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E’ uscito il nuovo libro della molisana Alessandra De Blasio

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

E’ uscito in questo giorni il secondo libro dell’autrice molisana Alessandra De Blasio, campobassana residente da anni a Roma. Si tratta di un volume a tinte fortemente autobiografiche, ricco di osservazioni sul suo mondo e di riflessioni sulla vita.Questa la recensione scritta dall’amico Giampiero Castellotti, che un anno fa ha presentato il suo primo libro.”Entrando a casa pensavo che le scale mi perseguitavano da sempre. Da ragazza avevo abitato al terzo piano senza ascensore. Cinquanta scale da salire che mi parevano sempre troppe. Niente poi al confronto al quarto piano senza ascensore della mia età adulta. Settantasette scale da contare ogni volta. Settantasette scale da salire, chissà poi perché, sempre con un peso addosso: un passeggino, una valigia, un bambino. Le buste della spesa, una borsa pesante, l’ombrello bagnato dalla pioggia, il piatto cucinato dalla signora Nella. Sempre con le mani a dover reggere qualcosa”.C’è tutto il senso dell’impegno, non solo atletico ma soprattutto esistenziale, nel brano che schiude il cuore, cioè la pagina 50, nell’anima del libro “Come un pappagallo verde su un ramo grigio d’inverno”, cento preziose pagine edite da “La Ruota”, che costituiscono il secondo diario umanistico – e naturalmente intimistico – di Alessandra De Blasio.
Un registro originale e maledettamente autentico di un arco vitale ri-vissuto ostinatamente in retrospettiva, con il benefico esercizio della circostanziata annotazione. I pensieri “giungono perfetti ma finiscono sconnessi”, filtrati dall’ipersensibilità di una personalità decisamente complessa (e “compressa”). Multiforme. Eterogenea. Risolutamente poliedrica e versatile.L’autrice dà vita ad un flusso introspettivo che, per l’impeto schietto, potrebbe fare a meno della punteggiatura, elemento troppo convenzionale per un’esposizione di genere libertario più che letterario, che non rinuncia a gocce – ma proprio a stille – di sovversione, quelle che concedono la colonna sonora ai Supertramp, a Phil Collins e a Francesco De Gregori, al limite con una citazione di un Francesco Guccini d’annata o, per gli occhi ed il cuore oltre che per le orecchie, di un film di Truffaut con il suo realismo poetico, fino all’immancabile “Il male oscuro” di Giuseppe Berto.Il fiotto di considerazioni acquisisce ulteriore forza nell’ambivalenza e nella contraddizioni che sono specchio, in fondo, delle vite di tutti: scorrono biografie anonime, claustrofobiche, da “amiche novantenni”, sempre più affini tra loro, viaggiatrici stipate su vagoni della metro o incasellate in storie spente, scontate e – come tali – insignificanti, che costituiscono – nell’ineludibile confronto con quella della protagonista – anche una sorta di masochismo per la raffinata emotività della scrittrice. E’ la gente dei mondi paralleli, che s’infila anche nell’Imperuranio, quella che fa sfilacciare il tempo anziché centellinarlo, che nella carrellata di mesi dalle sembianze umane – uno per capitolo – diventa interprete principale di quella stagione vuota ed effimera che è l’estate, “un pegno da pagare”, come sintetizza efficacemente la cesellatrice delle parole.
La De Blasio, autrice e artista, trova vitalità, difesa e quasi legittimazione, nella scrittura risoluta, attenta al dettaglio, ricca di similitudini (“l’anima di Proust accarezzata come una coperta morbida”), irrorata nella poesia, con la coscienza che il tutto sia opera da “fuoriclasse della riflessione”, sebbene con l’umanissimo “sopracciglio disordinato” da provocatrice e con la ferita di un dente curato nell’infanzia e abbandonato da adulta. Oro per la patria dell’esistenza.Una narrazione laboriosa per l’autrice orgogliosamente “a-contemporanea” e impegnativa per il lettore-osservatore-analista, in un perenne confronto con una “testa (spesso) estranea alla sua testa”, policroma tendente al grigio, lineare aspirante al gravoso, abbagliante incline al volutamente sfocato.E a fronte di una ricca umanità che fa da scenografia al mistero della vita, tra i rimpianti per la morte di un vicino senzatetto e le amiche che diventano nomi, una sorta di figuranti preziose perché idonee a rafforzare pensieri talvolta “brutti come le cicale”, ecco la speranza affidata a quel pappagallo verde che, con la sua costante presenza, adorna il ramo grigio dell’inverno, con le sue riflessioni e i suoi innamoramenti, fino alla presenza di un’anima gemella. In fondo, con ottimismo, in quei colori equatoriali, in quelle ali eleganti, in quell’innamorarsi rumoroso sui rami della vita può esserci il balsamo che attenua le idee confuse e i malesseri che stazionano nella mente, il medicamento per gli inevitabili errori, il conforto per le ferite delle battaglie quotidiane contro il logorio di una metropoli, il toccasana contro i luoghi oscuri fisici e mentali, il rimedio per le immancabili malinconie che fanno capolino e si srotolano impietose sulla nostra sussistenza.

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Universitari molisani fuori sede: un libro di Alessandra De Blasio

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 febbraio 2019

Un approfondito panorama della realtà degli studenti universitari molisani fuori sede, con il racconto della loro esistenza quotidiana nella Città Eterna, spesso standardizzata di generazione in generazione. E’ un bell’affresco quello realizzato da Alessandra De Blasio, campobassana doc ma da anni residente a Roma, che ha pubblicato “Io gennaio me lo immagino bello. Storie di una fuorisede” per i tipi delle edizioni “La Ruota”.Partendo dalla sua esperienza personale, simile a quella di tanti molisani che abbandonano prima per studio e poi per lavoro la terra dove hanno trascorso infanzia e adolescenza, la De Blasio racconta la vita dello studente fuori sede. A cominciare dal problema dell’alloggio, nel suo caso un appartamento con i pavimenti da garage, le porte da ospedale, due bagni in uno, il telefono duplex. Una condizione che sembra fatta apposta per temprare generazioni di studenti. Poi i padroni di casa, mai ordinari: madre e figlio, una sorta di cooperativa acchiappasoldi grazie a frotte di studenti distribuiti in più appartamenti. E ancora, i pasti, il sonno, gli umori, tutto esperienza in comune, tra il doversi fidare per forza e qualche immancabile alleanza.Gli studenti sono sempre un po’ sospesi, un po’ nomadi, un po’ precari. Con quella sensazione di sentirsi sempre lontani da qualcosa di saldo ma, nel contempo, sfuggente. Non sono più molisani, o forse l’hanno definitivamente chiuso dentro quel mondo della provincia, ma non saranno mai nemmeno pienamente romani. Su tutto troneggia un ventaglio di storie importate dai paesi d’origine che si confronta quotidianamente con la bonaria tracotanza della Città Eterna: i capitolini strabuzzano gli occhi quando i dialetti sono estranei al loro universo conosciuto. La richiesta di un “ruoto”, alias “teglia”, riconduce ai fatidici 230 chilometri di distanza tra Campobasso e Roma. Inevitabili, per quanto abissali.
Ma il libro, ben scritto, è ricco anche di considerazioni intimistiche, che sfiorano la poesia. La terra d’origine, il Molise, è vissuta come un austero dipinto fitto di pennellate di grigio e di bianco. Tinte che impersonano il freddo, la neve, la nebbia – perché un territorio montuoso del Sud è anche una sorta di Mezzogiorno nordico – gli intonaci scrostati, la lentezza dei ritmi, la diffusa sussistenza, il protagonismo del mese di gennaio. Tanti algidi pigmenti che si presentano in linea – forse all’altezza – della dichiarata mestizia dell’autrice. Ma la sua è una malinconia creativa, chimerica, sognatrice, che garantisce occhi intelligenti e rapitori, capace di cogliere le essenze più profonde del mondo dei ricordi d’infanzia, con i conigli e le api di zia Giulia o le bretelle sulla canottiera di zio Michele, fino alla Roma della maturità, città aperta e “polmonare”, tanta aria, per quanto infestata di smog fisico e morale.
L’autrice, però, non rompe il cordone ombelicale con il Molise. Addirittura lo rafforza grazie al marito di Isernia e al figlio che fa volutamente nascere a Campobasso, forse per ringraziare il capoluogo molisano per gli infiniti e teneri ricordi: dalla libertà assicurata da una bicicletta con quel turbinare in centro che diventa girotondo felliniano, tra amicizie e palpitazioni amorose, fino allo spuntino in ore scolastiche prodotto dal bar-pasticceria Lupacchioli, complice l’impareggiabile cornetto con marmellata di amarene. E come poter dimenticare il compagno di classe, Nicola da Gildone, che Dio lo abbia in gloria, che ha preservato la cultura contadina presentandosi a scuola con pane e peperoni?Se tutte le strade portano a Roma, quella della De Blasio resta lastricata di resti sanniti.Il libro sarà presentato in primavera a cura della casa editrice “La Ruota” in collaborazione con “Forche Caudine”, l’associazione dei molisani a Roma.

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