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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘allevamenti’

Esplode l’aviaria negli allevamenti italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 novembre 2021

Sono milioni gli animali finora abbattuti per contenere l’influenza aviaria ad alta patogenicità che da oltre un mese si sta diffondendo in Italia infettando tacchini, quaglie, polli e galline all’interno di allevamenti intensivi di Lazio, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. L’influenza aviaria diffusasi a partire da ottobre 2021 negli allevamenti italiani sta condannando all’abbattimento diversi milioni di animali, a fronte di 102 focolai verificati come riportato dal Ministero della Salute. Si tratta di numeri enormi, che mostrano ancora una volta quanto gli allevamenti intensivi e l’alta densità degli animali allevati siano fonte di rischi sanitari, veri e propri serbatoi di virus in grado di mettere a rischio la biosicurezza di tutti e il benessere degli animali coinvolti. Secondo quanto riportato dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), la maggioranza degli allevamenti coinvolti è di tipo intensivo ed è concentrato prevalentemente in Veneto. Secondo il CRN: “La situazione epidemiologica dell’influenza aviaria è in rapida evoluzione anche a livello europeo, con crescente aumento del numero di focolai confermati da virus HPAI, sottotipo H5, in volatili selvatici e nel pollame domestico in diversi Paesi”.I numeri delle vittime e la galoppante diffusione dell’influenza aviaria a livello nazionale e internazionale indicano ancora una volta come gli allevamenti intensivi siano dei veri e propri serbatoi di virus pronti a esplodere. Sovraffollamento e stress, oltre a provocare ogni giorno la sofferenza degli animali allevati, favoriscono infatti anche la diffusione di malattie zoonotiche.Come affermato di recente dal direttore del Dipartimento Scienze della Salute al Policlinico Gemelli Walter Ricciardi, interpellato sull’epidemia di aviaria in corso, il rischio di salto di specie esiste e si è già verificato, rendendo il virus un pericolo anche per gli esseri umani.Animal Equality Italia, impegnata costantemente per fermare le crudeltà sugli animali allevati a scopo alimentare, chiede che il benessere degli animali inizi ad essere considerato realmente una priorità da parte di istituzioni e aziende riconoscendo gli allevamenti intensivi come luoghi che minacciano l’ecosistema. È fondamentale infatti diminuire la densità degli allevamenti e il numero degli animali allevati a scopo alimentare, abbandonando il sistema intensivo di allevamento e mettendo fine a uno sfruttamento ingiusto e pericoloso per tutti noi. “Lo sfruttamento degli animali, maltrattati e costretti a vivere in condizioni pessime per quanto riguarda la loro salute fisica e psicologica, genera sempre più spesso gravi conseguenze anche per l’ambiente e gli esseri umani, ma è ora di fermare tutto questo” dichiara Alice Trombetta, direttrice esecutiva di Animal Equality Italia.

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Stop agli allevamenti da pelliccia

Posted by fidest press agency su sabato, 3 luglio 2021

“La scellerata pratica degli allevamenti da pelliccia costituisce una vera e propria barbarie a cui l’Unione europea, in maniera compatta, deve mettere fine al più presto. Per questo esprimiamo grande soddisfazione e ringraziamo il ministro Patuanelli per le chiare e nette parole spese in sede di Consiglio europeo schierando l’Italia a favore della proposta di abolizione degli allevamenti di animali da pelliccia”. Lo dichiara la deputata Anna Bilotti, esponente M5S in commissione Agricoltura, in merito all’intervento all’Agrifish in corso a Lussemburgo del ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, in supporto a Olanda e Austria a cui si sono aggiunti Belgio, Lussemburgo, Germania e Slovacchia.“È quanto mai urgente e necessario – prosegue – individuare gli strumenti legislativi adeguati per fermare ogni forma di maltrattamento verso gli animali. Sono pratiche immorali e non più sostenibili sia per questioni di benessere animale nonché di salute pubblica e di ordine economico e ambientale”. “Dopo i problemi legati alla pandemia c’è già stata una sospensione temporanea dell’attività in alcuni allevamenti di visoni. Ora i tempi sono più che maturi per procedere all’abolizione degli allevamenti di animali da pelliccia che vede gli italiani fortemente favorevoli e su cui il MoVimento 5 Stelle ha già presentato una proposta di legge in merito, con i colleghi Chiara Gagnarli e Paolo Parentela. E bene ha fatto il ministro Patuanelli, per il nostro Paese, a prendere posizione in tal senso nel contesto europeo. Per quanto di competenza, non faremo mai mancare il nostro supporto” conclude.

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Benessere animale negli allevamenti

Posted by fidest press agency su domenica, 23 Maggio 2021

“Il Ministero delle Politiche Agricole sta lavorando a un sistema unitario di certificazione del benessere animale come indicato dall’emendamento 5 Stelle, approvato durante la conversione in legge del Dl Rilancio, che introduce il Sistema di Qualità Nazionale per la zootecnia. A confermarlo è lo stesso ministro Stefano Patuanelli in Senato. Una scelta che sosteniamo con forza affinché si valorizzino finalmente le produzioni italiani che danno attenzione al benessere animale e alla sostenibilità, fornendo al contempo informazioni univoche al consumatore”. Lo dichiara il deputato Filippo Gallinella (M5S), presidente della commissione Agricoltura.“Ci auguriamo – prosegue – che il decreto attuativo giunga presto a emanazione dando così alle imprese, che adottano sistemi di qualità, l’opportunità di farsi conoscere dagli acquirenti. Solo con un consumo consapevole potremo, infatti, accelerare le modifiche dei sistemi produttivi nel solco della strategia Farm to Fork, perché è la domanda che fa l’offerta”.

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“Allevamenti bovini e transizione ecologica”

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

Questo il titolo del webinar promosso da Cia-Agricoltori Italiani, in programma martedì 27 aprile, alle ore 10:30. Obiettivo raccontare un settore pieno di sfumature, che ogni giorno mescola tradizione e innovazione scientifica, e che vuole essere attivamente coinvolto e dare un forte contributo alla sfida della sostenibilità, come chiede l’Europa con il Green Deal.L’evento, in diretta streaming qui, si terrà in un’azienda specializzata nell’allevamento di bovini, la Società Agricola Vio Antonio e C. in località Valcasoni, Eraclea, nella provincia di Venezia.Dopo i saluti del presidente di Cia Veneto Gianmichele Passarini, il videomessaggio del ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli e quello del presidente della Regione Veneto Luca Zaia, ci sarà la relazione introduttiva “Traguardi raggiunti e obiettivi futuri” a cura di Bruno Ronchi, ordinario di Nutrizione e Alimentazione Animale dell’Università della Tuscia.A seguire, moderati dal giornalista Mimmo Vita, si terranno gli interventi di: Matteo Boso, presidente O.I.C.B. Organizzazione Interprofessionale Carne Bovina, su “Allevamenti in linea con la sostenibilità”; Tiziana Stallone, biologa nutrizionista, su “Consumo di carne e impatto su ambiente e salute”; Andrea Gavinelli, capo unità Benessere animale e Resistenza antimicrobica della DG Sante Commissione Ue, su “La produzione animale nel contesto del Green Deal”; Carlo Siciliani, presidente Uniceb, su “Esigenze del trasferimento tecnologico nella trasformazione delle carni”; Marcello Veronesi, presidente Assalzoo, su “Contributo dell’alimentazione animale nel processo di transizione ecologica”. Parteciperanno al webinar Jean Pierre Fleury, presidente Gruppo di Lavoro Carni Bovine del Copa-Cogeca, e Giampaolo Vallardi, presidente Commissione Agricoltura del Senato. A concludere i lavori sarà Dino Scanavino, presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani.

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Allevamenti italiani insostenibili

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2020

Allevamenti intensivi e agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni agricoli italiani. A rivelare per la prima volta questo deficit uno studio condotto da ricercatori dell’Università degli Studi della Tuscia che, insieme a Greenpeace Italia, si è interrogata sulla reale sostenibilità degli allevamenti italiani, misurandone il bilancio ecologico.L’indicatore utilizzato è quello dell’impronta ecologica, che stima l’impatto di un dato settore in rapporto alla capacità del territorio (biocapacità) di fornire le risorse necessarie e assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte. In questo caso su un lato della bilancia sono state messe le sole emissioni dirette degli animali allevati, sull’altro le risorse naturali che la superficie agricola italiana fornisce. Si tratta quindi di una stima conservativa, che non prende in considerazione altre fasi della filiera come l’importazione e la produzione di mangimi, o l’energia utilizzata.Più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano e quello della Lombardia contribuisce da solo per oltre un quarto all’impatto nazionale e sta divorando il 140% della biocapacità regionale. La Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale per compensare le sole emissioni degli animali allevati sul suo territorio. I dati lombardi evidenziano cosa accade quando si registra un’elevata densità di capi in un territorio con limitata bioproduttività, condizione simile alle altre regioni padane: Veneto (64%), Piemonte (56%), Emilia-Romagna (44%). A sud, prima per percentuale di impatto è la Campania (52%).Il Parlamento europeo è chiamato nei prossimi giorni a esprimersi sulla PAC (Politica Agricola Comune), e desta forte preoccupazione l’accordo trasversale firmato da Popolari (PPE), Socialisti (S& D) e Renew, che rischia di cancellare gli obiettivi “green” della strategia.Invertire la rotta si può. «Una maggiore attenzione a salute e alimentazione può comportare un vero e proprio cambiamento di sistema, che porti a produrre, ma anche, a consumare meno» spiega Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), in accordo con Adrian Leip, dell’Unità Food Security del Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) «Studi fatti finora mostrano come le tecnologie che abbiamo a disposizione nel settore allevamenti non saranno sufficienti per rispondere alle ambizioni di riduzione dell’effetto serra».

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Le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2020

Essi rappresentano il 17 per cento delle emissioni totali dell’Ue, più di quelle di tutte le automobili e i furgoni in circolazione messi insieme. Senza una decisa riduzione del numero di animali allevati l’Ue non sarà in grado di raggiungere gli obiettivi definiti dell’Accordo di Parigi sul clima. Lo rivela una nuova analisi di Greenpeace, secondo la quale le emissioni annuali degli allevamenti sono aumentate del 6 per cento tra il 2007 e il 2018. Tale aumento, l’equivalente di 39 milioni di tonnellate di CO2, equivale ad aggiungere 8,4 milioni di auto sulle strade europee. La zootecnia europea emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Includendo le emissioni indirette di gas a effetto serra, che derivano dalla produzione di mangimi, dalla deforestazione e da altri cambiamenti nell’uso del suolo, le emissioni annuali totali attribuibili alla zootecnia europea sono equivalenti a 704 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni annuali di tutte le auto e furgoni circolanti nell’Ue nel 2018 (655,9 Mt CO2eq)Il potenziale di riduzione dei gas a effetto serra derivante dalla riduzione del numero di animali allevati è quindi enorme: una riduzione del 50 per cento consentirebbe un risparmio di emissioni dirette di 250,8 milioni di tonnellate di CO2, una cifra paragonabile alle emissioni nazionali annuali di Paesi Bassi e Ungheria messi insieme. Ridurre la produzione del 75 per cento permetterebbe un risparmio di gas serra di 376 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni nazionali annue combinate di 13 paesi dell’Ue, e circa equivalente all’impatto climatico totale di tutti i processi industriali di tutti i Paesi membri.Agire per un profondo cambiamento della zootecnia europea non solo è necessario per affrontare i cambiamenti climatici, ma anche per prevenire nuove pandemie. L’allevamento intensivo di animali ha un ruolo ben riconosciuto nell’emergere e nella diffusione di infezioni virali simili a Covid-19. Si stima che circa il 73 per cento di tutte le malattie infettive emergenti abbia origine negli animali e le specie allevate trasmettono un numero straordinario di virus alle persone, come i coronavirus e i virus dell’influenza.

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I sussidi comunitari finanziano alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 aprile 2018

Un’inchiesta condotta da Greenpeace incrociando i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR) rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa.Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi.Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione in fiumi, laghi e mari per l’eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L’ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana.«La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea, ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg», afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti», conclude.La ricerca, condotta in collaborazione con alcuni giornalisti investigativi, ha preso in esame allevamenti presenti in Italia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda e Polonia e inseriti nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Solo le aziende agricole che emettono più di 10 mila chilogrammi di ammoniaca all’anno sono obbligate a comunicare i dati all’ E-PRTR.Delle 2.374 aziende zootecniche di questi Paesi riconducibili alle emissioni di ammoniaca incluse nell’E-PRTR, 1.209 hanno ricevuto pagamenti PAC per un totale di almeno 104 milioni di EUR all’anno. In Italia, i sussidi alla PAC sono stati erogati a circa il 67% delle 739 società incluse nel registro. La PAC stanzia annualmente 59 miliardi di euro di sovvenzioni, circa il 40% del bilancio complessivo dell’Ue.La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca non è la sola sostanza inquinante derivata dagli allevamenti, ma è l’unica che le singole aziende agricole di grandi dimensioni sono tenute a dichiarare. Nel 2015 – anno per cui sono disponibili i dati più recenti – in Italia 874 allevamenti hanno sforato il valore soglia di 10 tonnellate annue di ammoniaca. In quell’anno queste aziende hanno emesso 46.000 tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l’87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell’E-PRTR.Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All’inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC.

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Animal Defenders

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2010

Milano 26 febbraio 2010 alle 11.15 Spazio eventi Mondadori Multicenter, corso Vittorio Emanuele II, ang. Galleria del Corso Conferenza stampa su un nuovo dossier e un video inedito sull’industria della pelliccia, intitolato “Un prodotto insanguinato – il vero costo della pelliccia”, che rivela le orribili condizioni in cui sono tenuti gli animali in 30 allevamenti in Finlandia (un esempio tipico, perché tutti gli allevamenti sono uguali, in tutto il mondo).  nIl video e il dossier saranno lanciati a Milano da Animal Defenders International – ADI e dal network animalista AgireOra. Helder Costantino di ADI e Marina Berati di AgireOra interverranno alla conferenza stampa per illustrare i risultati dell’investigazione e chiedere un divieto totale degli allevamenti di animali per la pelliccia in Italia.  Il lancio di ADI e AgireOra Network coincide con la Settimana della Moda (24 febbraio – 3 marzo 2010) e ha lo scopo di portare gli stilisti faccia a faccia con la realtà delle pellicce, in particolare quelle di volpe, il cui mercato è dominato dai produttori finlandesi.  In Italia, il fatturato delle vendite di pellicce è diminuito del 7% dal 2007 al 2008 (da 725 milioni di euro a 675 milioni di euro) e, secondo il report del 2008 dell’Associazione Italiana pellicceria, ci si aspettava dal 2008 al 2009 una diminuzione di un ulteriore 9%. Il numero di animali allevati in Italia per le pellicce è passato da 250.000 nel 2002 (dati della Camera di Commercio) ai 150.000 del 2008 (dal report 2008 della European Fur Breeders’ Association).  Nel mondo, la vendita di pellicce è diminuita del 13,25%, passando da 15,02 miliardi di dollari nel 2007 a 13,03 miliardi nel 2008.
Vengono usate le pelli di 15-20 volpi o 60-80 visoni per una pelliccia. Le volpi in natura vivono 3-4 anni (ma possono arrivare anche a 10 o 15) e i visoni vivono 8-10 anni, mentre negli allevamenti tutti gli animali vengono tenuti in vita 8 mesi. Ogni anno vengono fatti nascere nuovi cuccioli, e quelli che non hanno la pelliccia della qualità adatta vengono subito uccisi.

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Autunno Pavese DOC

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2009

Mucche in mostraPavia dal 2 al 5 ottobre 2009 presso il Palazzo Esposizioni, il più significativo evento pavese espressamente dedicato all’eccellenza degli allevamenti locali di bovini di razza, in particolare Frisona e Varzese, potrete trovare la migliore espressione di questa importante realtà alimentare sopra descritta e si potranno incontrare le migliori aziende del territorio pavese che operano lungo la filiera lattiero-casearia e che spesso ospitano rappresentanti esteri che vengono in visita per studiare l’altissimo livello raggiunto dai nostri allevamenti.  Le conseguenze di prezzi del latte inadeguati ai costi di produzione si stanno facendo sentire pesantemente sui bilanci delle aziende impegnate nell’allevamento, il cui numero continua inesorabilmente a scendere: da oltre 65.000 nel 2003 a meno di 40.000 nel 2009, secondo i dati forniti da Confagricoltura. Il confronto elaborato da APA tra questo dato e le tabelle Istat relative al 2003 evidenzia un fatto allarmante: gli allevamenti da latte sono diminuiti del 38% dal 2003 a oggi. Un dato che denuncia la ormai scarsa redditività degli allevamenti, imputabile principalmente alla combinazione tra gli aumenti dei costi di produzione e un prezzo del latte pagato agli allevatori in costante calo e che in questi mesi registra valori ai minimi storici. La necessità  più urgente del settore lattiero-caseario italiano è quindi procedere rapidamente a una azione del mondo della produzione per contrastare con efficacia questa tendenza. http://www.autunnopavesedoc.it (mucche in mostra)

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La banca mondiale e la deforestazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2009

La deforestazione impatta per il 20 per cento sul totale delle emissioni di CO2 rilasciate ogni anno. Tuttavia la World Bank continua a sostenere sia l’industria del legno che quella dei bio-carburanti. L’organismo ispettivo della Banca (l’Inspection Panel) nel 2007 ha duramente criticato l’istituzione per aver contribuito a deforestare una parte del territorio della Repubblica Democratica del Congo dove risiedono le comunità degli indigeni Pigmei, che, a causa delle attività di disboscamento, hanno sofferto una serie di violazioni dei diritti umani e la perdite di risorse naturali.L’International Finance Corporation (IFC), il ramo della Banca che presta alle compagnie private, finanzia la coltivazione di piantagioni di soia e olio di palma e gli allevamenti di bestiame in aree interessate dalle foreste tropicali. Negli ultimi sei anni il settore degli allevamenti su vasta scala ha beneficiato di finanziamenti per circa 730 milioni di dollari, nonostante la FAO valuti del 18% l’incidenza di questo comparto sulle emissioni globali che provocano il surriscaldamento del Pianeta.  La Banca Mondiale è l’istituzione che più ha beneficiato della mercificazione delle emissioni di carbonio attraverso l’espansione del meccanismo dei crediti di carbonio istituito con il Protocollo di Kyoto. A nove anni dal Prototype Carbon Fund, sono stati creati 11 carbon fund e il portfolio di crediti di carbonio amministrato dalla Banca ha raggiunto i 2 miliardi di dollari, su cui la Banca riceve una percentuale del 13%. Secondo i dati forniti dalla stessa World Bank, i progressi nella riduzione delle emissioni a cui il mercato dei crediti di carbonio avrebbe dovuto contribuire sono stati tuttavia limitati. Meno del 10% dei finanziamenti raccolti con il mercato dei crediti è stato investito in progetti per le fonti rinnovabili, mentre la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l’85%) è stato diretto al finanziamento di industrie nel settore chimico, del ferro, dell’acciaio e del carbone. La Banca Mondiale ha elaborato un nuovo fondo di investimento per le foreste e una Forest Carbon Partnership Facility che presenterà a Poznan nei prossimi giorni. La facility, di cui venne presentata una prima versione alla 13a Conferenza delle Parti di Bali nel 2007, punta a finanziare il REDD (l’iniziativa per la riduzione delle emissioni dalla deforestazione e dal degrado delle foreste) attraverso il mercato dei crediti di carbonio. E’ già forte l’opposizione dei popoli indigeni, dei governi del Sud e della società civile verso entrambe le iniziative della Banca, pensate dai burocrati di Washington senza la consultazione delle comunità locali che vivono nelle aree forestali più grandi del pianeta e che dipendono dalle foreste per la loro sussistenza. La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni sancisce il loro diritto a partecipare alle decisioni che riguardano direttamente le terre in cui vivono. Le iniziative della Banca vanno contro l’idea di una più ampia partecipazione e inclusione delle organizzazioni dei popoli indigeni nel negoziato multilaterale, e rischiano di aumentare la conflittualità a livello locale rispetto la gestione delle foreste e il riconoscimento delle proprietà comunitarie dei popoli indigeni in atto a livello nazionale in molti paesi del Sud. La CRBM condivide le richieste della società civile internazionale, a partire dall’esclusione delle foreste dal mercato dei crediti di carbonio e dal riconoscimento dei diritti sulla terra dei popoli indigeni e delle comunità che dipendono dalle foreste come base di una politica forestale decisa in ambito UNFCCC. Inoltre monoculture e piantagioni devono essere esclusi dalla definizione di “foreste” e dai meccanismi decisi in ambito multilaterale contro la deforestazione, mentre vanno ridotte le attività delle grandi imprese private che contribuiscono alla degradazione delle foreste con un eccessivo consumo di risorse (come piantagioni per biocarburanti, e l’eccessivo consumo di prodotti come carne, carta e pasta di legno)

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