Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Corsi e ricorsi della storia

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

carlo marxScriveva Luana De Rossi anni fa: “Da settimane assistiamo ad una insistente campagna che individua nei cosiddetti costi della politica o, se è consentito, dell’assetto istituzionale dello Stato, la causa maggiore dei mali del nostro Paese. Premetto che sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo sistema istituzionale per una moderna democrazia che riformi Istituzioni nazionali e locali, anche riducendo il numero dei rappresentanti, ma la spinta abolizionista, che in modo sbrigativo punta a sopprimere aule parlamentari, province e comuni, mi preoccupa solo per il fatto che l’Italia questa deriva l’ha Già vissuta e non ha prodotto nulla di buono. Mi preoccupa che su questo tema, senza un progetto organico di riforma dello Stato ci sia chi, a destra come a sinistra, senta quotidianamente il bisogno di segnare un punto in più rispetto alla sparata del giorno precedente. Ricordo che abbiamo già visto (1924) approvare una legge elettorale che dava i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza dei voti.
Poi, non credo per semplificare il quadro politico, furono dichiarati illegali tutti i partiti tranne uno (1925). Quasi contemporaneamente (1926), anche se i motivi forse non furono esattamente quelli della riduzione dei costi della politica, gli organi democratici dei comuni furono soppressi e tutte le funzioni in precedenza svolte dal sindaco, dalla giunte e dal consiglio comunale furono trasferite ad una nuova figura: il podestà. In questo contesto, e non credo per dare un contributo al lavoro del Parlamento, fu istituito un Gran Consiglio (1928) che decideva, tra l’altro, la lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale. La Camera dei Deputati, chissà per quale slancio innovativo, (1939) divenne camera dei fasci e delle corporazioni. Non voglio farla troppo lunga, ma sappiamo come quella storia è andata a finire.
Per non drammatizzare ricordo che Marx diceva che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, anche se gli Italiani un biglietto di questa mediocre commedia lo stanno pagando a caro prezzo… e se le cose dovessero peggiorare, almeno ricordiamoci che nemmeno l’asino cade due volte sullo stesso punto”. Che dire di più? Certo è, con i tempi che ci ritroviamo,  passare dalla tragedia alla farsa non è certo consolante. Tutt’altro. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: la revanche teutonica

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

berlinoL’Unione Europea non era certo gradita alla Russia di Putin e ancor più guardata con sospetto con una Germania che avvalendosi del ventre debole dell’Unione Europea tendeva ad assumere la guida economica e politica sotto il tallone di una moneta unica che, elargita con il contagocce, non faceva altro che deprimere le stesse economie degli altri paesi, dotate di un modesto standard di sviluppo, a vantaggio della propria.
Ed ecco far capolino il nuovo ordine mondiale dove l’Italia avrebbe potuto assumere il “doble paso” dell’alleato che rompe e si apre verso i nuovi scenari geopolitici. Mancava, però, una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognati, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti dell’ingovernabilità se non si permetteva la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’ascesa al potere. Fu in tal modo aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo a una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e s’infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Finì, alla fine, con il prevalere una guida diversa e si ebbe l’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi). Così anno dopo anno la politica italiana ingessata dai soliti veti incrociati dei vari gruppi di potere esterni alla politica non permise di fare il tanto auspicato balzo in avanti generando una classe dirigente al passo con i tempi. Forse ci sarebbe voluto un uomo forte come Putin? Non poteva essere di certo Berlusconi con la palla di piombo legata al piede dei suo interessi di bottega e le cui fortune erano fatalmente dipendenti dai grossi interessi nazionali industriali ed economici che si incrociavano con una dialettica affaristica di caratura europea. Era semplicemente l’uomo dello status quo. Così fu e oggi fatalmente potrebbe continuare ad esserlo. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: Gli eredi di Lenin e Stalin

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

putinMa cosa avvenne in Russia dopo il disfacimento politico ed ideologico del comunismo che fu già di Lenin e di Stalin? Il tutto incominciò nel 1992. Il tentativo fu quello di voler mantenere l’influenza globale nonostante le sue difficoltà economiche e la svolta nell’operare le necessarie riforme per adeguare il paese al superamento della propria antiquata struttura industriale. Questo processo di transizione da un’economia di tipo comunista a una simil-capitalista non fu indolore anche sotto l’aspetto della sua leadership politica e istituzionale. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che la Russia restava e resta un paese molto sviluppato nei settori chimico, petrolchimico, militare e meccanico, aero-mobile e spaziale e se il suo gap nel settore alimentare si fece sentire, costringendola ad importare grandi quantità alimentari, restò, comunque, tra i maggiori produttori al mondo di cereali e tra i mercati ittici più abbondanti. Da qui partì la rimonta della Russia e la liberalizzazione e stabilizzazione della sua economia secondo un modello occidentale ma con stile russo e con essa il nuovo processo politico e di leadership del Paese con una nuova costituzione e una “presidenza” forte. Ma la fase che fu in grado di avviare il processo di stabilizzazione della Russia avvenne dopo la crisi finanziaria del 1998. Si susseguirono i primi ministri Evgenij Maksimovič Primakov Sergej Stepašin e per finire, si arrivò a Vladimir Putin. Questi era uomo dell’apparato, già direttore dei servizi segreti (Fsb ex Kgb) sconosciuto ai più ma capace di ricucire l’unità del paese, nel tenere a bada gli stati più recalcitranti della Federazione russa e nel tessere una solida trama di amicizie e alleanze che se in apparenza innocue, come quella con Silvio Berlusconi, si rivelò, ai più attenti osservatori, come un progetto capace di riallacciarsi alla visione che era stata abbozzata in quel lontano 1989 in un appartato ufficio di una torre del Cremlino.
Putin seppe accrescere notevolmente il suo prestigio internazionale e la sua economia riportando la Russia al rango di potenza globale. E’ stato il primo passo per far acquistare affidabilità al ruolo di un paese guida per una nuova svolta negli equilibri internazionali del potere stabilendo nuove alleanze e nel tentare di sfaldare quelle esistenti nella parte avversa per incrinare sempre di più il predominio capitalistico degli U.S.A. e dei suoi alleati, ovunque essi si trovassero. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: Le “credenziali” italiane

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Berlinguer EnricoDopo la seconda guerra mondiale siamo partiti con un mondo tenacemente diviso in due tronconi ideologici. La strada più praticabile parve, alla fine di questo travagliato percorso, quella di un generale rimescolamento delle carte. E la distensione che seguì in Occidente fu che, per quanto riguarda l’Italia, si ritirarono le “credenziali” che le avevano permesso di vivere sopra le righe e con una forza lavoro eccedentaria che fu imbrigliata con la logica degli ammortizzatori sociali. Ma i nostri governanti non ebbero da subito la percezione del cambiamento e finirono nella rete di “mani pulite” con processi alla corruzione e al mal governo. Tutto il ceto medio, e una parte della classe operaia, si ritrovarono, nel giro di qualche anno, senza referenti politici gestibili come lo erano stati per anni la Democrazia Cristiana, il partito socialista di Craxi e i loro alleati: repubblicani, liberali, socialdemocratici. Restò in piedi, ironia della sorte, proprio quel partito comunista che altrove si era dissolto come neve al sole. Ma la remora anticomunista era dura a morire e ci pensarono bene le teste d’uovo della politica dei salotti romani e milanesi dando in pasto al popolo dei moderati un partito nuovo di zecca e a guidarlo chiamarono chi era considerato, per le sue qualità di comunicatore e di patron di televisioni private, il vero “asso della manica”. Lo fecero non per ridare all’Italia fiducia e nuovi stimoli ma per preparare il terreno a una mossa politica che gli strateghi del Cremlino avevano messo in conto già alla vigilia della caduta del muro.
Mentre l’Unione Sovietica stava vivendo il suo momento più critico passando dal leader sovietico Michail Gorbačëv, con la sua glasnost e la perestroika, in altre parole con le riforme che avrebbero dovuto segnare il cambiamento, a un fallito colpo di stato nel 1991 e alla sua dichiarata indipendenza come Federazione Nazionale Russa il 13 novembre dello stesso anno, insieme alle altre ex repubbliche sovietiche dopo che il Soviet Supremo aveva decretato lo scioglimento dell’Urss, l’Italia rimase sola con i suoi problemi e con i partiti in dissoluzione. Mancava una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognati, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti dell’ingovernabilità se non si fosse consentita la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’alternativa al potere. Così fu aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo a una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e s’infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Così finì con il prevalere una conduzione diversa aprendo la strada all’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi). (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: E’ una storia fantascientifica?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

mondo-multi-polareOra che siamo giunti alla vigilia di un’altra tornata elettorale mi sembra il momento di tuffarci in una riflessione che ci porta a vedere il passato per quello che è stato e di capire quali effetti ancora produce oggi. Lo faccio cercando d’esplorarlo di là della sua facciata e delle edulcorate versioni dei cronisti e degli storici di turno. Forse così procedendo farò storcere il muso a più di qualcuno ma costoro dovrebbero chiedersi, innanzitutto, se la ricerca degli accadimenti costituisce o meno il frutto di ciò che vogliamo vedere oltre la realtà perché la verità è un frutto troppo amaro da masticare a freddo: veritas odium parit. Chiarito questo punto lasciate che vi parli di un passato come di un thrilling fantascientifico: In una fredda sera d’ottobre del 1989 un gruppo di persone si riunì alla Troitskaja, la torre che per la sua altezza sovrastava le altre venti del Cremlino, e costoro, seduti intorno ad un tavolo incominciarono a parlare uno dopo l’altro con toni gravi ma al tempo stesso risoluti. C’era da prendere una decisione storica. Non era possibile indugiare oltre. Già l’Ungheria, con l’apertura delle sue frontiere il 23 agosto scorso, aveva dischiuso una grande falla alla compattezza della cortina dell’Urss.
Un generale fece notare che il muro di Berlino era diventato come la linea Maginot per i francesi nella seconda guerra mondiale. Che senso avrebbe avuto difenderla se era possibile aggirarla agevolmente? D’altra parte l’insofferenza delle repubbliche socialiste dell’Est non avrebbe permesso un recupero dell’affidabilità politica e istituzionale dell’Urss e sarebbe stato più conveniente che se ne facesse carico l’Occidente, poiché da qualche tempo soffiava sul fuoco delle proteste popolari che erano sempre più attratte dal liberismo di stampo occidentale. Così fu dato il via allo smantellamento del sistema di fortificazioni costituito da due muri paralleli di cemento armato separati tra loro dalla cosiddetta “striscia della morte” larga alcune decine di metri. Il complesso fu fatto costruire dalla mondo fantasticoGermania Est il 13 agosto del 1961 per impedire la libera circolazione delle persone dall’una all’altra Germania. La data fatidica di questo tracollo fu fissata il 9 novembre del 1989, dopo settimane di proteste popolari, incominciando con il consentire ai tedeschi dell’Est di visitare liberamente l’altra parte della Germania. Il muro, a questo punto divenne una struttura che andava abbattuta il più presto possibile e così fu fatto. Molti osservatori politici si chiesero, di là delle dichiarazioni di facciata e della sbrigativa risposta di chi considerava l’esperienza settantennale del socialismo reale esaurita per consunzione naturale, qual era la ragione di questa mossa e le conseguenze che ne potevano derivare sul futuro assetto dell’Europa e del mondo intero. Fu il periodo in cui un giornalista russo elaborò una teoria che molti considerarono fantasiosa o, se vogliamo, fantascientifica, ma che come in un puzzle i vari pezzi del mosaico, anno dopo anno, si composero lasciando intravedere il vero volto di una iniziativa solo in apparenza suicida del colosso Urss. D’altra parte all’Unione sovietica, faceva osservare questo giornalista, non restava molto da fare: o si andava a una guerra termo-nucleare con il rischio di ritrovarsi con un pianeta invivibile e dove i vincitori non avrebbero potuto godere del loro successo o si accettava una politica di logoramento che avrebbe affossato la Russia con tutti i suoi satelliti per una implosione del sistema. (Riccardo Alfonso)

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Crisi: la differenza tra Italia e U.S.A.

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

washingtonDue situazioni sono note da anni. La prima è che gli U.S.A. hanno fondato la crescita della propria economia sui soldi degli investitori stranieri e che l’Italia ha preso i soldi dei risparmiatori domestici, istituzionali e forestieri per arricchire gli speculatori. Nel primo caso l’America ha consolidato nel mondo la sua leadership e la sua capacità di competere con le economie emergenti mentre l’Italia ha gonfiato a dismisura il suo debito primario senza lasciare al sistema paese una solida eredità. Tutto questo oggi è stato ignorato e si vuole anche trovare l’alibi affermando che la crisi è planetaria e che siamo in buona compagnia con quel colosso che si chiama Stati Uniti. Vogliamo in questo modo continuare a prenderci in giro o a trovare una scusa per spremere ancora di più chi ha dato sempre molto per ricevere poco e per continuare a favorire quelli che molto hanno ricevuto per offrire poco?
Gli osservatori economici mondiali sono qualcosa di diverso dalle borse, notoriamente emotive e volatili, e il loro giudizio sull’Italia è di merito. In pratica si dice ai nostri governanti: smettetela di pensare ai vostri personali vantaggi e guardate alla crescita del paese. Mettete mano alle riforme realisticamente e non solo con gli annunci. Riformare il welfare, la sanità, la scuola, il lavoro, la giustizia, il fisco, la politica non significa maggiori spese ma, semmai, risparmiare poiché si mette ordine al sistema, si evitano sprechi, e si razionalizzano le risorse disponibili. Ma a chi le diciamo queste cose? Come si dice? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. (Riccardo Alfonso)

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Bolle di sapone

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Il DittatoreHo scritto un libro titolandolo “Il dittatore.” Ho poi preso l’iniziativa di distribuirne un certo numero di “bozze” a dei lettori “volontari” per trarne da essi delle utili indicazioni sull’interesse che avrebbe suscitato l’argomento da me proposto. Speravo, così facendo, di ricevere in cambio degli utili suggerimenti per migliorare il contenuto o operare delle opportune integrazioni o modifiche. Il risultato, per quanto lusinghiero, nel senso che ho avuto solo apprezzamenti senza riserve, non mi ha soddisfatto. Solo un lettore si è lamentato che la storia da me raccontata si sia soffermata troppo a lungo nel descrivere lo stato d’animo della gente mentre avrebbe preferito che mi dilungassi nel raccontare i miei incontri con certi personaggi oggi chiacchierati. Ebbene proprio da quest’osservazione può sortire, dalle persone, la parte peggiore del loro stato d’animo. In altri termini emerge, dal sottofondo, quella voglia di trinciare dei giudizi sommari, e di esserne confortati nelle loro letture, su chi è stato un tempo osannato e che ora, in qualche modo, è gettato nel fango perché caduto in disgrazia. Queste persone dimenticano con troppa facilità che anch’esse hanno fatto parte della “storia”.
Vedevano che le cose non andavano bene ma preferirono fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari, al 70% fascista e quelle regioni come l’Emilia, la Romagna, la Toscana e qualche altra dominate dai comunisti di stampo filo-stalinista. (Oggi li definiremmo “integralisti”).
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, non a caso evocata dallo stesso Berlusconi, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e la sua proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. Si stava insomma provocando un grosso guasto al sistema i cui effetti più grandi li registriamo oggi con un debito pubblico da capogiro, con gli organici pubblici che per anni furono gonfiati a dismisura e che ora stentiamo a ridimensionare, con una giustizia portata alla deriva dove i processi, se va bene, sono celebrati a distanza di anni dal “fatto”, da una scuola che si è fermata a una cultura paleoindustriale e lo stesso mondo dell’imprenditoria inquinato dalle tante aziende che sono vissute solo in virtù di generosi stanziamenti pubblici a fondo perduto.Tutte queste cose gli italiani non potevano ignorarle. Tuttavia facevano comodo alla stragrande maggioranza di essi, sebbene per motivi diversi: i comunisti erano per il “tanto peggio tanto meglio”, i mafiosi perché potevano fare i loro affari in un clima di complicità e di intese che era loro più familiare e meglio controllabile e l’uomo della strada poteva trovarvi uno sbocco per un lavoro al figlio, per ottenere la propria o quella del coniuge invalidità, per l’imprenditore per riuscire a coprire i suoi “fallimenti” con i soldi dello stato e il burocrate per fare carriera con la concessione di “piccoli favori”.Tutti felici, quindi, che oggi si sappia che esiste un capro espiatorio sul quale riversare la responsabilità del tutto. Da qui il detto: Governo ladro, politici corrotti, antipolitica.
Il giudice Falcone soleva affermare che “lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia, ma non li adopera.” E la mafia ha saputo conquistarsi il suo territorio poiché rappresenta “un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile, perché è un sistema di potere.” (Riccardo Alfonso)

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Budget del ricoverato

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

ospedaleEsistono due aspetti dello stesso problema: il dovere dell’assistenza e il diritto di farsi assistere. Ciò significa che tale situazione è da considerarsi prioritaria nella gestione delle politiche per la salute della comunità internazionale. E’ un valore che non è secondo ad altri, così come lo sono il bisogno di alimentarsi e l’aria per respirare.
Se noi trasformiamo questi bisogni primari e vitali in una merce di scambio per realizzare profitti possiamo, di fatto, limitare il diritto alla vita e alla salute di milioni di esseri umani e consentirne l’accesso solo a chi ha risorse economiche e vive in aree protette. E’ questo l’aspetto più doloroso e drammatico offerto dalle logiche consumistiche che, dalla rivoluzione industriale del XVI secolo, hanno, di fatto, disumanizzato il rapporto sociale e tracciato un solco sempre più profondo tra chi cerca il necessario per vivere e chi esiste nel superfluo.
Questa pessima distribuzione delle risorse oggi raccoglie più i frutti del malessere che è dei benefici derivanti dal progresso delle scienze e della cultura della solidarietà. E’ una contraddizione che provoca gravi ricadute nel rapporto stato-cittadini. Qui non possiamo pensare che il disagio proviene perché mancano le risorse. E’ perché sono sprecate con i focolai di guerra che si accendono qua e là nel mondo. E’ perché favoriamo gli illeciti arricchimenti per l’interesse di pochi. E’ perché cerchiamo di concentrare le ricchezze nelle mani di una ristretta cerchia di persone favorendo un uso improprio di tali disponibilità.
Il nostro è anche il periodo in cui si semina l’ipocrisia con una solidarietà di facciata, la disinformazione per non farci vedere la tempesta che si avvicina, e la politica delle promesse innescando la speranza, ma che si rende sempre più lontana nel tempo, per non onorarla. E lo facciamo nelle piccole e grandi cose. Da questa premessa partono taluni escamotage come quello del budget del ricoverato che non trova regole statuite, ma è, nei fatti, una realtà. Eppure i segnali ci sono e sono molto preoccupanti. Partono dal budget assegnato alle spese sanitarie dalla finanziaria, dalla ripartizione alle regioni e dalle convenzioni stipulate con i nosocomi pubblici e privati.
In altre parole lungo questa filiera la parola d’ordine è quella che bisogna spendere di meno, bisogna restringere i tempi di degenza e si cercano delle priorità persino per fasce di età. Se spendiamo 100 per un 30/40enne dobbiamo, per la stessa malattia, utilizzarne la metà per un settantenne e giù di lì, tanto la speranza di vita, per quest’ultimo, è residua e il suo “esserci” diventa sempre più un costo senza benefici per la comunità. Lo stesso ragionamento vale per il tipo di malattie da curare che diventa trasversale alla stessa età. Esistono, infatti, patologie che ci portiamo, a volte, fin dalla nascita e che richiedono prestazioni sanitarie molto costose tanto che l’organismo erogatore cerca di sostenerle sempre meno. E’ questo l’aspetto che ci fa dire che esiste il budget del ricoverato e anche di chi si cura in casa e sta diventando una mina vagante nella cultura popolare che incomincia a generare “mostri” di cinismo, se ci lasciamo convincere che la vita è un bene solo se siamo sani e che i malati cronici i non sono altro che dei vuoti a perdere.

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Memento: il nuovo singolo degli Unmask ci porta in un’altra dimensione

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

MementoMemento, in uscita da ieri, ci apre uno spiraglio su questo mondo segreto, fatto di suoni e percezioni, e svela un rapporto intimo e inconfessato di un musicista con la propria arte. Memento sarà anche in concerto, sabato 30 settembre a Roma presso il Traffic Live Club. Sarà l’occasione per ascoltare il singolo dal vivo e in anteprima alcuni altri brani di One Day Closer.
Come meglio ci spiegano: Memento ha un sound imprevedibile e onirico e delle atmosfere molto intime, è un brano che mette a nudo la nostra anima. Ci trasportiamo in una dimensione in cui esistiamo solo noi e i suoni che produciamo, la musica diventa un rifugio e allo stesso tempo uno strumento attraverso il quale parlare, gridare e dar vita a pensieri ed emozioni che altrimenti non saremmo capaci di esprimere, sentimenti repressi o addirittura ignorati.Memento, distribuito da Believe, è il secondo singolo estratto dopo Flowing da One Day Closer, album che verrà pubblicato a novembre per M.I.L.K. – Minds In a Lovely Karma. Il videoclip del Unmasknuovo singolo è stato realizzato, come quello di Flowing, con la regia di Francesco Dinolfo, la sceneggiatura di Francesco Dinolfo e Marianna Lo Pizzo e l’interpretazione di Anja Kanterov e Cristiano Omedè. Il video è in simbiosi con il precedente: l’altra dimensione citata nel testo è rappresentata in uno scenario in cui lo spazio e il tempo si intrecciano. Memento è di fatto l’altra faccia di quello che in Flowing non avevamo visto, le azioni dei protagonisti assumono un nuovo significato in una stretta relazione causa-effetto.
Attivi dal 2006 gli Unmask sono una band di Roma, con influenze alternative-prog, metal e art-rock. Le sonorità si sono evolute nel tempo, dall’album di debutto “Sophia Told Me”, riscoprendo il calore delle valvole e dei synth analogici e arricchendo il sound di atmosfere ambient e post-prog. Un approccio più diretto nella composizione senza perdere il groove e la melodia che da sempre caratterizzano la band. Dopo il fortunato tributo a Teardrop dei Massive Attack, accolto con il favore della critica e con successo dal popolo del web, è prossima l’uscita del nuovo album “One Day Closer”. (foto: memento, Unmask)

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Numerosa delegación de productores italianos en el VI Foro de Coproducción Europa-América Latina

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

festivalSan Sebastián. En esta edición participarán 24 productoras italianas lo que demuestra, el interés creciente de este país, en las posibilidades de coproducción con América Latina que potencia el Festival de Cine de San Sebastián. Con la asistencia de productoras de toda Italia estará presente una delegación de la industria de este país europeo con compañías como Fandango, True Colours, y alguna que vienen por primera vez como es el caso de Kavac. Cabe destacar, además, que entre los proyectos seleccionados para el premio al mejor proyecto del Foro de Coproducción Europa-América Latina figura este año la película Mother lode dirigida por Matteo Tortone y producida por Malfé Film. “La creciente presencia de productores italianos en San Sebastián demuestra la relevancia que otorga nuestra industria cinematográfica a este Festival como puente hacia América Latina”, destaca la directora del Instituto Italiano de Cultura de Madrid, Laura Pugno, organismo del Ministerio de Asuntos Exteriores de Italia, que desde años colabora en el Foro de Coproducción. A su vez destacó que en Madrid, cada año, el Instituto Italiano de Cultura realiza un Festival de Cine Italiano que justamente este año llega ya a su décima edición y que también organiza encuentros entre productores.

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European Day of Languages

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

istituto italiano cultura torontoToronto (Canada). Friday, September 29, 2017; 5:00pm – 8:30 pm Goethe-Institut Toronto – 100 University Avenue, North Tower, 2nd floor. The European Day of Languages has been celebrated in Europe on September 26th since 2001 as an initiative of the Council of Europe. Promoting lifelong language learning and stressing the importance of intercultural understanding are the main objectives of the events associated with the European Day of Languages.Acting as promoters of plurilingualism in the GTA, Alliance Française de Toronto, Goethe-Institut Toronto, Instituto Camões Toronto, Istituto Italiano di Cultura Toronto and Spanish Centre Toronto will be hosting their 8th European Day of Languages in Toronto on Friday, September 29, 2017.
Free language activities will be offered to general public: Sample classes in 13 languages – Estonian, Finnish, French, German, Greek, Hungarian, Italian, Lithuanian, Polish, Portuguese, Romanian, Spanish, Swedish and interactive language learning quizzes and games. To top off the evening, Pocket Concerts will present an intimate string quartet concert to enjoy music of European composers.

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Siamo orfani di qualcosa o di qualcuno?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

beppe_grillo-fonte-wikipediaCerto. Oggi lo siamo di 5stelle, lo siamo dell’immagine virtuale che ci siamo creata del leader carismatico a metà strada dall’uomo pacato e saggio mediatore tra le opposte fazioni e il decisionista che possa traghettarci verso il nuovo e il diverso senza tentennamenti di sorta.
Il movimento Cinque stelle è sembrato un amore a prima vista che ti travolge e ti acceca, ma che è incapace di reggere nel tempo la sua spinta propulsiva senza tuffarsi nella mediocrità. Lo è perché, come nelle improvvise fiammate, il fuoco è fatuo. E’ di breve durata e non fa in tempo a scaldarti prima di spegnersi del tutto.
Eppure matura in noi una speranza mai doma di trovare in politica chi saprà non deluderci. Ma, mi chiedo, chi veramente sarà capace di fare la differenza nel nostro modello ideale di animale politico? Se dobbiamo pensare a costruire senza nel frattempo tramare per demolire mentre edifichiamo dobbiamo renderci conto che così operando facciamo solo dell’autolesionismo. Se la politica, d’altra parte, è fatta di uomini e donne dobbiamo anche pensare che questo rapporto si solidifica se a guidarli vi è una ideologia fondata sui valori. Ed è proprio questa la differenza che ci aspettiamo da chi si accinge a dare un anima alla politica e a trasfonderle il messaggio. E’ un’impresa che ci appare ovvia, ma non lo è nei fatti perché l’insegnamento che proviene dall’esterno è mal indirizzato. Esaltiamo ciò che ci offre l’avere e respingiamo l’essere. Siamo votati ai facili guadagni e alle sirene del profitto, costi quel che costi, e dimentichiamo tutto il resto salvo poi pretenderlo dagli altri. E il politico non è da meno di noi. (Riccardo Alfonso)

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Antipolitica: ragioni e limiti

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

di maioPer quanto da anni siamo costretti a digerire nella conduzione della politica in Italia, di certo ci resta solo il disgusto e sicuramente comprendiamo il malessere che da tutto ciò promana. Va, tuttavia, fatto un distinguo per meglio chiarire il concetto. La politica, come giustamente si osserva da più parti fa parte della nostra vita. Ciò significa che la “nausea” non è nella parola e nel suo ruolo espresso nel sociale e civile, quanto nel comportamento di chi si avvale di questa bandiera per farne un vessillo per proprio uso e consumo. E il danno d’immagine e la percezione che ne ricaviamo rendono ancora odioso quest’andazzo poiché rischia di trasformarsi in una tendenza accettata come normale dai soliti opportunisti. E molti dei politici, che oggi rappresentano questa visione comportamentale, sia appartenenti all’attuale coalizione di governo che delle stesse opposizioni, assumono agli occhi dell’opinione pubblica qualcosa di incomprensibile e finiscono con l’identificarsi in una sorta di difesa ad oltranza della casta e con tutte le sue ambiguità e doppiezze. E ancor più grave appare la situazione poiché si ha la convinzione che non sia possibile un ricambio non tanto generazionale ma nel modo di fare politica. Ciò spiega la reazione di chi oggi afferma che non intende andare a votare (siamo già al 38% degli elettori) perché se ha perso la fiducia nel proprio riferimento politico, lo è altrettanto per il suo opposto. Ne deriva un difficile recupero d’immagine anche perché lo stesso outsider espresso anni fa da Silvio Berlusconi, che volle significare una discontinuità nel rapporto politica/elettori, ma fu un fallimento  anche se oggi è tentato a riproporlo sperando nella memoria corta degli italiani. D’altra parte sarebbe impensabile supporre che vi possa essere, sic et simpliciter, un azzeramento dell’attuale classe politica e la sua sostituzione con personaggi nuovi. Ciò potrebbe verificarsi a una sola condizione: se ci fosse una guerra civile e non è certo il caso in cui potrebbe imbattersi l’Italia. Non solo. Anche se ciò accadesse, non è detto che il “ricambio” fosse assicurato. La caduta delle stesse dittature dal fascismo al nazismo e al franchismo in Spagna dimostrarono che non pochi dirigenti legati al precedente regime rimasero a galla o furono regolarmente riciclati nel nuovo ordine istituzionale. A mio avviso ci sarebbe una sola risposta: la nascita di un partito fatto di persone in prevalenza legate al mondo del lavoro, non tanto giovani se non altro per potervi riconoscere il loro modus vivendi per il vissuto e la loro non ingerenza nelle pastoie dell’attuale andazzo politico e relativo sistema lobbistico. Alla fine dovremmo dire che non è la politica che va cambiata ma gli uomini che la rappresentano a condizione che siano dei fanatici della democrazia, della libertà e della giustizia. Senza dubbi e senza tentennamenti. Forse con ciò entriamo nel mondo delle utopie. Forse. Oggi lo prefiguriamo con una figura nuova: Di Maio ma di lui possiamo dire che è di “oro zecchino?”  (Riccardo Alfonso)

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Alle falde del …Kilimangiaro

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

KilimanjaroHo scritto non molto tempo fa che gli italiani, a mio avviso, sono dei “rassegnati e cinici”. Resto dello stesso avviso aggiungendo che ora si comportano come un malato terminale: sa di morire e reagisce staccando la spina, rifiutando di curarsi e preferendo spendere gli ultimi giorni che gli restano, volgendo lo sguardo alle futilità della vita. I giovani si sentono in trappola. C’è ancora chi resiste, ovviamente, e s’ingegna a trovare uno sbocco esistenziale, anche modesto, ma gli altri rinunciano a cercarsi un lavoro, restano in famiglia, si chiudono nella loro ristretta cerchia degli amici. I precari si affannano ma sanno di combattere la stessa battaglia del cavaliere don Chisciotte contro i mulini a vento. I disoccupati sono avvelenati, ma cercano di barcamenarsi alla bell’è meglio: “ciò famiglia”, paiono dire, non possono permettersi colpi di testa, devono giocoforza sperare e arrangiarsi in qualche modo. E tutti gli altri dalla casalinga ai lavoratori dipendenti e autonomi sentono di trovarsi in una situazione migliore della disperazione e si attaccano a questa fragile ancora di salvezza. Poi vi sono i pensionati. Sono quelli che chiedono poco e ottengono nulla. Sono quelli che riescono ancora a finanziare i figli e i nipoti disoccupati o in cassa integrazione o precari. Sono quelli che continuano a essere osservati con diffidenza e già qualcuno si chiede se non sono un “peso morto”. Solo la pietà cristiana li salva dalla lapidazione. E tutti insieme ci chiediamo cosa stanno a fare 45 milioni di italiani a raccattare le briciole dei restanti 15 milioni che hanno i soldi ma non disdegnano a raschiare il barile degli altri pur di continuare ad arraffare ciò che resta della miseria altrui. Mi chiedo se non siamo ritornati ai tempi dei patrizi e dei plebei. Allora, per lo meno, vi erano dei tribuni del popolo che riuscivano ad arringare il popolo. Oggi se qualcuno lo fa è per poi essere assunto nel partito dei patrizi. Altro che potere dal basso da “popolo sovrano”. (Riccardo Alfonso)

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Appello a papa Francesco

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

papa francescoQuesto papa mostra d’avere un carisma particolare e lo deve alla sua sensibilità nel percepire gli umori popolari e di farsene interprete come nel caso recente dei preti pedofili e dei loro fiancheggiatori.
A ben considerare si tratta di un discorso che va avanti da secoli nel quale la Chiesa ha sempre voluto dimostrare la sua vicinanza alla povera gente per consolarla, per affidarla alla felicità che non è di questo mondo. Ciò che oggi chiediamo alla Chiesa di Roma e a tutte le professioni di Fede è di essere conseguenti ai loro insegnamenti e di pensare all’oggi e non al mondo dei morti. Quando si afferma che esiste un altro diritto che è quella di vivere perché le religioni tentennano limitandosi a pregare sui cadaveri di milioni di bambini che ogni anno muoiono di fame e per mancanza di medicine e non escono invece dalle loro ridotte per ribellarsi alla logica imperante di chi considera aberrante l’equa ripartizione delle risorse, vivendo del superfluo, mentre manca il necessario a miliardi di esseri umani?
Se incontrassi il papa gli direi: Santo padre oggi non è più il tempo della sola preghiera o dei moniti verbali. Occorre essere conseguenti poiché diventa sempre più stridente quel diritto a metà che dona la vita per riprendersela imponendo la miseria e l’abbandono a miliardi di suoi figli. Oggi la sofferenza non è il frutto del sacrificio individuale ma la conseguenza degli egoismi di una minoranza di satrapi che fa delle proprie ricchezze il risultato di uno sfruttamento indecoroso dei propri fratelli sino a condurli alla morte. E’ il tempo delle scelte di campo e del risveglio delle coscienze e delle azioni concrete. (Riccardo Alfonso)

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Antipolitica? Bene facciamo politica

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

urne-voteI partiti che vanno per la maggiore (Pd, 5 stelle, Forza Italia, lega, ecc.) stanno sulla difensiva. Si sentono investiti dal vento gelido soffiato dal popolo degli elettori nei loro confronti. Il rischio è che possono essere travolti senza che si possa fare un distinguo e valutare le circostanze senza gravarle con il peso del sospetto. La differenziazione che facciamo è a livello umano e non riguarda la politica in se stessa che riteniamo fondamentale per la vita di una comunità e nel suo ruolo di mediatore in una società complessa come la nostra e attraversata da interessi spesso conflittuali tra loro.
Nello stesso tempo gli esponenti di questi partiti non si rendono conto della ragione di tali e tante contrarietà popolari. Credo che, intimamente, tutti concordino sulla necessità che la politica abbia un costo e che debba essere sobbarcato dalla collettività. Ciò che non è perdonato è di aver trasformato un contributo in una speculazione commerciale e per trarne personali interessi. Non solo. Queste cose si conoscevano da anni come lo è stato per la Lega Nord che ha utilizzato gran parte dei fondi pubblici per speculazioni finanziarie in Tanzania e Cipro e per usi privati. E tutto sarebbe passato come un “pettegolezzo” o una malevolenza di giornalisti come Fabio Bonasera e Davide Romano, e non sono i soli, che con i tipi delle Edizioni La Zisa hanno scritto la vera storia della “Lega Nord” riportando le stesse cose che poi ben sei procure ne hanno tratto lo spunto per aprire un fascicolo e avviare delle indagini con svariate ipotesi di reato. E oggi vi è stato uno strascico a Genova con il sequestro cautelare dei fondi della Lega. E non dimentichiamo che lo stesso Roberto Maroni autoproclamatosi “moralizzatore” se l’era presa con i giornalisti accusandoli di attacchi ingiusti e immotivati e minacciando querele. Avrebbe fatto meglio ad accertarsi prima di come stavano realmente le cose, ammesso che non le conoscesse già. E dire che gli italiani, se solo lo volessero, alle prossime elezioni dovrebbero andare in massa a votare penalizzando quei partiti che hanno dimostrato d’avere poca sensibilità e rispetto per la politica e minandola nelle sue fondamenta. Ne saranno capaci? Ne dubito, purtroppo. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura: Tertium non datur?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

montecitorio

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere così importante gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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I due diritti irrinunciabili: quello della vita e quello del vivere

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

povertàNon ho accettato, in altri termini, che si potesse esaltare il diritto alla vita e una volta acquisito l’essere umano fosse stato abbandonato a se stesso. E’ rimasto povero e condizionato dalla povertà della sua famiglia, dall’ambiente in cui vive, da una cultura tutta improntata sull’idea che occorre accettare la propria condizione sociale e rassegnarsi a subirla, nell’arco di tutta la propria esistenza, lunga o breve che fosse.
Abbiamo imparato a fare della carità ma non a essere solidali con chi vive in ristrettezze.
Abbiamo imparato a essere sprezzanti e a sentirci superiori anche se chi è solo un tantino socialmente a noi inferiore.
Abbiamo imparato a osteggiare chi ha una professione di fede dissimile dalla propria, ha il colore della pelle diversa e provengono da luoghi, dove la povertà è estrema. Così facendo abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti dei messaggi sbagliati e inculcati in essi il privilegio di casta.
Pensavo che con l’avanzamento della conoscenza, con la mobilità delle persone e la possibilità di conoscerle e poterle apprezzare per quelle che sono, si potesse ottenere un cambiamento radicale nei nostri atteggiamenti. Mi sbaglio. Il razzismo, l’antisemitismo, l’odio di casta se una società, cosiddetta evoluta, riesce ad ammantarli di venature ipocrite che evitano gesti plateali e persino violenti, vi sono, invece, paesi, dove si manifestano senza pudori e le stesse autorità fanno ben poco per spegnere quest’incendio. Ho provato personalmente cosa ha significato tutto ciò. Mi è accaduto da emigrante, in Australia, dove spesso fui esposto a giudizi sommari per il solo fatto che ero un italiano. Lo stesso accadde anche nel mio paese quando, per ragioni di lavoro, mi trovai in una cittadina del nord. Io sono d’origine molisana. Mi fu difficile trovare una camera in affitto. Non riuscii a condurre una vita normale appena la mia parlata segnava, come per un marchio indelebile, la mia origine. Oggi mi sento ancor più solidale con l’immigrato extra-comunitario perché ho provato sulla mia pelle cosa significa vivere anche in casa propria da apartheid. So bene che è un fatto culturale. E’ un condizionamento che risale a un’educazione sbagliata e si avvalgono di stantii luoghi comuni: il rumeno violento, l’africano pericoloso e via di questo passo. Pochi, però, ci spiegano che questa violenza è fisiologica come lo è per l’autoctono. Come dire? Chi non ha peccato lanci per primo la pietra. (Riccardo Alfonso)

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Il compromesso di Menenio Agrippa

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

menenio agrippaIl senato inviò per sedare la secessione della plebe a parlare Menenio Agrippa, uomo eloquente e caro alla plebe, che raccontò quello che poi è diventato un famoso apologo: ‘‘C’era una volta in cui nell’uomo le parti non erano congiunte armonicamente in un solo organismo, ma ogni membro aveva la sua volontà e la propria voce. In quel tempo le altri parti del corpo, indignate perché le loro fatiche e i loro servigi servissero solo a procurare beneficio al ventre, che se ne stava tranquillo nel mezzo a non far altro che godere dei piaceri che gli erano procurati, si accordarono fra loro decidendo che le mani non avrebbero più portato cibo alla bocca, che la bocca non avrebbe accettato cibo, né i denti avrebbero più masticato. Accesi così dall’ira, mentre volevano domare il ventre con la fame, anche mani, bocca e denti, insieme a tutto il corpo, si ridussero in uno stato di estremo esaurimento. Fu allora chiaro che anche la funzione del ventre non era oziosa e che esso non è nutrito solo per il proprio vantaggio ma perché mandi in cambio a tutte le parti del corpo quel sangue che dà vita e forza e che riceve appunto in virtù del cibo digerito”.

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Il mio rapporto con i lettori

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

logo-fidest-jpgDi proposito ho adottato un metodo diverso per esporre i vari argomenti trattati lasciando il campo a differenti divagazioni. Il tutto vorrebbe trasformarsi in un “chiacchiericcio” vicino al caminetto di due amici, avanti negli anni ma ancora con la mente lucida. Sono seduti uno accanto all’altro su una comoda poltrona.
Parlano ma non si guardano negli occhi. I loro sguardi sono rivolti alla fiamma del caminetto che si appanna e si ravviva, di tanto in tanto. A tratti uno indugia e l’altro incalza, uno sembra intento a raccogliere i ricordi prima di esternarli e l’altro incomincia a rievocare i suoi. Sono già lì seduti da qualche ora ma non sembrano avere voglia di andarsene. E’ già sera inoltrata. Hanno già fatto onore al desco con un pranzo frugale: una minestra di verdure e un po’ di pane con formaggio e un mezzo bicchiere di vino rosso.
Non è la prima volta che si ritrovano lì seduti davanti al fuoco. Sono vicini di casa. Percorrono poco metri di strada acciottolata prima di ritrovarsi. Il loro passo è malfermo ma li aiuta un bastone a non perdere il loro ritmo lento ma sicuro. Le rispettive famiglie si sono affievolite: le mogli preferiscono ritrovarsi tra loro a ciacolare e soprattutto a pettegolare o a parlare di cucina, di vecchie amicizie e di antichi risentimenti. I figli già da qualche tempo li hanno lasciati ora per un lavoro in città e ora per una dolorosa perdita. Il figlio, infatti, di uno dei due vecchi è morto a trent’anni per un incidente. E’ stato un dolore cocente che ancora si fa sentire e a volte diventa insopportabile. I ricordi sono al primo posto nei pensieri del padre. Ora i due si leccano le ferite, si ritrovano dopo anni che furono separati per ragioni di lavoro: uno in città e l’altro in paese a curare la campagna lasciata dalla famiglia.
Il loro più grande piacere è stare lì per ore tra lunghe chiacchierate inframmezzate a brevi pause e le loro donne lo sanno e li lasciano godere questi momenti di riposo.
Oggi questo quadretto domestico non è più praticabile e allora cerchiamo con la lettura di sostituirci alla parola parlata per indurre chi legge a meditare sulle parole scritte e se vuole a ripercorrerle per stimolarne la riflessione e a ricercare un motivo per una replica, un’osservazione, una critica. (Riccardo Alfonso)

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