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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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Italia: un paese di allocchi?

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

catilina4Un lettore mi scrive: “C’è il partito di quelli che non vogliono rinunciare a vivere da nababbi a spese degli allocchi (ovviamente nel pensiero dei politici) che li votano, e c’è il partito di quelli che non vogliono vivere da nababbi alle spalle degli elettori.” E’ un ragionamento che implica una riflessione più approfondita poiché oggi, più rudemente che in passato, ci troviamo al cospetto di una realtà che tende sempre di più a radicalizzare la lotta tra due tendenze e a limare quelle parti più sfumate che ne fanno da contorno. Mi riferisco ovviamente a quella borghesia che nei secoli scorsi si agitava in cerca di una posizione benestante a ridosso delle ricchezze capitalistiche adoperandosi per fare da cerniera tra i due estremi: il proletariato, i plebei dei tempi antichi e il padronato industriale e finanziario, i patrizi del nuovo corso storico. Diremmo a questo punto tertium non datur, ma tale consapevolezza ancora è dura ad essere recepita ai giorni nostri.
Questa è la forza di chi ha nell’illudere quella fascia “cuscinetto” che è ma vorrebbe avere e resta nel guado nella speranzosa attesa salvifica dalla sua condizione di “mezzo”.
Forse ragionando in questo modo s’interpretò la rivoluzione francese sotto l’etichetta di “borghese” e quella leninista sotto l’egida della spinta proletaria. Due rivoluzioni che si sono sciolte nel tempo della mediocrità e delle speranze tradite.
Oggi le menti più sensibili e riflessive sono consapevoli che è un andazzo che non regge e che la società che abbiamo costruito in occidente come in oriente riesce solo a produrre un mero trasformismo camaleontico: dal colonialismo ai governi fantoccio del “colono” di turno, dalle dittature di comodo alle guerre chiamate di libertà e di giustizia, ma surrettizie alla logica della convenienza e del possesso.
L’Italia è figlia di tutto questo, perché generata dalle logiche capitalistiche. Ma per spezzare queste catene occorrono parecchi gradienti, nel corso opera, nella loro scalarità da quelli culturali allo stimolo sociale, in senso lato. E nel frattempo il nemico è sempre in agguato per fare mistificazione della verità, per instillare dubbi e generare allarmismi, per suscitare timori e infondere rassegnazione, nella logica del meno peggio rispetto al peggio che si prospetta. Ora posta così la questione dovrei riprendere il discorso del citato lettore e chiedermi quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Per quel Catilina, parafrasando il detto, che s’identifica in capitalista e vessatore. E alla fine chiederci: a quando il punto di rottura? (Riccardo Alfonso)

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Italia il paese degli “allocchi?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 agosto 2017

alloccoUn lettore mi scrive: “C’è il partito di quelli che non vogliono rinunciare a vivere da nababbi a spese degli allocchi (ovviamente nel pensiero dei politici) che li votano, e c’è il partito di quelli che non vogliono vivere da nababbi alle spalle degli elettori.” E’ un ragionamento che implica una riflessione più approfondita in quanto oggi, più crudemente che in passato, ci troviamo al cospetto di una realtà che tende sempre di più a radicalizzare la lotta tra due tendenze e a limare quelle parti più sfumate che ne fanno da contorno. Mi riferisco, ovviamente, a quella borghesia che nei secoli scorsi si agitava in cerca di una collocazione benestante a ridosso delle ricchezze capitalistiche adoperandosi per fare da cerniera tra i due estremi: il proletariato, i plebei dei tempi moderni e il padronato industriale e finanziario, i patrizi del nuovo corso storico. Diremmo a questo punto tertium non datur, ma tale consapevolezza ancora è dura ad essere recepita ai giorni nostri.
Questa è la forza di chi ha nell’illudere quella fascia “cuscinetto” che è ma vorrebbe avere e resta nel guado nella speranzosa attesa salvifica dalla sua condizione di “mezzo”.
Forse ragionando in questo modo si interpretò la rivoluzione francese sotto l’etichetta di “borghese” e quella leninista sotto l’egida della spinta proletaria. Due rivoluzioni che si sono sciolte nel tempo della mediocrità e delle speranze tradite.
Oggi le menti più sensibili e riflessive sono consapevoli che è un andazzo che non regge e che la società che abbiamo costruito in occidente come in oriente riesce solo a produrre un mero trasformismo camaleontico: dal colonialismo ai governi fantoccio del “colono” di turno, dalle dittature di comodo alle guerre chiamate di libertà e di giustizia, ma surrettizie alla logica della convenienza e del possesso. E l’Italia è figlia di tutto questo, perchè figlia del mondo e delle sue logiche capitalistiche. Ma per spezzare queste catene occorrono parecchi gradienti, nel corso opera, nella loro scalarità a partire da quelli culturali, in senso lato. E nel frattempo il nemico è sempre in agguato per fare mistificazione della verità, per instillare dubbi e generare allarmismi, per suscitare timori e infondere rassegnazione, nella logica del meno peggio rispetto al peggio che si prospetta. E ora posta così la questione dovremmo riprendere il discorso del lettore citato e chiederci quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Per quel Catilina, parafrasando il detto, che identifichiamo nel capitalista e vessatore. A quando il punto di rottura? (Riccardo Alfonso)

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Italia il paese degli “allocchi?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Un lettore mi scrive: “C’è il partito di quelli che non vogliono rinunciare a vivere da nababbi a spese degli allocchi (ovviamente nel pensiero dei politici) che li votano, e c’è il partito di quelli che non vogliono vivere da nababbi alle spalle degli elettori.” E’ un ragionamento che implica una riflessione più approfondita in quanto oggi più crudemente che in passato ci troviamo al cospetto di una realtà che tende sempre di più a radicalizzare la lotta tra due tendenze e a limare quelle parti più sfumate che ne fanno da contorno. Mi riferisco ovviamente a quella borghesia che nei secoli scorsi si agitava in cerca di una collocazione benestante a ridosso delle ricchezze capitalistiche adoperandosi per fare da cerniera tra i due estremi: il proletariato, i plebei dei tempi antichi e il padronato industriale e finanziario, i patrizi del nuovo corso storico. Diremmo a questo punto tertium non datur, ma tale consapevolezza ancora è dura ad essere recepita ai giorni nostri.
Questa è la forza di chi ha nell’illudere quella fascia “cuscinetto” che è ma vorrebbe avere e resta nel guado nella speranzosa attesa salvifica dalla sua condizione di “mezzo”.
Forse ragionando in questo modo si interpretò la rivoluzione francese sotto l’etichetta di “borghese” e quella leninista sotto l’egida della spinta proletaria. Due rivoluzioni che si sono sciolte nel tempo della mediocrità e delle speranze tradite.
Oggi le menti più sensibili e riflessive sono consapevoli che è un andazzo che non regge e che la società che abbiamo costruito in occidente come in oriente riesce solo a produrre un mero trasformismo camaleontico: dal colonialismo ai governi fantoccio del “colono” di turno, dalle dittature di comodo alle guerre chiamate di libertà e di giustizia, ma surrettizie alla logica della convenienza e del possesso. E l’Italia è figlia di tutto questo, perchè figlia del mondo e delle sue logiche capitalistiche. Ma per spezzare queste catene occorrono parecchi gradienti, nel corso opera, nella loro scalarità a partire da quelli culturali, in senso lato. E nel frattempo il nemico è sempre in agguato per fare mistificazione della verità, per instillare dubbi e generare allarmismi, per suscitare timori e infondere rassegnazione, nella logica del meno peggio rispetto al peggio che si prospetta. E ora posta così la questione dovremmo riprendere il discorso del lettore citato e chiederci quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Per quel Catilina, parafrasando il detto, che identifichiamo capitalista e vessatore. E alla fine chiederci: a quando il punto di rottura? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Italiani popolo di “allocchi”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2011

Allocco della Lapponia

Image by Fanfulla2010 via Flickr

Si dice spesso, tra coloro che si considerano “addetti ai lavori”, per le questioni politiche, che gli italiani possono avere grandi virtù in tutti i campi dello scibile ma quando si tocca la politica fanno la parte degli allocchi. L’allocco, come si sa, è un uccello rapace notturno dell’ordine degli strigiformi. Ha forme tozze, un piumaggio bruno e occhi grandi e rotondi che gli danno un’aria un po’ stupida. Ma solo dal dizionario dei modi di dire possiamo considerare questo volatile a ciò che lo assocerebbe agli italiani. Il fatto, evidentemente, che resta inerte, attonito e con espressione istupidita di fronte ad una situazione imprevista come potrebbe essere se abbagliato da una luce forte. Nel traslato questo improvviso fascio di luce dovrebbe lasciare, come dire, “alloccati” gli italiani in quanto confusi e storditi dall’arte persuasiva del nostro presidente del consiglio, dalle sue promesse allettanti, dalla sua verve da imbonitore. E tutto questo non sembra aver perso la sua penetrante luminosità anche ora che ha preannunciato con un coup théâtre la sua intenzione di dimettersi. Tant’è che già qualcuno pensa che si sia trattato di una mossa ad effetto per far approvare un provvedimento indigesto ma con una possibilità di rimangiarsi tale decisione attraverso una richiesta plebiscitaria della sua maggioranza parlamentare per rivolerlo alla guida del paese e lui, poverino, si sacrificherà e resterà al suo posto. E gli allocchi, secondo rituale, approveranno e ringrazieranno. Ma certo non conforta quelli che si sentono “meno allocchi” nel sapere che dal fatidico 14 dicembre del 2010, allorchè, per una manciata di voti, riuscì a conservare la sua maggioranza parlamentare, e sino ad oggi, sono stati “bruciati” sull’ara della crisi finanziaria e dello spread del debito pubblico ben 40 miliardi di euro e ai quali si aggiungono dal 2 agosto scorso gli errori commessi, e monetizzabili in circa 25 miliardi di euro, nel non voler riconoscere la crisi fino ad innervosire i mercati e a costringere il paese a pesanti umiliazioni: la prima con l’invito a fare una nuova manovra e di gran lunga più severa e la seconda di “sfiducia” sulla persona e di riflesso sul paese che sembra essere quello che promette ma si guarda bene di rispettare gli impegni assunti tanto che ben tre delegazioni di ispettori sono stati chiamati per verificare i nostri conti pubblici: il fondo monetario internazionale, la Commissione europea e la Bce. Di certo come rapaci notturni possiamo essere nel nostro elemento ma basta davvero poco per trasformarci da allocchi di nome ad allocchi di fatto. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it).

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