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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘alzheimer’

Aumento persone affette da Alzheimer

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 marzo 2019

Tutti gli studi scientifici rilevano una costante crescita del numero delle persone affette da Alzheimer, patologia che è stata definita in un rapporto 2012 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’Alzheimer’s Disease International (ADI) «una priorità mondiale di salute pubblica». In Italia si contano circa seicentomila persone affette da questa malattia, il 4% degli over 65. Secondo il Rapporto sullo Stato di Salute della popolazione della Regione Lazio si stima che i casi di Alzheimer e di altre forme di demenza siano intorno ai 35.000, a Roma circa 14.600 (secondo uno studio di The European House-Ambrosetti e Msd, pubblicato il 18/07/2017).
Di fronte alla crescente diffusione di questa malattia – che richiede cure di alta specializzazione e che vede le famiglie accollarsi il maggiore impegno assistenziale – la Comunità di Sant’Egidio rileva, con preoccupazione e allarme, una riduzione, da parte dell’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale del Comune di Roma, delle prestazioni, già del tutto insufficienti, rivolte a questa fascia di persone.
Basti pensare che su tutto il territorio romano solo 59 persone, nel 2017, usufruivano di un’assistenza domiciliare specifica. I centri diurni (servizi semiresidenziali) fino all’anno scorso potevano accogliere circa 540 persone alla settimana. Con la nuova organizzazione tale disponibilità viene ridotta di quasi un quinto. Si tratta di circa 100 anziani che non potranno più accedere ai centri diurni. Con quali alternative?
Nella nuova organizzazione del 2018 è stata introdotta la possibilità per alcuni anziani, dimessi dai Centri Diurni perché considerati troppo gravi, di usufruire dell’assistenza domiciliare, erogata però solo per due mesi, quando ovviamente si tratta di persone che continueranno anche dopo ad avere bisogno di cure. Va inoltre sottolineato che si possono contare sulla punta delle dita i pochissimi fortunati che sono riusciti ad accedere ai fondi previsti per la disabilità gravissima.
Proprio nel momento di maggiore necessità e fragilità, i malati rimangono quindi, in grandissima maggioranza, assistiti solo dai familiari, talvolta unicamente dal coniuge, spesso anziano. Chi ha risorse economiche, ricorre all’aiuto di un assistente familiare, per gli altri l’unica soluzione resta l’istituzionalizzazione con tutte le conseguenze negative che questa comporta per il malato e la sua famiglia e con i costi che impone, sempre più insostenibili, per i conti pubblici.
Riteniamo che di fronte al grande allarme espresso dalla comunità scientifica sulla diffusione di questa malattia le scelte compiute non possono certo rappresentare una risposta assistenziale appropriata.
Sarebbe invece opportuno chiedersi quali risorse economiche, interventi, professionalità, idee mettere in campo per sostenere con urgenza i cittadini affetti da Alzheimer e le loro famiglie nel percorso difficile di una malattia che li mette a dura prova. Un compito che dovrebbe riguardare in primo luogo chi, per dovere istituzionale, è preposto a programmare interventi sociali appropriati.

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Patologia vascolare e malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Milano, Palazzo Reale – 10 novembre 2018 h.9-13 – Ingresso libero ARD Onlus e Federazione Alzheimer Italia insieme per la IX Conferenza di Neurologia Patologia vascolare e malattia di Alzheimer. Organizzato da ARD-Associazione per la Ricerca sulle Demenze Onlus e dalla Federazione Alzheimer Italia, il convegno scientifico è a ingresso libero (prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti). Protagonista del convegno sarà il prof. Leonardo Pantoni – ordinario di neurologia presso l’Università degli Studi di Milano e neo Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano – che nella sua Lectio magistralis “Il contributo della patologia vascolare al declino cognitivo: riconoscere per prevenire” illustrerà come la patologia vascolare sia una causa, da sola o in associazione con altri processi neurodegenerativi (tra cui il più frequente e noto è l’Alzheimer), del declino cognitivo che colpisce in maniera sempre più esponenziale la popolazione.“Tale riconoscimento è importante perché misure preventive e terapeutiche sono possibili nel caso della componente vascolare attraverso un’azione sui fattori di rischio e sulla prevenzione dell’ictus”.“La prevenzione vascolare può quindi aiutare nella patologia degenerativa”, commenta a sostegno il prof. Claudio Mariani, presidente di ARD Onlus, che passa il testimone della direzione della UOC di Neurologia al Sacco al prof. Pantoni. “Numerosi sono gli studi scientifici recenti che rilevano che la prevenzione dei fattori di rischio vascolari (ipertensione arteriosa, diabete, colesterolo, fumo di sigaretta, obesità, vita sedentaria, stress) riduce di più di un terzo i casi di Alzheimer, cioè la malattia degenerativa pura, che rappresenta nel complesso il 60% di tutti i casi di demenza”.
Nella seconda parte della mattinata si terrà la Tavola rotonda, moderata dal prof. Mariani, in cui interverranno tre relatori di fama europea: il prof. Massimo Musicco, dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che farà un focus sull’invecchiamento della popolazione; il prof. Stefano Cappa, ordinario di neurologia presso la IUSS di Pavia e direttore scientifico dell’IRCSS Fatebenefratelli di Brescia, che si concentrerà sulla stimolazione e riabilitazione cognitiva; il prof. Nicola Vanacore, del Centro Nazionale di prevenzione delle malattie e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, che affronterà il tema dei fattori di rischio e delle strategie di prevenzione.“Sono felice di affiancare ARD Onlus e il prof. Mariani, importante ricercatore e personale amico, in questa iniziativa proposta ai cittadini”, commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. “In Italia le persone affette da demenza e Alzheimer sono stimate nel complesso in 1.241.000 e noi abbiamo il dovere di diffondere la più corretta e diffusa informazione sia di tipo sociale sia medico scientifico”.

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Prevenire l’Alzheimer con la dieta mediterranea

Posted by fidest press agency su martedì, 23 ottobre 2018

Brescia. L’Alzheimer non si cura ma si previene e la alimentazione è un grande fattore di prevenzione: per questo l’Irccs Fatebenefratelli, in collaborazione con l’Icans e l’Istituto Besta, ha lanciato un progetto dedicato agli ultra 65enni per contrastare l’insorgenza delle malattie neurodegenerative. Il progetto si chiama Smartfood, perché è strettamente legato all’alimentazione e in particolare alla Dieta Mediterranea. Lo sta illustrando in questi giorni Giuliano Binetti, responsabile della MAC dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia.
Per accedere al programma di ricerca si deve avere un’età tra 65 e 80 anni ed essere in normali condizioni di salute. «Molto si gioca sul cibo –spiega Binetti –, del resto le tematiche nutrizionali sono diventate di estremo interesse nella fisiopatologia neurologica: è assodato che la dieta può influenzare la funzionalità e l’integrità del Sistema Nervoso in vari modi e diversi studi hanno dimostrato come lo stato dismetabolico associato alla dieta occidentale favorisca lo sviluppo della malattia di Alzheimer». Con ‘Smartfood’ si vuol capire se un intervento mirato ad insegnare i principi di un corretto stile di vita basato sulla Dieta Mediterranea possa portare a modifiche dal punto di vista cognitivo, neurologico e metabolico. La partecipazione ha una durata di due anni ed è divisa in 4 parti: 1) Periodo di Screening in cui il paziente è sottoposto ad un colloquio clinico per verificare se possa partecipare alla sperimentazione; 2) una prima valutazione attraverso una visita neurologica e neuropsicologica ed esami di laboratorio; 3) un intervento educazionale che avviene attraverso un corso in cui si parla di stile di vita, Dieta Mediterranea e attività fisica; 4) un periodo di Follow-Up nel quale viene chiesto di eseguire alcuni controlli clinici: una visita neurologica e neuropsicologica ad un anno e due anni dalla prima valutazione e l’analisi del sangue ogni sei mesi fino a due anni.
Con l’invecchiamento della popolazione, sono sempre più numerose le persone che dovrebbero accedere a questi programmi e l’approccio innovativo di Smartfood è quello di promuovere congiuntamente il consumo di cibi sani, in accordo con le linee della dieta mediterranea, e di incoraggiare l’attività fisica e sociale dell’anziano. Scopo del progetto è anche quello di valutare la fattibilità di un intervento multidisciplinare, riguardo la dieta e lo stile di vita (abitudini alimentari, attività fisica, partecipazione ad attività sociali e culturali) nella popolazione anziana non demente. Nel tempo verranno misurati: il cambiamento della qualità dietetica di stile di vita; gli scores di mediterraneità della dieta e di livello di attività fisica; le variazioni di stato nutrizionale, in particolare del peso, della circonferenza vita, del tessuto adiposo viscerale addominale e della forza muscolare; il cambiamento della qualità di vita. (dott.ssa SilviaFostinelli)

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Alzheimer: La diagnosi precose è decisiva per l’assistito e i familiari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 settembre 2018

E’ risaputo che la malattia di Alzheimer non coinvolge solo il singolo ma anche il nucleo famigliare poiché il malato di Alzheimer, specie nelle fasi avanzate, necessita di una continua assistenza. Sono circa 8 famiglie su 10 in Italia che preferiscono sostenere personalmente l’ammalato assumendosi integralmente i costi dei trattamenti e dedicandogli all’incirca 7 ore di assistenza diretta, ossia di pura cura, e 11 ore di sorveglianza ossia di tempo trascorso con il malato. Per alleviare il loro peso la diagnosi precoce è decisiva: l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia è un punto di riferimento nazionale in questo campo. «La diagnosi precoce deve avere la finalità di accogliere malato e famigliari nel solco di programmi di cura ed assistenza che consentano loro di sentirsi meno soli di fronte alla malattia – spiega il primario del reparto Alzheimer del Centro San Giovanni Di Dio, Orazio Zanetti -. L’enfasi sull’importanza della diagnosi è fondata anche sulla disponibilità di procedure diagnostiche che oggi sono molto affidabili e sicure. Proprio negli ultimi 10-15 anni sono stati fatti passi da gigante in questa direzione che ci consentono oggi di diagnosticare la malattia di Alzheimer alle prime avvisaglie quando ancora la persona è in possesso delle proprie facoltà, prima che la malattia sia sfociata in una demenza conclamata».Nella maggioranza dei casi, infatti, la diagnosi di questa patologia si fonda su una procedura molto semplice e poco costosa effettuabile nell’ambulatorio dello specialista geriatra, neurologo o più raramente psichiatra. Essa consiste in: 1) raccolta attenta della storia recente dell’ammalato (modalità d’esordio dei sintomi e loro evoluzione); 2) valutazione del livello di autonomia; 3) valutazione di alterazioni della sfera comportamentale (depressione, apatia, perdita di interessi); 4) esame fisico e neurologico; 5) esami del sangue e tomografia assiale computerizzata del capo. Grazie a questa “semplice” procedura è possibile porre una diagnosi corretta nel 90% dei casi. È importante eseguire una tomografia computerizzata (TAC) (oppure una risonanza magnetica cerebrale) che possono aiutare in una migliore definizione diagnostica. Alcuni esami del sangue servono inoltre ad escludere malattie curabili (es. un cattivo funzionamento della tiroide o la carenza di vitamine). Sono fondamentali per una corretta diagnosi le informazioni – fornite abitualmente dai famigliari – su comparsa ed evoluzione dei sintomi. nonché un accurato esame del paziente. «Più precoce è la diagnosi più si alzano le probabilità di guarigione; infatti non tutti i disturbi cognitivi sono il preludio dell’Alzheimer. Una volta comprovata la presenza di malattia, si potrà dare avvio a un trattamento farmacologico con l’intento di rallentare il processo degenerativo di uno, due o tre anni» osserva Zanetti. Nel rimanente 10% delle persone con problemi di memoria, essendo i sintomi molto sfumati, possono essere necessarie indagini diagnostiche più complesse e sofisticate, anch’esse disponibili presso l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia (nel cosidetto Ambulatorio Traslazionale per la Memoria). Queste consistono nell’effettuare indagini radiologiche del cervello (Risonanza ad alta risoluzione) che vengono poi processate al computer per quantificare la presenza di eventuale atrofia, ossia riduzione della massa cerebrale funzionante, oppure nel verificare quanto zucchero il cervello è in grado di consumare (quello normale lo consuma in modo omogeneo). Il prelievo di liquido cerebrospinale (cosiddetta lombare) consente di misurare la quantità di alcune proteine (beta-amiloide oppure tau) coinvolte nella comparsa della malattia di Alzheimer. Da poco tempo è possibile “quantificare” la presenza di beta amiloide nel cervello anche con una semplice PET cerebrale. Nell’arco degli ultimi tre anni, presso l’Ambulatorio Traslazionale per la Memoria dell’ IRCCS Fatebenefratelli, sono stati valutati 556 pazienti. Al termine del percorso diagnostico 131 pazienti (23%) hanno ricevuto la diagnosi di Malattia di Alzheimer e sono stati posti in terapia con i farmaci disponibili (anticolinesterasici e memantina). Inoltre, alla maggior parte dei pazienti (92%) è stata proposta la partecipazione ad almeno un progetto di ricerca per la valutazione dell’efficacia di terapie innovative farmacologiche (es. anticorpi anti beta amiloide) e non farmacologiche (es. stimolazione elettrica).

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Sclerosi Multipla e Alzheimer: come affrontare l’estate

Posted by fidest press agency su martedì, 31 luglio 2018

Il caldo estivo rappresenta una nota dolente per la maggior parte delle persone, ma in particolare per coloro che sono affetti da una patologia neurologica come Sclerosi Multipla e Alzheimer. L’aumento della temperatura, infatti, può influire – spesso negativamente – sui sintomi e sulle manifestazioni cliniche di queste due patologie, molto sensibili alle variazioni climatiche.Nella Sclerosi Multipla, ad esempio, malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale ed è responsabile dei disturbi della motilità, dei sistemi sensoriali, della sensibilità di alcune parti del corpo o delle funzioni sfinteriche, l’aumento della temperatura aggrava i sintomi già esistenti o facilita la comparsa di nuovi disturbi.“D’estate le persone affette da Sclerosi Multipla – afferma il Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN e Direttore Clinica Neurologica Università di Genova – hanno maggiori difficoltà a camminare, possono lamentare disturbi visivi e molto spesso accusano una fatica maggiore. Il consiglio è quello di climatizzare bene la casa e di trascorrere, se possibile, le vacanze in montagna. Anche l’assunzione di bevande fredde o di granite è fortemente raccomandata; un abbassamento della temperatura corporea può essere, infatti, molto utile. Non bisogna dimenticare, comunque, che si tratta di problemi transitori, legati al caldo, che non interferiscono con il decorso generale della malattia”. Anche nelle persone molto anziane, soprattutto se affette da malattia di Alzheimer, possono insorgere problematiche legate alle alte temperature estive. “In questi casi – sottolinea il Prof. Mancardi – la percezione delle variazioni di temperatura e la termoregolazione corporea sono alterate; le persone con queste patologie possono non rendersi conto del calore e, di conseguenza, non mettere in atto le normali contromisure, come indossare abiti più leggeri o aumentare l’assunzione di liquidi per compensare la disidratazione dovuta al caldo. Questo può causare un aumentato rischio di complicanze infettive o di squilibri metabolici che, seppur lievi, in situazioni cliniche già compromesse possono avere conseguenze negative”.Il caldo, inoltre, aumenta la sensazione di stanchezza che, unita all’assunzione di farmaci, accentua alcuni sintomi della malattia stessa. Nell’anziano, in questi periodi estivi, sono più frequenti gli stati confusionali e il peggioramento dell’orientamento così come delle funzioni cognitive. Bisogna dunque prestare attenzione a quei piccoli accorgimenti che servono ad aiutare il paziente ad alleviare il decorso della sua malattia durante l’estate: rinfrescare gli ambienti in cui soggiorna, garantire un’adeguata idratazione, bilanciare la dieta variandola sia nella scelta degli alimenti che nelle modalità di cottura.
La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci oltre 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere, in Italia, il progresso della conoscenza delle malattie neurologiche, al fine di promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica, di migliorare la formazione, di sostener l’aggiornamento degli specialisti e di elevare la qualità professionale nell’assistenza alle persone colpite da condizioni morbose che coinvolgono il sistema nervoso. (fonte: Ufficio stampa SIN)

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Nuove diagnosi per l’Alzheimer

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 marzo 2018

Brescia. I giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia stanno studiando cosa succede quando avviene una stimolazione elettromagnetica transcranica nel malato di Alzheimer e un progetto italiano appena approvato (costo: 450mila euro) aggiungerà nuovi tasselli di conoscenza: in pratica, sarà validata una nuova metodica diagnostica non invasiva di questa forma di demenza, che potrebbe sostituire quelle più invasive attualmente impiegate. L’Irccs si è aggiudicato un bando per stabilire il potenziale diagnostico di misure funzionali delle connessioni cerebrali ottenute dalla combinazione della stimolazione magnetica transcranica con l’elettroencefalografia nella demenza di Alzheimer a esordio tardivo e in quella, più rara, ad esordio precoce. Si tratta di una metodica studiata in pochissimi centri nel mondo. Questo lavoro sarà svolto in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, con l’impiego di almeno 3 giovani ricercatori. «Il principale vantaggio di questo approccio è la possibilità di ottenere una valutazione della connettività nel singolo paziente, oltre alla non invasività della tecnica e al basso costo» osserva la coordinatrice Marta Bortoletto. Questo progetto si tradurrà in un nuovo strumento per aiutare la diagnosi, anche nelle prime fasi della malattia di Alzheimer e per varianti atipiche, e per monitorare la progressione della malattia e l’effetto dei trattamenti. «Pertanto, avrà un impatto diretto sulla ricerca clinica con una potenziale estensione di applicazione ad altre forme di demenza e altre sindromi di disconnessione» sottolinea la Bortoletto.

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Cure gratis per l’Alzheimer: sentenza della Cassazione

Posted by fidest press agency su sabato, 10 febbraio 2018

Le cure per i malati di Alzheimer devono essere gratuite e a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con una sentenza che aprirà la strada a oltre 700mila famiglie, che hanno un malato in casa, per chiedere i rimborsi delle spese sostenute per le cure, circa 2.000 euro al mese in media per farmaci, infermieri e badanti. In molti casi i costi sono anche superiori quando un familiare, di solito una donna, deve lasciare il lavoro per assistere un parente che cade nella patologia grave conclamata e perde autonomia.Il costo di questa sentenza per il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe arrivare a decine di miliardi l’anno.La patologia di Alzheimer colpisce oggi nel mondo 47milioni di malati, che, a causa dell’allungamento della vita e dell’invecchiamento generale, diventeranno 130 milioni entro il 2050 con un costo enorme per la società. La malattia non ha ancora una cura ma si può prevenire e contrastare, affrontandola prima che aggredisca il nostro cervello, che come tutti gli altri organi ha bisogno di cure e di controlli, come siamo abituati a fare andando dall’oculista o dal dermatologo o dall’ortopedico, ma mai andiamo a fare un controllo del cervello con una valutazione dello stato cognitivo.La prevenzione è alla base del protocollo contro l’Alzheimer, Train the Brain (Allena il cervello), che ha dato risultati positivi nell’80% dei soggetti trattati, che erano all’inizio della malattia (MCI Mild Cognitive Impairment) Il protocollo, non farmacologico, ideato dal Prof. Lamberto Maffei, che ha lavorato con la Prof.ssa Rita levi Montalcini, è stato realizzato all’istituto di Neuroscienze dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e viene applicato e diffuso dalla Fondazione IGEA Onlus (www.fondazioneigea.it), per metterlo a disposizione di tutte le persone che possono averne bisogno. Train the Brain si basa sulla stimolazione della plasticità del cervello, organo che può reagire ai cambiamenti, come quelli provocati da una malattia, per contrastarla. Semplificando si può dire che questo protocollo rappresenta la palestra della mente, per contrastare l’invecchiamento e prevenire le patologie cerebrali. Il cervello è un organo come tutti gli altri, con il tempo invecchia e con lo stress può perdere vivacità. Per mantenerlo attivo si deve fare esercizio proprio come si fa andando in palestra a fare ginnastica. Con la ginnastica i nostri muscoli si mantengono tonici e funzionano meglio, non tornano ad essere quelli dei vent’anni ma si allontanano l’invecchiamento e il rischio di ammalarsi. La stessa cosa accade per il cervello, che, come tutti gli altri organi, ha bisogno di controlli e prevenzione.
Una efficace forma di difesa, che può ridurre fino al 35% il rischio di cadere nell’Alzheimer, è costituita dai corretti comportamenti e stili di vita, da seguire sempre, fin dalla giovinezza. Non si deve aspettare di essere anziani, per fare prevenzione prima si inizia meglio è. Uno studio della Commissione “Lancet” per le Demenze ha individuato tra i principali fattori di rischio da evitare nell’arco di tutta la vita: l’obesità, la sedentarietà, alcune patologie come il diabete, l’ipertensione e la depressione, la perdita di rapporti sociali. A questi si aggiungono: il fumo, l’alcol, la cattiva o eccessiva alimentazione. Controllare questi fattori di rischio nei nostri comportamenti quotidiani costituisce una forma di prevenzione che può assicurare una più sana prosecuzione della vita in età avanzata.Questi fattori che rappresentano il 35% del rischio possono essere controllati e modificati nei nostri comportamenti quotidiani, iniziando a qualsiasi età. Certamente prima si comincia meglio è. Il restante 65% dei fattori di rischio, tra i quali il principale è l’aumento dell’età, non sono modificabili e questo rende ancora più importante agire prima possibile sui fattori che possiamo controllare.Questa insidiosa patologia è silente, inizialmente priva di sintomi, chi è malato non lo sa. La malattia lavora lentamente per 15 – 20 anni distruggendo progressivamente i neuroni, il cervello compensa con i neuroni superstiti la mancanza di quelli colpiti, per questo non ci sono segnali evidenti ma si può fare una diagnosi precoce iniziando a un controllo dello stato cognitivo. La malattia prosegue al buio fino a quando il corredo neuronale è devastato e solo allora appaiono i sintomi quando non c’è più possibilità di difesa.Il progetto Train the Brain, la Palestra della Mente, è utile come prevenzione anche alle persone sane e alle persone che non presentano sintomi ma che potrebbero essere a rischio dato che la malattia per lunghi anni non da sintomi.

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Caccia aperta alla proteina che “infiamma” la malattia di Alzheimer e di Parkinson

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

alzheimer-cervelloI giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia tornano a caccia di proteine come potenziali target farmacologici per curare la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questa volta si tratta della proteina LRRK2: si cercherà di capire se e come possa essere associata alla neuroinfiammazione, caratteristica presente in entrambe le malattie neurodegenerative. L’associazione tra la proteina LRRK2 e la neuroinfiammazione è già stata studiata in modelli cellulari e animali che riproducono la malattia di Parkinson, la domanda attuale è capire se LRRK2 possa essere associata anche alla malattia di Alzheimer, spiega la dottoressa Isabella Russo, che coordinerà due giovani ricercatori presso l’unità di Genetica dell’ IRCCS Fatebenefratelli nel progetto di ricerca “LRRK2 come nuovo target farmacologico per la cura delle malattie neurodegenerative” (costo 410.000 euro). L’obiettivo è scoprire il meccanismo d’azione della proteina in queste patologie, a scopo terapeutico. «Diversi studi in letteratura – racconta – indicano eventi neuropatologici in comune tra la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questo progetto si pone l’obiettivo di investigare se la neuroinfiammazione mediata dalla proteina LRRK2 possa rappresentare un pathway comune alle due patologie. LRRK2 è un gene mutato nelle forme genetiche di Parkinson e, di interesse, varianti genetiche nel gene LRRK2 sono state associate ad un rischio maggiore di insorgenza di entrambe le malattie. Questo progetto ha la potenzialità in futuro di identificare LRRK2 come un target farmacologico per rallentare la progressione delle due malattie neurodegenerative».

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L’ozono “cura” la mente? Ricerca a Brescia

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 gennaio 2018

alzheimer-cervelloBrescia. Sono migliaia le scoperte scientifiche che scaturiscono dall’osservazione di fenomeni apparentemente casuali e comunque imprevisti: si spera di raggiungere lo stesso risultato all’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, dove si è scoperto che l’uso dell’ossigeno-ozono terapia, ampiamente utilizzata in ortopedia ma anche in altre condizioni, produce risposte di miglioramento delle funzioni cognitive nel paziente anziano affetto da Malattia di Alzheimer o da altre forme di demenza. Studi preliminari hanno infatti dimostrato che in cellule neuronali trattate con ossigeno-ozono vengono attivati specifiche funzioni cellulari coinvolte nei processi della mente (infiammazione e processi ossidativi). In questi giorni prenderà il via il progetto “Cognitive frailty and oxygen-ozone therapy: integrated approach to identify biological and neuropsychological markers” (in italiano “Fragilità cognitiva e terapia dell’ossigeno-ozono: un approccio integrato per l’identificazione di marcatori biologici e neuropsicologici”) affidato alla Geriatra Dott.ssa Cristina Geroldi, ai ricercatori Dott. Cristian Bonvicini, Catia Scassellati ed al Dott. Antonio Galoforo, quest’ultimo pioniere di questa terapia non soltanto in Italia ma anche in Africa, impegno nel terzo mondo che gli ha meritato vari riconoscimenti.Il progetto, finanziato interamente dal Ministero della Salute, ha un valore di 386mila euro, di cui metà dell’importo sarà utilizzato come borse di studio per finanziare l’attività di giovani ricercatori all’interno del progetto, il restante per acquisire materiali di laboratorio necessari per condurre gli esperimenti previsti.All’IRCCS e in molte altre realtà sanitarie sono anni che l’ossigeno-ozono terapia viene utilizzata per favorire la riabilitazione motoria dell’anziano e la sua validità scientifica è ormai riconosciuta tanto da essere sovvenzionata dal Servizio Sanitario Lombardo. “Nella pratica clinica si è visto che il paziente anziano “fragile”, oltre a migliorare sul piano più strettamente articolare e quindi motorio, presenta miglioramenti vistosi anche sul piano comportamentale e sul difficile ri-equilibrio del ritmo sonno-veglia: noi partiremo proprio da lì” spiega il Dott. Bonvicini. In pratica, da un’intuizione si studierà se ma soprattutto come l’ozono agisca sui neuroni di questi pazienti. Il dott. Bonvicini lavora all’IRCCS da ormai 18 anni e questa è per lui, e non solo per lui, una ricerca importante: “Si parla molto di cervelli in fuga, ma le opportunità esistono anche qui in Italia, dove abbiamo istituzioni che sono competitive con quelle estere, ti permettono di lavorare bene con materiali e contatti idonei e all’avanguardia, di aggiornarti e di inseguire obiettivi ambiziosi” ci racconta il ricercatore, ammettendo che “bisogna però essere motivati da una forte passione, perché altrimenti vieni attratto sicuramente dagli stipendi di altri Paesi che in ambito scientifico sono circa il doppio”.La ricerca si avvarrà delle competenze professionali di diverse Unità dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, quali Unità Alzheimer, Unità di Genetica e Laboratorio di Marcatori Molecolari, Unità di Neuropsicologia, nonché della collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa. Nello specifico, si useranno diverse analisi (trascrittomica, immunoproteomica, metabolomica, lipidomica e bioinformatica) con le quali “cercheremo di identificare marcatori biologici e neuropsicologici/comportamentali che possano distinguere pazienti trattati con ossigeno-ozono e soggetti non trattati, per approfondire i meccanismi molecolari su cui agisce la terapia e soprattutto identificare target terapeutici mirati per la cura di questi pazienti. Mi chiede quale sarà il nostro premio? Scoprire, capire, conoscere. E vedere la gente soffrire di meno” sintetizza il ricercatore bresciano.

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A Chieti la Pet cerebrale per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 dicembre 2017

alzheimer-cervelloLa diagnosi precoce della malattia di Alzheimer? Si può fare. Anche a Chieti. A renderlo possibile è un esame di Medicina nucleare denominato Pet cerebrale con traccianti per l’amiloide. Nei giorni scorsi al “SS. Annunziata” è stato eseguito il primo esame su un paziente con sospetta malattia allo stadio iniziale.«Si tratta di una nuova indagine diagnostica – spiega Gianluigi Martino, direttore della Medicina nucleare – in grado di individuare precocemente l’accumulo cerebrale di beta-amiloide, una proteina implicata nella genesi dell’Alzheimer. Tale metodica viene viene eseguita con una Pet Tac, tecnologia di nuova generazione, dopo avere somministrato al paziente uno specifico radiofarmaco, il 18F-Flutemetanolo. E’ un esame di semplice esecuzione, non necessita di alcuna preparazione preventiva ed è garantito dal Servizio sanitario nazionale».L’indicazione al ricorso alla nuova Pet cerebrale deve però scaturire da un’attenta valutazione neurologica del paziente, e a tal proposito è fondamentale la collaborazione con la Clinica neurologica di Chieti e con gli specialisti dei presidi ospedalieri della Asl Lanciano Vasto Chieti e del territorio.L’aspetto più importante della nuova metodica è nel fatto che sarà utilizzata soprattutto con pazienti in fascia di età compresa tra 50 e 60 anni, che possono segnalare disturbi, anche lievi, di tipo cognitivo e che potrebbero essere interpretati come sintomi della malattia di Alzheimer. La Pet cerebrale, dunque, diventa essenziale al fine di chiarire un quadro clinico ed escludere che possa trattarsi di tale patologia, che non è scontata quando si verificano problemi di memoria o difficoltà nel linguaggio. Il test, dunque, assume un valore predittivo assai importante specie quando è negativo, perché esclude in modo chiaro e definitivo la malattia di Alzheimer. Nel caso in cui venga diagnosticata, invece, il paziente potrà ritardarne gli effetti seguendo uno stile di vita adeguato e limitare i disagi con l’aiuto di famigliari opportunamente preparati.

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La caccia all’Alzheimer riparte dai batteri dell’intestino

Posted by fidest press agency su sabato, 30 settembre 2017

alzheimer-cervelloAnche la recente Giornata Mondiale ha confermato che le nostre armi contro l’Alzheimer sono limitate, ma la “caccia” non si arresta e recentemente Annamaria Cattaneo, responsabile del Laboratorio di Psichiatria Biologica dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, ha ricevuto un finanziamento dall’americana Alzheimer Association, che è la più grande associazione no-profit in questo campo, per studiare il ruolo dei batteri dell’intestino. Il progetto dalla durata di 2 anni vedrà il coinvolgimento di diversi ricercatori del laboratorio e di clinici dell’Istituto.
La microflora presente nel nostro intestino, più propriamente detta “microbiota intestinale”, influenza le funzioni del nostro cervello secondo un complesso insieme di meccanismi e coinvolgendo diversi organi: «Nel progetto vogliamo capire se la presenza e l’abbondanza di certi batteri nell’intestino possa influenzare anche il sistema immunitario nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer e possa anche contribuire allo sviluppo della malattia. Vogliamo anche capire se certi batteri o alcune loro componenti possano arrivare nel cervello e scatenare la malattia – spiega Cattaneo -. Se confermata, la nostra ipotesi permetterebbe di aprire nuove strade per la diagnosi e la terapia. Infatti sarebbe possibile monitorare l’equilibrio della flora intestinale per diagnosticare l’insorgenza della malattia sin dai primi stadi e pensare di somministrare trattamenti probiotici per correggere il disequilibrio intestinale e rallentare o fermare la progressione dell’Alzheimer».

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Alzheimer Europe

Posted by fidest press agency su sabato, 8 luglio 2017

alzheimer-cervelloL’organizzazione che riunisce 39 Associazioni Alzheimer in Europa, ha presentato nei giorni scorsi al Parlamento Europeo, davanti ai delegati delle associazioni e delle principali aziende farmaceutiche, a esperti e professionisti, la pubblicazione “European Dementia Monitor”. Obiettivo principale dell’indagine, che ha riguardato tutti gli Stati membri dell’Unione europea (ad eccezione dell’Estonia), nonché Albania, Bosnia-Erzegovina, Jersey, Israele, Monaco, Norvegia, Svizzera e Turchia, è confrontare e valutare le strategie e le politiche dei Paesi europei di fronte alla sfida della demenza in base a dieci differenti categorie:
1. La disponibilità di servizi di assistenza
2. L’accessibilità dei servizi di assistenza
3. Il rimborso dei medicinali
4. La disponibilità di studi clinici
5. Il coinvolgimento della nazione nelle iniziative europee di ricerca sulla demenza
6. Il riconoscimento della demenza come priorità
7. Lo sviluppo di iniziative a favore delle persone con demenza
8. Il riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari
9. La ratifica dei trattati internazionali e europei sui diritti umani
10. Il riconoscimento dei diritti dei familiari riguardanti la cura e il lavoro
Dall’indagine è emerso che nessun dei 36 Paesi considerati merita il punteggio pieno in tutte e dieci le categorie e che persistono differenze significative tra uno e l’altro.
L’Italia è il paese più impegnato, coinvolto e attivo nelle collaborazioni di ricerca europee, ma si posiziona solo a metà della classifica generale (stilata sulla base dei risultati ottenuti dagli Stati nei singoli domini, ciascuno dei quali contribuisce al 10% dello score totale), con evidenti differenze tra i punteggi raggiunti nelle dieci categorie.“Se da un lato noi italiani abbiamo ottenuto il primato nel coinvolgimento nella ricerca, siamo invece carenti sul fronte della disponibilità e ancora più nell’accessibilità dei servizi di assistenza, a cui si aggiunge un basso riconoscimento della demenza come priorità di salute pubblica”, sottolinea Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. “L’iniziativa delle Dementia Friendly Community, avviata ormai da un anno dalla Federazione Alzheimer Italia sulla scia del modello inglese di Alzheimer’s Society, va proprio nella direzione di cercare di colmare queste mancanze. Essere una Comunità Amica significa infatti migliorare la qualità di vita delle persone con demenza e delle loro famiglie, promuovendo l’inclusione attraverso iniziative mirate e incontri formativi che rendano ogni cittadino, ogni lavoratore, ogni persona più informata e quindi più consapevole. Il nostro obiettivo è proseguire su questa strada per i prossimi anni, rafforzati dai positivi esempi di altri Paesi europei e continuando a farci portavoce degli sviluppi a livello internazionale, nella speranza che le istituzioni italiane si rendano conto della portata e dell’urgenza delle demenze”.
La classifica generale vede al primo posto la Finlandia con un punteggio complessivo del 75,2%, seguita da Inghilterra (72,4%), Paesi Bassi (71,2%), Germania (69,4%) e Scozia (68,8%) e l’Italia 52,9%.Per quanto riguarda le singole categorie, la Finlandia ha ottenuto il punteggio più alto per quanto riguarda la disponibilità e l’accessibilità dei servizi di assistenza e, insieme a Paesi Bassi e Inghilterra, vanta le migliori iniziative di inclusione e di dementia-friendly community.
Belgio, Irlanda, Svezia e Regno Unito (sia Inghilterra sia Scozia) hanno guadagnato il primo posto nel rimborso dei medicinali: in questi Stati, infatti, tutti i trattamenti anti-demenza sono rimborsati integralmente dal Servizio sanitario ed è presente una politica per limitare l’uso inappropriato di antipsicotici.
Germania, Francia e Spagna hanno ottenuto il punteggio massimo nella categoria di sperimentazione clinica, mentre Irlanda e Norvegia sono i paesi che si sono distinti per essere stati i primi a riconoscere la demenza come priorità politica e di ricerca nazionale.
Germania, Francia, Israele, Paesi Bassi, Slovenia e Regno Unito (sia Inghilterra che Scozia) hanno seguito le raccomandazioni di Alzheimer Europe sul rispetto dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari, mentre l’Irlanda si è posizionata per prima per quanto riguarda i diritti di cura e di lavoro riconosciuti, e Finlandia e Norvegia hanno ratificato le convenzioni internazionali e europee sui diritti umani.

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L’arte-terapia in aiuto dei malati di demenza

Posted by fidest press agency su domenica, 14 maggio 2017

arte terapiaSe ne parla al corso organizzato al Centro Alzheimer dell’Inrca, con l’obiettivo di formare educatori specializzati nelle attività ludico-terapeutiche con la creta rivolte a persone affette da disturbi del comportamento e della memoria. “L’arteterapia è un nuovo approccio alle demenze – spiega Giuseppe Pelliccioni, direttore dell’Unità di Neurologia Inrca – ed è particolarmente efficace se iniziata in una fase precoce della malattia. Nell’attività creativa la persona riceve un’infinità di sollecitazioni, che hanno un’azione diretta sulle aree encefaliche collegate agli istinti e ai sensi, con ricadute positive sulla sfera cognitiva e relazionale”. Un linguaggio di emozioni. All’Inrca i laboratori di lavorazione della creta sono attivi da quasi dieci anni. “Le mani sono il prolungamento della mente e la sua peculiarità – spiega Elena Grandi, operatrice del Centro e docente al corso – è quella di essere capace di assumere la forma e il significato di chi la lavora, un mezzo per comunicare sé stessi”. La creta infatti funge da facilitatore. Permette di stimolare diverse aree tra cui la sfera cognitiva, che comprende memoria e attenzione, quella sensoriale e percettiva, come la vista e il tatto, oltre all’area motoria, attraverso la coordinazione e il controllo degli strumenti (mattarello, forbici), per finire alla sfera della personalità e della socializzazione, grazie all’attività di gruppo. La creatività che si esprime durante i laboratori supporta anche il processo del ricordo. ​​“Le attività manuali inducono ad organizzare lo spazio ordinando il materiale all’interno del laboratorio e consentono di lasciare la propria impronta personale attraverso il manufatto e, successivamente, di memorizzare quanto creato in precedenza”. I lavori che scaturiscono, come vasi, sculture floreali ottenute con piccoli stampi, o la semplice impronta della mano, vengono utilizzati per decorare le copertine degli album autobiografici dei pazienti. Tengono così conto della loro storia personale e delle singole capacità. “L’argilla inoltre è il materiale per eccellenza adatto a stimolare i muscoli di mani e braccia in tutte le loro funzioni, come incidere, afferrare e trasportare, migliorandone la funzionalità” spiega l’educatrice.Le esperienze dei laboratori sono state raccolte da Elena Grandi nei libri ‘Costruire la storia di vita con la persona con demenza’ e ‘Se faccio, ricordo’ (Edizioni scientifiche Erickson). Il primo descrive come ricostruire la biografia dei pazienti attraverso la creazione di un ‘album dei ricordi’, avvalendosi di decorazioni in creta, fotografie e scatole di carta. Il secondo descrive le varie attività che si prestano ad essere realizzate sia nei centri diurni o nelle case di riposo, sia a domicilio, con il supporto del familiare. “Oltre alla creta – chiarisce l’autrice – l’arteterapia utilizza vari mediatori, quali disegno, pittura, fotografia. Può essere utile per molti tipi di pazienti ma proprio per le malattie neurodegenerative si sono riscontrati i benefici più inaspettati”. (foto: arte terapia)

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Il ruolo del rame nell’Alzheimer

Posted by fidest press agency su sabato, 19 novembre 2016

alzheimer-cervelloMilano martedì 22 novembre, alle 11, all’Humanitas di Milano (building 7%8, sala E), la dottoressa Rosanna Squitti dell’Irccs Istituto Centro San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli di Brescia, insieme alla dottoressa Maria Luisa Malosio, dell’Irccs Humanitas parleranno su «La maggior parte degli studi sul rame nella malattia di Alzheimer». Spiega la Squitti, «sono condotti da ricercatori Italiani in collaborazione anche con esperti internazionali come il Prof A.I Bush, la Prof Martha C. Morris e il Prof George G. Brewer, uno dei massimi esperti nella malattia di Wilson. I dati in nostro possesso hanno dimostrato che sulla malattia di Alzheimer e su altre patologie neurologiche, come Parkinson e Declino Cognitivo Lieve, considerato precursore dell’Alzheimer stesso, è evidente un disturbo nel metabolismo del rame».
In questi studi, il Fatebenefratelli di Brescia – all’avanguardia per la qualità e quantità di pubblicazioni sull’argomento – collabora con il professor Stephen G. Kaler, uno dei massimi esperti mondiali delle mutazioni genetiche che influiscono su tale metabolismo, che ha scoperto nuove mutazioni ed è impegnato in nuovi approcci di terapia genica. Aggiunge Squitti: «Il rame è un metallo essenziale, presente nella nostra dieta, ed è alla base della respirazione, della produzione dei globuli rossi e bianchi. Svolge delle funzioni vitali nel metabolismo dei muscoli del tessuto connettivo e scheletrico e soprattutto del cervello. I difetti nel metabolismo di questa sostanza influenzano malattie come le demenze, in particolare l’Alzheimer, e disturbi del movimento come il Parkinson».
Si sa che il rame è coinvolto nei meccanismi alla base della cascata “amiloidea”, cioè della serie di processi neuropatologici che coinvolgono la proteina beta amiloide che forma le placche nel cervello dei pazienti con Alzheimer, e portano alla morte dei neuroni, le cellule che formano il cervello. Gli studi condotti sia in laboratorio, sia sulla popolazione, hanno dimostrato come la dieta contenente un alto contenuto di rame associata a grassi saturi and trans insaturi abbia un effetto sul peggioramento dello stato cognitivo delle persone, pari a 19 anni aggiuntivi di invecchiamento, e sulla mortalità in generale.
Il motivo per cui il rame è coinvolto nella malattia di Alzheimer è che esso è un elemento altamente reattivo, catalizzatore o più semplicemente innesco di reazioni chimiche tra le quali primariamente quelle dello stress ossidativo, quando sfugge dal controllo delle proteine che ne regolano il metabolismo come ad esempio la ceruloplasmina. Questa proteina lega il 95% del rame in circolo mentre il rimanente 5%, detto rame ‘libero’ o rame ‘non-ceruloplasminico’ appunto, è un rame scambiabile tra le varie componenti proteiche del siero che, se supera certi livelli (1.6 micromolare), diventa altamente tossico. Nella malattia di Wilson questo tipo di rame sale a livelli dell’50-80%, provocando una malattia devastante, di cui il Prof Kaler e il Prof Brewer hanno contribuito a delineare alcuni tra gli aspetti più importanti. Nella malattia di Alzheimer raggiunge il 16%, producendo, con l’invecchiamento, un’accelerazione dei processi patogenetici della malattia. Infatti, la proteina beta-amiloide ha al suo interno una specifica sequenza che lega questo elemento e che ha come effetto la produzione di radicali liberi e stress ossidativo. In particolare, si genera una molecola pro-ossidante, l’acqua ossigenata, che reagendo a sua volta con i metalli produce dei circoli viziosi in cui si formano di continuo radicali liberi, che danneggiano le membrane delle cellule e le molecole del DNA.
Gli studi condotti dal Fatebenefratelli dimostrano che i livelli più alti di questo particolare tipo di rame correlano con i deficit sia di natura cognitiva, sia neurofisiologica e anatomica, come l’atrofia, cioè la morte dei neuroni che si evidenzia con indagini di Neuromaging del cervello, come la Risonanza Magnetica Nucleare, ma anche con i marker di malattia che sono presenti nel liquido cerebrospinale. «Questa nostra ricerca», precisa la Squitti, «ha dimostrato che i pazienti che al tempo iniziale avevano un valore di rame non-ceruloplasminico maggiore di 1,6 micromolare avevano triplicato il rischio di sviluppare l’Alzheimer, e la transizione da Mild Cognitive Impairement a demenza franca avveniva con una velocità più rapida (circa un anno e mezzo) rispetto ai soggetti con valori di rame non-ceruloplasminico normale (tempo di conversione di 4 anni)».

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Pubblicato il più grande studio sulla Pet per l’amiloide

Posted by fidest press agency su martedì, 15 novembre 2016

ospedale bresciaBrescia. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha fatto grandi passi in avanti verso la comprensione dei meccanismi fisiopatologici dell’Alzheimer e verso la scoperta di una cura. Segnali incoraggianti dalla ricerca indicano che una cura efficace per l’Alzheimer potrebbe non essere troppo lontana. Alla luce di questa prospettiva, oggi è ancora più rilevante l’importanza della diagnosi precoce: riconoscere la malattia appena le prime alterazioni sono rilevabili. Ciò permette di intercettare i pazienti prima che la malattia abbia causato danni cerebrali e cognitivi irreversibili, e quindi di indirizzarli da subito verso i trattamenti più appropriati. La diagnosi precoce è possibile anche grazie al neuroimaging, cioè tecniche ed esami che servono a studiare in vivo il cervello delle persone che lamentano problemi cognitivi. Nello specifico, la PET per l’amiloide consente di valutare la quantità di proteina beta amiloide cerebrale. Tuttavia si tratta di un esame relativamente nuovo e, di conseguenza, ancora poco diffuso nella pratica clinica. Pertanto, attualmente, è difficile dire se e come la PET per l’amiloide possa essere utile per medici e pazienti.
Il 31 ottobre sono stati pubblicati sulla rivista scientifica JAMA Neurology (una delle più prestigiose in questo settore della medicina) i risultati dello studio INDIA-FBP (“INcremental DIAgnostic value of amyloid-PET with 18F-Florbetapir”). Tale studio è stato il primo condotto interamente in Italia con uno dei nuovi traccianti per l’amiloide ed ha come obiettivo la valutazione dell’utilità clinica della PET per l’amiloide. Lo studio ha coinvolto 228 pazienti con sospetto diagnostico di malattia di Alzheimer, che si sono sottoposti alla PET per l’amiloide in aggiunta al loro normale percorso diagnostico. I risultati mostrano che la PET per l’amiloide ha avuto complessivamente un impatto significativo sui pazienti: il referto dell’esame ha guidato i medici verso la formulazione di una diagnosi più precisa e di un piano terapeutico più appropriato. Il coinvolgimento di un numero così grande di pazienti è stato possibile grazie alla collaborazione di 18 ospedali presenti in Lombardia, nelle province di Brescia, Cremona, Bergamo e Mantova. Il progetto è stato coordinato dal Laboratorio di Neuroimaging ed Epidemiologia Alzheimer (IRCCS Fatebenefratelli di Brescia) guidato dal professor Giovanni B. Frisoni e dall’Unità di Neurologia (Università degli Studi di Brescia e Spedali Civili) del professor Alessandro Padovani. Si tratta, ad oggi, del più grande studio sull’utilità clinica della PET per l’amiloide, valutato concretamente su casi reali, mai pubblicato nella letteratura scientifica.
Sebbene sia ancora necessaria un’accurata valutazione del rapporto costi/benefici, tali risultati suggeriscono che la PET per l’amiloide può essere uno strumento d’aiuto per una diagnosi precoce precisa e tempestiva e, in futuro, potrebbe essere in grado di indirizzare verso un trattamento farmacologico adeguato.
IRCCS Fatebenefratelli è finanziato dal Ministero della Salute ed è l’unico in Italia la cui missione sia rivolta specificamente alla malattia di Alzheimer. Nel 1991 è stato il primo centro nazionale a sviluppare, grazie a un progetto sperimentale della regione Lombardia, paradigmi innovativi di diagnosi e cura della malattia di Alzheimer e delle altre malattie dell’anziano che colpiscono memoria e capacità intellettive. Alla missione per la malattia di Alzheimer unisce quella di cura e studio delle malattie psichiatriche dell’età giovanile e adulta quali schizofrenia e depressione.

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Malattie neurologiche

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 ottobre 2016

alzheimer-cervelloIn Italia sono oltre 1.000.000 le persone affette da demenza, di cui 600.000 quelle colpite da Alzheimer, mentre circa 930.000 sono i pazienti con conseguenze invalidanti dell’Ictus, patologia che ogni anno fa registrare 120.000 nuovi casi. Sempre nel nostro Paese, il Morbo di Parkinson colpisce circa 200.000 persone, mentre all’Epilessia sono attribuiti 500.000 casi, dei quali almeno un quarto con situazioni particolarmente impegnative. In minoranza, ma con un trend in costante aumento, i 90.000 pazienti, spesso giovanissimi, colpiti da Sclerosi Multipla e quelli con malattie dei nervi o dei muscoli. Ma la condizione più frequente è quella della cefalea, di cui ha sofferto, almeno una volta nella vita, circa il 90% della popolazione e che richiede, in molti casi, un approccio intensivo e personalizzato, al fine di formulare una diagnosi corretta ed evitare gravi rischi o una severa limitazione delle attività quotidiane. Questo è lo scenario italiano fotografato dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) in occasione della presentazione del 47° Congresso Nazionale (Venezia, 22-25 ottobre 2016) svolta oggi a Milano.“Le malattie del cervello – afferma il Prof. Leandro Provinciali, Presidente SIN e Direttore della Clinica Neurologica e del Dipartimento di Scienze Neurologiche degli Ospedali Riuniti di Ancona – costituiscono ormai la condizione patologica più diffusa nel mondo occidentale, avendo superato le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Trattandosi di malattie in costante aumento, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione, appare quanto mai necessario potenziare la risposta assistenziale. Questo sarebbe possibile attraverso una gestione più efficace dell’urgenza, che non deve più essere “generalista”, cioè indifferenziata per qualsiasi evento acuto, ma “dedicata”, ovvero rispondente alle esigenze specifiche della compromissione neurologica. Una declinazione appropriata dell’assistenza del paziente neurologico, sia ospedaliera che territoriale, deve tenere presente le specifiche esigenze correlate sia alle malattie complesse, che richiedono elevata competenza specifica ed approccio interdisciplinare, sia alle condizioni evolutive che necessitano di un trattamento adeguato. E’ inoltre auspicabile un’estensione delle competenze neurologiche alla fase avanzata delle malattie, evitando la declinazione generalista delle cure palliative, attualmente dedicate in prevalenza alle malattie neoplastiche, cardiache e renali”.Durante l’evento stampa di Milano, realizzato con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti – Consiglio Regionale della Lombardia, sono stati illustrati i principali temi del congresso:
1.Importanti novità nella cura della Sclerosi Multipla Prof. Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova Numerosi passi avanti sono stati compiuti nella cura della Sclerosi Multipla (SM). Oggi abbiamo a disposizione 14 terapie approvate, sia come trattamenti di prima linea che come terapie di seconda linea. La SM è stata sempre considerata una malattia dovuta principalmente alla attivazione di linfociti T autoreattivi, ma i recenti studi che usano farmaci diretti contro la componente cellulare linfocitaria B, hanno fornito risultati significativi. È probabile, dunque, che nel prossimo futuro questa diventerà una terapia standard molto utilizzata. Anticorpi monoclonali diretti contro i linfociti B sono il rituximab, in grado di rallentare la progressione della malattia, e l’ocrelizumab che ha dato risultati rilevanti sia nelle forme a ricadute e remissione sia nelle forme primariamente progressive. Fra le novità farmacologiche più rilevanti va ricordato l’alemtuzumab, un anticorpo monoclonale anti CD52 presente sui linfociti T e B che garantisce una riduzione delle ricadute e della progressione di malattia e della attività in RM, a distanza di 6 anni dalla terapia. Infine, la cladribina, immunosoppressore che inibisce la sintesi del DNA delle cellule immuni in rapida replicazione, che ha fornito risultati molto interessanti a fronte di un profilo di tossicità, anche a lungo termine, accettabile.
2.Scacco all’Ictus con Trombolisi farmacologica sistemica combinata con trattamento endovascolare
Prof. Elio Agostoni, Direttore della Struttura Complessa Neurologia e Stroke Unit del Dipartimento di Neuroscienze, Ospedale Niguarda Ca’ Granda. Finalmente in molte strutture ospedaliere italiane l’ictus ischemico viene trattato con il binomio terapeutico di trombolisi farmacologica sistemica e trattamento endovascolare mediante trombectomia meccanica, con una conseguente riduzione significativa della mortalità e della disabilità causate da questa patologia, prima causa di disabilità, seconda causa di demenza e terza causa di morte dei paesi occidentali. Il binomio è efficace se viene praticato entro poche ore dall’ictus: 4 ore e mezza la trombolisi, 6 ore la trombectomia. La prima terapia è la somministrazione di un farmaco che disostruisce l’arteria cerebrale occlusa, mentre la seconda consiste nella rimozione meccanica del trombo grazie a uno stent di nuovo generazione introdotto attraverso un vaso sanguigno e che si apre una volta raggiunta l’arteria occlusa. La SIN, coinvolta in prima persona nella formazione dello specialista necessario per applicare questa nuova frontiera terapeutica, il neuro-interventista, sta lavorando all’obiettivo di rendere questa procedura terapeutica una consuetudine praticata in tutti gli ospedali italiani.
3.Nuove terapie in fase III nel trattamento della Malattia di Alzheimer Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca. Da vari anni è noto che alla base della Malattia di Alzheimer vi è l’accumulo progressivo nel cervello di una proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed il loro collegamenti. Oggi, grazie a strumenti innovativi come la PET (Positron Emission Tomography) o la puntura lombare, che analizza i livelli della proteina nel liquido cerebrospinale, è possibile stabilire il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer prima della comparsa dei deficit cognitivi rendendo quindi fattibile l’avvio di strategie preventive. Tali strategie sono basate su molecole che determinano una riduzione della produzione di beta-amiloide, con farmaci che bloccano gli enzimi che la producono (beta-secretasi) o, in alternativa, anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale. Questi anticorpi consentono in parte di penetrare nel cervello e rimuovere la proteina, in parte di facilitare il suo passaggio dal cervello al sangue con successiva eliminazione. Gli anticorpi sono attualmente in fase avanzata di sperimentazione in tutto il mondo, su migliaia di pazienti nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in soggetti sani che hanno la positività dei marcatori biologici (PET o liquorali). La speranza è di modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio, dato che intervenire con tali molecole nella fase di demenza conclamata si è dimostrato inefficace.

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Il ruolo del rame nell’Alzheimer: Kaler fa il punto a Brescia

Posted by fidest press agency su domenica, 2 ottobre 2016

alzheimer-cervelloI difetti nel metabolismo del rame hanno un ruolo in alcune malattie come il morbo di Wilson, la malattia di Menkes e l’Alzheimer: il professor Stephen G.Kaler, uno dei massimi esperti mondiali delle mutazioni genetiche che influiscono su tale metabolismo, sarà a Brescia il 5 ottobre alle 14 per una lezione magistrale all’Irccs Fatebenefratelli. Kaler è un esperto della malattia di Menkes, avendo scoperto nuove mutazioni ed essendo impegnato in nuovi approcci di terapia genica che hanno il sostegno della Presidenza Obama degli Stati Uniti. Kaler collabora con l’Irccs Fatebenefratelli negli studi sulla malattia di Alzheimer e su altre patologie neurologiche in cui è evidente un disturbo nel metabolismo del rame, come Parkinson e Declino Cognitivo Lieve, considerato precursore dell’Alzheimer. Come spiega la dottoressa Rosanna Squitti dell’Irccs Fatebenefratelli, che con Kaler ha partecipato nei giorni scorsi al X ‘International Meeting of Copper Reasearch’ a Sorrento 25-30 Settembre 2016, congresso internazionale sui disturbi legati al metabolismo del rame, «il rame è un metallo essenziale, presente nella nostra dieta ed è alla base della respirazione, della produzione dei globuli rossi e bianchi esvolge delle funzioni vitali nel metabolismo dei muscoli del tessuto connettivo e scheletrico e soprattutto del cervello. Oltre al Menkes e al Wilson, i difetti nel metabolismo di questa sostanza influenzano malattie come le demenze, in particolare l’Alzheimer, e disturbi del movimento come il Parkinson. Per queste ragioni, il confronto con Kaler è tanto importante per l’attività di ricerca sull’Alzheimer in corso all’Irccs».

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Malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2016

alzheimer.pngCesena sabato 17 settembre alle 15,00, presso la Sala Conferenze Roverella P.T. (via Ancona, 290), sarà l’occasione per offrire ai familiari dei malati, agli operatori del settore e a tutti coloro che desiderano conoscere e capire l’Alzheimer, un quadro aggiornato sullo stato dell’arte degli approcci diagnostico-terapeutici di questa malattia.
Gli esperti, tra cui diversi dell’èquipe di Cerifos, che si alterneranno sul palco spiegheranno al pubblico perché interventi individualizzati e multidisciplinari possono tradursi in un immediato vantaggio per il paziente, basandosi sui più recenti sviluppi delle neuroscienze e della neuropsicologia conflittuale. Il programma dei lavori prevede:
Simona Benedetti
Assessore Sanità e Servizi Sociali Comune di Cesena
Pietro Segata Presidente Cooperativa Sociale Società Dolce
Protocolli di trattamento convenzionali sull’Alzheimer Giovanni Giannelli, AUSL Cesena
Studi e Ricerche: stato attuale delle conoscenze Samorindo Peci, Direttore Scientifico Centro Ricerca e Formazione Scientifica Cerifos, Milano
Nuove linee guida: protocolli nutrizione neuro-cognitiva Ilio Leo, Centro di Ricerca e Formazione Scientifica Cerifos, Milano
Forme di demenza non Alzheimer Federica Peci, Psicologa ad indirizzo neuroscientifico, giornalista scientifica
Approcci neuropsicologici in ambito conflittuale Silvia Casadei, Neuropsicologa libero professionista
PET Amiloidale Collegamento via Skype con Prof. Giovanni Ricevuti Università di Pavia Centro Italiano Studi Pet Amiloidale
Approcci complementari al disturbo correlato al deficit neurocognitivo Fabio Ghigi, Centro di Ricerca e Formazione Scientifica Cerifos, Milano
Cure palliative e terapia del dolore nel paziente con Alzheimer Sara Ori, Direttore Sanitario Hospice Villa Adalgisa, Ravenna(foto: alzheimer)

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Scoperta una relazione tra microbi infiammatori e morbo di Alzheimer

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2016

AlzheimerBrescia. Un gruppo di scienziati svizzeri e italiani che operano presso l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia ha individuato dei microbi pro-infiammatori nell’intestino che potrebbero essere all’origine della malattia di Alzheimer. Al centro della scoperta ci sono Amiloide e Tau, due proteine prodotte dal cervello il cui accumulo progressivo nell’arco di vent’anni conduce alla degenerazione neuronale, con la perdita di memoria e di autonomia tipica della malattia. Si è scoperto che alterazioni infiammatorie sono invariabilmente associate con depositi di amiloide e tau, anche se non è ancora chiaro se l’infiammazione preceda o segua la malattia. I farmaci sono in fase di sperimentazione per cancellare dal cervello le proteine tossiche o rallentare il loro accumulo e per ridurre l’infiammazione. Cause dell’accumulo di amiloide e tau nel cervello e l’origine dell’infiammazione rappresentano gli obiettivi degli studi di Giovanni Frisoni, direttore della Clinica di memoria a Ospedale Universitario di Ginevra e già direttore scientifico dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia, e Annamaria Cattaneo del Centro Nazionale Fatebenefratelli per la Ricerca e Cura della malattia di Alzheimer e delle malattie psichiatriche. in Brescia: i loro studi sono stati pubblicati sulla rivista Neurobiology of Aging. Utilizzando una tecnica di imaging sofisticato basato su tomografia a emissione di positroni (PET) hanno accertato che i pazienti di Alzheimer presentano una quantità importante di amiloide nel cervello rispetto ai gruppi di controllo. Inoltre, «Ci siamo resi conto – afferma Frisoni – che, batteri intestinali con note proprietà pro-infiammatorie sono più abbondanti nelle feci dei malati di Alzheimer, mentre quelli con proprietà anti-infiammatorie erano più abbondanti in quelle degli altri gruppi». Inoltre hanno scoperto che la concentrazione nel sangue di molecole pro – infiammatorie e anti – infiammatorie (citochine) differiva tra malati di Alzheimer e non. «Il nostro studio non porta a dire che il morbo di Alzheimer è causato da batteri dannosi nelle budella» mette in guardia Frisoni «ma che lo studio dell’interazione tra microbi intestinali e cervello è un percorso di ricerca che merita di essere ulteriormente esplorato».

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“I Volti dell’Alzheimer”

Posted by fidest press agency su domenica, 4 settembre 2016

AlzheimerCesena, sabato 17 settembre alle 15, presso la Sala Conferenze Roverella P.T. (via Ancona, 290) un convegno per conoscere e capire la malattia di Alzheimer. In occasione della XXIII Giornata Mondiale Alzheimer, la Cooperativa Sociale Società Dolce, in collaborazione con il Centro di Ricerca e Formazione Scientifica, Cerifos, e con il Poliambulatorio Giano, ha organizzato il convegno “I volti dell’Alzheimer”. L’appuntamento sarà così l’occasione per offrire ai familiari dei malati, agli operatori del settore e a tutti coloro che desiderano conoscere e capire l’Alzheimer, un quadro aggiornato sullo stato dell’arte degli approcci diagnostico-terapeutici di questa malattia.
Gli esperti, tra cui diversi dell’èquipe di Cerifos, che si alterneranno sul palco spiegheranno infatti al pubblico come interventi sempre più individualizzati e multidisciplinari possano tradursi in un immediato vantaggio per il paziente, basandosi sui più recenti sviluppi delle neuroscienze e della neuropsicologia conflittuale. A moderare l’incontro sarà Stella Coppola, responsabile Area Centro Cooperativa Sociale Società Dolce.

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