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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Archive for the ‘Spazio aperto/open space’ Category

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Energia: Basta con gli allarmismi, occorrono misure concrete

Posted by fidest press agency su sabato, 18 settembre 2021

Un rilancio al rialzo dei prezzi dell’energia che, oltre a creare panico e preoccupazione, è stato alimentato da notizie imprecise e false, fino ad arrivare a decretare come certi gli aumenti stratosferici delle bollette di luce e gas. Ecco perché riteniamo fondamentale fare un po’ di chiarezza e ristabilire la verità in tale vicenda.In molti, attraverso un processo di eccessiva sintesi e semplificazione, hanno addossato le colpe dei rincari alla transizione energetica. FALSO! Come sottolinea Timmermans parlando del pacchetto per la transizione energetica Fit for 55 “solo un quinto dell’attuale incremento può essere attribuito alla crescita del prezzo della CO2, il resto dipende dalle carenze del mercato. E se avessimo fatto il Green Deal 5 anni fa non saremmo in questa situazione” – ha poi ammonito, aggiungendo infine che “dovremmo accelerare le cose nella transizione alle energie rinnovabili in modo che l’energia rinnovabile a prezzi accessibili diventi disponibile a tutti.” Altra notizia falsa circolata in questi giorni riguarda la certezza, addirittura l’ipotesi che tali aumenti siano già avvenuti. FALSO! Come è noto, le tariffe del mercato tutelato sono regolate da ARERA, che le aggiornerà il 28 settembre prossimo. Ci auguriamo che nel frattempo Governo e Autorità intervengano mettendo in atto ogni misura disponibile per calmierare tali tensioni. Forse non è il caso, in questa situazione di incertezza, programmare come si sta facendo l’abolizione del mercato tutelato. Alla stangata si aggiunge il peso ormai insostenibile della tassazione: oneri di sistema e IVA applicata anche sulle tasse. VERO! La vera ingiustizia è che tutti i cittadini, chi ha meno possibilità economiche e chi invece appartiene alla fascia più ricca, pagano in maniera uguale gli oneri in bolletta, molti dei quali desueti e non più giustificabili. È vero, inoltre, che in casi come quello dei carburanti e del gas, l’IVA viene calcolata anche su tasse e accise, applicando di fatto una tassa su altre tasse. Di fronte ad una situazione di tensione e di possibili aumenti che avrebbero un effetto deleterio per le famiglie e per l’intero sistema economico (secondo le stime dell’O.N.F.- Osservatorio Nazionale Federconsumatori +110 Euro annui per l’elettricità e +281 Euro per il gas) è fondamentale ed urgente che il Governo: Operi una urgente riforma della tassazione sull’energia, rimodulando oneri di sistema, accise e applicando l’IVA solo sui costi della materia prima e non su importi già comprensivi di altre tasse. Istituisca l’albo dei venditori autorizzati ad operare nel settore dell’energia in base a parametri che prendano in considerazione non solo la solidità e la correttezza e soprattutto il loro impegno nel campo dell’energia sostenibile. Utilizzare, come già proposte recentemente dal Presidente Arera, i proventi delle aste dei permessi di emissione CO2 per calmierare i prezzi. (Per tali voci, solo nel secondo trimestre, l’Italia ha ricavato 719 milioni di Euro.) Avviare delle politiche di sistema che puntino ad affermare la transizione nel nostro Paese senza creare inutili contrapposizioni tra chi promuove la sostenibilità e chi denuncia la grave emergenza sociale e l’avanzare della povertà energetica.

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Biden completa l’agenda di Trump sull’Afghanistan: giusta mossa ma nessun dividendo politico

Posted by fidest press agency su martedì, 14 settembre 2021

By Domenico Maceri. Donald Trump spesso assumeva i suoi collaboratori guardando la Fox News, la rete di televisione conservatrice, scegliendo da coloro che rispecchiavano le sue idee. Il caso del colonnello in pensione Douglas MacGregor è tipico. Nel mese di aprile del 2020, l’allora presidente degli Usa lo vide in televisione e lo invitò alla Casa Bianca dopo avergli sentito dire che gli Stati Uniti dovevano andarsene dall’Afghanistan. Subito dopo essere stato assunto come consigliere al presidente, MacGregor ricevette semplici direzioni in un foglio di carta da Trump ordinandogli che il suo compito era di “Andare via dall’Afghanistan”. Subito dopo il consigliere preparò una pagina di istruzioni che avrebbe fissato il ritiro dei soldati americani per il 12 gennaio 2021, proprio mentre Trump si apprestava ad uscire dalla Casa Bianca, a conclusione delle elezioni del 2020. Trump voleva riportare le truppe a casa al più presto ma poi si accordò con i talebani per il primo maggio del 2021. Questo accordo creò serie apprensioni nei vertici delle forze armate americane. Biden seguì lo stesso percorso tracciato dal predecessore rimandando però la data al 31 agosto.In realtà era stato Trump a seguire la strada tracciata da Biden quando da vicepresidente di Barack Obama aveva raccomandato già dal 2009 di riportare a casa le truppe dall’Afghanistan. Nel suo libro “Promesse da mantenere” Biden reitera i consigli dati a Obama quando scrive che in Afghanistan “altri dieci anni non avrebbero ottenuto” risultati diversi. Obama non seguì il consiglio e nemmeno Trump nei suoi quattro anni da presidente riuscì a finire la guerra. Biden lo ha fatto. Una decisione giusta anche se gli è costata capitale politico a causa del modo affrettatissimo del ritiro, causato dal fatto che i soldati del governo afghano non hanno combattuto i talebani. Il presidente afghano Ashraf Ghani e i soldati al suo comando fecero un accordo coi Talebani che rese molto più rapido il loro controllo del Paese, cogliendo Biden di sorpresa. In effetti, senza il supporto americano il governo afghano si squagliò e il presidente Ghani abbandonò il Paese.Trump non ha riconosciuto che il suo successore alla Casa Bianca ha fatto proprio quello che non era riuscito a lui. Con la sua tipica ipocrisia, l’ex inquilino della Casa Bianca ha dichiarato ai suoi sostenitori che Biden ha “consegnato una grande vittoria a tutti i nemici dell’America” riportando a casa “i grandi soldati dall’Afghanistan”. Anche Mike Pompeo, segretario di Stato nell’amministrazione di Trump, ha criticato l’azione di Biden, dimenticando ovviamente che era stato proprio lui a negoziare il ritiro, fissandolo per il primo maggio. Altri leader di ambedue i partiti hanno dimostrato il disappunto in particolare per le scene caotiche all’aeroporto di Kabul e ovviamente anche per la morte di tredici soldati americani a causa dell’attacco suicida dell’Isis-K.MacGregor, però, l’ex consigliere di Trump, ha lodato il ritiro, asserendo in un’intervista alla Abc che la guerra equivaleva a “un’enorme perdita di tempo, soldi, risorse e vite umane”, concludendo che Biden ha avuto completamente ragione. Gli americani sono d’accordo secondo parecchi sondaggi anche se molto meno sul metodo del ritiro. Secondo il Pew Research Center, un think tank non partisan con sede a Washington D. C., il 54 percento degli americani approva il ritiro delle truppe ma solo il 42 percento sostiene che Biden abbia gestito bene la situazione. L’indice di gradimento di Biden è sceso e adesso il 44 percento approva il suo operato, 7 punti in meno degli ultimi sondaggi. Un recentissimo sondaggio della Cnn, però, ci informa che Biden riceve il 52 percento di approvazione, molto meglio del 37 percento di Trump a questo punto della sua presidenza.Nel suo discorso alla nazione Biden ha spiegato le ragioni del ritorno delle truppe citando il successo straordinario delle evacuazioni (125 mila fra americani e afghani che avevano assistito le truppe). Ha anche asserito che non voleva essere il quarto presidente a rimandare al suo successore la patata bollente e che gli Stati Uniti non possono “costruire nazioni”. Ha anche reiterato i costi che secondo uno studio della Brown University hanno raggiunto più di 6 mila miliardi di dollari e hanno causato la morte di 7 mila americani.Gli americani dunque hanno ripetuto quello fatto dai britannici i quali invasero l’Afghanistan per ben tre volte, poi i sovietici, e infine gli americani, arrivando alla conclusione che il Paese del Sudest asiatico è veramente “un cimitero di imperi”. Nei venti anni di presenza americana in Afghanistan il governo locale non è riuscito a controllare i talebani anche se bisogna ammettere che progressi sociali sono avvenuti, specialmente nelle grosse città e nella capitale Kabul. Con il ritorno al potere dei talebani e il loro annuncio del recentissimo governo provvisorio la situazione delle donne diviene preoccupante anche se molto è cambiato in venti anni.Anche Biden dovrebbe preoccuparsi. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan gli è costato politicamente. Verrà dimenticato alla luce delle prossime elezioni di midterm del 2022 e quelle presidenziali del 2024. Agli americani importa la politica estera ma viene messa in secondo luogo alle questioni domestiche. Anche qui l’ultimo mese non promette bene per Biden. La pandemia, che era sotto controllo, ha ripreso gli aumenti dei casi positivi soprattutto dovuti alla variante Delta. Inoltre ci sono anche da affrontare i danni causati dagli uragani nel Sud del Paese, gli incendi nell’Ovest, e l’economia. Il numero dei posti di lavoro creati nei primi mesi dell’amministrazione di Biden era promettente ma nel mese di agosto solo 235 mila posti di lavoro sono stati creati invece dei 725 mila che gli economisti si aspettavano.Nonostante tutto, però, Biden in futuro sarà riconosciuto come il presidente che mise fine ad una guerra iniziata da George W. Bush con ragioni molto dubbie. Questo conflitto è stato poi seguito da quello in Iraq, con la scusa delle armi di distruzione massiva possedute da Saddam Hussein che difatti non esistevano. L’attuale inquilino della Casa Bianca avrebbe però potuto anche insistere sull’insostenibilità delle spese militari non solo in Afghanistan ma in altre parti del mondo. Considerando il fatto che il 53 percento del bilancio Usa viene speso per la difesa, con approvazione bipartisan, difficile capire come non pochi politici americani continuino a dire che non ci sono fondi per le spese domestiche. Trump, nonostante tutti i suoi difetti, aveva intuito quest’idea ma non fece nulla al riguardo, eccetto strillare agli alleati, minacciandoli che dovevano pagare di più per la loro difesa. Biden ha perso un’opportunità per tracciare una rivalutazione delle spese militari totali. Dopotutto, però, Biden è un centrista, che quando si tratta di spendere per la difesa non si tirava e continua a non tirarsi mai indietro. Quanto tempo si potranno sostenere soldati americani sparsi in 150 Paesi del mondo? Non se ne parla perché potrebbe aumentare i sospetti che l’impero americano stia per finire? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Jackson Hole: l’oracolo è confuso

Posted by fidest press agency su domenica, 12 settembre 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Jackson Hole: l’oracolo non ha parlato. O meglio, come tutti gli oracoli che si rispettano, è stato volutamente poco chiaro, fumoso, aperto a ogni possibile interpretazione. Quest’anno, il simposio di economisti internazionali e banchieri centrali, tenutosi il 26 agosto sul tema “La politica macroeconomica in un’economia mondiale ineguale”, si è svolto per la seconda volta a distanza. Ma la vera particolarità è rappresentata dalla partecipazione di relatori soltanto americani. Rivela forse una rinnovata tendenza all’isolazionismo? Dopo quello militare e geopolitico ora anche quello monetario ed economico? In tutti i passati incontri, nella cittadina del Wyoming, la presenza internazionale era sempre stata importante, a volte dominante. La mancata presenza internazionale sarebbe dovuta a importanti comunicazioni del governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, circa l’eventuale riduzione degli acquisti di titoli pubblici da parte della Fed. Il temuto annuncio non c’è stato. Le parole di Powell sono state queste: “Abbiamo detto che continueremo i nostri acquisti di asset al ritmo attuale fino a quando non vedremo altri progressi sostanziali verso i nostri obiettivi di massima occupazione e di stabilità dei prezzi… La mia opinione è che il test di “nuovo progresso sostanziale” sia stato soddisfacente per quanto riguarda l’inflazione. Ci sono stati anche dei progressi verso la massima occupazione. A luglio sostenni che se l’economia si fosse evoluta come previsto, sarebbe stato opportuno iniziare quest’anno a ridurre il ritmo degli acquisti di asset. Il mese successivo ha portato nuovi progressi per quanto riguarda l’occupazione, ma ha visto anche una maggiore diffusione della variante Delta. Valuteremo attentamente i nuovi dati e i rischi. In ogni caso, anche dopo la fine degli acquisti di asset, le nostre partecipazioni in titoli a più lungo termine continueranno a supportare le condizioni finanziarie accomodanti. I tempi e il ritmo dell’imminente riduzione degli acquisti di attività non intendono essere un segnale diretto per quanto riguarda la tempistica del rialzo dei tassi d’interesse, per i quali è previsto un test diverso e più rigoroso”. Il problema centrale dell’intero discorso di Powell è stato l’inflazione. Questa è stata la parola più usata, per oltre 70 volte, anche se spesso accompagnata dall’aggettivo “temporanea”. Nei dodici mesi precedenti allo scorso luglio, i tassi dell’inflazione complessiva e quella dei consumi delle famiglie sono stati rispettivamente del 4,2% e del 3,6%, ben sopra l’obiettivo del 2%. La spesa per i beni durevoli è aumentata dall’inizio della ripresa e supera di circa il 20% il livello pre-pandemia. In questi settori la domanda supera l’offerta, che è ancora in grande difficoltà per gli effetti dei lockdown. Di conseguenza, i prezzi dei beni durevoli sono il fattore principale che spinge l’inflazione oltre il 2%. Per supportare la sua analisi di “inflazione temporanea”, Powell ha parlato dell’andamento del mercato delle auto usate, che, dopo una notevole crescita, si sarebbe stabilizzato. Anzi, egli afferma che la discesa dei prezzi in questo settore potrebbe far scendere il livello generale del tasso d’inflazione. Un’affermazione che ci sembra azzardata e in controtendenza con il riferimento da lui fatto alla mancanza di rifornimenti, come quella dei chip semiconduttori, che sta mettendo in crisi i grandi produttori di automobili. Perciò, si potrebbe avere una diminuzione delle produzioni e dell’offerta di auto nuove, con un inevitabile aumento della domanda e dei prezzi di quelle usate. I mercati hanno apprezzato che il tasso d’interesse non sia stato toccato e che Powell lo abbia “sganciato” dalle future decisioni riguardanti il cosiddetto tapering, cioè la progressiva riduzione del ritmo di acquisti previsti dal quantitative easing. Si tenga presente che i bilanci delle maggiori banche centrali ammontano alla stratosferica cifra di 28.000 miliardi di dollari. Un aumento del tasso d’interesse, oltre a modificare gli assetti finanziari internazionali, farebbe crescere automaticamente il costo di mantenere tanto capitale nelle casse delle stesse banche centrali. Un problema che prima o poi si porrà. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Siamo più poveri o più tirchi, introversi, diffidenti o asociali rispetto al pre-pandemia?

Posted by fidest press agency su sabato, 11 settembre 2021

ci fa sapere che l’80% delle famiglie spende meno per bar, ristoranti, alberghi, abbigliamento rispetto a prima della pandemia. Un’Italia che sembra diversa da quella che ci è stata narrata in questi ultimi mesi con l’allentamento dei divieti di mobilità, soprattutto per le vacanze: periodo che per gli italiani è intoccabile quanto la mamma. Comportamento che comunque, in soldoni, va valutato considerando anche che il cosiddetto carrello della spesa (cura della casa e della persona) ad agosto ha registrato +0,8%, e i prezzi dei prodotti più ad alta frequenza +2,5%, in un contesto di crescita inflattiva che non si vedeva dal 2013. Non sappiamo, quindi, se si tratta di consumatori più poveri, tirchi, introversi, diffidenti o asociali. Che molti non stiano bene, anche economicamente, a causa della pandemia, non è una scoperta. Ma che questi molti siano l’80% cambia la situazione. E non si tratta solo della differenza tra realtà e percezione della stessa. 80% è roba! In attesa che lo Stato ci aiuti a comprendere meglio cosa accade, e che Governo e legislatore siano all’altezza per la diffusione del benessere e della felicità, ci resta solo da navigare a vista! Vincenzo Donvito, Aduc

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Due notizie importanti: il governo in Afghanistan e l’inizio del processo “Bataclan”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

a) Si è formato il governo in Afghanistan: il primo ministro è un terrorista e il ministro dell’Interno, cioè della polizia, è un terrorista. b) Oggi inizia il processo per l’attentato terroristico al teatro Bataclan di Parigi, che provocò 130 morti. Dobbiamo preoccuparci? Sì, perché gli attentati terroristici possono avvenire ovunque, anche in Italia e il governo afghano, guidato da terroristi, non può che rinvigorire le posizioni delle organizzazioni terroristiche sparse in Europa e nel Mondo. La risposta non si può dare in ordine sparso, serve una soluzione comunitaria, anche militare, perché è in gioco la sicurezza di tutti. In verità, qualcosa si è fatto negli anni passati con una iniziativa per la integrazione delle forze militari e con lo stanziamento dei relativi fondi. Alcuni Paesi comunitari, però, sono riottosi e, allora, occorre che quelli convinti della iniziativa procedano autonomamente. Non possiamo aspettare il “pugno” terroristico, dobbiamo, invece, prevenirlo. Dobbiamo costituire, al più presto, una forza armata europea. Primo Mastrantoni, Aduc

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Metadone=Reddito di cittadinanza. Politiche cattive di chi vorrebbe governarci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 settembre 2021

Secondo la leader di Fratelli d’Italia, il “Reddito di cittadinanza” sarebbe come un metadone di Stato, una sostanza legale che lo Stato dà ai tossicodipendenti in cura per evitare che continuino ad esser tali. Senza entrare nel merito delle polemiche e delle iniziative sul sussidio statale ai meno abbienti, colpisce il paragone che Giorgia Meloni fa per meglio esplicitare il proprio pensiero. Paragone che, purtroppo, ci indica ignoranza e approssimazione. La signora Meloni sembra non avere dimestichezza con il mondo della tossicodipendenza. E anche col mondo delle droghe illegali, nonostante lei sostenga il contrario in dichiarazioni e iniziative di stigmatizzazione di ogni droga che non siano alcol o tabacco. Senso dello Stato vorrebbe che chi si candida alla guida del Paese, quando declama si informasse prima, oppure si attrezzasse con consulenti. Cosa c’entra il metadone coi percettori del “Reddito di cittadinanza”? Nulla. Ma la leader della destra sembra giocare sull’ignoranza media in materia, e la facile associazione di metadone-droga-di-Stato alle droghe illegali che lei vorrebbe proibire più di quanto già non lo siano. E per questo fa strage anche delle tante persone che grazie al metadone si sono reinserite in società riconquistando anche la propria vita. Come definire questo gioco politico? Parole semplici: ignorante e cattivo. Il metadone è una sostanza sostitutiva somministrata dai SerT (Servizi per le tossicodipendenze – Asl) per evitare, in logica di riduzione del danno, che persone tossicodipendenti non vadano in crisi d’astinenza e continuino a rivolgersi al mercato nero di sostanze tipo eroina. Col limite che i suoi effetti sono blandi sull’organismo dei malati. In diversi Paesi (Svizzera, Spagna, Regno Unito, Olanda, Germania, Francia, etc) si è optato per una riduzione del danno non basata sulla sostanza ma sulle infezioni che possono derivare da somministrazioni precarie; ed hanno creato delle narcosale dove la persona si porta la propria sostanza acquistata nel mercato nero, la fa controllare ai sanitari presenti e se la somministra in ambiente e con strumenti igienicamente controllati. Vincenzo Donvito, Aduc

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Ue, Afghanistan e droghe. Conferma e rafforzamento di illegalità e insicurezza

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

I ministri degli Esteri dei 27 Paesi europei hanno affidato all’Ue la propria interlocuzione coi Talebani. Cinque le condizioni “non negoziabili” per riconoscere il governo talebano: Paese non base per terrorismo; garantire libertà fondamentali e diritti umani, in particolare delle donne; governo il più possibile inclusivo; accesso ad aiuti umanitari; far espatriare dal Paese chiunque. Inoltre, la missione del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) dovrà dialogare con i Paesi vicini su flussi di profughi, oltre che contrastare terrorismo e droghe. Quindi la lotta a produzione e traffico di droghe non è condizione “non negoziabile”, e verrà contrastata non mettendo il naso nella politica interna talebana. Verrà fatta qualcosa coi vicini… E’ bene ricordare che l’80% di oppio nell’Ue viene dall’Afghanistan e l’economia delle droghe illegali è la maggiore in questo Paese. Economia, rispetto al precedente governo talebano, cresciuta in venti anni di presenza Nato. Noi crediamo che il maggiore problema dell’Afghanistan sia l’economia illegale dell’oppio. Non combattuta sostituendola con altra legale, ha fatto sì che coltivatori e trafficanti (questi ultimi quasi sempre talebani) restassero indifferenti al cambio di regime (da amici Nato a Talebani): illegale ma tollerata prima… lavoravano prima e lavoreranno ora, a maggior ragione visto che i talebani trafficanti sono al potere. Ad un Paese che si basa su un’economia illegale, si dovrebbe rispondere con aiuti per la transizione verso la legalità: rendere legali i mercati delle droghe in Ue, sì che gli afghani si adeguerebbero ad altrettanta legalità, potendo esportare in Ue.Crediamo, invece e purtroppo, che l’Ue non metterà se stessa in discussione sull’attuale illegalità delle droghe, non renderà attrattivi i propri mercati (risolvendo anche i tanti problemi che questa illegalità causa sul proprio territorio). Vista la secondaria importanza alle droghe illegali l’Ue non andrà oltre quei piccoli e inutili tentativi che già la Nato ha fatto negli ultimi venti anni (coltivazioni sostitutive di zafferano, per esempio). Produzione e mercato illegale resteranno come oggi (in crescita visto che i talebani ci sono più di prima) senza contrasto e alternative. L’Afghanistan continuerà a sopravvivere con l’economia illegale, e relativo riflesso su necessità ed indispensabilità di altrettanta cultura dell’illegalità. Aiutare un Paese “lontano” (che condiziona la propria sicurezza interna) implica considerare anche che l’Ue non ha modelli perfetti. Anzi. Nel nostro caso si deve considerare che l’illegalità afghana nasce e prospera proprio perché i mercati Ue sono illegalmente pronti a recepire i loro prodotti. Vincenzo Donvito, Aduc

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Piccoli Comuni. Che senso e che costi hanno? L’irrazionale amministrativo

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

Lascia basiti la constatazione che in Italia esistono dei Comuni così piccoli che, probabilmente, neanche nelle fiabe. Parliamo di Comuni che, per la popolazione, hanno una trentina di abitanti o, per una superficie di 0,2 Km hanno 4.310 abitanti (densità da metropoli). La questione è venuta alle cronache perché in uno di questi paesi di una trentina di abitanti, Morterone (e non è il più piccolo), Lecco/Lombardia, per le prossime elezioni comunali di ottobre, l’unica lista che si presenta è di un partito gay. A parte la segretezza del voto che a Morterone va a ramengo (tra astenuti e schede bianche è matematico sapere chi vota chi), ma che bilancio e che amministrazione hanno queste entità? Un condominio, ma con poteri ben diversi sulla vita dei propri amministrati rispetto alle beghe dei palazzi. Immaginiamo che ognuno di questi paesi abbia una propria storia, identità, specificità, tradizione e inflessione dialettale diversa, ma questo giustifica l’autonomia di un’amministrazione che, per l’appunto, viene scelta col voto e, magari, ha una sua polizia urbana e magari, qualche volta, si lamentano perché “in tutto il territorio comunale non c’è neanche un ufficio postale”? E’ bene ricordare che una delle svolte importanti (pur se ancora incompiuta) delle nostre amministrazioni territoriali, è stato il varo delle città metropolitane, 14 ad oggi (3). Abolite le province, l’identità di problematiche di governo del territorio ha portato a queste aggregazioni che, al momento, non sono ancora, per esempio, con poteri come metropoli del tipo di Parigi o Londra, ma teoricamente sono sulla strada. In questo contesto, che è anche quello della tecnologia digitale, abbiamo questi paesi di una trentina di abitanti. Entità che rispondono ad una sana economia di costi ed efficienza o solo alla giustificazione di un sovranismo territoriale? A noi sembra una irrazionalità dove penalizzati sono gli amministrati. Quali servizi comunali potranno avere da un amministrazione condominiale, con bilanci da condominio?

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Energia Nucleare. L’azzardo del governo

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

Dopo i referendum del secolo scorso con cui abbiamo cancellato le mire italiane per l’energia nucleare, in questi giorni sta facendo capolino nel dibattito una possibilità di ripensamento.E’ bene ricordare che il referendum del 1987 fu vinto dagli antinuclearisti anche grazie all’ondata emotiva dell’esplosione della centrale di Cernobyl. La dismissione delle centrali dell’epoca è un costo che paghiamo ancora oggi nelle bollette della luce. Il fabbisogno energetico italiano (non coperto dalle nostre fonti) viene colmato anche con l’acquisto di nucleare dalla Francia.Come mai se ne parla?Sul nucleare, ha detto in un dibattito in una festa di partito il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, “si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso è da folli non considerare questa tecnologia”. Seguito a ruota dall’ex amministratore di Enel ed Eni, Paolo Scaroni, secondo il quale l’impegno attuale sulle energie rinnovabili non sarebbe sufficiente al fabbisogno. Ma una piccola doccia fredda a questo “ottimismo” arriva dall’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, secondo il quale “non è realistico pensare a una riconsiderazione. Quello che viene definito ‘nuovo nucleare’ non è tanto nuovo come sembra”. C’è da aggiungere che l’ex monopolista energetico di Stato, dalla dismissione del nucleare ha “patito” le maggiori conseguenze per politiche industriali (non certo per i soldi, ché erano dei contribuenti)… e che tutti i suoi impegni sono sulle energie rinnovabili (per le quali, anche qui, paghiamo nelle bollette), per cui non ha interesse industriale ed economico in materia.Ma di cosa parlano? E’ comprensibile la preoccupazione di avere un’energia più pulita dell’attuale, ma del nucleare di cosiddetta quarta generazione se ne parla da quasi 30 anni e non c’è un punto fermo su cui costruire una politica, essendo rimasti irrisolti i problemi che portarono all’uscita da questa tecnologia: la pericolosità degli impianti, il problema delle scorie e i costi esorbitanti. Oggi c’è solo la tecnologia di terza generazione avanzata, che stanno cercando di costruire i francesi: due cantieri infiniti che sono costati quasi quattro volte il costo preventivato inizialmente. I desiderata del ministro Cingolani sarebbero quindi una scommessa al buio e vaga. Oggi abbiamo già le tecnologie per affrontare la crisi climatica, quella delle rinnovabili. Se siamo ancora in alto mare per far fronte alle crisi climatiche, il problema non è tecnologico ma politico: i decisori, solo per motivi economici legati all’oggi (come se in materia si potesse pensare ad un oggi senza considerare il domani) non fanno scelte radicali di investire tutto sulle rinnovabili. Il dibattito di fine estate, per chi avesse ancora qualche dubbio, è un classico delle feste di partito… un po’ come le promesse delle campagne elettorali. Accademia. Intanto gli scienziati è bene che continuino ed incrementino le ricerche anche sul nucleare, ma sostenere che siamo già pronti per l’uso civile di questa tecnologia, ci sembra azzardato. E preoccupante quando diventa convinzione di chi ci governa. Vincenzo Donvito, Aduc

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Afghanistan e controinformazione

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

Di Vincenzo Olita. Nei giorni precedenti all’entrata dei talebani a Kabul, nella nostra ultima news del 14 agosto lo evidenziavamo, era chiarissimo, l’Occidente nel suo complesso e gli Stati Uniti in particolare stavano subendo un colossale smacco politico militare che avrà rilevanti conseguenze sugli assetti e le relazioni internazionali nel prossimo futuro. L’inconsistenza e la miopia strategica dell’Amministrazione Biden hanno rimarcato l’annosa difficoltà degli Stati Uniti nel gestire crisi internazionali e capovolgimenti politici. Lo stesso Henry Kissinger ha espresso la sua negatività rispetto a una permanenza ventennale in territorio afghano di truppe occidentali per una missione con obiettivi non chiari sulla durata e sul risultato finale. Una guerriglia estenuante conclusasi con una resa ingloriosa e ancor più con una caotica ritirata da principianti che lascia il paese più o meno nelle stesse condizioni di partenza. È un risultato che incide pesantemente sul traballante futuro dell’ONU, sull’inutilità della NATO, su un vanaglorioso europeismo e sugli scenari internazionali. Come indica la parola resilienza, tanto alla moda nel linguaggio politico ma tanto respingente per chi influenzabile non è, dalle crisi nascono opportunità e l’insegnamento semantico non è sfuggito a buona parte della politica occidentale. A due settimane dalla caduta di Kabul siamo travolti dalla generale soddisfazione per le operazioni di rimpatrio di truppe e profughi, istruttive le dichiarazioni televisive del rappresentante civile della NATO, l’ambasciatore italiano Stefano Pontecorvo, “l’Italia ha fatto bene, I talebani non conoscono il loro Paese, Lasciamo un Paese in cui ci sono dodici milioni di studenti” e così via. Per chiarire, in Italia, con venticinque milioni in più d’abitanti, contiamo poco meno di 10 milioni di studenti comprensivi degli universitari. Con queste consapevolezze degli attori in campo siamo sommersi da una valanga di buoni propositi, “Non li lasceremo soli, Ci batteremo per salvaguardare i Diritti Umani, Chiederemo i corridoi Umanitari”. Insomma un attivismo permeato da entusiasmo tale da oscurare il nostro totale disinteresse per le sorti di quel Paese negli anni della missione militare e in occasione dell’avvio della resa, salvando, a onor del vero, solo il Metternich di Pomigliano d’Arco che, infelice, dichiarò che si trattava di una “ritirata d’importanza epocale”. Al di là del mostrarsi partecipi, comprensivi e disponibili per gli afghani immaginati e rappresentati tutti schiavi di centomila tagliagole, nostalgici e convinti colonialisti si spingono ad accarezzare un futuro ritorno di una missione militare in un paese sconvolto anche da una corruzione fuori controllo. Non è bastato il pesante dramma di un’inutile e fallimentare guerra, migliaia di morti tra militari, agenti privati e secondo fonti umanitarie, centomila afgani tra combattenti e civili. Ma è sul terreno della costruzione del proprio ruolo e dell’implementazione della propria immagine che la politica ha dimostrato tutta la sua capacità di concretizzare la resilienza, naturalmente ben supportata dall’informazione in qualità di sottoprodotto della stessa politica. In altri termini, in occasione di un fallimento politico militare di un intero emisfero, in cui le leadership e la politica succedutesi nel ventennio avrebbero dovuto essere chiamate almeno in valutazioni parlamentari e giornalistiche, ci si trova innanzi a un sostanziale ribaltamento di ruoli e posizioni. I silenti in quattro lustri trasformati in grilli parlanti, i peones della politica si scoprono conoscitori di storia e geografia delle religioni, i vertici politici annunciano straordinarie iniziative come la convocazione di un G20 allargato alle potenze regionali. Indipendentemente dalla sua effettiva realizzazione e dalle eventuali conclusioni Mario Draghi è già stato individuato un leader planetario che ha consentito anche la centralità dell’Italia nel dibattito internazionale. Siamo alla novella del contadino che trasportando la ricotta al mercato immagina che da quel guadagno ne scaturiranno mandrie. Non è bastato il fallimento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, a fine agosto con l’astensione di Cina e Russia, approva solo una debole e inconsistente risoluzione sull’Afghanistan, a dimostrazione della reale centralità di cinesi, russi, pakistani iraniani e turchi in quello scacchiere. Il G20 annunciato, grazie alla nostra annuale presidenza, sarà difficile da realizzare e in tutti i casi, la torre di Babele non potrà non partorire che un topolino. Questo è secondario, importante è l’annuncio della centralità italiana. Joe Biden rivendicando il successo della ritirata statunitense si presenta come un leader attento alle vere prossime sfide come se la rovinosa resa fosse stata solo un secondario problema. E poi l’europeismo, ancora un’assenza in una crisi per favorire la sua ennesima centralità, ormai è qualche decennio che assistiamo al mantra sull’evidente bisogno di un’implementazione europea. Insomma, ruoli, rilevanza e posizioni sono stati esaltati su larga scala grazie alla debacle occidentale in Afghanistan, la controinformazione ha dimostrato la funzionalità della resilienza, la speranza è che ventitré milioni di profughi da Formosa non siano tra le prossime opportunità.

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USA: un’economia con infrastrutture obsolete

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Quando le campagne elettorali dei partiti s’intrecciano alle scelte politiche ed economiche, i risultati non sono sempre positivi, ovunque nel mondo. Anche in Italia e negli Stati Uniti. Per esempio, il programma di investimenti in infrastrutture de l presidente Biden è stato di fatto dimezzato. Il partito Repubblicano non intende permettere che esso diventi un successo per i Democratici nelle elezioni di metà mandato del 2022. Per evitare un ostruzionismo paralizzante al Senato, il governo si è detto disposto a un accordo bipartisan per progetti più “annacquati”. Il piano infrastrutturale iniziale di Biden era di 1.900 miliardi di dollari in otto anni. E’ stato ridotto a 1.200 miliardi di cui, però, 650 già stanziati in precedenza dall’amministrazione Trump. I nuovi investimenti, quindi, ammontano a 550 miliardi. Sembra una cifra ragguardevole. Non lo è se, però, si tiene conto che la maggioranza delle infrastrutture è obsoleta, vecchia di 40 anni o più. Il Rapporto 2021 dell’American Society of Civil Engineers (ASCE), l’organizzazione indipendente degli ingegneri civili, identifica in dettaglio le aree di sviluppo infrastrutturale e quantifica in ben 2.590 miliardi di dollari la necessità di investimenti in 10 anni. Servono almeno 786 miliardi solo per modernizzare o riparare le strade e i ponti. Biden ne prevede ora 110 miliardi. La seconda area che richiede un grande intervento riguarda l’acqua potabile e le relative infrastrutture. L’ASCE stima che il gap di investimenti potrebbe salire a 434 miliardi di dollari entro il 2029. Nel programma dell’Amministrazione sono previsti soltanto 55 miliardi. Vi sono poi i settori dell’energia il cui gap potrebbe aggirarsi intorno ai 200 miliardi di dollari entro il 2029. Ma ne sono previsti solo 73. Tutto ciò non sorprende: è la conseguenza della profonda trasformazione degli Usa, dove nei passati decenni la finanziarizzazione dell’economia e l’outsourcing (lo spostamento delle industrie all’estero per pagare meno il costo del lavoro e le tasse) sono cresciuti enormemente, a discapito dei settori produttivi. Infatti, mentre nel 1965 il settore delle macchine utensili rappresentava il 28% dell’intero mercato mondiale, oggi tale percentuale è ridotta al 5%. Nel 2018 i produttori di macchine utensili ne hanno esportato per 4,2 miliardi di dollari e importato per 8,6 miliardi. Se si produce di meno e si vuole mantenere alti i livelli di consumo, l’unica via è il debito. Non solo quello pubblico delle amministrazioni centrali e periferiche, ma anche quello privato. Infatti, nel secondo trimestre del 2021 il debito delle famiglie americane ha raggiunto quasi 15.000 miliardi di dollari, dei quali oltre 10.000 per ipoteche sulla casa. In un solo trimestre l’aumento del debito privato è cresciuto del 2,1%. Anche la spesa sanitaria delle famiglie è aumentata enormemente. L’amministrazione Biden ha un programma di investimenti, sulla carta, molto ambizioso. Oltre alle infrastrutture, vi sono dei pacchetti di spesa per il digitale, per i cambiamenti climatici e soprattutto per l’infanzia e le scuole. E’ chiaro che fare tutto a debito, emettendo Treasury bond e stampando moneta, non sarebbe possibile. Per questa ragione Biden ha annunciato la volontà di aumentare le tasse sui profitti delle grandi corporation e per i super ricchi. Anche su questo è in corso una battaglia ideologica, con ricadute elettorali. D’altra parte, la politica di Trump di tagliare le tasse per 1.900 miliardi di dollari non ha dato grandi frutti. La narrazione liberista sosteneva che le tasse condonate si sarebbero automaticamente trasformate in nuovi investimenti nei settori dell’economia reale. Così non è stato! Diminuire le tasse per le pmi, per le famiglie e anche per le industrie grandi, produttive e innovative, è positivo. Però, è pratica di certe multinazionali e di alcuni settori dei servizi, in primis quelli finanziari, utilizzare i soldi rimasti nelle loro casse per differenti operazioni di borsa, come il riacquisto delle proprie azioni, di buyout, cioè per l’acquisto di altre imprese con denaro preso a prestito, o per distribuire dividenti più alti. Il contrario di quanto dovrebbe essere fatto, non solo negli Usa. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Afghanistan e Italia. La necessità di un esercito europeo

Posted by fidest press agency su sabato, 4 settembre 2021

Cosa c’entra l’Afghanistan con l’Italia, se non per la presenza ventennale delle nostre truppe? E, ancora, che ci facevamo in Afghanistan? Eravamo in quel Paese orientale per esportare la democrazia, come leggiamo e sentiamo? No, eravamo lì per la nostra sicurezza dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, perché minacciare la vita dei civili nei Paesi occidentali era un modus operandi di gruppi terroristici, uno per tutti Al Quaeda, che aveva fatto dell’Afghanistan una base per il proprio supporto logistico e operativo. Ricordiamo che, a tutt’oggi, in Afghanistan operano ben 18 gruppi terroristici e che l’islamismo radicale ha compito attentati in Spagna (stazione ferroviaria di Madrid, con 191 morti e 2000 feriti, nel 2004), in Francia (Parigi, Nizza e altre), in Germania (Berlino, Hanau), Regno Unito (Londra, Manchester), ecc. Ritenere che l’Italia ne possa essere esente è una illusione.Ci interessa, ancora, l’Afghanistan? Facciamo qualche esempio.Ci sono i profughi afghani la cui emigrazione incontrollata riguarda l’Italia e i Paesi europei; c’è il mercato della droga afghano che rappresenta circa il 90% dell’offerta globale di oppiacei illegali; ci sono le miniere di “terre rare”, il cui utilizzo è necessario per i programmi di transizione energetica programmata dall’Italia e dalla Ue, ecc. Insomma, l’Afghanistan è fisicamente lontano ma è vicino, e in contrasto, politicamente, economicamente, socialmente e culturalmente. Il ritiro americano dimostra la dipendenza nostra e dell’Europa dalla politica estera e di sicurezza di un Paese alleato come gli USA. Dobbiamo elaborare un progetto di autonomia strategica europea, decisione che va supportata da una politica estera comune all’Ue e da una propria capacità militare, ovvero da una forza armata europea. E’ inevitabile. Ne va della sicurezza e degli interessi economici dell’Italia e degli altri Paesi europei ai quali siamo strettamente connessi.Primo Mastrantoni, Aduc

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Sappiamo davvero cosa mangiamo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

Al rientro dalle vacanze il primo pensiero è quello di rimettersi in forma dagli “sgarri” alimentari delle ferie e ogni italiano in questo periodo ricorre a manuali, diete lampo o fai da te, sperando di perdere qualche centimetro in più. Via pasta, pane e zucchero, spazio alle proteine e alle verdure, ma siamo certi che alla fine i prodotti che scegliamo abbiano le caratteristiche che ci aspettiamo o che ci vengono consigliate? L’unica risposta può darla l’etichetta interattiva. Come funziona lo spiega Federico Persico, Chief Technology Officer di Trackyfood: “Attraverso la scansione di un Qr-code è possibile accedere su smartphone a tutte le informazioni di un prodotto: ingredienti, tabelle nutrizionali, tracciabilità dei lotti e tutto quello di cui si ha bisogno per compiere un acquisto consapevole. TrackyFood è un servizio cloud di gestione e valorizzazione della tracciabilità delle filiere agroalimentari, che si differenzia dal classico sistema gestionale di tracciabilità. Si tratta di una piattaforma costruita sulle più innovative tecnologie, supportata dalla blockchain, che da un lato fornisce al produttore una soluzione completa, integrabile con eventuali processi di tracciabilità già esistenti; dall’altro è in grado di acquisire dati da più fonti, di metterli insieme, certificarli e renderli fruibili al consumatore finale”. Un esempio? Quanti di noi hanno preferito i cereali a qualsiasi altro alimento per la colazione o uno spuntino ritendendolo “più salutare” o “più light”. “I cereali piacciono un po’ a tutti- spiega la biologa nutrizionista Valentina Mele -. Ma non è sempre vero che questo tipo di colazione sia salutare. Infatti non tutti sanno che i cereali in commercio sono spesso ricchi di zucchero e sale, nutrienti per i quali dobbiamo fare attenzione nel consumo e soprattutto nell’abuso. Per prima cosa bisogna leggere bene la lista degli ingredienti. Ricordiamo che gli ingredienti elencati sono in ordine decrescente di quantità nel prodotto finito: il primo ingrediente in lista è quello maggiormente presente nel prodotto che stiamo acquistando. Per questo motivo, trovare lo zucchero nelle prime posizioni della lista sta a significare che è presente in quantità non trascurabile. Laddove possibile è bene prediligere cereali da agricoltura biologica e informarsi sulla provenienza delle materie prime, scegliendo cereali coltivati in Italia. Di sicuro sarebbe utile poter accedere a tutte le informazioni riportate in etichetta in modo semplice e facilmente consultabile”.L’accesso alle informazioni, l’uso consapevole dei prodotti finalizzato al miglioramento della salute alimentare sono tra i principali obiettivi di Trackyfood per fornire uno strumento innovativo per il controllo di filiera, volto ad offrire al consumatore delle informazioni certificate e non solo uno slogan pubblicitario, spesso ingannevole.Come funziona? Tramite smartphone TrackyFood racconta in modo innovativo ogni prodotto con contenuti multimediali ed uno storytelling personalizzato. Foto, testi e video valorizzano al meglio il produttore, la sua tradizione e storicità, il territorio di provenienza delle materie prime e la loro lavorazione attraverso un’interfaccia user-friendly “TrackyFood- conclude Persico – si rivela uno strumento efficace per tutelare il Made in Italy, la certificazione di provenienza delle materie prime e del prodotto sono efficaci deterrenti per contrastare l’Italian sounding”.

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Il cambiamento climatico mette i colossi del petrolio di fronte a grandi sfide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

A cura di Darren Peers, Analista di investimenti azionari di Capital Group. Dopo essere sopravvissute al rovinoso crollo dei prezzi del petrolio nel 2020, oggi le maggiori compagnie petrolifere sono sottoposte a forti pressioni in merito al contributo che intendono fornire agli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.Negli ultimi mesi, un gruppo di azionisti attivisti guidato dall’hedge fund Engine No. 1 ha eletto tre nuovi membri al CdA di Exxon Mobil. La Royal Dutch Shell è stata obbligata da una sentenza di un tribunale olandese a ridurre le emissioni nette di carbonio del 45% entro il 2030. E gli azionisti di Chevron hanno votato a favore di un taglio delle emissioni totali di gas serra della società. (Ricordiamo che l’espressione “emissioni nette zero” si riferisce al bilancio tra la quantità di gas serra prodotto e la quantità di gas serra eliminato dall’atmosfera.) Ovviamente, la società occidentale sta spingendo per una riduzione delle emissioni. Detto questo, il percorso verso la riduzione delle emissioni di carbonio rimane in certa misura opaco e provvisorio, la società avrà ancora bisogno di idrocarburi per i trasporti, l’energia, le sostanze chimiche, la plastica e i lubrificanti.In questo momento, a livello mondiale c’è una tensione incredibile, soprattutto nelle società occidentali. Vogliamo un’energia a prezzi accessibili e al contempo pulita. A volte non è necessario scegliere: l’eolico onshore e il solare, per esempio, sono fonti di energia sia accessibili, sia pulite. Tuttavia, in molte altre parti della filiera energetica, l’energia pulita è più costosa. E, all’aumentare dei costi, aumentano anche le sfide. Questo è forse meno vero per le regioni relativamente ricche, ma per l’economia globale nel suo complesso è un vero e proprio motivo di tensione. Tutte queste società stanno cercando, chi più, chi meno, di raggiungere un equilibrio accettabile. Ci sono i colossi europei che si trovano nell’occhio del ciclone e hanno sviluppato importanti programmi per tentare una decarbonizzazione di concerto con la società. Le principali compagnie petrolifere statunitensi, invece, sono state meno proattive. Io sarei fortemente favorevole a una carbon tax che definisca un prezzo sul carbonio. Ritengo che questa misura contribuirebbe ad appianare il terreno di gioco. Ad oggi stiamo assistendo a un caleidoscopio di sussidi e regolamentazioni, con diverse gamme di rischi. BP, ad esempio, sta puntando fortemente sulle risorse rinnovabili, aprendo alla possibilità di rendimenti insoddisfacenti su questi investimenti. Chevron ed Exxon Mobil, dal canto loro, si sono mostrate meno disposte a una transizione verso aree delle energie alternative finora poco redditizie, ma così facendo potrebbero correre il rischio che il loro approccio venga considerato inaccettabile dalla società. E, se la sentenza emessa nei confronti di Shell insegna qualcosa, è possibile prevedere che le compagnie saranno indotte ad adottare misure di riduzione delle emissioni facendo leva sulle leggi e sulle politiche vigenti. Questo significa che dovranno ridurre la loro impronta di carbonio (sia in termini di emissioni che di intensità di carbonio) a un ritmo più sostenuto. Da diversi anni osserviamo che i colossi del petrolio investono in misura minore nelle loro attività tradizionali e che molti di essi sono sottoposti a pressioni verso un disinvestimento di determinate attività di combustibili fossili.Una possibile implicazione potrebbe essere che alcuni asset petroliferi tradizionali passeranno da società petrolifere quotate in borsa a produttori meno attenti agli aspetti ambientali e sottoposti a minori verifiche delle emissioni. Sebbene le società perseguano, a livello individuale, gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il bilancio delle emissioni globale potrebbe rimanere invariato. I minori investimenti nelle attività del petrolio potrebbero determinare una flessione dell’offerta proprio quando la domanda mondiale sta registrando una ripresa. Questo, a sua volta, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio e le grandi compagnie petrolifere potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma interessante: se i prezzi del petrolio rimarranno elevati, saranno ancora disposte a sacrificare investimenti in quell’attività per portare avanti la transizione verso le energie rinnovabili? Al momento non c’è una risposta chiara.Per le compagnie petrolifere, il dilemma è come realizzare una decarbonizzazione che sia anche economicamente redditizia – e anche a quale velocità farlo, e in che misura. Per ora è troppo presto per sapere quale di queste compagnie riuscirà eventualmente ad espandere le proprie attività a basse emissioni di carbonio con parametri economici redditizi.Non abbiamo ancora ben chiaro quanto rapidamente stia avvenendo la nostra transizione collettiva verso un’economia a ridotta impronta di carbonio. È probabile che, ancora per diversi anni, la domanda di petrolio e gas continuerà a crescere, per poi stabilizzarsi e iniziare molto lentamente a diminuire. Questo possibile sviluppo è dovuto ai rapporti economici attuali: gli idrocarburi sono ancora il modo più conveniente di alimentare le società e la crescita delle loro economie. Questo non sarebbe uno scenario dirompente per le grandi compagnie petrolifere, se non per il fatto che continueranno ad essere considerate il problema, e non la soluzione.Un’altra possibilità è che vengano sviluppate altre tecnologie per la riduzione del carbonio e che le tecnologie esistenti diventino economicamente più accessibili prima del previsto e/o che varie regioni siano disposte a imporre un prezzo del carbonio più elevato. Una maggiore spinta a muoversi verso la parte discendente della curva economica dei costi aiuterebbe le organizzazioni e le società a compiere il salto. Ad oggi non siamo dove dovremmo essere. Tuttavia, c’è sempre più consapevolezza che è necessario fare di più.La politica dei governi potrebbe anche influenzare la velocità del cambiamento nelle compagnie petrolifere e alterare i modelli di consumo, attraverso requisiti di cattura del carbonio o incentivi finanziari per i consumatori, che potrebbero promuovere il passaggio alle energie alternative. Per esempio, il pacchetto climatico “Fit for 55” proposto dall’Unione Europea prevede l’imposizione di un prezzo sulle emissioni causate dalle spedizioni e dai trasporti aerei, e il divieto di vendita di nuove automobili con motore a combustione interna entro il 2035.Le compagnie petrolifere hanno diverse potenziali aree su cui concentrarsi nell’ambito delle energie alternative. Per esempio, la catena di valore delle energie rinnovabili ha una struttura simile a quella del settore energetico. Tuttavia, gli asset sono diversi: potrebbe trattarsi della produzione di energia (ad es. costruzione di parchi eolici offshore), del trasporto di una particolare forma di energia alternativa come l’idrogeno (ad es. costruzione di condutture) o della distribuzione finale ai clienti (ad es. stazioni di ricarica per veicoli elettrici).Mentre le grandi compagnie petrolifere europee hanno puntato sull’eolico e il solare, le controparti di Chevron ed Exxon Mobil dispongono di tecnologie di cattura del carbonio che possono sfruttare a loro favore. L’idrogeno e i biocarburanti offrono un’ulteriore gamma di potenziali opportunità.Infine, se il mondo dovrà raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050, saranno necessari investimenti massicci nelle fonti di energie alternative. Questa potrebbe essere un’enorme opportunità per le grandi compagnie petrolifere – sempre che riescano a trovare un vantaggio interessante a livello di costo in una di queste aree.

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Stati Uniti d’Europa. Esercito. Dalle parole ai fatti

Posted by fidest press agency su sabato, 28 agosto 2021

Dopo lo smacco Nato/Usa in Afghanistan e la ripresa del terrorismo con gli attentati a Kabul, si è avviata la corsa a prendere in considerazione l’Unione europea come entità politica e non solo economica: si è chiusa una partita iniziata dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa non mostrano di essere in grado di garantire la nostra sicurezza continentale e mondiale. Tutti, compresi alcuni “strani” personaggi istituzionali che fino a ieri urlavano “no euro” e “Italexit” e per questo probabilmente sono stati anche eletti, si prodigano nel perorare un esercito europeo. Le cui funzioni – per i novelli europeisti, e anche alcuni “maitre à penser” dell’editoria nazionale – non sono ancora chiare, facendo sottendere una sorta di scambio: prima erano gli Usa ora l’Europa, almeno per il nostro territorio continentale. Gli Usa hanno sempre fatto i loro interessi di nazione curando le ricadute della loro azione sulla politica e sicurezza interna al proprio Paese. A livello europeo il concetto di nazione non ha senso, la nazione Europa non esiste. Possiamo giocarci solo la carta federalista e, al momento, con un grosso problema, l’assenza del Regno Unito che, per quanto riguarda gli eserciti, ha molto da insegnare a tutti. Inoltre, i Paesi dell’Unione, sconfitti o salvati nella seconda guerra mondiale, a parte l’anomalia francese, hanno limitata e recente esperienza. Questo per dire che un esercito europeo non potrà al momento avere una forza politica come quella messa in moto dagli Alleati contro il nazi-fascismo nel secolo scorso. Che è quanto si auspicherebbe oggi contro il terrorismo (incluso quello mascherato da guerre convenzionali, tipo Yemen). Dovremmo agire consapevoli dei nostri limiti.Per agire si dovrebbe passare dal dire al fare. E siamo in alto mare. E’ in corso la Conferenza sul futuro dell’Europa. Che non è all’altezza di questa urgenza: per tempi, modalità e tematiche. Poi ci sono i vari problemi all’interno dell’Ue, soprattutto con Ungheria e Polonia. E poi c’è l’Ue, che è Unione Europea e non Stati Uniti d’Europa o qualcos’altro con mandato politico in materia. Insomma: un esercito europeo oggi è solo accademia, pur rifacendosi ai nostri padri fondatori di Ventotene.La domanda è questa: di fronte a Talebani che in alcune settimane hanno conquistato un Paese dettando condizioni a Nato/Usa, di fronte alla scontata ripresa del terrorismo, gli Stati dell’Ue cosa pensano di fare? Diplomazia ad ampio raggio, certo, bene. Ma visto che il nemico (sì, proprio il nemico) sostiene che gli infedeli vanno convertiti o eliminati, forse è il caso non solo di allertare le ambulanze per morti e feriti, ma di forzare istituzioni e politica per “qualcosa” che ci difenda. Non sarà un Esercito europeo come i crismi istituzionali comandano, chiamatelo come volete, ma un facente funzioni in materia urge. Da poi perfezionare e armonizzare con le nostre istituzioni, non coi tempi jurassici della tradizionale eurocrazia. Ce la facciamo ad essere più veloci dei Talebani? Vincenzo Donvito, Aduc

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Vaccini, Sicurezza. Scegliere facendo tesoro degli eventi transnazionali

Posted by fidest press agency su sabato, 28 agosto 2021

“Tutto il mondo è Paese”. Cosi è da molto tempo ma, da quando il Pianeta è interconnesso e le economie del quotidiano sono transnazionali, i margini di “nazionalità” o “del proprio giardino” sono più illusione parassitaria che altro. Nonostante tante politiche, per esempio quella alimentare del Km zero, potrebbero indurci al contrario… ma il Km zero non è una nicchia economica bensì produttiva, tant’è che, per esempio, a Km zero sono anche gli hamburger di Mc Donalds… più transnazionale di così…. Quanto accade in Afghanistan ci riguarda. Le bombe di Kabul di questi giorni, non si può escludere che siano la premessa per ritorno a stagioni di bombe anche sotto casa nostra, e che dobbiamo meglio attrezzarci per l’accoglienza dei rifugiati. I drammi in atto sono anche responsabilità di scarsa attenzione da parte di chi è preposto alla nostra sicurezza, ché non ha valutato per bene la cultura di chi ci colpisce: l’infedele va convertito o eliminato ed invece dovremmo pensare ad altre soluzioni più indirizzate alla comprensione. In questo contesto siamo anche in pieno covid, transnazionale per eccellenza. In cui contano le risposte locali, ma solo se armonizzate con quelle nazionali, europee e mondiali…. Dove non abbiamo un governo transnazionale della situazione, ma solo stimoli e indicazioni: Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) e Commissione Europea, entrambi senza poteri in merito. Cosa possiamo comprendere da queste situazioni per farci meno male? Che non bisogna mai prestare il fianco per debolezza o per scelta opportunistica/nazionale, ma tenere sempre la situazione sotto controllo, facendo anche scelte che di primo acchito possono sembrare impopolari. Questo può valere per la Sicurezza mondiale a partire dall’Afghanistan. E gli errori di 20 anni fatti dalla Nato in quel territorio, come se (quella che hanno chiamato) cultura “locale” avesse diritto di affermarsi con violenza, sopraffazione, corruzione e illegalità (di genere, individuale e produzione di oppio).Questo vale per il covid. Dove le indecisioni, le non o le mezze decisioni stanno facendo dilatare la pandemia. Prestando il fianco a chi confonde (per scelta individuale o opportunistica/politica) la propria libertà con il diritto ad infettare l’altro. Politica che ha portato a non ancora decidere all’obbligo vaccinale e del green pass, ovunque. Come l’obbligo del codice della strada, senza il quale non potremmo circolare. I fatti del Pianeta ce lo stanno urlando ovunque. Senza decisioni apparentemente impopolari non si va da nessuna parte, si vive peggio e si muore prima. Vincenzo Donvito, Aduc

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Afghanistan: droghe e tutto il resto, che fare?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 agosto 2021

E’ incredibile come in tutte le vicende di queste settimane sull’Afghanistam dopo le prime fiammate di informazione, la questione oppio sia passata decisamente in secondo piano. Come se, coi Talebani prima e con gli Usa/Nato dopo, la principale attività economica afghana non sia arrivata a soddisfare il 90% del mercato mondiale. E come se qualcuno avesse dubbi che così continuerà anche con i Talebani di oggi. E tutte le note ricadute del caso: – interne: può un Paese vivere civilmente ed economicamente basandosi su prodotti illegali che, per la distribuzione, hanno bisogno del fior fiore della malavita internazionale? – esterne: i loro prodotti, quando arrivano, per esempio sul mercato europeo, sono responsabili di 1,5 milioni di tossicodipendenti e di tutto il disordine pubblico, giudiziario, sociale, economico e umano che è collegato al mercato nero. Cosa significa non porre la droga illegale al centro dell’agenda? Soprattutto lasciare il nuovo governo talebano a se stesso. Super condizionato da aiuti che arriveranno da una Cina che, apparentemente disinteressata per ora alle ricadute dell’oppio nei propri confini nazionali, porterà comunque in Afghanistan infrastrutture e posti di lavoro. Gli “occidentali” non sono graditi: sconfitti che hanno investito miliardi di dollari quasi esclusivamente in armamenti per un esercito che ha dimostrato di non esser tale, e con le loro economie finanziarie (spesso predatorie) che hanno ignorato i tesori delle cosiddette terre rare, lasciando prosperare e crescere le coltivazioni di oppio.I cinesi non devono far arricchire nessun privato ma ampliare il loro potere di penetrazione e controllo, senza molto guardare il “pelo nell’uovo” (il più importante – al momento – non far lavorare le donne). Quindi “occidentali” fuori, cinesi dentro. Nel frattempo le persone continuano a non morire di fame grazie all’oppio illegale che, se anche i Talebani dicono di voler combattere, difficile che lo faranno la di fuori della facciata, visto che il loro movimento in questi anni di non-governo si è alimentato proprio con questo mercato dell’oppio.In attesa che gli “occidentali” cerchino di capire meglio cosa è successo (3), occorre correre ai ripari. L’Unione europea sarà bene che avvii più di una riflessione e iniziativa per comprendere le pesanti ricadute sul proprio territorio (droghe e, presumibilmente, nuovo terrorismo): conseguenza di aver affidato la propria politica estera ad un Paese (Usa) interessato solo ai propri problemi nazionali.Intanto, per farci meno male, far uscire l’oppio dal mercato illegale con la legalizzazione, non sarebbe un passo azzardato. Soprattutto da parte degli Stati nazionali, che hanno tempi più rapidi dell’Ue e, figuriamoci, delle Nazioni Unite con le loro convenzioni proibizioniste. Vincenzo Donvito, Aduc

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Il censimento Usa del 2020: più luci per i repubblicani, meno per i democratici?

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

By Domenico Maceri. I preliminari dati del censimento decennale americano suggeriscono cambiamenti basici che saranno soggetto di nuovi programmi per i due maggiori partiti politici ma con conseguenze per tutto il Paese in tempi vicini ma anche per i prossimi dieci anni quando avverrà il prossimo conteggio. Ambedue partiti possono sorridere con i dati. Per i democratici la crescita di popolazione nelle aree metropolitane rappresenta vantaggi ma anche i repubblicani possono guardare con ottimismo agli aumenti di popolazione in parecchi Stati “red”, ossia conservatori, del Sud.Nell’ultimo decennio la popolazione statunitense è cresciuta da 308 a 332 milioni, circa l’8%. Il numero degli over 65 è aumentato dal 13% nel 2010 al 16,9% attuale per un totale di 56 milioni di abitanti. Il Paese sta invecchiando. L’età media nel 2010 era di 37 anni comparata a quella del 2020 di 38 anni. Il numero dei bianchi è sceso dal 63 (196 milioni) al 57% (191 milioni). Gli ispanici adesso rappresentano il 19% della popolazione, gli afro-americani il 12% e gli asiatici-americani il 6%.Una visione generale di queste cifre dovrebbe fare preoccupare i repubblicani, i quali, soprattutto sotto la guida di Donald Trump, hanno concentrato i loro sforzi ad ottenere il loro supporto quasi esclusivamente da elettori bianchi. I democratici, invece, con Barack Obama nel 2008 e 2012 e Joe Biden nel 2020 hanno formato una coalizione di gruppi minoritari che include anche elettori bianchi.Questa strada verso le coalizioni per vittorie elettorali viene anche supportata dal censimento recente che ci indica una crescita multirazziale. Gli individui che si considerano parte di più di una razza è cresciuto da 9 milioni nel 2010 a quasi 39 milioni nel 2020, ossia un aumento del 276%. L’altro dato che dovrebbe fare riflettere i repubblicani è l’aumento di residenti nelle zone metropolitane, roccaforti democratiche, cresciuto anche del 9% dal 2010 al 2020. L’86% degli americani risiede adesso in zone urbane. Queste zone metropolitane tendono ad essere più produttive, più tolleranti, più diverse e favoriscono il Partito Democratico. Le zone rurali e periferiche tendono invece a votare per i repubblicani.Quando ci si addentra ancora di più nei numeri i repubblicani hanno anche loro ragioni per sorridere. Alcuni Stati “red” hanno avuto incrementi di popolazione e riceveranno più seggi alla Camera. Il Texas, la cui popolazione è aumentata di 4 milioni (16%), avrà due seggi in più per un totale di 38. Da notare anche che 2 dei 4 milioni di nuovi residenti sono ispanici che potrebbero rappresentare un punto poco positivo per il Gop poiché tendono a votare per il Partito Democratico. Anche rilevante è il fatto che il 50% degli abitanti del Lone Star State sono ispanici. La Florida, la Carolina del Nord e il Montana, altri stati “red”, avranno un seggio in più. Stati “blue”, ossia liberal, come la California, New York e l’Illinois perderanno un seggio a testa. Nel caso di New York si tratta di un continuo calo iniziato nel 1940 quando lo Stato aveva 45 seggi alla Camera comparati ai 26 attuali.Il vantaggio per i repubblicani al di là dei nuovi seggi rimane la rimodulazione dei distretti congressuali e anche statali dove il Gop può dettare legge. In grande misura le modifiche dei distretti sta nelle mani delle legislature statali con minime direzioni del governo federale. Si richiedono approssimativamente 761mila cittadini in ogni distretto, tenendo conto dei dati del censimento del 2020. I repubblicani controlleranno la ridistribuzione in 180 distretti mentre i democratici solo 75. I rimanenti 167 distretti saranno rimodulati da commissioni indipendenti che tendono all’obiettività. Storicamente i distretti vengono disegnati per mantenere certe maggioranze di uno o un altro partito con poche eccezioni di distretti competitivi. Per i repubblicani si tratta di una buona opportunità alla luce delle elezioni di midterm del 2022 ma dovranno fare attenzione perché i nuovi distretti rimarranno in vigore fino al prossimo censimento del 2030.Un dato significativo che va al di là delle competitività elettorali però è molto più importante per il Paese. Il tasso di crescita di popolazione statunitense dal 2010 al 2020 riflette un rallentamento che non si vedeva dagli anni della Grande Depressione degli anni 30. Per mantenere una popolazione stabile si richiede una fertilità del 2,1 percento ma quella degli Stati Uniti è scesa al 1,73. Un fenomeno che si manifesta in molti Paesi industrializzati anche se a livello globale il tasso di fertilità nel 2020 era del 2,4 percento. Si sta creando ovviamente uno squilibrio che potrebbe essere corretto con lo spostamento di gente da Paesi sovraffollati a quelli con popolazioni in calo. Si tratta ovviamente dell’immigrazione per la quale i repubblicani sono in linea generale contrari mentre i democratici sono a favore. Lo sta facendo il Canada importando lavoratori dall’estero secondo i bisogni delle differenti province. Un esempio che gli Stati Uniti potrebbero emulare per mantenere un’economia vibrante. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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“Il Superbonus al 110% è uno dei pilastri della transizione ecologica”

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

Almeno per due ordini di motivi: il primo, perché va fatto un grande lavoro sull’efficientamento energetico (e sismico) degli edifici; il secondo, perché la sostenibilità ambientale va di pari passo con la sostenibilità sociale ed economica, e la riqualificazione ambientale produce utili e lavoro. Questo è un concetto che noi del MoVimento 5 Stelle abbiamo molto chiaro, ed è per questo che stiamo spingendo molto su questa misura.Il Superbonus sta funzionando e, grazie al grande lavoro Parlamentare, durante la conversione del Decreto Semplificazioni, ha avuto, proprio in queste ultime settimane, un’importante accelerazione. L’introduzione del modello unico ha, infatti, drasticamente semplificato gli adempimenti per accedere all’agevolazione. In un solo mese (da luglio ad agosto) abbiamo registrato un grande aumento dei cantieri avviati, che attualmente sono 32 mila, e i lavori nei condomini sono incrementati del 45%.Stiamo riuscendo così a garantire ad un maggior numero di cittadini la possibilità di ottenere, per i loro immobili, una maggiore efficienza da un punto di vista energetico e sismico. E da questo processo di transizione, con la riduzione delle emissioni ed una rigenerazione urbana, a trarne beneficio non saranno solo i singoli cittadini ma l’intera comunità. Questa resta una misura strategica”. Così, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Pino Masciari: “Perché non si parla più della Riforma Cartabia sulla Giustizia?”

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

La nuova riforma della Giustizia è stata approvata alla Camera di notte il 3 agosto e poi è sparita da giornali e telegiornali. Perché?Chi conosce la mia storia sa che è un argomento che mi tocca nel profondo perché la giustizia ha sempre guidato le mie scelte di vita e quelle della mia famiglia.Oggi con la Riforma Cartabia stiamo rischiando di vedere interrompere i processi penali dopo due anni in Appello e dopo 12 mesi in Cassazione. Da questo meccanismo, per fortuna, sono esclusi i reati imprescrittibili, quelli punibili con l’ergastolo. Per alcuni reati particolarmente gravi il periodo di tempo oltre il quale scatta l’improcedibilità sale a tre anni in Appello e 18 mesi in Cassazione.L’ UE ci aveva chiesto tempi certi nei processi come requisito indispensabile per poter accedere ai fondi del PNRR ma noi abbiamo fatto un pastrocchio…Per dare tempi certi alla Giustizia rischiamo di invalidare i processi penali con una “cosa” chiamata “Improcedibilità”, che di fatto interrompe i processi dopo un certo periodo. In parole povere: impunità per i colpevoli.La Riforma Cartabia non affronta il problema di giungere a una sentenza definitiva in tempi ragionevoli, pone solo una data di scadenza ai processi. Non possiamo accettarlo!Abbiamo ancora una possibilità di fermare questa Riforma in Senato a settembre.

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