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Il nuovo volto della fame in Afghanistan

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 settembre 2021

KABUL – La perdita di posti di lavoro, la mancanza di contante e gli aumenti dei prezzi stanno creando una nuova classe di affamati in Afghanistan. È l’allarme lanciato dall’agenzia ONU World Food Programme (WFP). Per la prima volta, chi vive nelle città soffre l’insicurezza alimentare a livelli simili a quelli delle comunità rurali, devastate da due siccità negli ultimi tre anni.Secondo una recente indagine del WFP, solo il 5 per cento delle famiglie in Afghanistan dispone di cibo sufficiente ogni giorno, mentre la metà di quelle intervistate ha riferito di aver esaurito il cibo a disposizione almeno una volta nelle ultime due settimane.“La caduta libera dell’economia in Afghanistan è stata improvvisa e continua, e si aggiunge a una situazione già difficile, con il paese alle prese con la seconda grave siccità negli ultimi tre anni. Stiamo facendo tutto il possibile per sostenere le comunità afghane in questo momento critico”, ha detto Mary-Ellen McGroarty, Direttrice e Rappresentante WFP in Afghanistan.Anche la classe media fa fatica, solo il 10 per cento delle famiglie con il capofamiglia che ha un’istruzione superiore o universitaria è riuscita a comprare ogni giorno cibo sufficiente per le proprie famiglie. Sebbene la situazione sia peggiore per chi ha livelli di istruzione più bassi, la prevalenza senza precedenti della fame tra le famiglie che prima non soffrivano la piaga della fame è indicazione della profonda crisi che gli afghani si trovano davanti. In media, i capifamiglia trovano lavoro solo per un giorno a settimana, a malapena sufficiente per permettersi cibo il cui prezzo sta rapidamente aumentando. Per esempio, il prezzo dell’olio da cucina è quasi raddoppiato dal 2020 e il grano è aumentato del 28 per cento. L’Afghanistan è sull’orlo del collasso economico, causato da un rapida revoca degli aiuti internazionali, insieme all’impossibilità di accedere a beni all’estero. Ciò contribuisce, a sua volta, a incrementare la crisi di contante, con una forte svalutazione della moneta locale oltre all’improvviso arresto degli investimenti stranieri, spingendo ancora più famiglie nell’insicurezza alimentare con sempre meno lavoro disponibile e meno guadagni.“Il WFP sta intensificando il lavoro per rispondere alle urgenti sfide di doppia natura. Per prima cosa, continuiamo ad assistere le persone che ne hanno più bisogno per evitare che la fame acuta e la malnutrizione devastino il paese. Secondo, stiamo rafforzando le capacità locali per produrre cibo e portarlo ai mercati, oltre a fornire opportunità di lavoro a breve termine che aiutino a stabilizzare l’economia e diano contante alle famiglie”, ha aggiunto McGroarty.Il WFP ha fornito assistenza alimentare a 6,4 milioni di persone quest’anno, compresi oltre 1,4 milioni di persone dalla conquista del potere da parte dei talebani il 15 agosto. I programmi del WFP rispondono ai bisogni immediati delle persone che vivono emergenze ma anche aiutano a costruire la resilienza delle comunità così da essere più preparati nei momenti di crisi.Il WFP lavora con le comunità per rafforzare la loro capacità di ridurre il rischio di disastri e adattarsi ai cambiamenti climatici, creando anche opportunità di lavoro che forniscono utile contante in momenti difficili, come la costruzione o la riabilitazione di strade, canali, pareti protettive contro le alluvioni, riforestazione, oltre a corsi di formazione professionale.Nelle difficili settimane di agosto e settembre, il WFP ha continuato i programmi di alimentazione scolastica, aiutando a mantenere bambini e bambine a scuola e prevenendo la malnutrizione, mentre si sosteneva l’economia locale con cibo prodotto e comprato localmente, creando mercati stabili, sostenendo l’agricoltura locale e rafforzando i sistemi alimentari locali. “Il WFP sta lottando contro il tempo per fornire assistenza alimentare e nutrizionale salvavita alle famiglie afgane più vulnerabili. Abbiamo bisogno di 200 milioni di dollari per comprare e preposizionare cibo prima dell’arrivo dell’inverno. Se perdiamo questa finestra di opportunità, le conseguenze saranno catastrofiche”, è l’allarme lanciato da McGroarty.

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Biden completa l’agenda di Trump sull’Afghanistan: giusta mossa ma nessun dividendo politico

Posted by fidest press agency su martedì, 14 settembre 2021

By Domenico Maceri. Donald Trump spesso assumeva i suoi collaboratori guardando la Fox News, la rete di televisione conservatrice, scegliendo da coloro che rispecchiavano le sue idee. Il caso del colonnello in pensione Douglas MacGregor è tipico. Nel mese di aprile del 2020, l’allora presidente degli Usa lo vide in televisione e lo invitò alla Casa Bianca dopo avergli sentito dire che gli Stati Uniti dovevano andarsene dall’Afghanistan. Subito dopo essere stato assunto come consigliere al presidente, MacGregor ricevette semplici direzioni in un foglio di carta da Trump ordinandogli che il suo compito era di “Andare via dall’Afghanistan”. Subito dopo il consigliere preparò una pagina di istruzioni che avrebbe fissato il ritiro dei soldati americani per il 12 gennaio 2021, proprio mentre Trump si apprestava ad uscire dalla Casa Bianca, a conclusione delle elezioni del 2020. Trump voleva riportare le truppe a casa al più presto ma poi si accordò con i talebani per il primo maggio del 2021. Questo accordo creò serie apprensioni nei vertici delle forze armate americane. Biden seguì lo stesso percorso tracciato dal predecessore rimandando però la data al 31 agosto.In realtà era stato Trump a seguire la strada tracciata da Biden quando da vicepresidente di Barack Obama aveva raccomandato già dal 2009 di riportare a casa le truppe dall’Afghanistan. Nel suo libro “Promesse da mantenere” Biden reitera i consigli dati a Obama quando scrive che in Afghanistan “altri dieci anni non avrebbero ottenuto” risultati diversi. Obama non seguì il consiglio e nemmeno Trump nei suoi quattro anni da presidente riuscì a finire la guerra. Biden lo ha fatto. Una decisione giusta anche se gli è costata capitale politico a causa del modo affrettatissimo del ritiro, causato dal fatto che i soldati del governo afghano non hanno combattuto i talebani. Il presidente afghano Ashraf Ghani e i soldati al suo comando fecero un accordo coi Talebani che rese molto più rapido il loro controllo del Paese, cogliendo Biden di sorpresa. In effetti, senza il supporto americano il governo afghano si squagliò e il presidente Ghani abbandonò il Paese.Trump non ha riconosciuto che il suo successore alla Casa Bianca ha fatto proprio quello che non era riuscito a lui. Con la sua tipica ipocrisia, l’ex inquilino della Casa Bianca ha dichiarato ai suoi sostenitori che Biden ha “consegnato una grande vittoria a tutti i nemici dell’America” riportando a casa “i grandi soldati dall’Afghanistan”. Anche Mike Pompeo, segretario di Stato nell’amministrazione di Trump, ha criticato l’azione di Biden, dimenticando ovviamente che era stato proprio lui a negoziare il ritiro, fissandolo per il primo maggio. Altri leader di ambedue i partiti hanno dimostrato il disappunto in particolare per le scene caotiche all’aeroporto di Kabul e ovviamente anche per la morte di tredici soldati americani a causa dell’attacco suicida dell’Isis-K.MacGregor, però, l’ex consigliere di Trump, ha lodato il ritiro, asserendo in un’intervista alla Abc che la guerra equivaleva a “un’enorme perdita di tempo, soldi, risorse e vite umane”, concludendo che Biden ha avuto completamente ragione. Gli americani sono d’accordo secondo parecchi sondaggi anche se molto meno sul metodo del ritiro. Secondo il Pew Research Center, un think tank non partisan con sede a Washington D. C., il 54 percento degli americani approva il ritiro delle truppe ma solo il 42 percento sostiene che Biden abbia gestito bene la situazione. L’indice di gradimento di Biden è sceso e adesso il 44 percento approva il suo operato, 7 punti in meno degli ultimi sondaggi. Un recentissimo sondaggio della Cnn, però, ci informa che Biden riceve il 52 percento di approvazione, molto meglio del 37 percento di Trump a questo punto della sua presidenza.Nel suo discorso alla nazione Biden ha spiegato le ragioni del ritorno delle truppe citando il successo straordinario delle evacuazioni (125 mila fra americani e afghani che avevano assistito le truppe). Ha anche asserito che non voleva essere il quarto presidente a rimandare al suo successore la patata bollente e che gli Stati Uniti non possono “costruire nazioni”. Ha anche reiterato i costi che secondo uno studio della Brown University hanno raggiunto più di 6 mila miliardi di dollari e hanno causato la morte di 7 mila americani.Gli americani dunque hanno ripetuto quello fatto dai britannici i quali invasero l’Afghanistan per ben tre volte, poi i sovietici, e infine gli americani, arrivando alla conclusione che il Paese del Sudest asiatico è veramente “un cimitero di imperi”. Nei venti anni di presenza americana in Afghanistan il governo locale non è riuscito a controllare i talebani anche se bisogna ammettere che progressi sociali sono avvenuti, specialmente nelle grosse città e nella capitale Kabul. Con il ritorno al potere dei talebani e il loro annuncio del recentissimo governo provvisorio la situazione delle donne diviene preoccupante anche se molto è cambiato in venti anni.Anche Biden dovrebbe preoccuparsi. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan gli è costato politicamente. Verrà dimenticato alla luce delle prossime elezioni di midterm del 2022 e quelle presidenziali del 2024. Agli americani importa la politica estera ma viene messa in secondo luogo alle questioni domestiche. Anche qui l’ultimo mese non promette bene per Biden. La pandemia, che era sotto controllo, ha ripreso gli aumenti dei casi positivi soprattutto dovuti alla variante Delta. Inoltre ci sono anche da affrontare i danni causati dagli uragani nel Sud del Paese, gli incendi nell’Ovest, e l’economia. Il numero dei posti di lavoro creati nei primi mesi dell’amministrazione di Biden era promettente ma nel mese di agosto solo 235 mila posti di lavoro sono stati creati invece dei 725 mila che gli economisti si aspettavano.Nonostante tutto, però, Biden in futuro sarà riconosciuto come il presidente che mise fine ad una guerra iniziata da George W. Bush con ragioni molto dubbie. Questo conflitto è stato poi seguito da quello in Iraq, con la scusa delle armi di distruzione massiva possedute da Saddam Hussein che difatti non esistevano. L’attuale inquilino della Casa Bianca avrebbe però potuto anche insistere sull’insostenibilità delle spese militari non solo in Afghanistan ma in altre parti del mondo. Considerando il fatto che il 53 percento del bilancio Usa viene speso per la difesa, con approvazione bipartisan, difficile capire come non pochi politici americani continuino a dire che non ci sono fondi per le spese domestiche. Trump, nonostante tutti i suoi difetti, aveva intuito quest’idea ma non fece nulla al riguardo, eccetto strillare agli alleati, minacciandoli che dovevano pagare di più per la loro difesa. Biden ha perso un’opportunità per tracciare una rivalutazione delle spese militari totali. Dopotutto, però, Biden è un centrista, che quando si tratta di spendere per la difesa non si tirava e continua a non tirarsi mai indietro. Quanto tempo si potranno sostenere soldati americani sparsi in 150 Paesi del mondo? Non se ne parla perché potrebbe aumentare i sospetti che l’impero americano stia per finire? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Due notizie importanti: il governo in Afghanistan e l’inizio del processo “Bataclan”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

a) Si è formato il governo in Afghanistan: il primo ministro è un terrorista e il ministro dell’Interno, cioè della polizia, è un terrorista. b) Oggi inizia il processo per l’attentato terroristico al teatro Bataclan di Parigi, che provocò 130 morti. Dobbiamo preoccuparci? Sì, perché gli attentati terroristici possono avvenire ovunque, anche in Italia e il governo afghano, guidato da terroristi, non può che rinvigorire le posizioni delle organizzazioni terroristiche sparse in Europa e nel Mondo. La risposta non si può dare in ordine sparso, serve una soluzione comunitaria, anche militare, perché è in gioco la sicurezza di tutti. In verità, qualcosa si è fatto negli anni passati con una iniziativa per la integrazione delle forze militari e con lo stanziamento dei relativi fondi. Alcuni Paesi comunitari, però, sono riottosi e, allora, occorre che quelli convinti della iniziativa procedano autonomamente. Non possiamo aspettare il “pugno” terroristico, dobbiamo, invece, prevenirlo. Dobbiamo costituire, al più presto, una forza armata europea. Primo Mastrantoni, Aduc

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Afghanistan. Rauti (FdI): con i Talebani non è un Paese per donne

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

“Nasce l’Emirato islamico in Afghanistan, senza donne tra i membri del governo e con qualche ricercato internazionale per terrorismo. Ed è significativo che tra i primi indirizzi del neonato Regime ci sia il divieto della pratica sportiva per le donne. Sarebbero due le motivazioni dei Talebani: la prima è che lo sport non è necessario; la seconda è perché ‘durante l’attività sportiva le donne potrebbero scoprire il volto e il corpo’, questo è quanto testualmente dichiarato dal vice capo della Commissione culturale dei talebani che, a scanso di equivoci, ha voluto precisare che ‘l’Emirato islamico non consentirà alle donne di giocare a cricket né di praticare un tipo di sport in cui vengano esposte’. Il governo italiano fa ancora finta di non capire il vero profilo dell’Emirato mentre è di tutta evidenza che il ritorno dei talebani ed il fondamentalismo islamico cancellino, con un colpo di spugna, i traguardi sociali e civili raggiunti negli ultimi anni dal popolo afghano; in particolare le conquiste delle donne in settori fondamentali come sanità, istruzione, lavoro, amministrazione e vita politica. Al di là delle iniziali e pelose rassicurazioni, fornite dai leader talebani, all’opinione pubblica occidentale, sul rispetto dei diritti umani e dei diritti delle donne, la verità è che l’Emirato afghano, che fonda sulla Sharia la sua fonte di diritto, riporterà il Paese agli anni più bui. Le bambine non potranno studiare, le donne non potranno lavorare ed i matrimoni precoci contribuiranno a cancellare le libertà femminili faticosamente conquistate. Il divieto della pratica sportiva è solo il primo passo; l’Afghanistan dei Talebani non vuole coprire solo il corpo delle donne ma anche la loro esistenza. E per Fratelli d’Italia nessun dialogo è possibile con chi vuole nascondere le donne al mondo ed il mondo agli occhi delle donne”. Lo dichiara la senatrice di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti, responsabile nazionale del Dipartimento Pari Opportunità, Famiglia, valori non negoziabili.

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Ue, Afghanistan e droghe. Conferma e rafforzamento di illegalità e insicurezza

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

I ministri degli Esteri dei 27 Paesi europei hanno affidato all’Ue la propria interlocuzione coi Talebani. Cinque le condizioni “non negoziabili” per riconoscere il governo talebano: Paese non base per terrorismo; garantire libertà fondamentali e diritti umani, in particolare delle donne; governo il più possibile inclusivo; accesso ad aiuti umanitari; far espatriare dal Paese chiunque. Inoltre, la missione del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) dovrà dialogare con i Paesi vicini su flussi di profughi, oltre che contrastare terrorismo e droghe. Quindi la lotta a produzione e traffico di droghe non è condizione “non negoziabile”, e verrà contrastata non mettendo il naso nella politica interna talebana. Verrà fatta qualcosa coi vicini… E’ bene ricordare che l’80% di oppio nell’Ue viene dall’Afghanistan e l’economia delle droghe illegali è la maggiore in questo Paese. Economia, rispetto al precedente governo talebano, cresciuta in venti anni di presenza Nato. Noi crediamo che il maggiore problema dell’Afghanistan sia l’economia illegale dell’oppio. Non combattuta sostituendola con altra legale, ha fatto sì che coltivatori e trafficanti (questi ultimi quasi sempre talebani) restassero indifferenti al cambio di regime (da amici Nato a Talebani): illegale ma tollerata prima… lavoravano prima e lavoreranno ora, a maggior ragione visto che i talebani trafficanti sono al potere. Ad un Paese che si basa su un’economia illegale, si dovrebbe rispondere con aiuti per la transizione verso la legalità: rendere legali i mercati delle droghe in Ue, sì che gli afghani si adeguerebbero ad altrettanta legalità, potendo esportare in Ue.Crediamo, invece e purtroppo, che l’Ue non metterà se stessa in discussione sull’attuale illegalità delle droghe, non renderà attrattivi i propri mercati (risolvendo anche i tanti problemi che questa illegalità causa sul proprio territorio). Vista la secondaria importanza alle droghe illegali l’Ue non andrà oltre quei piccoli e inutili tentativi che già la Nato ha fatto negli ultimi venti anni (coltivazioni sostitutive di zafferano, per esempio). Produzione e mercato illegale resteranno come oggi (in crescita visto che i talebani ci sono più di prima) senza contrasto e alternative. L’Afghanistan continuerà a sopravvivere con l’economia illegale, e relativo riflesso su necessità ed indispensabilità di altrettanta cultura dell’illegalità. Aiutare un Paese “lontano” (che condiziona la propria sicurezza interna) implica considerare anche che l’Ue non ha modelli perfetti. Anzi. Nel nostro caso si deve considerare che l’illegalità afghana nasce e prospera proprio perché i mercati Ue sono illegalmente pronti a recepire i loro prodotti. Vincenzo Donvito, Aduc

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Afghanistan e controinformazione

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2021

Di Vincenzo Olita. Nei giorni precedenti all’entrata dei talebani a Kabul, nella nostra ultima news del 14 agosto lo evidenziavamo, era chiarissimo, l’Occidente nel suo complesso e gli Stati Uniti in particolare stavano subendo un colossale smacco politico militare che avrà rilevanti conseguenze sugli assetti e le relazioni internazionali nel prossimo futuro. L’inconsistenza e la miopia strategica dell’Amministrazione Biden hanno rimarcato l’annosa difficoltà degli Stati Uniti nel gestire crisi internazionali e capovolgimenti politici. Lo stesso Henry Kissinger ha espresso la sua negatività rispetto a una permanenza ventennale in territorio afghano di truppe occidentali per una missione con obiettivi non chiari sulla durata e sul risultato finale. Una guerriglia estenuante conclusasi con una resa ingloriosa e ancor più con una caotica ritirata da principianti che lascia il paese più o meno nelle stesse condizioni di partenza. È un risultato che incide pesantemente sul traballante futuro dell’ONU, sull’inutilità della NATO, su un vanaglorioso europeismo e sugli scenari internazionali. Come indica la parola resilienza, tanto alla moda nel linguaggio politico ma tanto respingente per chi influenzabile non è, dalle crisi nascono opportunità e l’insegnamento semantico non è sfuggito a buona parte della politica occidentale. A due settimane dalla caduta di Kabul siamo travolti dalla generale soddisfazione per le operazioni di rimpatrio di truppe e profughi, istruttive le dichiarazioni televisive del rappresentante civile della NATO, l’ambasciatore italiano Stefano Pontecorvo, “l’Italia ha fatto bene, I talebani non conoscono il loro Paese, Lasciamo un Paese in cui ci sono dodici milioni di studenti” e così via. Per chiarire, in Italia, con venticinque milioni in più d’abitanti, contiamo poco meno di 10 milioni di studenti comprensivi degli universitari. Con queste consapevolezze degli attori in campo siamo sommersi da una valanga di buoni propositi, “Non li lasceremo soli, Ci batteremo per salvaguardare i Diritti Umani, Chiederemo i corridoi Umanitari”. Insomma un attivismo permeato da entusiasmo tale da oscurare il nostro totale disinteresse per le sorti di quel Paese negli anni della missione militare e in occasione dell’avvio della resa, salvando, a onor del vero, solo il Metternich di Pomigliano d’Arco che, infelice, dichiarò che si trattava di una “ritirata d’importanza epocale”. Al di là del mostrarsi partecipi, comprensivi e disponibili per gli afghani immaginati e rappresentati tutti schiavi di centomila tagliagole, nostalgici e convinti colonialisti si spingono ad accarezzare un futuro ritorno di una missione militare in un paese sconvolto anche da una corruzione fuori controllo. Non è bastato il pesante dramma di un’inutile e fallimentare guerra, migliaia di morti tra militari, agenti privati e secondo fonti umanitarie, centomila afgani tra combattenti e civili. Ma è sul terreno della costruzione del proprio ruolo e dell’implementazione della propria immagine che la politica ha dimostrato tutta la sua capacità di concretizzare la resilienza, naturalmente ben supportata dall’informazione in qualità di sottoprodotto della stessa politica. In altri termini, in occasione di un fallimento politico militare di un intero emisfero, in cui le leadership e la politica succedutesi nel ventennio avrebbero dovuto essere chiamate almeno in valutazioni parlamentari e giornalistiche, ci si trova innanzi a un sostanziale ribaltamento di ruoli e posizioni. I silenti in quattro lustri trasformati in grilli parlanti, i peones della politica si scoprono conoscitori di storia e geografia delle religioni, i vertici politici annunciano straordinarie iniziative come la convocazione di un G20 allargato alle potenze regionali. Indipendentemente dalla sua effettiva realizzazione e dalle eventuali conclusioni Mario Draghi è già stato individuato un leader planetario che ha consentito anche la centralità dell’Italia nel dibattito internazionale. Siamo alla novella del contadino che trasportando la ricotta al mercato immagina che da quel guadagno ne scaturiranno mandrie. Non è bastato il fallimento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, a fine agosto con l’astensione di Cina e Russia, approva solo una debole e inconsistente risoluzione sull’Afghanistan, a dimostrazione della reale centralità di cinesi, russi, pakistani iraniani e turchi in quello scacchiere. Il G20 annunciato, grazie alla nostra annuale presidenza, sarà difficile da realizzare e in tutti i casi, la torre di Babele non potrà non partorire che un topolino. Questo è secondario, importante è l’annuncio della centralità italiana. Joe Biden rivendicando il successo della ritirata statunitense si presenta come un leader attento alle vere prossime sfide come se la rovinosa resa fosse stata solo un secondario problema. E poi l’europeismo, ancora un’assenza in una crisi per favorire la sua ennesima centralità, ormai è qualche decennio che assistiamo al mantra sull’evidente bisogno di un’implementazione europea. Insomma, ruoli, rilevanza e posizioni sono stati esaltati su larga scala grazie alla debacle occidentale in Afghanistan, la controinformazione ha dimostrato la funzionalità della resilienza, la speranza è che ventitré milioni di profughi da Formosa non siano tra le prossime opportunità.

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Afghanistan e Italia. La necessità di un esercito europeo

Posted by fidest press agency su sabato, 4 settembre 2021

Cosa c’entra l’Afghanistan con l’Italia, se non per la presenza ventennale delle nostre truppe? E, ancora, che ci facevamo in Afghanistan? Eravamo in quel Paese orientale per esportare la democrazia, come leggiamo e sentiamo? No, eravamo lì per la nostra sicurezza dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, perché minacciare la vita dei civili nei Paesi occidentali era un modus operandi di gruppi terroristici, uno per tutti Al Quaeda, che aveva fatto dell’Afghanistan una base per il proprio supporto logistico e operativo. Ricordiamo che, a tutt’oggi, in Afghanistan operano ben 18 gruppi terroristici e che l’islamismo radicale ha compito attentati in Spagna (stazione ferroviaria di Madrid, con 191 morti e 2000 feriti, nel 2004), in Francia (Parigi, Nizza e altre), in Germania (Berlino, Hanau), Regno Unito (Londra, Manchester), ecc. Ritenere che l’Italia ne possa essere esente è una illusione.Ci interessa, ancora, l’Afghanistan? Facciamo qualche esempio.Ci sono i profughi afghani la cui emigrazione incontrollata riguarda l’Italia e i Paesi europei; c’è il mercato della droga afghano che rappresenta circa il 90% dell’offerta globale di oppiacei illegali; ci sono le miniere di “terre rare”, il cui utilizzo è necessario per i programmi di transizione energetica programmata dall’Italia e dalla Ue, ecc. Insomma, l’Afghanistan è fisicamente lontano ma è vicino, e in contrasto, politicamente, economicamente, socialmente e culturalmente. Il ritiro americano dimostra la dipendenza nostra e dell’Europa dalla politica estera e di sicurezza di un Paese alleato come gli USA. Dobbiamo elaborare un progetto di autonomia strategica europea, decisione che va supportata da una politica estera comune all’Ue e da una propria capacità militare, ovvero da una forza armata europea. E’ inevitabile. Ne va della sicurezza e degli interessi economici dell’Italia e degli altri Paesi europei ai quali siamo strettamente connessi.Primo Mastrantoni, Aduc

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Afghanistan: l’Italia nomini un Inviato Speciale per la libertà religiosa

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’ordine del giorno del G20 straordinario sull’Afghanistan dovrebbe comprendere un punto dedicato al rispetto del fondamentale diritto alla libertà religiosa, perché essa è il sensore del rispetto di tutti gli altri diritti umani. Le violazioni alla libertà religiosa si sono acuite dopo il ritiro delle truppe NATO ma erano già presenti prima: anche quando il territorio era presidiato dai militari stranieri il cristianesimo era visto come una religione occidentale ed estranea, non solo dai terroristi dell’ISKP o dai Talebani ma da gran parte dell’opinione pubblica. I cristiani afghani erano pertanto costretti a praticare il culto da soli o in piccoli gruppi, all’interno di abitazioni private. Chi si dichiarava pubblicamente cristiano, o si convertiva dall’islam al cristianesimo, era vulnerabile, vigendo la pena di morte per l’apostasia. Stessa sorte toccava, e a maggior ragione tocca ora, agli appartenenti ad altre minoranze religiose. La Commissione Europea lo scorso maggio ha nominato Christos Stylianides Inviato speciale per la promozione della libertà di religione e credo. Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il giorno precedente tale nomina, aveva chiesto al Governo italiano di istituire anche in Italia la carica di Inviato Speciale per la libertà religiosa, sia per assumere un ruolo identificabile e incisivo a livello internazionale, sia per confermare che il diritto di professare liberamente la fede religiosa, riconosciuto dall’art. 19 della Costituzione italiana, non è circoscritto nell’ambito dei confini nazionali ma, al contrario, deve essere promosso in ogni sede internazionale, nazionale e locale, quale diritto inviolabile di ciascuno. Oggi, considerando l’attuale dinamica della jihad globale e in vista del G20 straordinario sull’Afghanistan, appare sempre più urgente che l’Italia dia un ulteriore segnale istituendo la carica di Inviato Speciale per la libertà religiosa. È inoltre necessario introdurre, in ogni atto bilaterale o multilaterale che impegna il Governo italiano, la richiesta formale di un impegno duraturo al rispetto della libertà religiosa da parte di ogni Stato beneficiario della nostra politica estera di sostegno allo sviluppo.

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Afghanistan: droghe e tutto il resto, che fare?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 agosto 2021

E’ incredibile come in tutte le vicende di queste settimane sull’Afghanistam dopo le prime fiammate di informazione, la questione oppio sia passata decisamente in secondo piano. Come se, coi Talebani prima e con gli Usa/Nato dopo, la principale attività economica afghana non sia arrivata a soddisfare il 90% del mercato mondiale. E come se qualcuno avesse dubbi che così continuerà anche con i Talebani di oggi. E tutte le note ricadute del caso: – interne: può un Paese vivere civilmente ed economicamente basandosi su prodotti illegali che, per la distribuzione, hanno bisogno del fior fiore della malavita internazionale? – esterne: i loro prodotti, quando arrivano, per esempio sul mercato europeo, sono responsabili di 1,5 milioni di tossicodipendenti e di tutto il disordine pubblico, giudiziario, sociale, economico e umano che è collegato al mercato nero. Cosa significa non porre la droga illegale al centro dell’agenda? Soprattutto lasciare il nuovo governo talebano a se stesso. Super condizionato da aiuti che arriveranno da una Cina che, apparentemente disinteressata per ora alle ricadute dell’oppio nei propri confini nazionali, porterà comunque in Afghanistan infrastrutture e posti di lavoro. Gli “occidentali” non sono graditi: sconfitti che hanno investito miliardi di dollari quasi esclusivamente in armamenti per un esercito che ha dimostrato di non esser tale, e con le loro economie finanziarie (spesso predatorie) che hanno ignorato i tesori delle cosiddette terre rare, lasciando prosperare e crescere le coltivazioni di oppio.I cinesi non devono far arricchire nessun privato ma ampliare il loro potere di penetrazione e controllo, senza molto guardare il “pelo nell’uovo” (il più importante – al momento – non far lavorare le donne). Quindi “occidentali” fuori, cinesi dentro. Nel frattempo le persone continuano a non morire di fame grazie all’oppio illegale che, se anche i Talebani dicono di voler combattere, difficile che lo faranno la di fuori della facciata, visto che il loro movimento in questi anni di non-governo si è alimentato proprio con questo mercato dell’oppio.In attesa che gli “occidentali” cerchino di capire meglio cosa è successo (3), occorre correre ai ripari. L’Unione europea sarà bene che avvii più di una riflessione e iniziativa per comprendere le pesanti ricadute sul proprio territorio (droghe e, presumibilmente, nuovo terrorismo): conseguenza di aver affidato la propria politica estera ad un Paese (Usa) interessato solo ai propri problemi nazionali.Intanto, per farci meno male, far uscire l’oppio dal mercato illegale con la legalizzazione, non sarebbe un passo azzardato. Soprattutto da parte degli Stati nazionali, che hanno tempi più rapidi dell’Ue e, figuriamoci, delle Nazioni Unite con le loro convenzioni proibizioniste. Vincenzo Donvito, Aduc

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The Tragedy of Afghanistan

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 agosto 2021

“The survival of the EU depends on its ability to adapt to external changes. In this respect, the tragedy in Afghanistan is a litmus test also for us”, says Sandro GOZI, President of the Union of European Federalists (UEF) and MEP for Renew Europe. “As Europeans”, continues GOZI, ” we have a duty to shoulder our responsibilities. We can choose whether to manage or suffer the migratory flows from Afghanistan, which in any case exist and will exist. If we choose to suffer them, without an effective policy to manage them, it will be a political and moral disaster. This is why we cannot afford to wait until all the countries agree to accept the refugees; we would only waste time, there will always be a few governments against. The time has come to take responsibility for deciding by majority vote, involving a group of countries and using EU funds. If we decide together it will be easy to manage the phenomenon, there will be no invasion. If we wait for unanimity we will remain prisoners of our impotence”. “In this moment the EU”, continues GOZI, “is committed to the process of the Conference on the future of Europe, to discuss without taboos the changes needed to adapt Europe’s capacity to act to the challenges of the present day. It is clear that what is happening in Afghanistan should also make us reflect. The United States has been criticised, but NATO’s indecision and improvisation are also blatant. This means that we Europeans must become autonomous and acquire the ability to fight to protect our values and interests. The goal we must set ourselves is to build a European sovereignty, through a federal political union, proceeding with the states that believe in this project. Concretely, this means to share at European level some key competences in the economic and political fields, to create a federal budget, to build a real common foreign policy – starting from the ever-closer cooperation to prepare also in this field the federal transition – and to create an army of the European Union, to achieve a proper strategic autonomy in defence and security.” “The Conference on the future of Europe”, GOZI concludes, “is an opportunity that we cannot risk missing, all the more so when a tragedy like this one of the Afghan people shows us the urgency to change in order to act and take control of the political processes. Our political future and our very civilisation are really at stake”. By Anna Echterhoff, UEF Secretary General

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Minacce dall’afghanistan: Talebani e non solo

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

In Afghanistan la minaccia contro i diritti umani fondamentali, fra i quali la libertà religiosa, non è rappresentata solo dai Talebani ma anche dall’ISKP, cioè dall’ISIS della “Provincia di Khorasan”. La formazione estremistica si è già resa protagonista in passato di innumerevoli azioni terroristiche, rivendicando fra l’altro uno dei più sanguinosi attacchi contro la minoranza Sikh all’inizio della pandemia, il 25 marzo 2020, quando tre uomini armati presero d’assalto il Guru Har Rai Gurdwara nella zona di Shor Bazar a Kabul, uccidendo 25 persone e ferendone 15. L’ISKP continua a consolidarsi, soprattutto a seguito alla sconfitta dell’ISIS in Siria e in Iraq e dopo l’avvio dei colloqui di pace tra i Talebani e la NATO. A differenza degli stessi Talebani l’ISKP annovera nelle sue fila un numero crescente di giovani afgani istruiti e appartenenti alla classe media, ai quali si aggiungono gruppi di jihadisti esperti provenienti da al-Qaeda. Il riconoscimento del regime talebano da parte di alcuni Paesi temiamo possa favorire inoltre la proliferazione di gruppi islamici radicali attualmente minori ma in grado di strutturarsi in un network terroristico potenzialmente in grado di soppiantare formazioni storiche come al-Qaeda e Stato islamico. Oltre a ciò, le relazioni fra Pakistan, organizzazioni terroristiche presenti in Palestina e nella provincia siriana di Idlib e il regime afgano destano particolare preoccupazione. La reintroduzione della sharia spazzerà via le poche libertà faticosamente conquistate, inclusa la fragilissima libertà religiosa. Sono pertanto a rischio tutti coloro che non condividono l’islamismo dei Talebani, compresi i sunniti moderati. Gli sciiti (10%), la piccola comunità cristiana e tutte le altre minoranze religiose, già gravemente minacciate, subiranno un’oppressione intollerabile. Aiuto alla Chiesa che Soffre incoraggia la comunità internazionale a far sentire la propria voce in difesa dei diritti umani di tutti i cittadini dell’Afghanistan, compresi i cristiani, gli indù, i bahai e i buddisti.

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What Joe Biden’s debacle means for Afghanistan and America

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 agosto 2021

America has spent $2trn in Afghanistan since invading in 2001; more than 2,000 American lives have been lost, not to mention more than 117,000 Afghan ones. And yet, having taken Kabul, the Taliban control more of the country today than they did when they were last in power. They have also won the ultimate affirmation: defeating a superpower. It is not surprising that America failed to turn Afghanistan into a democracy. Nor was it unreasonable for Joe Biden, America’s president, to want to draw the conflict to a close, given the duration, scale and expense of the American deployment. But his failure to withdraw in an orderly fashion has left the Afghans abandoned. America’s intelligence was flawed and its planning rigid. Mr Biden was capricious and his concern for allies minimal. That is likely to embolden jihadists everywhere. It will also dismay America’s friends and encourage adventurism on the part of hostile governments such as Russia’s or China’s. By Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

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Afghanistan: Rojc (Pd), Ue esposta e debole senza iniziative unitarie

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 agosto 2021

“Sono doverose ma non bastano le richieste e le manifestazioni di solidarietà nei confronti delle fasce più deboli e a rischio della popolazione afghana, a cominciare dalle donne. I talebani si sono insediati al potere e non se ne andranno, gli Usa si stanno sfilando da quel teatro, altre potenze si stanno posizionando, e l’Europa sarà sempre più esposta se sarà debole e non saprà prendere iniziative politiche unitarie, rapide e incisive. La questione dei diritti civili dev’essere il discrimine per regolare i rapporti con la nuova realtà statuale, che sotto la propaganda sta mostrando un volto noto e brutale. Altrimenti qualunque allarme sui flussi dei profughi sarà inutile e strumentale”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), membro della commissione Esteri a Palazzo Madama, dopo che la Ue e altri 20 Stati tra cui Usa e Regno Unito hanno espresso preoccupazione “per le donne e ragazze afgane, i loro diritti all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento”.

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Afghanistan: No alla violenza sulle donne

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 agosto 2021

Continua l’impegno congiunto dell’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) ,Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) ,l’unione medica euro mediterranea(UMEM) e il Movimento internazionale Transculturale interprofessionale Uniti per Unire (UXU) a favore del popolo afgano, dopo l’appello a favore dei professionisti della sanità, pazienti e ospedali afgani oggi il Dipartimento #DonneUnite e l’osservatorio anti violenza del Movimento Uniti per Unire formato da centinaia di donne di tutti i continenti e di ogni religione (cristiane, musulmane ,ebree, ortodosse ,laiche di altre religioni) in collaborazione con UxU, Amsi,UMEM, Co-mai , CILI-ITALIA , Emergenza Sorrisi, European Women For Human Rights (EWHR) ,Mede@ , Federformazione ,Nuova Organizzazione Imprese, Parlamento del Mediterraneo, Saint Peter and Paul University School e Camera Penale Militare, Associazione culturale nazionale comunità afghana in Italia, Nuove Frontiere del Diritto lanciano il manifesto SalviamoDonneAfghane. “Un manifesto elaborato dal dipartimento #DonneUnite e l’osservatorio anti violenza di cui fanno parte più di 100 donne esperte, professioniste e impegnate da sempre a favore dei diritti delle donne e contro la violenza che con questo manifesto rispondono direttamente alle donne afgane che hanno lanciato il loro grido dall’allarme alle nostre associazioni e movimenti tramite i medici e giornalisti afghani e tramite telegram chiedendo aiuto perché si sentono tradite , abbandonate e non protette e non credono alla trasformazione dei talebani e alle loro promesse.“Chiediamo che l’Italia e l’Europa tutta agiscano tempestivamente per portare soccorso alle donne afghane, alle bambine, alle attiviste e alle donne che hanno collaborato con i paesi occidentali per combattere la violenza talebana“ Per questo “auspichiamo che vengano immediatamente attivati corridoi umanitari internazionali per mettere in salvo tutte le donne afghane e i loro eventuali bambini”, perchè in quanto “single, professioniste, insegnanti, intellettuali, artiste e attiviste” sono anche “oggetto di rastrellamenti, violenze, stupri, schiavitù sessuale e interdizioni dalle loro attività lavorative“che venga data prioritariamente assistenza alle bambine che vedono violati i loro diritti fondamentali all’istruzione, alla cura, alla tutela da ogni forma di sfruttamento sessuale e da ogni forma di violenza”.Devono continuare il loro impegno come medici,giornaliste , professioniste, insegnanti , sia nella politica sia nella università che nel mondo del lavoro professionale. Cosi annuncia e dichiara Foad Aodi presidente del Movimento Uniti per Unire e Co-mai e membro registro esperti Fnomceo che sensibilizza e propone di inserire anche dei ministri femminili nel nuovo governo con una particolare attenzione per un ministero speciale per le donne e per il rispetto dei diritti umani in un governo di Unità nazionale e di transizione che porta il paese ad elezioni libere e democratiche.

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Hamas ha celebrato la conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 agosto 2021

In una dichiarazione, lunedì, il gruppo terroristico palestinese si “congratula con il popolo musulmano afghano per la sconfitta dell’occupazione americana su tutte le terre afghane, e con il movimento talebano e la sua coraggiosa dirigenza per questa vittoria, culmine della sua lotta di 20 anni”.“Oggi – ha dichiarato l’alto esponente di Hamas, Moussa Abu Marzouk – i talebani vincono dopo essere stati accusati di arretratezza e terrorismo. Hanno affrontato l’America e i suoi agenti, rifiutandosi di scendere a compromessi. Non si sono lasciati ingannare da slogan luccicanti su ‘democrazia’ ed ‘elezioni’. E’ una lezione per tutti i popoli oppressi, primo fra tutti il popolo palestinese”. Di recente Hamas aveva diffuso le foto di un incontro tra il suo capo, Ismail Haniyeh, e una delegazione dei talebani che ha avuto luogo nell’ufficio dei talebani a Doha, in Qatar. Secondo un giornalista palestinese, nell’occasione la delegazione afghana si era “congratulata” con Hamas per la “vittoria” nella guerra dello scorso maggio contro Israele.

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Afghanistan: L’Italia ammaina il tricolore

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 giugno 2021

“Nel giorno in cui l’Italia ammaina il tricolore dopo 20 anni di missione a Herat, ricordiamo il sacrificio di chi ha difeso con l’onore e a volte con la vita quei territori, finiti preda del terrorismo e della furia distruttrice talebana. Oggi possiamo orgogliosamente ribadire che la missione in Afghanistan – l’operazione militare più lunga a cui l’Italia abbia mai preso parte – non è stana vana. Ben 53 morti e 651 feriti, persone che hanno tenuto alto con il loro esempio il nome dell’Italia. Il nostro pensiero va a tutti quei soldati, veri professionisti e patrioti italiani – donne e uomini in divisa – che difendono i nostri confini e presiedono i territori dove imperversano guerre, violenze, sfruttamento, coercizione, per portare ovunque pace e libertà”. E’ quanto dichiara in una nota Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fdi.

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Da Trump a Biden: goodbye, Afghanistan

Posted by fidest press agency su sabato, 24 aprile 2021

By Domenico Maceri, PhD. Nel 2009, al suo primo anno di vicepresidente, Joe Biden scrisse a mano un memorandum al presidente Barack Obama, nel quale asseriva l’importanza di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Quest’idea era maturata da una visita di Biden all’Afghanistan durante la quale capì che si era fatto tutto quel che si poteva in quella parte del mondo. Obama e Biden ebbero ottimi rapporti e il 44esimo presidente considerò il suo vice come partner di fiducia nelle sue decisioni ma nel caso del ritiro delle truppe non seguì il consiglio. Ora, da presidente, Biden compie ciò che si era dovuto fare quando lui era vicepresidente.Biden ha recentemente spiegato che entro l’undici settembre dell’anno in corso, anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, le truppe americane faranno ritorno a casa. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha chiarito che la guerra in Afghanistan, durata 20 anni, è stata la più lunga nella storia americana. Continuare con la stessa strategia sperando in diversi risultati non è ragionevole. Biden ha reiterato che lui è il quarto presidente americano, due democratici e due repubblicani, che hanno mantenuto truppe in Afghanistan e non intende “passare questa responsabilità” a un quinto presidente. È ora di riportare le truppe a casa, ha concluso Biden. Con l’eliminazione di Osama bin Laden, portata a termine dalle Navy Seals americane nel 2011 in Pakistan dove il leader di Al Qaeda si era rifugiato, gli obiettivi di fermare futuri attacchi agli Stati Uniti sono stati raggiunti. Quindi è tempo di porre fine all’infinita guerra.Va ricordato che la guerra in Afghanistan iniziò subito dopo gli attacchi dell’undici settembre 2011 e mirava a eliminare le basi terroristiche di Al Qaeda che si erano stabilite nell’Afghanistan. Si era poi cercato di stabilire un governo capace di mantenere la pace, impedendo ad altri gruppi terroristici dii stabilirsi nella nazione del Sudest asiatico. Gli obiettivi si erano però ampliati cercando di fare dell’Afghanistan un paese democratico stabile. I successi, però, sono stati limitati: l’Afghanistan rimane un paese poverissimo la cui risorsa principale consiste di narcotici estratti dalla coltivazione dell’oppio. Nonostante le elezioni e il governo eletto dai cittadini i discordi sono continuati fra i diversi gruppi etnici—Pashtun 38%, Tagiki 25%, Hazara e Uzbechi 9%, separati da differenze religiose e linguistiche. Il governo di Kabul non è mai riuscito, anche con l’assistenza militare americana e di alleati, a stabilire il controllo in tutto il paese. In parte ciò si deve al fatto che fuori di Kabul il governo centrale è visto come straniero e quindi non è difficile per i talebani trovare sostenitori che li assistano nella loro lotta per il controllo. Gli interessi geopolitici di paesi vicini come il Pakistan e l’Iran, che continuano a supportare alcuni dei diversi gruppi etnici ci mettono del loro, rendendo difficile al governo centrale di Kabul di mantenere il controllo del paese. I talebani, che rappresentano i Pashtun, il gruppo etnico più grande, riuscirono a governare il Paese fra il 1996 e il 2001 con una politica estremista. Tolsero tutti i diritti ai cittadini imponendo una forma di estremo radicalismo islamico, esibendo grande riluttanza a condividere il potere con gli altri gruppi etnici. Imposero la shari’a (legge islamica) che includeva anche l’amputazione di una o entrambe le mani per i reati di furto e la lapidazione degli adulteri. Il trattamento delle donne fu abominevole.Il governo democratico però non riuscì a unificare il paese e i talebani continuarono a dominare specialmente nelle zone rurali. Si crede che una volta partiti gli americani e i loro alleati il governo centrale di Kabul non potrà resistere e verrà sopraffatto e si farà ritorno al tipo di governo estremista del passato talebano. Ecco perché alcuni hanno auspicato giustamente che le forze americane dovrebbero essere rimpiazzate da truppe delle Nazioni Unite per mantenere la pace e dare più tempo alle diverse etnie di raggiugnere accordi stabilendo compromessi.La decisione di Biden di riportare le truppe a casa era già nota ma prima di annunciarla Biden si è consultato con i vertici delle forze militari americane. Sembrerebbe che i generali fossero contrari ma alla fine il presidente è il commander-in-chief e avranno poca scelta eccetto di metterla in pratica. Ovviamente le reazioni dei leader democratici all’annuncio del ritiro delle truppe sono stata positive specialmente dall’ala sinistra del partito. Da parte repubblicana si è avuta una spaccatura. Mitch McConnell, del Kentucky e leader della minoranza del GOP al Senato, ha classificato il ritiro come un “grave errore”. I senatori Rand Paul (Kentucky) e Ted Cruz (Texas) hanno approvato. Ha approvato anche Mike Pompeo, segretario di Stato durante l’amministrazione di Donald Trump, il quale non potrà fare altro che sorridere poiché pensava di fare ritirare le truppe solo pochi mesi prima nel mese di maggio.Al di là della possibile insicurezza in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane c’è anche da considerare le migliaia di afgani che hanno lavorato a fianco degli americani come interpreti, autisti, cuochi, ecc. i quali potrebbero divenire bersagli dei talebani considerandoli “traditori”. Il governo americano ha il dovere di offrire loro asilo politico ma di questi giorni Biden, alle prese con i migranti alla frontiera col Messico, sembrerebbe poco propenso a farlo.Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan ci conferma l’idea che l’America, nonostante tutte le sue risorse, non può creare nazioni democratiche dove non c’è una tradizione locale per questo tipo di forma di governo. La democrazia è un sistema fragile come ci hanno rivelato gli eventi di insurrezione del 6 gennaio scorso a Washington. Biden lo capisce. Il ritiro delle forze dall’Afghanistan dovrebbe anche condurre a una rivalutazione delle truppe americane sparse per il mondo. Più della metà del bilancio americano va per la difesa e con le necessità di investire nell’interno del Paese sarebbe una buona soluzione di ridurre la corsa alle armi e investire nei bisogni degli americani. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Afghanistan: Save the Children

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2021

In Afghanistan, più di 300.000 bambini si trovano senza abbigliamento invernale e riscaldamento adeguati a dover affrontare un inverno, col rischio di ammalarsi e nei casi peggiori anche di perdere la vita. Questo l’allarme lanciato oggi da Save the Children l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini in difficoltà e garantire loro un futuro. Nelle zone più fredde dell’Afghanistan, dove la temperatura può precipitare fino a -27 gradi, le scuole rimarranno chiuse fino a marzo. Si tratta di un colpo durissimo per i bambini perché la classe spesso è l’unica fonte di calore per loro durante l’inverno.Il conflitto in corso ha distrutto molte case e costretto migliaia di bambini a proteggersi in rifugi per senzatetto. Lì rischiano fame e malattie, compreso il COVD-19 e persino la morte a causa delle bassissime temperature. Come Rohina*, che ha 12 anni e vive in un campo nella provincia di Balkh per persone costrette a fuggire dalle proprie case e frequenta corsi di educazione comunitaria sostenuti da Save the Children. “Siamo poveri e viviamo all’addiaccio. Io e i miei fratelli non riusciamo a dormire la notte a causa del freddo. Come si può imparare qualcosa in questo modo?”“La situazione è desolante per i bambini costretti a vivere nei campi, come quelli che si trovano nella provincia di Balkh. Lì fa già molto freddo e le temperature notturne arrivano a -10°. Entro marzo farà ancora più freddo”, continua Chris Nyamandi.“In questi campi, così come in altre parti dell’Afghanistan, uno strato di plastica e gli abiti che si indossano spesso sono tutto ciò che separa queste persone dalle temperature gelide. Per migliaia di bambini l’inverno afghano è un periodo drammatico nel quale sopravvivere”, conclude Chris Nyamandi. Save the Children è in Afghanistan dal 1976. In risposta alle rigide condizioni invernali, insieme alle organizzazioni partner, fornirà kit invernali alle famiglie di Kabul, Badakhshan, Balkh, Faryab, Kandahar, Kunar, Kunduz, Nangarhar, Takhar , Jawzjan, Laghman e Sar I Pul. I kit invernali verranno distribuiti ad oltre 100.000 famiglie in 12 delle 34 province dell’Afghanistan e includeranno carburante e una stufa, coperte e vestiti invernali per bambini inclusi cappotti, calzini, scarpe, cappelli e vasellina. Verranno inoltre distribuiti per riparare i rifugi alle persone che hanno perso o hanno avuto danni alla propria abitazione a causa dei combattimenti e le famiglie senzatetto verranno supportate con 12 settimane di affitto.

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Guerra in Afghanistan: Tra le vittime molti minori

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

“La guerra in Afghanistan ha ucciso almeno 553 bambini finora nel 2020. Più di 1.295 minori sono stati feriti e molti di loro hanno ferite di cui porteranno i segni per la vita. È positivo che quest’anno ci sia stata un’apparente riduzione dei decessi, ma l’Afghanistan è ancora uno dei posti peggiori al mondo in cui essere un bambino”. Cosi Chris Nyamandi, Direttore di Save the Children in Afghanistan, commenta i nuovi dati delle Nazioni Unite, secondo i quali quest’anno nel conflitto afghano sono stati uccisi o mutilati quasi 1.900 bambini. Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, è allarmata e sconvolta da questi dati, che seguono una serie di recenti attacchi a civili come l’attentato suicida di sabato fuori da un centro educativo a Kabul, che ha ucciso almeno 24 persone e ne ha ferite dozzine. Tra il 1 ° gennaio e il 30 settembre 2020, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha documentato 5.939 vittime civili, di cui 1.848 (553 uccisi e 1.295 feriti) erano bambini, quasi un terzo di tutte le vittime.Il numero totale di vittime civili ha segnato una riduzione del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed è la prima volta in cinque anni che l’UNAMA ha registrato meno di 2.000 vittime di minori nei primi nove mesi dell’anno.“Questa spaventosa perdita di vite umane e queste lesioni sono gravi e fungono da forte promemoria del pesante tributo che il conflitto continua a far pagare agli innocenti. Anche scuole e ospedali sono stati danneggiati o distrutti nel conflitto, insegnanti e personale medico sono stati uccisi. Ciò ha avuto un profondo impatto su un’intera generazione di giovani che hanno sempre conosciuto la guerra e la cui istruzione è stata rovinata” ha dichiarato Chris Nyamandi, Direttore di Save the Children in Afghanistan.“Quando scoppiano i combattimenti, nessun posto è sicuro nel nostro villaggio, ma casa è comunque meglio che fuori. Ci nascondiamo negli angoli delle stanze” ha detto a Save the Children una ragazza di 14 anni nel distretto di Saayad, Sar-e-Pul Afghanistan.“Chiediamo a tutte le parti in conflitto di concordare un accordo di pace duraturo in modo che le future generazioni di bambini possano crescere in un paese libero dalla paura della violenza, della morte e delle lesioni. Questo è anche un campanello d’allarme per la comunità internazionale per continuare a investire nel futuro dell’Afghanistan e contribuire a preservare i fragili guadagni nell’istruzione e nella sanità degli ultimi decenni” ha concluso Chris Nyamandi.

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Afghanistan: nel corso dell’anno un terzo delle vittime civili sono bambini

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2020

“I bambini stanno pagando un tremendo tributo al conflitto in Afghanistan: da gennaio, infatti, almeno 340 di loro hanno perso la vita. Più di 700 sono stati feriti, molti con lesioni invalidanti come amputazioni o traumi cranici, per non parlare delle conseguenze dello stress post-traumatico, invisibili ma ugualmente dannose di cui soffrono molti dei più piccoli” ha dichiarato Milan Dinic, Direttore di Save the Children in Afghanistan, a seguito della pubblicazione del rapporto di metà anno delle Nazioni Unite sulla protezione dei civili nei conflitti armati sull’Afghanistan. Il conflitto in Afghanistan rimane uno dei più pericolosi per i bambini, che rappresentano il 31% del totale delle vittime civili. “Questi ultimi mesi sono stati tra i più letali degli ultimi tempi, con un picco nel numero di attacchi che hanno ucciso o ferito civili. In un momento in cui l’Afghanistan dovrebbe concentrarsi sull’epidemia COVID-19 e sui suoi effetti devastanti sull’economia e sui mezzi di sussistenza di milioni di persone, l’estrema violenza sta causando indicibili disagi e impedendo ai bambini di accedere all’istruzione, all’assistenza sanitaria e ad altri servizi fondamentali. Gli attacchi ai civili, in particolare ai bambini, non possono mai essere tollerati. Non solo uccidono e feriscono persone innocenti, ma hanno anche un impatto a lungo termine sullo sviluppo fisico, emotivo e mentale dei bambini” ha proseguito Milan Dinic. “Save the Children” ha concluso Milan Dinic “condanna tutti gli attacchi ai civili e invita tutte le parti in Afghanistan a fare tutto il possibile per proteggere i bambini”.

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