negli affari, stampa e politica in molti paesi Ue e negli Usa”, invitando a distinguere tra chi “vuole togliere le sanzioni e parla di nascosto con i russi” e chi non lo fa. Chi c’è, politicamente parlando, nella “lista nera”? Sicuramente la Lega di Salvini, i mondi alla sinistra del Pd (ma anche qualche componente dei Democratici), gli svalvolati di Paragone. Né sfugge alla memoria (e, immagino neppure ai dossier dell’intelligence) il rapporto di amicizia e di affari di Silvio Berlusconi con il nemico del Cremlino, che di sicuro le ambigue e ondivaghe prese di posizione sulla guerra del Cavaliere in questi mesi hanno fatto dimenticare. Quanto ai 5stelle, ci ha pensato Trump con l’endorsement elettorale di qualche giorno fa al suo amico Giuseppe (stavolta neppure storpiato) a ricordarci involontariamente quali mani Conte abbia stretto, e quelle del duo Donald-Vladimir sono certamente tra quante lasciano più germi. Infine, capitolo a parte per il partito della Meloni. Che si definisce atlantista senza se e senza ma, e che in effetti oltre Atlantico gode di qualche simpatia, naturalmente molto più se non esclusivamente sulla sponda repubblicana. E comunque nessuno mette in dubbio che nella partita della guerra sia stata dalla parte giusta, tanto più se la si paragona ai suoi due alleati col colbacco. Ma per colei che viene da mesi indicata (frettolosamente?) la prima presidente del Consiglio donna, i problemi sono molti più continentali che atlantici. Come dimostra il passo falso del voto su Orban. La Meloni ha compito un errore da matita blu: aveva l’occasione di tacitare le due obiezioni politicamente più rilevanti che le si possono sollevare, quella di non essere né pienamente democratica né sinceramente europeista, e l’ha mancata clamorosamente consentendo che il suo gruppo al Parlamento europeo votasse in difesa del leader ungherese. Un’amicizia, quella con Orban – ormai ai margini dell’Europa, da cui non è ancora stato sbattuto fuori solo per paura che si schieri apertamente (ma non lo è già, di fatto?) con Putin – che rischia di causarle gravi problemi, forse anche alle elezioni ma sicuramente un minuto dopo. Lei ha giocato la carta della lealtà per giustificare la scelta di Strasburgo, ma la lealtà primaria che doveva dimostrare, specie dopo aver passato anni a predicare il verbo nazionalista e aver criticato l’Europa ogni piè sospinto, è quella alla Ue. Tanto più quando in discussione ci sono i valori fondanti della democrazia e della libertà. Non è un caso che Berlusconi (o qualche suo ventriloquo) abbia colto al balzo la ghiotta occasione di recuperare qualcuno dei tanti punti persi con il suo filo-putinismo e per aver partecipato alla congiura che ha fatto cadere il governo Draghi e liquidato in anticipo la legislatura in un momento delicatissimo, per annunciare solenne che lui si farà garante di un governo esclusivamente europeista e che “se questi signori nostri alleati dovessero andare in direzioni diverse, noi non staremmo nel governo”. Inoltre, la leader di Fratelli d’Italia ha perso la possibilità, politicamente ed elettoralmente ghiotta, di scaricare tutto il peso della scelta pro-Orban e anti-Ue sulle spalle di Salvini, cioè di quello che oggi è il suo vero nemico politico (e forse unico, se dopo il voto si concretizzerà un asse Meloni-Letta, di cui i lettori di TerzaRepubblica sanno ormai da qualche mese). Insomma, se per Salvini e Berlusconi pesa il “fattore P”, Meloni d’ora in avanti dovrà fare i conti con il “fattore O”. Tenderei ad escludere a favore di un risultato rovesciato, anche perchè per avverarsi abbisognerebbe non solo di buoni risultati di Pd, 5stelle e Terzo Polo ma anche di un’alleanza che li sommi. Impossibile. Più facile a favore di un “pareggio” che avrebbe come conseguenza un qualche rimescolamento di carte (pronostico un ruolo di prim’attore di Renzi nel cucire alleanze trasversali); 2) il centro-destra vince comunque, seppure senza dilagare (il che vuol dire che la maggioranza al Senato è stretta). Ma con due ipotesi opposte: la prima è che nonostante l’errore su Orban la Meloni ottiene un risultato superlativo (diciamo intorno al 30%) a scapito dei due alleati, la seconda è che invece pur essendo davanti FdI, ci sia un certo equilibrio con Lega e Forza Italia. Pur trattandosi di due scenari assai diversi, questi sui pesi dentro il centro-destra, alla fine portano ad una medesima conclusione: sarà complicatissimo fare un governo, e quand’anche, sarà impossibile tenerlo in piedi (tempo massimo 6 mesi-1 anno).

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L’astrusità del voto politico

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

Di Vincenzo Olita. L’Umanità ha conosciuto il metodo e lo strumento elettorale da circa 27/26 secoli. Un lungo cammino riservato a minoranze ed esigui strati sociali che ha visto il completo riconoscimento del diritto di voto, almeno in Italia, solo con la fine del secondo conflitto mondiale. Nel 1948, con il suffragio universale, all’elezione politiche votò il 92,19% degli aventi diritto. Altri tempi rispetto al 72,93% del 2018, quando circa 12 milioni, in uno stato di afasia, non ritennero di partecipare non riconoscendosi nel panorama e nella liturgia della politica, nella sua concretezza e nelle sue verità. L’implementazione del fenomeno è evidente, con il disappunto che in ogni tornata elettorale coinvolge il mondo politico, per poi inabissarsi il giorno dopo i risultati. Di fatto, per tutti è di assoluta marginalità comprendere ed immedesimarsi nella condizione anomica di una consistente frazione di popolo. Ora voteremo, dopo una logora, stanca, fiacca e inconcludente campagna elettorale. L’esito in larga parte è scontato, con l’affermazione della destra occorre solo determinare la consistenza delle sue tre componenti, con l’insuccesso della sinistra e dei suoi tre irrilevanti satelliti, solo per accertarne l’entità. Il terzo polo lascerà la sua dicitura ai 5Stelle e dovrà individuare la sua stessa ragion d’essere. L’affermazione della Destra produrrà sostanziali cambiamenti rispetto alla legislatura che si chiude, al governo dei migliori, ad un improbabile vittoria del PD e i suoi alleati? Crediamo di NO! L’informazione internazionale dal New York Times ai tedeschi Sueddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal francese Le Monde, allo spagnolo El Pais paventano per la coalizione di centrodestra un difficile governo. Ed ancora, le grandi banche d’affari come Goldman Sachs, Societé Générale, Ubs ed altre, minacciano guai se il nuovo governo non seguirà l’agenda Draghi. Insomma, per questo Paese votare deve significare acconsentire ai desideri e alle indicazioni del potere globalista e del pensiero unico, altro che interferenze, siamo alla sovranità limitata! Da quel piccolo superbo saggio del 1914 di Giovanni Papini: “Chiudiamo le Scuole” riportiamo “Diffidiamo de’ casamenti di grande superfice, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri”. Sono gli stessi casamenti che a distanza di 108 anni necessitano che, in primis, una Politica non politicante se ne prenda cura nell’interesse del proprio popolo. Succederà dopo il 25 settembre? Crediamo di NO! I Pronto Soccorsi degli ospedali diventeranno luoghi di serena e celere accoglienza, anche psicologica, per chi vi si rivolge e non un ambiente in cui dimorare soffrendo ore per ottenere una prima valutazione? Avremo un sistema sanitario in cui per usufruire di visite ed esami diagnostici non occorra attendere mesi? Crediamo di NO! Con l’avvio di una moderna edilizia penitenziaria avremo degli Istituti non luoghi di patimento aggiuntivo agli anni di detenzione? Anche per ridurre la popolazione detenuta si potrebbe iniziare dalla scarcerazione degli anziani malati specialmente di quelli non deambulanti? Crediamo di NO! Avremo delle scuole in cui l’unica obiettivo non sia la Promozione ad ogni costo, dove merito e competenza sono ormai vuoti slogan che incensano solo il Ministro dell’Istruzione di turno? Crediamo di NO! Avremo, immediatamente, una legge che consenta alla Pubblica Sicurezza di sgombrare, appena a conoscenza, gli appartamenti in particolare degli anziani, occupati con la forza? Crediamo di NO! Ministero dell’Interno e Magistratura avvieranno mai un intervento sulle case di riposo e di degenza per anziani su tutto il territorio nazionale, senza attendere l’emergere del diffuso malaffare nel settore, foglia dopo foglia? Crediamo di NO! Arriveremo alla convinzione che occorre legalizzare il consumo di stupefacenti se vogliamo avviare un efficace contrasto al crimine organizzato e liberare uomini e mezzi per la sicurezza? Crediamo di NO! Noi, ancora una volta, abbiamo compreso che la contemporanea vocazione per la politica, per chi vive di politica, è quella di servire una causa per la propria vita. L’informazione, al solito, ha svolto un’operazione d’incensamento reciproco con politici ed apparati dello Stato in un clima di assenza di autorevolezza per tutti. Il nostro interesse? Solo dare un senso compiuto, se si vuole, di servizio, alla nostra avventura intellettuale ed esistenziale. Vincenzo Olita direttore Società Libera in abstract

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Allarghiamo gli affetti ristretti dal carcere – Le proposte del Volontariato

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2022

A cura della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Permettere alle persone detenute di salvare i loro affetti è importante sempre: lo è nella fase iniziale della carcerazione, che è uno dei momenti di particolare fragilità, in cui il rischio suicidi è decisamente alto, lo è poi in quella fase della detenzione in cui la persona detenuta vive nell’attesa di poter accedere ai permessi, e ricostruirsi davvero i legami famigliari e le relazioni sul territorio. Ed è anche un investimento sulla sicurezza, perché solo mantenendo saldi i legami dei detenuti con i loro cari, genitori, figli, coniugi, compagni e compagne, sarà possibile immaginare un reinserimento nella società al termine della pena. L’Ordinamento penitenziario del 1975 è un Ordinamento per molti versi ancora attuale, spesso purtroppo non rispettato, ma forse la parte più invecchiata è proprio quella che riguarda gli affetti. E proprio quella parte non è stata però toccata dai recenti interventi di riforma dell’Ordinamento penitenziario. È vero che nel percorso di reinserimento delle persone detenute sono previste tappe importanti come i permessi premio e le misure di comunità, fondamentali proprio per ricostruire prima di tutto i legami famigliari e le relazioni, ma è altrettanto vero che prima di accedere a questi, che ancora sono benefici e non diritti, le persone spesso trascorrono anni in carcere e dovrebbero cercare di salvare i loro affetti con sole sei ore di colloqui al mese e dieci minuti di telefonata a settimana (questo succedeva prima del Covid, e non deve succedere che si torni a quel regime). Ecco perché riteniamo che l’Ordinamento andava cambiato proprio su questi temi, ma non lo si è ancora fatto. Se si vuole davvero tentare di prevenire almeno qualche suicidio, si deve pensare prima di qualsiasi altra cosa a rafforzare in tutti i modi i rapporti delle persone detenute con le famiglie, e l’unica strada percorribile è, come ha proposto con forza il cappellano del carcere di Busto Arsizio, concedere a TUTTE LE PERSONE DETENUTE di disporre di un cellulare in cella e di poter chiamare liberamente i propri cari. Le forme di controllo ci sono, oggi niente è più controllabile di un telefono cellulare. Quello che è importante è che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria provveda intanto a inviare una nuova circolare, totalmente dedicata a promuovere in tutte le carceri condizioni più favorevoli a mantenere e curare i rapporti delle persone detenute con le loro famiglie.

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Droghe illegali in campagna elettorale. Giocare sporco con la vita delle persone

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 settembre 2022

A parte alcune liste che sostengono, più o meno in maniera manifesta, la depenalizzazione/legalizzazione della cannabis, si percepisce molto “rumore” da chi vorrebbe inasprire ulteriormente la legislazione vigente. Colpisce il fatto che alcune di queste liste proibizioniste, in materia di giustizia siano garantiste… ma evidentemente ci sarebbe da chiarirsi sul concetto di garantismo in giustizia, e non solo.In campagna elettorale, dicono alcuni “saggi” della giustizia, si fanno anche proposte senza che le stesse abbiano base giuridica per essere poi realizzate, perché ciò che conta è l’effetto estremistico/emotivo più di quello giuridico e politico.Ed è questo lo spirito che sembra aleggiare tra chi vorrebbe mettere in galera (con tanto di chiavi buttate via), o provvedimenti simili, i consumatori di sostanze illegali. Queste liste parlano di droghe (soprattutto cannabis) in modo truce, estremistico, senza ragionarci e, inoltre, ignorando qualità e livello di confronto in materia a livello europeo e mondiale, dove tutti (ma proprio tutti, inclusi i partiti a loro “fratelli”… a parte Putin) procedono verso depenalizzazione/legalizzazione. Il limite tra opportunità e opportunismo è labile.Ci viene in mente l’ex-presidente Usa Donald Trump. In questi giorni in campagna per le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, ha deciso di “cambiare idea” proprio sulla questione droghe. Persone che furono da lui – presidente – liberate per reati di droghe, oggi ne chiede l’esecuzione. Trump da una parte, proibizionisti italiani dall’altra, dimentichi del “garantismo” hanno deciso di giocare sporco con la vita delle persone. Far riferimento ai presunti “istinti bassi” degli elettori, anche negando se stessi, costi quel che costi, quel che conta è il risultato. Presumono che l’intelligenza degli elettori sia “passionale” e che la memoria sia corta. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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Solo il PD si occupa nel proprio programma di editoria

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 settembre 2022

Vogliamo specificare che, come indicato da fonte autorevole come Prima Comunicazione, “L’unico partito che si distingue per una particolare attenzione verso l’editoria giornalistica e la trasformazione digitale è Fratelli d’Italia, che annuncia un potenziamento delle risorse esistente attraverso una revisione del Pnrr, anche in relazione alle ripercussioni nel settore del caro energia” – così il responsabile Cultura di FDI, deputato Federico Mollicone – in anni di sua permanenza al governo, la riforma del settore non è stata compiuta, ancora non conosciamo i dati delle risorse Covid e, ai più, è rimasto solo il ricordo dell’istituzione della commissione governativa sulle fake news composta da esperti decisi intuitu personae, la riedizione piddina del Miniver orwelliano. Bisogna migliorare la dotazione economica per l’editoria. – ha continuato Mollicone – Il settore editoriale vive una crisi strutturale, generata da profonde trasformazioni tecnologiche e di mercato, di cui la transizione digitale è l’aspetto più evidente. La tutela di questo settore è fondamentale per le ricadute economiche e sociali, ma anche perché rappresenta il cardine del pluralismo democratico nel mondo della comunicazione. Per questo proponiamo nel programma una revisione del Pnrr per includere negli aiuti anche il settore editoriale, a fronte del caro energia e del caro materiali’.

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La presidente Metsola si congratula con la comandante della stazione spaziale Samantha Cristoforetti

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 settembre 2022

la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola si è congratulata con l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna europea a ricoprire il ruolo di comandante della Stazione spaziale internazionale.“Grazie perché ci ricordi di raggiungere le stelle, Samantha! Siamo così orgogliosi di te”, ha detto la presidente Metsola.

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Elogio delle minoranze coraggiose

Posted by fidest press agency su martedì, 20 settembre 2022

Che siano proprio PD e Fratelli d’Italia a condurre la battaglia per il “voto utile” nella commedia da teatro dell’assurdo che è questa campagna elettorale, ha dell’incredibile. E giova, al riguardo, ricordare alcune cose che riguardano questi due partiti. In primo luogo: da trenta anni, entrambi, hanno svolto, ininterrottamente, ruoli decisivi alternandosi, ora al governo, ora all’opposizione. In secondo luogo: sono entrambi i soli partiti che hanno traversato indenni il drammatico passaggio dalla “prima” alla “seconda” repubblica. Ci sono riusciti mimetizzandosi con cambio di nomi, invettive contro la “prima” repubblica di cui a giusto titolo facevano parte, e, decisivi, strabismi e amnesie di una magistratura in altri casi feroce e determinata. In terzo luogo: entrambi vorrebbero persino lucrare su ciò che sono stati e che ancora, in parte, mantengono al loro interno. Infatti, invocano, a beneficio della platea, il voto utile: quello contro le tendenze ancora fascistoidi degli uni e quelle ancora comunistoidi degli altri. Il che (e lo sanno bene) va a beneficio di entrambi. Ovvero, “diciamolo sottovoce, ma per il solo esistere, noi facciamo guadagnare voti a voi e voi a noi.” Insomma, nessuno tra PD e Fratelli d’Italia ha i titoli per indicare agli elettori cosa sia meglio. Quando sono stati al governo, non si sono coperti di gloria e nemmeno possono vantare una qualsiasi riforma per essere ricordati. Coraggio: qualcuno dica per quale merito già acquisito intende dare il voto all’uno o all’altro, se non quello di affermare, entrambi, di non essere più ciò che sono stati. Il prof Aldo Mola, al quale siamo profondamente grati per arricchire con i suoi articoli grondanti di cultura il nostro Pensalibero e che è solito accompagnarli, privatamente, quando li invia, con considerazioni intelligenti, mi ha recentemente ricordato che “senza la scissione di Palazzo Barberini l’Italia sarebbe andata diritta filata alla rovina”. Per i giovani, Mola ha ricordato ciò che avvenne nel 1947, quando Giuseppe Saragat, con la sua scissione dal partito socialista fondò il partito socialdemocratico che, con il suo 7% di voti alle elezioni del 1948 consentì la sconfitta del fronte popolare (PCI-PSI) e garantì all’Italia il saldo ancoraggio al mondo Occidentale e all’Europa. Una scelta fondamentale per il successivo “miracolo economico” che trasformò l’Italia da paese agricolo a grande potenza industriale. Non è il caso di fare analogie in un contesto storico assai diverso. Ma quell’episodio consente di affermare che anche un piccolo partito può essere decisivo per compiere grandi scelte. E che la teoria del cosiddetto “voto utile” è priva di senso in Italia che non ha un sistema bipolare. Tanto più che la partita del 25 settembre è aperta. Gli alleati di Giorgia Meloni sembrano in deciso calo. E non è detto che i loro voti persi vadano tutti a Fratelli d’Italia. La crescita del Terzo Polo e, al sud, anche dei 5Stelle potrebbero mettere a rischio la vittoria del centrodestra. Tanto per ribadire che la teoria del voto inutile non regge. Tanto più che la partita non finirà il 25 settembre, a maggior ragione senza una maggioranza ampia che le urne potrebbero non decretare. In tal caso i partiti intermedi avrebbero un importante ruolo. Come lo ebbero, del resto, nella “prima” repubblica. È vero che, allora, erano guidati da grandi leader: Saragat, La Malfa, Einaudi. Ma oggi nemmeno i partiti più grossi sono guidati da giganti. (È l’ultimo articolo di Nicola Cariglia direttore del quotidiano Pensalibero.it, morto oggi e riproposto in sua memoria da Vincenzo Donvito Maxia di ADUC – Associazione Diritti Utenti e Consumatori http://www.aduc.it)

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