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La perdita della memoria: quando preoccuparsi?

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2016

AlzheimerMilano Giovedì 9 Giugno ore 18 Via Paisiello 24 ingresso libero. A volte si tratta di semplici dimenticanze, di sbadataggine: ci si dimentica dove si è messo un oggetto e parole familiari non vengono più alla mente restando, come si suol dire, sulla punta della lingua. Altre volte, invece, i buchi di memoria possono essere i campanelli di allarme di malattie come l’Alzheimer, una delle più importanti attuali sfide della salute pubblica, sia per l’aumento dei casi che registra la malattia, anno dopo anno, sia per l’impatto che ha sulla qualità della vita dei pazienti. L’Alzheimer è, infatti, una patologia insidiosa che colpisce le funzioni cognitive causando problemi di orientamento, linguaggio, una maggiore vulnerabilità alle infezioni e, a volte, la completa perdita della memoria a breve e a lungo termine. Ma come riconoscere il disturbo dalla malattia? Come capire quando si tratta di disattenzioni e quando, invece, preoccuparsi?
Giovedì 9 giugno, alle 18, in via Paisiello 24, a Milano, a spiegarlo sarà il dottor Samorindo Peci, durante la conferenza ad ingresso libero dal titolo “La perdita della memoria: quando incominciare a preoccuparsi?”. Il direttore scientifico di Cerifos chiarirà ai partecipanti, con parole semplici, alla portata di tutti, come riuscire a distinguere i disturbi dalla malattia, spiegando le ultime novità della ricerca che riguardano questa patologia. L’incontro fa parte del ciclo “Dal disturbo alla malattia – dal rimedio naturale al farmaco di sintesi”: un calendario di eventi che andrà avanti fino al 15 Dicembre, organizzato dal Centro di Ricerca milanese per mettere in luce, di volta in volta alcuni dei disturbi più diffusi e per insegnare ai cittadini come fare vera prevenzione, cogliendo per tempo i campanelli di allarme.

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Malattia di Alzheimer: è una “epidemia sociale”

Posted by fidest press agency su sabato, 28 maggio 2016

alzheimer-cervelloUna vera e propria “epidemia” sanitaria e sociale, con oltre 600.000 mila pazienti, destinati rapidamente ad aumentare, e un impatto crescente sul sistema sociale ed economico dell’Italia, Paese più longevo d’Europa, con 13,4 milioni di ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione.
È lo scenario della malattia di Alzheimer, una delle grandi patologie cronico-degenerative delle società contemporanee, che non compromette solo la memoria e altre facoltà cognitive dei pazienti, ma assorbe risorse, sottrae tempo, intacca salute e prospettive di lavoro dei caregiver.
Lo confermano anche i dati della terza ricerca realizzata di recente dal Censis con l’AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer): i costi diretti dell’assistenza in Italia ammontano a oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Il costo medio annuo per paziente è pari a 70.587 euro e comprende i costi a carico del Servizio sanitario nazionale, quelli sostenuti direttamente sulle famiglie i costi indiretti come gli oneri di assistenza, i mancati redditi da lavoro dei pazienti, etc. Le famiglie si fanno carico sempre più spesso delle attività di cura e sorveglianza, sacrificando salute e lavoro: solo il 56,6% dei pazienti è seguito da una struttura pubblica, mentre il 38% delle famiglie deve ricorrere a una badante, attingendo per lo più a risorse proprie. Di fronte a un impatto sempre meno sostenibile, sicuramente è l’intero modello assistenziale che andrebbe ripensato, potenziando la rete dei servizi e prevedendo interventi a sostegno del malato e dei caregiver. Accanto a questo approccio sinergico, un ruolo cruciale lo potrebbe avere la ricerca scientifica, poiché la scoperta di un farmaco, capace di ritardare di soli 5 anni lo stato di perdita dell’autosufficienza del paziente, avrebbe un impatto significativo sui costi sociali e sanitari.
È l’indicazione su cui concordano decisori istituzionali, specialisti e rappresentanti di pazienti e famiglie che si sono confrontati a Roma in occasione del Corso di Formazione Professionale “Malattia di Alzheimer, cronaca di un’epidemia sociale. Tra terapie e assistenza, oltre i luoghi comuni” promosso dal Master della Sapienza Università di Roma ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’, con il supporto di Lilly.
«Il livello di civiltà di un Paese si misura anche dall’attenzione nei confronti dei pazienti affetti da disturbi che riguardano il cervello, che necessitano di un livello di assistenza molto più complesso rispetto ai pazienti affetti da altre patologie – afferma Mario Melazzini, Presidente AIFA – intervenire precocemente, diagnosticare la malattia nelle fasi iniziali rallentando il processo neurodegenerativo è di fondamentale importanza. Si stima infatti che, se non ci saranno investimenti in prevenzione e trattamento, solo per la malattia di Alzheimer si passerà dai 36 milioni di casi attuali nel mondo ai 115 milioni del 2050, con un aumento vertiginoso dei relativi costi sanitari.

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Alzheimer: L’italiano che scoprì la malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 dicembre 2015

santa_giulia_brescia_010_choistro_san_salvatoreBrescia 11 dicembre 2015 ore 17 via Pilastroni 4 convegno scientifico. Alzheimer, cioè Perusini. Pochi lo sanno, ma la scoperta della demenza più diffusa e studiata nel mondo ha contribuito in maniera decisiva l’italiano Gaetano Perusini, al punto che nell’ambiente medico e scientifico questa patologia è stata chiamata a lungo malattia di Alzheimer-Perusini e si medita di ripristinare ufficialmente questa denominazione. A cent’anni dalla morte del luminare friulano, l’Irccs Fatebenefratelli dedica a questa figura un convegno scientifico  e al quale parteciperanno il direttore generale dell’Irccs fra Marco Fabello, la professoressa Barbara Borroni, il dottor Bruno Lucci (con la lettura magistrale “La figura di Gaetano Perusini nella storia della neurologia”), il professor Orazio Zanetti, il dottor Matteo Borri (“La malattia di Alzheimer: il ruolo di Gaetano Perusini”) e il dottor Fabrizio Tagliavini, direttore del dipartimento malattie neurodegenerative e direttore del dipartimento diagnostica e tecnologia della Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano (“La modernità dell’approccio scientifico di Gaetano Perusini”). Il convegno si concluderà con la cerimonia di annullo filatelico: Perusini fu anche un valoroso soldato, insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria nella prima Guerra Mondiale, cui partecipa come volontario e che lo porta alla morte, colpito da una scheggia. In suo ricordo, le Poste hanno emesso un francobollo da 95 centesimi. Come spiegherà Lucci durante il convegno bresciano, il valore scientifico del contributo di Perusini alla individuazione della malattia di Alzheimer è oggi universalmente riconosciuto, al punto che “come ha recentemente riconosciuto anche la scuola tedesca, dovrebbe tornare a chiamarsi Demenza di Alzheimer-Perusini”.

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Il dramma dell’Alzheimer

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2015

Campus biomedical TrigoriaAll’inizio è qualche buco nella memoria. Poi quei buchi diventano una voragine e si arriva a deliri e allucinazioni. O con l’uscire di casa all’insaputa di tutti e perdersi nel nulla. E’ il dramma dell’Alzheimer e delle demenze senili in genere, rubricate come emergenza sanitaria numero uno dai ministri della salute europei nell’agenda del semestre a guida italiana.I numeri giustificano più delle parole l’allarme. Nel nostro Paese – dicono i dati dell’Istituto Superiore di sanità – un milione di persone è colpita da qualche forma di demenza che sconvolge l’esistenza di almeno altri 3 milioni di familiari. In tutto 4 milioni di persone, che raddoppieranno nel 2020 per poi triplicare nel 2050, quando con Alzheimer (600mila casi in Italia) e simil patologie dovrà vedersela un italiano su cinque. Colpa soprattutto dell’invecchiamento della popolazione, visto che sopra gli 80 anni la demenza non risparmia due anziani su dieci. Al Policlinico Campus Bio-Medico è possibile valutare estesamente i pazienti, anche grazie a collaborazioni con centri di medicina nucleare e laboratori di neurogenetica. “Oltre ai controlli ambulatoriali periodici, nei quali il paziente viene valutato in tutte le sue problematiche, vengono forniti anche ai familiari consigli ed indicazioni per poter affrontare al meglio la malattia e le conseguenze che essa determina nella vita sociale e di relazione del paziente; inoltre i familiari possono godere di un supporto psicologico personalizzato” – spiega il Prof. Vincenzo Di Lazzaro, Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia.“La ricerca – prosegue il Professore – ha fatto importanti passi avanti al fine di effettuare una diagnosi precoce della patologia, grazie soprattutto all’uso di marcatori nel liquido cefalorachidiano, di marcatori genetici, di tecniche avanzate di risonanza magnetica (volumetrica e funzionale) e di esami PET con studio del metabolismo cerebrale e recentemente, in modo innovativo, con l’utilizzo di marcatori specifici per la beta-amiloide, sostanza tossica per i neuroni, che si accumula in maniera patologica nel cervello dei soggetti affetti da malattia di Alzheimer”. Alcune tecniche d’indagine neurofisiologica, innovative e dal costo contenuto, consentono inoltre di studiare la funzione di particolari gruppi di neuroni all’interno del cervello umano in maniera non invasiva, registrando gli effetti prodotti dalla stimolazione magnetica di specifiche aree cerebrali. “Nel nostro istituto è in corso un progetto di ricerca il cui obiettivo primario è riuscire a diagnosticare precocemente e con bassi costi per il Servizio Sanitario Nazionale la malattia di Alzheimer, in modo da rendere più efficaci le terapie di contrasto alla progressione della malattia tuttora in fase di sperimentazione” – continua il Prof. Di Lazzaro. “In questo ambito – spiega il Professore – alcuni protocolli d’indagine consentono di misurare l’attività dei neuroni colinergici, la cui funzione è compromessa in maniera specifica nella malattia di Alzheimer rispetto ad altre forme di demenza. La compromissione della funzione dei circuiti colinergici nelle forme di deterioramento cognitivo di grado lieve può anche predire la progressione verso la malattia di Alzheimer, mentre la valutazione dell’effetto dei farmaci su tale attività colinergica può aiutare ad identificare i pazienti che hanno maggiore probabilità di rispondere al trattamento. La combinazione di tecniche di stimolazione cerebrale non invasive con l’utilizzo di metodiche di registrazione elettrofisiologica consente inoltre l’analisi delle risposte elettroencefalografiche evocate dalla stimolazione cerebrale. Uno strumento efficace per lo studio della connettività cerebrale, considerata primariamente e precocemente coinvolta in questa patologia”.“In sintesi – conclude il Prof. Di Lazzaro – abbiamo oggi a disposizione una serie di strumenti che, opportunamente integrati, possono essere di supporto sia nell’identificazione dei soggetti a rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, sia nella valutazione degli effetti dei farmaci impiegati per il trattamento di questa patologia neurodegenerativa”.

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Una corretta alimentazione può ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer?

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2015

alzheimer-cervelloMilano. lunedì 21 settembre (ore 8.45-16), presso la sala Alessi di Palazzo Marino (piazza della Scala 2, Milano), in occasione della XXII Giornata Mondiale Alzheimer si terrà un convegno scientifico dal titolo “Approccio nutrizionale e psicobiosociale nella malattia di Alzheimer: quali benefici?”, promosso dal Centro IRCCS “S. Maria Nascente” Fondazione Don Gnocchi di Milano.L’evento, con accreditamento ECM, vedrà la partecipazione di numerosi relatori qualificati e si rivolge in particolare a medici (neurologi e geriatri), psicologi, infermieri, educatori e terapisti della riabilitazione. Responsabile del convegno è la dottoressa Elisabetta Farina (medico neurologo, Dirigente Medico di I livello, Responsabile Servizio Riabilitazione e Diagnosi dei Disturbi Cognitivi Acquisiti della Fondazione Don Gnocchi Milano, IRCCS “S.Maria Nascente”, UO Neurologia Riabilitativa) e responsabile scientifico è il professor Claudio Mariani, (responsabile Unità Operativa Complessa di Neurologia Ospedale Sacco di Milano, professore Ordinario di Neurologia dell’Università di Milano e presidente Associazione per la Ricerca sulle Demenze – ARD ONLUS).Il convegno punta in particolare a fornire conoscenze teorico-pratiche sull’approccio nutrizionale e sulle terapie non farmacologiche utili nella malattia di Alzheimer e nelle altre demenze, a partire dai recenti risultati ottenuti sia dall’approccio nutrizionale (anche su anziani sani) sia dall’approccio psicobiosociale, in un’ottica multidisciplinare.«Negli ultimi anni – sottolinea la dottoressa Elisabetta Farina – si stanno accumulando dati epidemiologici che suggeriscono un ruolo fondamentale della nutrizione nel determinare il rischio di sviluppare una demenza. Recenti dati indicano che una dieta ricca di alimenti vegetali, acidi grassi polinsaturi e povera di alimenti animali ad alto contenuti di grassi saturi negli anziani normali è associata a un ridotto rischio di sviluppare demenza e forse anche a un ridotto rischio di conversione in demenza nei soggetti che presentano una Compromissione Cognitiva Lieve (MCI-Mild Cognitive Impairment). Le autorità sanitarie e politiche stanno dunque cercando di implementare dei programmi di salute pubblica basati sulla dieta mediterranea».Un grande interesse sta inoltre suscitando anche la possibilità di utilizzare di rallentare il decorso delle fasi iniziali della malattia di Alzheimer o migliorare la qualità di vita delle persone affette da questa malattia, prolungando la fase di relativa conservazione delle capacità funzionali: «Il convegno – aggiunge la dottoressa Farina – si propone anche di affrontare il tema dei possibili interventi non farmacologici utili nella malattia di Alzheimer e nelle altre demenze, il tutto in un’ottica multidisciplinare. A tale proposito presenteremo anche interessanti esperienze europee (quali il modello dei Meeting Centers olandesi che si sta implementando anche nel Comune di Milano)».

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Depressione e demenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 gennaio 2015

alzheimer-cervelloDa tempo clinici ed epidemiologi hanno notato una correlazione molto stretta tra depressione, demenze e memoria. Un vero rompicapo per i ricercatori che di recente hanno identificato la depressione come fattore di rischio per alcune malattie cronico-degenerative dell’età anziana.
Proprio la demenza è uno dei problemi emergenti in salute pubblica. I pazienti erano 25 milioni nel 2005 con un trend di crescita di 5 milioni l’anno nel mondo. Il declino cognitivo è correlato all’età: interessa il 5% degli over 65 e raggiunge il 50% degli ultra 90enni. E il costo della malattia di Alzheimer (la più comune forma di demenza) è stimata in 100 miliardi di dollari l’anno solo negli Usa. La novità è che non si tratta di un destino ineluttabile: tra il 40 e il 50% degli ultranovantenni conserva intatte le proprie facoltà e non mostra segni di declino cognitivo. Una recente review su 23 studi ha messo in relazione le due patologie, depressione e demenza: su oltre 50mila uomini e donne anziani, quelli che hanno riferito una diagnosi di depressione avevano una possibilità doppia di sviluppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer. Una ricerca apparsa su Neurology inoltre ha analizzato 1764 persone che non presentavano problemi di memoria, sono stati seguiti per 8 anni: scoprendo che i soggetti che sviluppavano un declino cognitivo anche lieve mostravano anche sintomi di depressione già prima che la demenza fosse diagnosticata, e che tra i segni più evidenti c’era proprio la diminuzione del livello di memoria.
“L’ipotesi è che trattare la depressione possa diminuire l’incidenza di demenza e che gli antidepressivi non siano una terapia per l’Alzheimer, ma rappresentino una forma di ‘protezione’. Il trattamento per la depressione infatti ha un effetto sia sul recupero del ‘funzionamento’ individuale e sociale dell’individuo che di stimolo sulla plasticità cerebrale e la creazione di nuovi connessioni grazie a un’azione neurotrofica che stimola la produzione di fattori di crescita” spiega Marco Andrea Riva, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Milano. “I nuovi farmaci antidepressivi multi-modali hanno un meccanismo di azione diverso rispetto a quelli tradizionali come gli SSRi. Non solo aumentano i livelli sinaptici di serotonina, ma modulano significativamente anche altri neurotrasmettitori, tra cui il glutammato, con un’attività importante su due aree cerebrali: l’ippocampo e la corteccia
prefrontale. Il risultato è sia una modulazione del tono dell’umore che il miglioramento dei sintomi cognitivi (memoria, attenzione, focalizzazione), che rappresentano un aspetto importante nei disturbi psichici. Infatti, le terapie precedenti determinavano spesso una remissione parziale della sintomatologia, che rendeva il paziente più a rischio di recidive. Abbiamo necessità di ristabilire il paziente nel suo ‘funzionamento’ affettivo ma anche in quello intellettuale, risultato che possiamo ottenere se agiamo in maniera integrata su più bersagli cellulari” conclude il farmacologo.
Il paziente anziano che sviluppa la demenza e l’Alzheimer è donna, ha un basso livello di scolarità, uno status sociale modesto, uno stile di vita non sano e ha spesso sofferto di malattie vascolari o metaboliche. E’ ciò che risulta da un lungo studio prospettico condotto dalla Professoressa Laura Fratiglioni, Director of the Aging Research Center presso il Karolinska Institutet di Stoccolma: “Il Kungsholmen Project ha preso in carico la popolazione anziana di un quartiere di Stoccolma: 1810 soggetti con più di 75 anni arruolati nel 1987 e controllati ogni 3 anni. Il dato più sorprendente è che la scarsa educazione è inversamente proporzionale al rischio di sviluppare una qualche forma di demenza. L´effetto protettivo di una educazione avanzata può perfino controbilanciare il rischio genetico” spiega la professoressa. “Il gruppo di soggetti con un percorso scolastico di 2-massimo 7 anni era a maggior rischio di presentare deficit cognitivi già a 65 anni. Questo dato ci suggerisce l’importanza delle prime due decadi di vita nello sviluppo di un cervello ricco di neuroni e dotato di plasticità, ossia la capacità di creare connessioni tra le varie cellule nervose. Un vantaggio che sembra avere effetti a lungo termine”. Comunque, esiste la possibilità di compensare questo inizio non vantaggioso nella vita, attraverso attività mentalmente complesse nella vita adulta e un coinvolgimento in attività fisiche, mentali e sociali una volta raggiunta l´età anziana.
Questi tra i principali temi emersi durante la conferenza ‘Memory in the Diseased Brain’, promossa dall’Accademia Pontificia delle Scienze e dedicata ad approfondire il legame tra meccanismi alla base dei processi cognitivi e memoria e le patologie del sistema nervoso centrale. L’evento, cui hanno partecipato alcuni tra i maggiori esperti mondiali, è stato realizzato grazie al contributo incondizionato di Lundbeck Italia, azienda farmaceutica completamente dedicata alla ricerca e sviluppo di terapie per il trattamento di patologie del sistema nervoso centrale.

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Alzheimer: la ricerca parla italiano con Actifcare

Posted by fidest press agency su domenica, 21 settembre 2014

alzheimer-cervelloL’Irccs Istituto Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, leader nella ricerca e cura delle malattie psichiatriche e della demenza di Alzheimer, e la Fondazione “Fondazione Fatebenefratelli per la ricerca e la formazione sanitaria e sociale” (Roma) partecipano ad Actifcare (ACcess to TimelyFormal Care), un Progetto Europeo di Programmazione Congiunta nell’Ambito delle Malattie Neurodegenerative (JPND –www.jpnd.eu) finanziato dal Ministero della Salute (MinSal) che è la più grande iniziativa di ricerca sulle Malattie Neurodegenerative mai creata. L’obiettivo del progetto, lanciato nelle scorse settimane a livello europeo, è favorire le sinergie tra i Paesi europei per l’identificazione delle cause e lo sviluppo di trattamenti e cure per i pazienti affetti da Malattie Neurodegenerative: in breve, abbreviare i tempi di diagnosi.A questo progetto sta lavorando un pool internazionale, di cui fanno parte Orazio Zanetti, che dirige l’U.O. Alzheimer-Centro per la Memoria dell’IRCCS Centro S. Giovanni di Dio – Fatebenefratelli di Brescia, Patrizio Pasqualetti del Servizio di Statistica Medica & Information Technology (SeSMIT) della “Fondazione Fatebenefratelli per la ricerca e la formazione sanitaria e sociale” (Roma) e Alessandro Padovani direttore della Clinica neurologica dell’Università di Brescia.
Lo studio è diretto a capire come ottimizzare l’assistenza alla persona affetta da demenza nei Paesi in cui sono già stati promossi tutti i servizi necessari ad arrivare a una diagnosi precoce e malgrado questo i pazienti non ricevono ancora tutti i servizi del tipo, della qualità e con le tempistiche di cui hanno bisogno, perchè il sistema sanitario non riesce a mettere in collegamento “domanda” e “offerta”, ossia il bisogno di assistenza che scaturisce dalla diagnosi e il servizio offerto dal Sistema Sanitario Nazionale. “Con Actifcare analizziamo i percorsi di assistenza per persone con demenza – e per le loro famiglie – nei diversi paesi europei, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni delle ineguaglianze che si verificano ancora nell’accesso all’assistenza sanitaria – spiega Zanetti -. In assenza di una cura che possa alterare il corso delle malattie neurodegenerative è importante ottimizzare i percorsi che conducono dalla diagnosi precoce all’assistenza, percorsi che, se ottimizzati, incidono positivamente sia sulla cura del malato che sulle spese che essa comporta”.
Molti paesi europei, infatti, hanno adottato strategie per la promozione del riconoscimento tempestivo della demenza ma, “nonostante questi sviluppi, spesso le persone che soffrono di demenza non ricevono i servizi del tipo, della qualità e con le tempistiche di cui hanno bisogno” ammette Zanetti, spiegando che Actifcare punta a colmare questa lacuna, dall’impatto sociale non secondario. Si stima infatti che 9.9 milioni di persone in Europa abbiano una demenza: sono il 28% del problema mondiale. Il costo totale per l’assistenza medica e sociale per la Demenza di Alzheimer in Europa è di 135.04 bilioni di dollari. Una persona con demenza moderata (PcD) ha bisogno di un ammontare sempre crescente di assistenza e supporto dai servizi di assistenza sociale a mano a mano che comincia a perdere la capacità di svolgere le attività quotidiane. Due terzi delle PcD vivono da sole o con un famigliare, e buona parte di supporto e assistenza vengono forniti da famigliari non pagati; oltre il 70% delle PcD in Europa riceve assistenza non pagata. Questi “assistenti informali” possono esperire alti livelli di stress, depressione, isolamento sociale, e problemi di salute fisica.
Concretamente, cosa farà Actifcare? “Una valutazione e un paragone dei sistemi di assistenza sanitaria che danno accesso all’assistenza domiciliare formale in 8 paesi (Germania, Irlanda, Italia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Olanda, Regno Unito e Svezia) – risponde Zanetti -. Actifcare valuterà l’accesso e l’uso dei servizi di assistenza formale da parte delle PcD e i loro assistenti in questi otto paesi, e esaminerà come questo si collega ai loro bisogni (in)soddisfatti e alla loro qualità di vita; saranno inoltre valutati costi, conseguenze, e due nuovi strumenti di misurazione”. Il progetto si focalizza sugli stadi intermedi della demenza, dove avviene la transizione dall’assistenza solamente informale alla combinazione tra cura formale e informale, e si pone l’obiettivo di aumentare la comprensione del perché le persone con demenza e i loro caregivers usano, o falliscono nell’uso dei servizi di assistenza formale come le residenze per anziani, i servizi di assistenza diurna e le strutture e i processi di assistenza medica, infermieristica, comunitari e di counselling a lungo termine. La comparazione internazionale dei sistemi di assistenza sanitaria, dei percorsi individuali alla cura e dei costi associati forniranno una visione “essenziale” per delineare la pianificazione e i valori di riferimento. Il progetto inoltre identificherà l’efficienza delle buone pratiche e le strategie finanziariamente efficaci che possono essere integrate nei servizi di assistenza sanitaria e sociale europei, per permettere ai decisionmakers nazionali di prendere decisioni basate sull’evidenza quando vogliano riformare l’organizzazione dell’assistenza per la demenza.
Actifcare è guidato dall’Università di Maastricht e unisce partners da tutta l’Europa, inclusi esperti in demenza di paesi come Germania (Martin-Luther University, Halle-Wittenberg), Irlanda (Dublin City University), Italia (Unità Valutazione Alzheimer – Clinica della Memoria, Brescia), Norvegia (Norwegian Center of Ageing and Health, Oslo), Portogallo (Faculdade de CiênciasMédicas, Universidade Nova de Lisboa, Lisbon), Svezia (Karolinska Institutet, Stockholm) e Regno Unito (Bangor University e University College London).

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La Malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 settembre 2014

alzheimer-cervelloNel mondo sono circa 25 milioni le persone affette da Malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza che solo in Italia fa registrare più di 600.000 casi. E’ in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che si celebra il prossimo 21 settembre, che la Società Italiana di Neurologia (SIN) sottolinea l’importanza dei risultati conseguiti dalla ricerca scientifica nello sviluppo di nuove terapie e nella diagnosi precoce.La malattia di Alzheimer è costituita da un processo degenerativo che colpisce in maniera progressiva le cellule cerebrali. Deficit di memoria, disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale, oltre a frequenti cambiamenti di umore, costituiscono spesso la spia di questa irreversibile patologia. Ad esserne maggiormente colpiti i soggetti di età superiore ai 65 anni, in particolare le donne, anche se oggi appare ampiamente dimostrato come la patologia possa esordire anche in età presenile.
Ad oggi non esiste una terapia definitiva per combattere l’Alzheimer, ma a rivestire un ruolo cruciale è una diagnosi corretta e tempestiva.“Tecniche di imaging, quali la risonanza magnetica, o la PET – dichiara il Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano, dell’Università di Milano-Bicocca, – sono strumenti potentissimi in grado di effettuare una diagnosi precoce o addirittura preclinica della malattia di Alzheimer, ossia prima che si sia dimostrata clinicamente la demenza. Effettuare la diagnosi precoce della malattia risulta fondamentale per alcune strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che solo se attuate in fase precoce potrebbero modificare il decorso della malattia. Inoltre – conclude il Prof. Ferrarese – individuare con largo anticipo i soggetti che possono essere colpiti da Alzheimer significa poter prendere in carico il paziente sin dalle prime fasi e garantire un maggior livello di assistenza”.Queste terapie in via di sperimentazione andrebbero ad agire sulla proteina beta amiloide, che si deposita nel cervello delle persone affette da Alzheimer, bloccandone l’accumulo, inibendone la produzione o rimuovendola con anticorpi. Purtroppo non sono ancora note le cause alla base della malattia di Alzheimer, ma la ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nell’identificazione di fattori che incrementano il rischio di sviluppare la patologia: specifiche mutazioni genetiche, età, nonché la conduzione di uno stile vita non corretto ed equilibrato, conferiscono infatti un rischio maggiore di contrarre la malattia. Studi recenti, inoltre, hanno dimostrato come l’esercizio fisico, la pratica di hobbies e i rapporti sociali agiscano da fattore protettivo non soltanto nei confronti di Alzheimer, ma più in generale delle varie forme di demenza esistenti.La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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Cure gratuite per i malati di Alzheimer

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 aprile 2012

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease (Photo credit: Wikipedia)

Buone notizie per i familiari dei malati di Alzheimer. Non devono versare alcuna retta, ai Comuni, per il ricovero dei loro cari in strutture per lungodegenti, in quanto si tratta di importi a totale carico del Servizio sanitario nazionale dato che il tipo di patologia non consente di fare distinzione tra spese per la cura e spese per l’assistenza. Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza 4558 del 22 marzo 2012 che ha respinto il ricorso di un Comune veneto che forniva assistenza a pagamento.
Gli ermellini hanno dato ragione al marito e ai figli di una donna, ricoverata nel 1992 nella casa di cura ‘Costante Gris’ di Mogliano Veneto perchè, per effetto dell’Alzheimer, non era autosufficiente e aveva bisogno di assistenza continua per tutto, anche per deglutire.
Il Comune trevigiano di Carbonera, dove la famiglia risiedeva, aveva preteso una retta di quasi due milioni e mezzo al mese di vecchie lire solo per pagare l’assistenza, oltre ai costi del ricovero sanitario vero e proprio. Il Comune sosteneva che si sarebbe dovuto fare carico di tali spese solo se la malata fosse “indigente”, ma non era questo il caso dato che i congiunti avevano un loro reddito e dunque, dovevano, pagare.
In primo grado il Tribunale di Treviso aveva dato ragione al Comune, e aveva condannato i familiari a pagare la retta e quasi 50 milioni di lire per l’assistenza. La Corte di appello di Venezia però accoglieva l’appello proposto da familiari del malato, ritenendo fondata la domanda di ripetizione degli stessi avanzata e immeritevole di accoglimenti la riconvenzionale proposta dal comune. La Corte di appello spiegava infatti che “veniva in evidenza, alla stregua delle norme contenute nell’art. 30 della l. n. 730 del 1983 e del DPCM 8 agosto 1985, la natura di carattere sanitario delle prestazioni eseguite nei confronti della paziente, gravemente affetta dal morbo di Alzheimer e sottoposta a terapie continue, a fronte delle quali le prestazioni di natura non sanitaria assumevano un carattere marginale e accessorio”. Su ricorso del Comune, la Cassazione respingendo le pretese dell’amministrazione, confermava la decisione di secondo grado.
Una simile distinzione tra gli aspetti della cura e quelli dell’assistenza, spiega la Suprema Corte, “presuppone una scindibilità delle prestazioni” che non ricorre nell’ipotesi dei malati di Alzheimer, che hanno bisogno di una “stretta correlazione” di prestazioni sanitarie e assistenziali, con “netta prevalenza degli aspetti di natura sanitaria”. Per la Cassazione, in fatto di sanità, la legge che più conta “è il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”.
Giovanni componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti chiede al governo di estendere questo principio sancito dalla sentenza della Cassazione anche alle altre drammatiche situazioni per i malati non autosufficienti per i quali non sono previsti finanziamenti.

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La dieta mediterranea salva dalla demenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2012

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease (Photo credit: Wikipedia)

Lo studio Predimed (Prevencion con dieta mediterranea), appena pubblicato sul Journal of Alzheimer’s disease, è stato condotto da ricercatori spagnoli dell’università di Barcellona su circa 450 uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni, tutti ad alto rischio cardiovascolare. I medici hanno valutato il profilo del genotipo di apolipoproteina E, una proteina che trasporta il colesterolo e che spesso si associa a un maggior rischio di Alzheimer; quindi hanno indagato il tipo di alimenti consumati, il livello di polifenoli nelle urine e i risultati ottenuti in test neuropsicologici di valutazione della memoria e delle capacità cognitive. «Alcuni cibi sono risultati associati a una migliore funzionalità cognitiva» spiega Giuseppe Paolisso, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) «Un paio di cucchiai di olio di oliva al giorno migliorano la memoria verbale e quella a lungo termine; due/tre tazzine di caffè al giorno si associano a un incremento della capacità di immagazzinare ricordi nel lungo periodo; un pugno di noci, nocciole o altra frutta secca migliorano la memoria di lavoro, mentre il consumo di una modica quantità di vino rosso al giorno è correlato a punteggi migliori ottenuti nel Mini-mental state examination, test molto attendibile nel determinare il grado di un eventuale deficit cognitivo e la progressione in condizioni di demenza. Merito degli effetti antiossidanti dei polifenoli contenuti in olio, caffè, vino e frutta secca». Secondo la Sigg, la prevenzione con la dieta potrebbe diminuire i costi associati all’Alzheimer, che oggi in Italia ammontano a 50mila euro all’anno per paziente, per un totale di oltre 30 miliardi di euro annui fra costi sociali e sanitari. J Alzheimer’s Dis. 2012 Feb 20. [Epub ahead of print]

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«Un traitement possible contre Alzheimer»

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2012

Le Professeur Etienne-Emile Baulieu a annoncé à l’Académie des Sciences, les résultats d’une étude publiée dans le « Journal of Alzheimer’s Disease ». | Ce travail valide la stratégie originale présentée il y a 2 ans, au niveau moléculaire et cellulaire, qui choisissait de cibler les anomalies de Tau (plutôt que les plaques Amyloïde Aß ) avec comme arme la protéine FKBP52 découverte dans son laboratoire.Vous avez découvert une molécule capable d’agir sur la maladie d’Alzheimer. Comment cela fonctionne-t-il? On sait depuis des années que la protéine pathologique Tau a un rôle majeur dans les démences, dont Alzheimer. Elle entraîne la dégradation des cellules et altère le fonctionnement des connexions nerveuses. Nous nous sommes rendu compte qu’une autre protéine, FKBP52, naturellement présente dans le cerveau, était en mesure de bloquer Tau.
Quels sont les espoirs liés à cette découverte?
Je pense que d’ici deux à trois ans, si nous continuons nos recherches, nous pourrons mettre au point un traitement contre la maladie d’Alzheimer. On a la cible, Tau, on a l’arme, la FKBP52. Reste à trouver les munitions, c’est-à-dire la molécule qui va nous permettre d’activer la production de FKBP52. On peut imaginer que nous arriverons à stopper l’évolution des symptômes.
La maladie d’Alzheimer pourrait également être dépistée plus tôt…
C’est le deuxième axe de nos recherches. FKBP52 est naturellement présente dans le corps et est capable de bloquer la protéine Tau. On pense donc que les personnes qui ont un faible taux de FKBP52 dans le sang pourraient avoir plus de risques de développer la maladie d’Alzheimer. Si c’est avéré, alors on pourrait diagnostiquer les malades très tôt, par une simple prise de sang. Il faut savoir qu’Alzheimer reste « silencieuse » pendant cinq à quinze ans avant l’apparition des premiers symptômes.
Étienne-Émile Baulieu (born 12 December 1926) is a French biochemist and endocrinologist who is best known for his research in the field of steroid hormones and their role in reproduction and aging. | Baulieu was born Émile Blum in Strasbourg, France. His father, who died when he was four was Léon Blum, a physician, and an early specialist in diabetes. Baulieu changed his name during World War II when his family fled to the area near Grenoble and he engaged in the French resistance. After the war he attended the Faculté de Médecine de Paris and became a doctor of medicine in 1955. He studied further under his mentor Max Fernand Jayle in the field of steroid hormones and obtained his PhD degree in 1963 at the Lycée Pasteur, Faculté de Médecine and Faculté des Sciences in Paris. | In 1963 Baulieu was named director of INSERM, and in 1970 he became a Professor of Biochemistry at the Faculty of Medicine of Bicêtro, affiliated with University of Paris-South. Since 2004 Baulieu is a member of the French “Ethical Advisory Committee” (Comité consultatif national d’éthique) for science and health. He also presides over the “Institute of Longevity and Aging” (Institut de la longévité et du vieillissement) In 2008, he started the Institut Professor Baulieu to foster research into healthy longevity.

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Alzheimer: verrà dall’Italia il primo vaccino?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2012

(Centro Maderna) Due istituti di ricerca italiani, l’Istituto di Genetica e Biofisica (Igb-Cnr) e l’Istituto di Biochimica delle Proteine (Ibp-Cnr), hanno messo a punto una molecola che hanno chiamato E2, per la quale hanno già ottenuto il brevetto italiano e chiesto il brevetto internazionale, che eliminerebbe in modo efficace la proteina beta-amiloide responsabile dell’Alzheimer. La proteina, che accumulandosi nel cervello forma delle placche che inibiscono il corretto funzionamento dei neuroni fino ad annientarli, è infatti considerata la causa prima di questa malattia, e la sua eliminazione potrebbe rappresentare un passo importantissimo nella lotta all’Alzheimer. “Il vaccino,” spiega Piergiuseppe De Berardinis dell’Ibp-Cnr, “ induce la produzione di anticorpi e questi ultimi si legano al peptide che causa la malattia, favorendone così l’eliminazione”, ma per assicurarsi che gli anticorpi vadano a colpire solo dove ve ne è necessità, la ricerca ora si sta concentrando sui carriers, ovvero quei micro-organismi “utili a convogliare la risposta immunitaria sui bersagli desiderati”. La ricerca, pubblicata sulla rivista “Immunology and Cell Biology”, è attualmente nella fase pre-clinica della sperimentazione, quella cioè in cui il vaccino viene iniettato in cavie sane per verificare l’assenza di effetti collaterali. In caso di risultati positivi, verrà poi sperimentato su cavie malate e, solo a questo punto sull’uomo.

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The National Alzheimer’s Project: From Act to Action

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2012

Official Portrait of President Ronald Reagan.

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Nel gennaio 2011 il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, firmava il “National Alzheimer Project Act”, meglio noto come NAPA, ovvero un piano nazionale con cui il paese si impegnava a trovare una cura in grado di trattare e prevenire il morbo di Alzheimer entro il 2025. In questi giorni, dopo un anno di consultazioni e studi, la bozza finale del piano in questione arriverà sulla scrivania del Segretario alla Salute Kathleen Sebelius. Il progetto è ambizioso, ma Ron Petersen, direttore di un centro studi sull’Alzheimer e presidente del comitato di ricerca del NAPA, si dice fiducioso visti gli enormi passi avanti che la ricerca ha fatto negli ultimi 5 anni. Gli studiosi hanno identificato i geni associati alla malattia e hanno oggi un’idea più precisa di quando essa abbia inizio (vale a dire circa 10 o 15 anni prima della manifestazione dei s intomi). Sono stati anche scoperti i biomarcatori dell’Alzheimer che permettono di diagnosticarlo con sicurezza, laddove fino a poco tempo fa l’unico modo di identificarlo con certezza era tramite un’autopsia dopo il decesso del paziente. Infine gli studi hanno mostrato come i fattori di rischio principali siano certe placche che si formano a livello cerebrale e che distruggerebbero le cellule nervose. Viste queste ottime premesse dunque, secondo Petersen il momento dell’identificazione di una medicina che riesca per lo meno a rallentare il decorso di questa malattia non può più essere molto lontano. Se da una parte dunque il governo dovrà fare carte false per sostenere la ricerca in un momento di recessione come questo, dall’altra parte la “lotta all’Alzheimer” promossa dagli USA prevederà anche un’estesa campagna d’informazione sulla malattia. E gli effetti di tutto questo incominciano ad emergere. Diversamente da quanto succedeva negli anni ’80, quando i personaggi noti che soffrivano di Alzheimer sparivano dalla scena e si ritiravano in una sorta di “isolamento della vergogna” (si pensi al presidente Ronald Reagan), ora la cantante Glen Campbell e l’allenatrice di un’importante squadra di pallacanestro femminile hanno ammesso pubblicamente di esserne affetti.

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Gli Stati Uniti dichiarano guerra all’Alzheimer

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 gennaio 2012

Official Portrait of President Ronald Reagan.

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(Centro Maderna) Nel gennaio 2011 il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, firmava il “National Alzheimer Project Act”, meglio noto come NAPA, ovvero un piano nazionale con cui il paese si impegnava a trovare una cura in grado di trattare e prevenire il morbo di Alzheimer entro il 2025. In questi giorni, dopo un anno di consultazioni e studi, la bozza finale del piano in questione arriverà sulla scrivania del Segretario alla Salute Kathleen Sebelius. Il progetto è ambizioso, ma Ron Petersen, direttore di un centro studi sull’Alzheimer e presidente del comitato di ricerca del NAPA, si dice fiducioso visti gli enormi passi avanti che la ricerca ha fatto negli ultimi 5 anni. Gli studiosi hanno identificato i geni associati alla malattia e hanno oggi un’idea più precisa di quando essa abbia inizio (vale a dire circa 10 o 15 anni prima della manifestazione dei s intomi). Sono stati anche scoperti i biomarcatori dell’Alzheimer che permettono di diagnosticarlo con sicurezza, laddove fino a poco tempo fa l’unico modo di identificarlo con certezza era tramite un’autopsia dopo il decesso del paziente. Infine gli studi hanno mostrato come i fattori di rischio principali siano certe placche che si formano a livello cerebrale e che distruggerebbero le cellule nervose. Viste queste ottime premesse dunque, secondo Petersen il momento dell’identificazione di una medicina che riesca per lo meno a rallentare il decorso di questa malattia non può più essere molto lontano.
Se da una parte dunque il governo dovrà fare carte false per sostenere la ricerca in un momento di recessione come questo, dall’altra parte la “lotta all’Alzheimer” promossa dagli USA prevederà anche un’estesa campagna d’informazione sulla malattia. E gli effetti di tutto questo incominciano ad emergere. Diversamente da quanto succedeva negli anni ’80, quando i personaggi noti che soffrivano di Alzheimer sparivano dalla scena e si ritiravano in una sorta di “isolamento della vergogna” (si pensi al presidente Ronald Reagan), ora la cantante Glen Campbell e l’allenatrice di un’importante squadra di pallacanestro femminile hanno ammesso pubblicamente di esserne affetti, ma allo stesso tempo di voler continuare a lavorare fino a che la malattia glielo permetterà. (News del 18 /01/2012)

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Alzheimer e lavoro di cura

Posted by fidest press agency su domenica, 16 ottobre 2011

Diagram of how microtubules desintegrate with ...

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Novara 25 ottobre 2011 Auditorium Conservatorio Cantelli Via Collegio Gallarini, 1 “ALZHEIMER e lavoro di cura: sono possibili nuove proposte?” che si terrà a Novara presso l’Auditorium Conservatorio Cantelli il 25 Ottobre 2011. L’evento è organizzato dalla Provincia di Novara in collaborazione con il Centro Maderna, ASL 13 Novara e CSV Novara. Durante il convegno verranno presentati i risultati del progetto “Ridisegnare la relazione di cura con i pazienti affetti da demenza e Alzheimer” che ha consentito il confronto e lo scambio sulle diverse azioni di cura messe in atto nell’ambito di servizi residenziali, semiresidenziali e domiciliari. Dal percorso è emersa la necessità di favorire un ulteriore e più ampio scambio tra operatori rispetto alle buone pratiche in campo assistenziale per prevenire il senso di impotenza che talvolta pervade coloro che sono a stretto contatto quotidiano con una malattia degenerativa. Il convegno darà spazio all’esposizione di strumenti, tecniche e metodi utilizzati nell’azione di cura con uno sguardo attento anche al benessere degli operatori dell’assistenza.

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Giornata Mondiale dell’Azheimer

Posted by fidest press agency su martedì, 20 settembre 2011

Drawing comparing how a brain of an Alzheimer ...

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Brescia, 21 settembre 2011, “Centro San Giovanni di Dio” Fatebenefratelli in occasione della Giornata Mondiale dell’Azheimer, a partire dalle 8.30 e fino alle 16, presso la sede di via Pilastroni 4. incontro organizzato dall’IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico). L’Istituto, che opera da oltre 15 anni a livello nazionale per lo studio e la cura della malattia di Alzheimer e delle malattie psichiatriche, portando avanti attività diagnostiche, terapeutiche e riabilitative per persone colpite da tali patologie, riunirà medici, ricercatori e rappresentanti dei servizi territoriali attorno al dibattito suscitato dalla pubblicazione dei nuovi criteri diagnostici per la malattia di Alzheimer elaborati da un gruppo di esperti, sotto l’egida dell’Istituto Nazionale sull’invecchiamento e dell’Associazione Alzheimer, la cui applicazione avrà ripercussioni sull’organizzazione dei servizi rivolti alla diagnosi ed al supporto dei famigliari. Questi nuovi criteri prevedono che il percorso diagnostico nella malattia di Alzheimer possa avvalersi dell’impiego dei markersneurobiologici e neuroradiologici in grado di identificare in vivo sia l’accumulo di betamiloide sia la presenza di degenerazione neuronale, favorendo la diagnosi della malattia per mano di esperti prima che questa si evolva verso una forma di demenza conclamata. Introdurrà i lavori, Fra Marco Fabello, Direttore Generale dell’Istituto, sul tema “Il Malato di Alzheimer alla luce del Giubileo di San Giovanni di Dio”, Fondatore dei Fatebenefratelli, per celebrare l’anno 2011 dedicato alla famiglia ospedaliera dell’Ordine, attorno al carisma dell’Ospitalità, inteso come presa in carico della persona in senso globale, che ispira lo stile assistenziale dei Fatebenefratelli. Responsabile Scientifico: Dott. Orazio Zanetti, Direttore Unità Operativa Alzheimer dell’Istituto.

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Corsi di formazione su Alzheimer

Posted by fidest press agency su domenica, 11 settembre 2011

Auguste Deter. Alois Alzheimer's patient in No...

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Anghiari (AR) 14-16 ottobre corso per operatori di tutte le qualifiche (animatori, arteterapeuti, assistenti sociali, educatori, fisioterapisti, infermieri, medici, operatori dell’assistenza (OSS, ASA), psicologi, psicomotricisti, terapisti occupazionali): La cura della persona malata di alzheimer basata sulla parola. Seminario residenziale intensivo in collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia . Docente: Pietro Vigorelli. Per fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali: come relazionarsi con gli anziani non collaboranti: l’approccio capacitante. Corso residenziale interattivo in due giornate, promosso da Riabilitazione Oggi. Docente: Pietro Vigorelli. Sabato 22 ottobre e sabato 26 novembre, Milano.
Per operatori di tutte le qualifiche (animatori, arteterapeuti, assistenti sociali, educatori, fisioterapisti, infermieri, medici, operatori dell’assistenza (OSS, ASA), psicologi, psicomotricisti, terapisti occupazionali):: Seminario Multiprofessionale Anchise, basato sull’Approccio capacitante. Mercoledì 5 ottobre, ore 15-18. Il Seminario sarà centrato sullo studio di un Colloquio d’accoglienza. Dopo il seminario, dalle ore 18 alle ore 19, si terrà una riunione informativa sul Progetto Accoglienza. Sede: Ospedale San Carlo Borromeo (aula conferenze), via Pio II 3, Milano. Per chi non è già iscritto la quota di partecipazione è di euro 50, valevole per i seminari del 5 ottobre, 23 novembre e per quelli del 2012. http://www.gruppoanchise.it

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Alzheimer: giornata mondiale

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 settembre 2011

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease

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Como 21 Settembre 2011 dalle ore 15 alle 19 i Donatori del Tempo saranno a disposizione presso la sede, in Piazza Mazzini, 9 per dare informazioni e documentazioni sulla malattia di Alzheimer e sulle attività del G.R.A.AL. (Gruppo reciproco aiuto malattia di Alzheimer) e contemporaneamente, presso il Centro Diurno Comunale, a Como in Via Volta, 83, su appuntamento saranno presenti per consulenze individuali di carattere legale e psicologico: la dottoressa Anna Cardinali, avvocato e la dottoressa Luciana Quaia, psicologa.

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L’Alzheimer si può prevedere e prevenire

Posted by fidest press agency su sabato, 18 giugno 2011

Si è svolto presso il Sanit (Forum Internazionale della Salute), la Tavola Rotonda dal titolo Neuroscienze Nutrizionali nella Prevenzione dell’Invecchiamento Cerebrale Patologico. Il Convegno, organizzato da FB Health e dalla Fondazione Istituto Neurologico Nazionale C. Mondino di Pavia, oltre ad illustrare il ruolo delle nuove tecnologie diagnostiche e delle nuove molecole per la prevenzione e la possibile cura dell Alzheimer, si è focalizzato su una proposta di Legge dell’Onorevole Umberto Scapagnini, il ricercatore e medico di Neurofarmacologia, sulle nuove prospettive per la definizione e la regolamentazione della medicina Preventiva e Predittiva, in particolare, in
ambito neurologico. Sono intervenuti tra gli altri: Giovanni Scapagnini, Professore Associato di Biochimica Clinica, Università degli studi del Molise, Campobasso; il Prof. Carlo Caltagirone, IRCSS Santa Lucia, Roma; il Dott.re Bruno Scarpa, Ministero della Salute; Marco Trabucchi, Presidente Associazione Italiana Psicogeriatria, Direttore Scientifico GRG, Brescia.
Ogni anno sono 80.000 i nuovi malati di Alzheimer, stiamo parlando di un problema molto ampio, per questo l’attuale orientamento spiega il Prof. Caltagirone – è rappresentato dalla volontà di individuare precocemente pazienti con un alto rischio di ammalarsi, che ancora non sono giunti ad uno stato di demenza, ma che presentano disturbi cognitivi lievi – Mild Cognitive Impairment (MCI). La diagnosi preclinica dovrebbe poi consentire di ridurre e modificare i fattori di rischio, ad esempio è sicuramente necessaria un adeguata alimentazione associata ad uno stile di vita sano .
Si prevede che il numero di pazienti affetti dall’Alzheimer raggiunga i 14 milioni in Europa entro il 2050. Da questi numeri si capisce quanto sia rivoluzionario avere la possibilità di intervenire per ridurre il fattore di rischio – ha dichiarato il Prof. Giovanni Scapagnini – in laboratorio abbiamo scoperto che l omotaurina, composto solfonato, che si trova in natura nelle alghe rosse, inibisce l aggregazione di polimeri di beta amiloide. L’omotaurina si è dimostrata in grado di ridurre in
maniera significativa la perdita del volume dell ippocampo e in tutti i pazienti è stato osservato un migliore andamento dello stato cognitivo, inoltre è stato osservata la capacità del composto di proteggere i pazienti dalla progressiva perdita della memoria.
La Fondazione “Istituto Neurologico Nazionale Casimiro Mondino”, è una istituzione di eccellenza nazionale, configurata giuridicamente come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di diritto privato, nel solco della sua secolare tradizione di polo scientifico dedicato all’insegnamento, cure e ricerche nel settore delle Malattie del Sistema Nervoso, area Neuroscienze-Neuroriabilitazione.

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Alzheimer: la storia di una famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 maggio 2011

L’ultima arrampicata (Mursia, pagg. 88; euro 9,00) è in libreria in questi giorni, un libro che porta il lettore nelle pieghe di una malattia che, in una società sempre più vecchia, ha assunto i contorni di un devastante problema sociale. Nel diario di Sergio Resta come per contrasto, mentre il padre perde le sue facoltà mentali e con esse la memoria di una vita, il figlio rievoca i ricordi del loro comune amore per la montagna e per le scalate fatte insieme. L’ultima arrampicata, quella per accompagnare il padre verso la morte, Sergio deve affrontarla da solo. E’ un calvario quotidiano fatto di emozioni ma anche di problemi pratici, l’assistenza, il sostegno alla madre anziana. Ma in questo sforzo gli saranno preziosi gli insegnamenti che il genitore gli ha trasmesso durante anni passati sui sentieri e sulle pareti, uniti dalla stessa passione per la montagna e le arrampicate. Il libro alterna ricordi dei momenti di complicità in mezzo alla natura alle cronache del presente: i primi segni del disorientamento, la perdita rapidissima delle facoltà mentali, la regressione, l’angoscia della madre. L’insopportabile visione del padre, una volta bellissimo, che diventa un’ombra è straziante ma c’è in ogni brano del libro una pietas, un amore filiale che rende preziosa e toccante ogni pagina. C’è anche la rabbia per una fine ingiusta, beffardamente lontana da quella che era stata la vita vissuta. E quando il padre “abbandona la corda per volare via” arriva alla fine la serena rassegnazione. Qualcosa si è compiuto e quello che davvero conta è non aver abbandonato il compagno, padre e amico.
Sergio Resta è nato a Roma nel 1957 e vive a Chiusi (SI). È chirurgo generale e specialista dei sistemi di emergenza territoriali. Svolge attività da libero professionista in Italia e all’estero. Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche originali a stampa, è stato redattore dell’Enciclopedia Medica Italiana per la sezione chirurgica. È praticante attivo di discipline sportive di contatto e potenza.

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