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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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Sulla questione della sovranità popolare vi è un equivoco che torno a chiarire

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2020

By Agostino Spataro. La sinistra d’ispirazione marxista e gramsciana continua a difendere il principio fondamentale della sovranità popolare perché è una delle più grandi conquiste politiche degli ultimi secoli. Tanto da essere solennemente sancito nella nostra, vigente Costituzione repubblicana e antifascista controfirmata da Umberto Terracini. Noi non siamo nazionalisti, né populisti, ma INTERNAZIONALISTI e vogliamo creare un nuovo ordine sociale internazionale basato sui diritti e sui doveri dei cittadini, sull’emancipazione dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, sulla parità fra uomo e donna, sulla pace e sulla democrazia, sulla conservazione della Natura, sull’eguaglianza fra i popoli e le persone. Esattamente il contrario del globalismo neo-liberista delle oligarchie finanziare dominanti che basano tutto sui diritti dei (loro) “mercati” e sulle scandalose disuguaglianze che producono. Per capire meglio il pensiero di Lennon segnalo questa sua intervista stranamente “perduta” dal titolo “TUTTO IL POTERE AL POPOLO” , pubblicata nel 2006 da “Data News” una piccola ma vivace editrice alla quale mi onoro di aver collaborato.

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A proposito d’informazione e di false notizie

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

di Agostino Spataro. Oggi, gran parte dell’informazione è manipolata, usata come arma ipnotica di distrazione di massa. La verità? Sembra che non interessi a nessuno. E’ un optional. Da tempi immemorabili la sua ricerca è il chiodo fisso di teologi e di filosofi. I primi sono convinti d’averla trovata e vogliono imporla a tutti con mezzi impropri; i secondi continuano a cercarla con il lanternino. C’è anche chi nega l’esistenza della verità oggettiva, assiomatica, incontestabile e, addirittura, ne sconsiglia l’uso perché ritenuta dannosa per la convivenza pacifica dell’umanità. Un pensiero, a dir poco, singolare, stimolante elaborato dal filosofo austriaco Heinz von Foerster:“il discorso sulla verità ha conseguenze catastrofiche e distrugge l’unità dell’umanità. Il concetto significa guerra- si pensi soltanto alle crociate, alle infinite guerre di religione e alle terribili procedure dell’Inquisizione. Ci si deve ricordare di quanti milioni di persone sono stati mutilati, torturarti e bruciati per imporre con la violenza la propria idea di verità.”(La verità è l’invenzione di un bugiardo- Colloqui per scettici”- Meltemi Editori, Roma, 2001)
Condivisibile o meno, la tesi trova riscontri nella degenerazione in atto del giornalismo sempre più caratterizzato da un’informazione (specie televisiva) corsara, sguaiata, alterata e mirata a deviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi esistenti e, soprattutto, dagli affari inconfessabili dei gruppi dominanti proprietari dei giornali e dei canali. La questione si è acuita con il dilagare sui media, sui “social” della piaga delle false notizie che molti, quasi per nobilitarle, chiamano “fakes”.A proposito, perché tutto quest’abuso di termini stranieri nei media italiani? Esibizionismo provinciale o espediente per escludere dall’accesso alla informazione una fetta consistente del pubblico che sconosce l’inglese? Forse entrambe le cose. Fatti gravissimi che contribuiscono a indebolire, demolire l’identità culturale del popolo italiano, non per portarla nell’alveo del multiculturalismo (per altro da definire), ma “all’ammasso” ossia nel vortice del processo di omologazione in atto pilotato da una cultura egemonica.In Italia c’è anche bisogno di recuperare la sovranità linguistica. Le lingue straniere dovranno essere usate per migliorare i rapporti con l’estero e non per peggiorare quelli con l’interno.Una situazione deregolata in cui ciascuno confeziona una propria verità e la propina al lettore sempre più confuso, incapace di scegliere fra le tante in circolazione. Un impasto male assortito che alimenta un clima rissoso di odio e di violenza, verbale o scritta, d‘intolleranza e di mala educazione che contraddistinguono certi operatori dell’informazione (specie televisiva) impegnati a svolgere, diligentemente, il compitino loro assegnato e ben retribuito.Anche a causa di tale degenerazione la nostra civiltà politica è in declino. E’ finito il tempo del libero e civile confronto delle idee, delle opinioni, del rispetto reciproco.Viviamo nell’epoca della supremazia della finanza globalizzata prevaricatrice perfino dei poteri istituzionali degli Stati sovrani, oltre che dei diritti fondamentali dei lavoratori, dei cittadini.Da qui nasce l’antipolitica che ha soppiantato la politica mediante “campagne” mediatiche condotte da una casta dei giornalisti d’elite e di conduttori tv contro la casta dei politici. Mai una campagna contro la casta dominante dei (loro) padroni editori.L’obiettivo ormai é palese: fiaccare, demolire quel che resta del sistema democratico, partecipativo, cambiare la Costituzione repubblicana, sperimentare nuove forme di governo. Quali?
Domanda: perché si lascia fare tutto ciò? La risposta non è facile. Tuttavia, sappiamo che nulla avviene per caso e per così lungo tempo!Tutto si fa in nome e per conto del’opinione pubblica, anche se in realtà nessuno la rispetta. Poiché non si vuole un’ opinione pubblica critica e reattiva, ma solo una sterminata platea di consumatori, d’individui isolati, esasperati e tuttavia ricettivi di ogni castroneria distillata dal “pensiero unico” (o politicamente corretto!) delle oligarchie neo-liberiste globalizzate.
Ovviamente, non tutta la categoria dei giornalisti pratica questo modo di fare informazione. Molti ancora resistono, combattono contro tali metodi; tanti li subiscono passivamente.In particolare, in questo esercizio si segnala una categoria di zelanti, e vocianti, arrivisti che si spingono oltre il dovuto, fino ad apparire una sorta di “servitori volontari” come quelli descritti da Etienne de la Boe-tie. (in “La servitù volontaria, 1571”)
Spiace ma questa è, in sintesi, la realtà prevalente nell’informazione italiana e straniera cui fa da pendant un giornalismo minoritario ed eroico formato da una schiera di giornalisti che in diversi Paesi (Italia compresa) continuano a essere discriminati, minacciati, imprigionati, mutilati, uccisi. A ogni morte un “coccodrillo” improvvisato, un dis-corso di circostanza, talvolta una lapide.Il ciclo riprenderà a funzionare più di prima poiché il messaggio resta: l’assassinio di un giornalista é un monito per chi, eventualmente, pensa di seguirne le orme. (fonte: Agoravox,it) dall’introduzione al libro “Giornalista senza giornale”:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/546829/giornalista-senza-giornale/ (Agostino Spataro)

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Chi difende le forze dell’ordine?

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 agosto 2019

by Agostino Spataro. Domanda affatto retorica, ma molto pertinente in questa fase critica in cui si susseguono manifestazioni violente, organizzate contro la polizia ed altre forze di sicurezza.E’ successo a Roma, a Catania, in diversi comuni della cintura napoletana dove, fra montagne d’immondizie e tifoserie facinorose, si consuma il dramma di generazioni inquiete, con poche speranze d’inserimento in un mondo sempre più escludente sul quale si allungano le ombre di un clamoroso crac finanziario internazionale che potrebbe sfociare in una devastante crisi sociale e politica… Tuttavia, prima di censurare, anche dal pulpito, il comportamento dei poliziotti bisognerebbe quantomeno attendere gli esiti delle inchieste in corso e considerare gli obblighi cui essi devono adempiere in casi simili. Perché se si salta questo ragionevole passaggio c’è il rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni interessate a creare confusione intorno a questa terribile disgrazia, fino a mettere in discussione l’affidabilità e il ruolo delle forze dell’ordine.Nei casi citati non si è trattato dei classici scontri di piazza tra polizia e manifestanti e nemmeno di chiassose azioni di disturbo, come quelle che solitamente avvengono nei vicoli, per coprire la latitanza o favorire la fuga di qualche scippatore, ma di qualcosa di più inquietante che si configura come una tendenza mirata a scardinare il rapporto di fiducia fra forze dell’ordine e società che in uno Stato democratico è una conquista di civiltà.Scontri violenti, irrazionali che hanno provocato arresti e denuncie e lasciato sul terreno morti e feriti. Com’è successo a Catania dove è caduto il povero ispettore Filippo Raciti, un padre di famiglia, la cui morte è rivendicata dai facinorosi e addirittura indicata come modello da riservare ad altri poliziotti. In alcuni casi le indagini, in corso o concluse, evidenziano inoltre come dietro tali rivolte ci siano capi delle tifoserie più estreme sovente operanti in combutta con pregiudicati comuni o camorristi e – come sta emergendo nel caso di Napoli – persino con dirigenti politici di maggioranza e d’opposizione. Insomma, intorno a questo fenomeno, sempre più complesso ed allarmante, si potrebbero coagulare forze ed interessi illeciti, anche fra loro diversi, che vogliono le mani libere per continuare a devastare i territori e a condizionare la politica e l’economia. Specie in città “difficili” come Palermo e Napoli, ma anche a Roma e a Verona, non bisogna sottovalutare questo fenomeno, ma considerarlo con serietà e responsabilità, evitando errori che certo non aiutano ad uscire dal guado…Il nostro vuol essere soltanto un invito alla necessaria prudenza, senza per questo sorvolare sugli errori, i nervosismi in cui sono incappate le forze dell’ordine o dimenticare i fatti gravissimi, altrettanto inquietanti, come quelli verificatisi a Genova, durante il G8, che sfociarono in una sorta di “macelleria messicana” come la definì un alto funzionario di Ps.
Oggi, però, in questi casi, è la polizia ad essere sotto accusa ingiustamente e sostanzialmente isolata all’interno del contesto sociale in cui opera.
A parte le difese “d’ufficio”, si nota, infatti, uno strano imbarazzo a prendere posizione. Non servono solidarietà formali (che pure non guastano), ma provvedimenti concreti che comincino a rimuovere le cause del grave disagio sociale e salvaguardino il ruolo e il carattere democratico dei vari corpi di polizia. Insomma, bisogna ridare alle forze dell’ordine motivazioni appropriate che ne esaltino la missione e ne migliorino le condizioni di vita e di lavoro.
Così perdurando le cose, cosa ci si aspetta dagli agenti? Che si voltino dall’altra parte o si limitino a fare gli “impiegati della sicurezza” o da eterna scorta ad una pletora di governanti e politici? Sarebbe il disastro.Generalmente, le lamentele nei loro confronti sono di segno opposto e reclamano, semmai, il ripristino dell’autorità (non il vecchio autoritarismo) della Stato democratico, di diritto.
Obiettivi non certo facili da conseguire. Soprattutto in Sicilia e in molte zone ad elevato indice di criminalità dove le forze dell’ordine devono far fronte, oltre ad una certa ostilità ambientale, a vistose carenze di mezzi e di direttive politiche appropriate.Senza dimenticare, infine, che trattasi di gente nostra, di siciliani e meridionali che rischiano la vita per poco più di mille euro al mese.
Giovani uomini e donne del meridione che rappresentano il lato A della nostra tragedia sociale ed umana, arruolati per contrastare il lato B ossia quella parte che, per bisogno o per vocazione, vive nell’illegalità o in zone contigue.
Agostino Spataro, giornalista, è stato parlamentare del PCI membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

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“Siglo XXI°: La economia del terror”

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 novembre 2016

agostino-spataroIl libro di di Agostino Spataro e GIuseppe Lo Brutto, e’ stato presentato a Puebla (Messico) il giorno 7 novembre 2016 presso la Facolta’ di Sociologia dell’Universita’ statale il 10 novembre presso la Escuela Libre de Derecho (Universita’ privata) I due autori si sono soffermati sulle linee principali del libro e rispondendo alle numerose domande del pubblico (in gran parte docenti e studenti universitari) hanno svolto alcune considerazioni cosi’ riuassunte. Con l’inizio del nuovo secolo, all’orizzonte del nostro futuro si profila una tendenza inquietante, maturata nell’ambito delle oligarchie neoliberiste dell’Occidente: il frequente ricorso alla guerra, anche locale, come risposta ai problemi insorti con la crisi globale.Tale tendenza è insita nella natura violenta, nella stessa dinamica del capitalismo internazionale. Tuttavia, oggi, appare anche come una reazione metodica alle difficoltà crescenti d’imporre il suo modello politico-culturale e consumistico.Più che un fenomeno ciclico, essa parrebbe denunciare una difficoltà, perfino un declino, non tanto del sistema capitalistico in se stesso quanto dell’egemonia occidentale sul terreno dell’economia e della cultura.Siamo a un cambio d’epoca? Si vedrà, nel tempo.Intanto, appare necessaria un’analisi più puntuale, più precisa dei sanguinosi conflitti aperti in varie parti del pianeta; vere e proprie guerre locali che provocano morte e distruzioni, specie laddove più si concentrano le principali riserve minerarie, di energie fossili (petrolio e gas), di acqua e di beni alimentari. Con questo libro cercheremo di analizzare, in particolare, la situazione di due aree fondamentali del Pianeta, ricche di materie prime e di contrasti sociali, dove tali processi sono in corso d’opera: l’America Latina e la regione Mena (acronimo di “Middle East North Africa” comprendente il Medio Oriente e il Mediterraneo) nelle loro relazioni con le nuove superpotenze dell’economia e della finanza. C’è chi sostiene che tale conflittualità sia propedeutica al “nuovo ordine internazionale” e pertanto necessaria per garantire la transizione dal vecchio ordine al nuovo.Eppure, dal crollo dell’Urss e del sistema dei Paesi a economia socialista (Comecon) è passato un quarto di secolo e la agostino-spataro1“transizione” può dirsi compiuta, almeno sul terreno politico ed economico. Tuttavia, il “nuovo ordine” non è arrivato o, peggio, si presenta come un nuovo, pericoloso disordine internazionale. Ideologicamente, il neo-liberismo ha vinto ed è dilagato anche nei territori ex socialisti. A cominciare dalla Cina che si ostina a proclamarsi socialista seppure la sua economia sia perfettamente inserita nel sistema globale di produzione capitalista.Sul campo non restano più forze antagoniste organizzate, potenze rivali capaci di contrastare il disegno del vincitore.A seguito di una guerra così lunga e snervante (anche se “fredda”), finita senza spargimento di sangue e con la resa incondizionata del “campo socialista”, (per la prima volta nella storia un “impero” si arrende al nemico senza colpo ferire!), era lecito attendersi che “scoppiasse” la pace, che seguisse un periodo di grande fervore costruttivo, di crescita compatibile con l’integrità degli eco-sistemi e ri – equilibratrice degli storici divari fra Nord e Sud, di benessere condiviso, ecc. Invece, sta accadendo, esattamente, il contrario. Dopo la “vittoria” del campo neoliberista, probabilmente truccata[1], sono scoppiate le guerre regionali, religiose, tribali che insieme fanno una guerra più grande, micidiale, una “ guerra infinita” che per Papa Francesco è la “terza guerra mondiale”, non dichiarata.Venti di guerra soffiano in ogni direzione e alimentano conflitti che sembrano divenuti insanabili, specie in alcune regioni del mondo meno sviluppato (Medio Oriente, Africa, ecc), disegnano scenari terrificanti che generano e alimentano paure e smarrimenti nei popoli.Secondo “Armed Conflict Database – 2015” dell’IISS (International Institute for Strategic Studies), nel 2014, sono stati 42 conflitti armati fra i più sanguinosi e distruttivi che hanno provocato 180.000 vittime (in gran parte civili) e 12.181.000 di rifugiati in diverse regioni del mondo.Da notare che bel 8 di tali conflitti si svolgono nella regione Mena (Libia, Egitto, Israele – Palestina/Gaza, Iraq, Siria, Libano, Yemen), mentre altri 14 in Paesi asiatici e africani di prevalente e o importante tradizione islamica, alcuni detentori di rilevanti risorse petrolifere e di gas (Nigeria, Nagorno- Karabach, Cecenia, ecc). Visto l’alto numero dei conflitti (il 52%) in atto in questa categoria di Paesi), si potrebbe pensare a una sorta di “guerra all’Islam”. La religione c’entra poco o nulla: la guerra è per l’accaparramento degli idrocarburi che, in buona misura, si trovano nel sottosuolo dei territori dell’Islam.Nonostante ciò, la globalizzazione neoliberista procede decisa e spietata, senza tener conto delle perdite in vite umane, delle gravissime conseguenze sociali e ambientali, degli squilibri politici e territoriali prodotti.Impropriamente, la chiamano “crisi”, in realtà si tratta di una colossale sistemazione degli assetti produttivi e di poteri che mira al dominio globale. La “crisi”, infatti, evolve provocando emarginazioni sociali e povertà e nuove concentrazioni di ricchezza, intolleranze razzistiche, politiche di rapina supportate da vili commerci di uomini e di armi, omologazioni culturali e pensiero unico, egoismi e militarismi, ecc. Così procedendo, il XXI° rischia di caratterizzarsi come il secolo della disuguaglianza e del terrore. Se il XX° fu detto “il secolo breve” (che breve non fu) il XXI° potrebbe passare come il secolo della guerra endemica, infinita, dell’esplosione degli odi razziali e di nuove povertà. Questa è, oggi, l’atmosfera che sovrasta il mondo e deprime lo spirito pubblico, soprattutto quello europeo, occidentale. Con l’aggravante che non s’intravvede una via d’uscita. (foto: agostino spataro)

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La Sicilia e le rivolte nel mondo arabo

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 febbraio 2011

Di Agostino Spataro. Nulla possono la politica, la diplomazia contro la meteorologia: con la bonaccia , infatti, sono ripresi gli sbarchi di clandestini dalla Tunisia verso Lampedusa.E’ questo un risvolto diretto delle rivolte arabe, soprattutto nordafricane, che ha provocato in Sicilia una nuova emergenza che mette a dura prova le strutture d’accoglienza e le miopi politiche migratorie del governo Berlusconi.   Per altro, è prevedibile che l’esodo si estenda a Egitto, Libia, Algeria.La Sicilia potrebbe ritrovarsi al centro di tensioni e di conflitti, anche devastanti, per la ridefinizione degli assetti dei poteri in queste regioni vitali del mondo, in aderenza ai nuovi equilibri della globalizzazione. Perché, a occhio e croce, di questo si tratta. Non è un mistero svelato, oggi, da Wikileaks (l’abbiamo già scritto in “la Repubblica” del 6/5/2005) che a Sigonella sono concentrate le più sofisticate capacità Usa di dispiegamento rapido per la cosiddetta “lotta al terrorismo”. Ma torniamo all’emergenza emigrazione che, in pochi giorni, ha visto sbarcare in Sicilia quasi 6.000 persone; un dato allarmante e anche un po’ strano poiché non si capisce come mai da un paese finalmente liberato i giovani fuggano invece di restare per ricostruire l’economia e consolidare la democrazia. Evidentemente, qualcosa non quadra in queste “rivoluzioni incompiute” che hanno detronizzato i rais, ma lasciato il potere ai loro colleghi militari e agli esponenti dell’ancien regime. Ovviamente, il disagio non è solo locale, ma riguarda l’intera Sicilia che certo non può fronteggiare, da sola, un’emergenza di dimensioni nazionale ed europea, nemmeno con gli aiuti promessi. Questo- a me pare- il punto politico principale su cui la Regione deve puntare i piedi. Un’insistenza sospetta quella del governo delle “eterne emergenze” nelle quali – sappiamo – anche i sentimenti più genuini vengono travolti da manovre e interessi spudorati. Specie se in ballo ci sono contratti milionari che facilmente accendono appetiti affaristici e clientelari. Come quelli che si profilano con l’operazione “villaggio della solidarietà” di Mineo dove Berlusconi e Maroni vorrebbero concentrare sette mila rifugiati regolari. Una proposta che farà la gioia del cavaliere Pizzarotti, ma non quella dei sindaci della zona e delle stesse associazioni dei profughi che la considerano un marchingegno, per altro molto costoso, che, invece di favorire l’integrazione, isolerebbe i rifugiati in una sorta di ghetto a quattro stelle. Come mai una proposta simile non è stata avanzata a una regione del Nord dove i profughi e gli immigrati desiderano vivere? Forse per tenerli lontano dalla “padania” ed evitare problemi elettorali alla Lega? Solo così si può  spiegare tanta sospetta benevolenza nei confronti dell’Isola e degli immigrati che è un’amara conferma del ruolo subalterno assegnato all’Isola nella prospettiva strategica dell’Italia. Anche in questo caso, si riscontrano un approccio detestabile e un’iniqua suddivisione dei ruoli derivati dallo sviluppo del paese: i benefici, il valore aggiunto al centro-nord, le conseguenze negative, i problemi al sud, in Sicilia. Gli esempi sono tanti, antichi e recenti.Valga per tutti l’anomalia degli scambi commerciali con i Paesi arabi rispetto ai quali le regioni del centro-nord sono le principali esportatrici di beni e servizi, mentre la Sicilia si deve far carico dell’importazione di enormi e inquinanti quantitativi d’idrocarburi, destinati a incrementarsi con la costruzione dei due rigassificatori. Spiace rilevarlo, ma la concentrazione nell’Isola di questa massa d’immigrati e di rifugiati ha tutto il sapore di una nuova azione discriminatrice e, anche, un po’ razzistica. (Agostino Spataro)

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La Lombardia e gli affari di “Cosa nostra”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 novembre 2010

Agostino Spataro  ci scrive: “rifacendomi alla recente polemica scatenata contro Roberto Saviano e il programma di Rai-tre “Vieni via con me” sulla presenza della ndrangheta, e in genere delle mafie, a Milano e in Lombardia, sono andato a rispolverare un mio vecchio articolo  pubblicato su ” L’Unità” del 3 novembre 1979 (31 anni fa!) che denuncia l’intreccio mafia-finanza milanese.
L’articolo è stato inserito nel libro (del 1982) “Per la Sicilia- rendiconto parlamentare agli elettori” che si avvale della presentazione dell’on. Giorgio Napolitano”. In proposito Spataro intende  sottolineare che il problema è antico e che si è via via aggravato, come evidenzia anche la recente relazione della DIA al Parlamento. Rileva, altresì, che mentre oggi “le rimostranze contro Saviano provengono dalla Lega nord e dai giornali di Berlusconi, allora, verso di me, sono venute dai circoli dirigenti milanesi del mio partito, il PCI, i quali ritennero infondate, esagerate quelle considerazioni”. “Ovviamente, – precisa Spataro – i dirigenti del Pci milanese non reagirono con l’intento di nascondere la triste realtà che si stava sviluppando, ma per difendere una certa immagine di Milano, capitale morale, capitale operaia e della cultura ‘antifascista che allora il PCI, in gran parte, rappresentava. Forse, sottovalutarono certe tentazioni “dell’altra Milano”, quella degli affari facili e non sempre leciti. In realtà, ben presto, si sarebbero dovuti accorgere che le cose scritte in quell’articolo erano solo la punta di un iceberg”. Da qui una constatazione che ci trova in sintonia con Spataro. Da oltre 30 anni questa “infiltrazione criminale” era nota e poco si fece per porvi riparo. Si permisero accessi sempre più vistosi e le stesse relazioni riservate di Falcone e Borsellino andavano in questo senso, ma non vi fu peggior sordo di chi non voleva sentire. Oggi i giudici di Palermo, che in secondo grado hanno condannato Dell’Utri, riconoscono che le infiltrazioni mafiose avevano tracciato in Lombardia un preciso organigramma di rapporti e individuati gli imprenditori e gli industriali con i quali potevano fare affari e consolidare la loro posizione sul territorio e offrire loro il terreno favorevole per il riciclaggio del denaro sporco. Oggi non vorremmo che alla Lega capiti quanto già avvenne in Lombardia con il Pci. Non si tratta di accusare un partito, ma di rendersi conto che la corruzione, di cui l’Italia detiene un triste primato mondiale, non si sconfigge solo con l’arresto, pur lodevole di un “capo clan” ma con il tagliare il cordone ombelicale alla malavita organizzata che vive all’ombra di affari leciti ma è pronta a ghermirne i frutti. D’altra parte non dobbiamo scandalizzarci di niente se si pensa che tutti, governi compresi, si sono serviti della mafia. Pensiamo, tanto per fare qualche esempio, all’aiuto mafioso in Sicilia per lo sbarco degli alleati nella seconda guerra mondiale, all’uccisione di personalità scomode come Enrico Mattei e via di questo passo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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