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Powell mantiene il piede sull’acceleratore

Posted by fidest press agency su domenica, 2 Maggio 2021

A cura di Giuseppe Zaffiro Puopolo, Portfolio Manager di Moneyfarm. Le parole di Jerome Powell erano molto attese dagli operatori di mercato alla vigilia della conferenza stampa. Data la salute dell’economia americana, qualcuno aveva ipotizzato che la FED potesse già ieri iniziare a programmare il cosiddetto “tapering” per la seconda metà di quest’anno, ma le parole del Governatore hanno smentito questa ipotesi e hanno confermato la linea espansiva che ha caratterizzato l’ultimo anno.La Federal Reserve ha lasciato i tassi di interesse vicini allo zero e ha ribadito che per il momento manterrà costante il ritmo degli acquisti di bond, pur riconoscendo un rimbalzo degli indicatori economici degli Stati Uniti, che stanno dimostrando una buona capacità di reazione in seguito allo shock del Covid-19. In particolare, Powell ha affermato che “i settori più colpiti dalla pandemia rimangono in sofferenza ma hanno mostrato miglioramenti” e che “l’inflazione è aumentata, riflettendo in gran parte fattori transitori”. Alle domande dei giornalisti sulle prospettive dell’inflazione, il presidente della Fed ha risposto che considera improbabile un aumento persistente dell’inflazione prima che il mercato del lavoro mostri una ripresa significativa. Ribadendo che, alla luce del cambio di politica adottato l’anno scorso, la Fed attenderà che l’inflazione superi il target del 2% per un periodo prolungato di tempo prima di frenare la sua politica monetaria espansiva.La dichiarazione sull’attuale contesto economico, ancora lontano dall’obiettivo della Fed, può essere interpretata come un segnale di politica espansiva nel prossimo futuro. Interessante notare, inoltre, la menzione di Powell all’ottimismo sui mercati azionari: il presidente della FED ha tenuto a specificare che vi sono altri fattori a giustificare il livello dei prezzi, al di là della politica accomodante della banca centrale, come la campagna di vaccinazione e la progressiva riapertura dell’economia.Non siamo sorpresi dal tono della conferenza stampa di Powell. Il presidente della FED si è impegnato a mantenere il piede sull’acceleratore come aveva fatto negli ultimi meeting, nonostante i segnali di ripresa economica. Riteniamo sia rilevante la risposta di Powell alla domanda di un giornalista sulle critiche dell’ex segretario al Tesoro Larry Summers, che ha criticato duramente il mix di politiche monetarie e fiscali, sostenendo il rischio concreto di un’inflazione fuori controllo anche nel breve termine. Ci sembra chiaro che la FED non consideri il rischio inflazionistico così pressante in questo momento e ritenga sia il caso di continuare con il supporto monetario finché la ripresa non sarà più evidente. Powell ha posto l’attenzione sul mercato del lavoro, che seppur sulla strada di un chiaro recupero resta ancora lontano dai livelli pre-crisi (il tasso di disoccupazione è al 6%). Finché il mercato del lavoro non tornerà ai livelli pre-crisi la FED sembra risoluta a non cambiare indirizzo politico (e i dati sembrano suggerire che, una volta superata la prima fase, ci vorranno ancora molti mesi per tornare ai livelli di piena occupazione).Nel frattempo lo yield dei Treasury a 10 anni si è tenuto costante intorno a circa l’1,65%, segnalando che i mercati finanziari si attendevano una conferma da parte della FED sia sui tassi sia sul QE, rassicurazioni che per il momento continuano ad arrivare. Certamente, al netto di possibili rischi che meritano attenzione sul lato della domanda e dell’offerta (con i prezzi di alcune materie prime in aumento e alcune tensioni lungo le catene di approvvigionamento), riteniamo che nel breve termine la crescita economica resterà il fattore principale che influenzerà l’andamento dei mercati. Certamente, come ha anche concesso tra le righe Powell ammettendo il sostanziale miglioramento dell’economia, il “tapering” sembra oggi un po’ più vicino di quanto lo fosse qualche mese fa, ma per il momento non vediamo questo come un rischio imminente per l’azionario.

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Da Trump ai fatti di casa nostra

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 novembre 2020

È evidente come la società statunitense sia spaccata a metà, drammaticamente radicalizzata, e per quanto sia possibile, legittimo e per certi versi necessario riversare su Trump molte accuse, fino a quella estrema di aver tenuto un comportamento eversivo, sarebbe stupido non vedere come ci siano ragioni profonde che inducono metà degli americani a rivolgersi a lui e a non fidarsi dei Democratici. La verità è che hanno (ri)votato Trump – il quale, come dice saggiamente D’Alema, non avrebbe perso se non ci fosse stato il Covid – la working class, che deve fare i conti con la disoccupazione, e la parte del ceto medio maggiormente toccata dalla crisi economica, e dunque impoverita e socialmente declassata. E questo nonostante il Covid e i molti errori che il presidente uscente ha commesso su questo fronte. Si tratta di classi sociali cui, viceversa, Biden e i Democratici, sia i liberal che quelli più di sinistra, non hanno saputo parlare, spiegando loro che la globalizzazione è un processo che va sì governato, ma da cui è impossibile sottrarsi.La lezione andrebbe studiata e imparata anche da parte dei nostri politici, di governo e di opposizione, perchè ciò che sta succedendo nel corpo sociale italiano ha tratti non dissimili. Già prima del Covid, si era creata una frattura, quella tra “garantiti” e “non garantiti”, che era andata al di là della storica divisione tra occupati e disoccupati – i cui interessi, peraltro, la sinistra e il sindacato erano riusciti per lungo tempo a comporre e tenere insieme sia socialmente che politicamente – e che però vedeva nel ruolo di soccombenti due categorie sociali, i giovani e le donne, assai poco capaci, chiusa definitivamente la lunga stagione del Sessantotto, di determinare processi sociali e di farsi rappresentare sul piano politico. Ma ora, con la pandemia, quella frattura sta diventando un abisso che separa gli “intangibili” dai “vulnerabili”, due mondi la cui contrapposizione – non leggibile con le vecchie categorie “destra-sinistra” e “fascismo-antifascismo” – non è difficile pronosticare produrrà una crescente, forse esplosiva, conflittualità. I contorni di questi due mondi sono facilmente rilevabili dalle reazioni sideralmente opposte che si manifestano verso le nuove restrizioni imposte dal governo e dagli enti locali in questa maledetta seconda ondata del virus. I primi sono i pensionati, i dipendenti pubblici, una parte dei lavoratori dipendenti delle aziende pubbliche e private (in particolare quelle più grandi e forti), italiani che sentendosi tutelati nel posto di lavoro e nel reddito che ne consegue (tanto o poco che sia) non vedono messa in pericolo la loro condizione socio-economica e dunque concordano sulla nuova stretta e, anzi, preoccupati per la diffusione della pandemia, sarebbero favorevoli ad un nuovo lockdown totale pur sentendosene infastiditi sul piano delle abitudini quotidiane. I secondi, invece, sono i piccoli imprenditori, i professionisti, i commercianti, gli artigiani, gli agricoltori, le partite Iva e i lavoratori autonomi, nonché i dipendenti delle imprese a rischio e i precari. In particolare mi riferisco a tutti coloro che operano nell’ambito dei settori – turismo, commercio, ristorazione, cinema, teatri, eventistica, ecc. – più colpiti dal Covid, prima con il lockdown di primavera, poi dalla diminuzione degli spostamenti e della vita sociale e ora definitivamente ammazzati dal coprifuoco e dal semi-lockdown. Insomma, le vittime dei Dpcm, che se inizialmente avevano fatto prevalere in loro la paura della malattia, hanno via via accresciuto l’insofferenza verso il susseguirsi delle nuove strette e ora non tollererebbero alcun ulteriore giro di vite.Chi era garantito prima del Covid ora lo è anche di più. E chi lo era poco, adesso non lo è per niente. Una antinomia si replica in modo assurdo anche tra coloro che sono rimasti senza reddito, divisi tra chi percepisce la cassaintegrazione e chi invece non ha diritto ad alcun bonus, tra le attività che possono attingere ai cosiddetti “ristori” e altre che ne sono escluse. Per questo i “vulnerabili” ritengono inique le chiusure imposte solo ad alcune categorie, non credono agli aiuti promessi (anche i tempi di erogazione in questo caso fanno la differenza), e temono di veder precipitare il tenore di vita delle loro famiglie. Alcuni sono già scesi in piazza per manifestare (pacificamente) tutta la rabbia accumulata e la preoccupazione per l’immediato futuro, anche se purtroppo sono involontariamente diventati vittime degli agitatori di professione e persino della criminalità organizzata. In tutti i casi non si sentono rappresentati politicamente – per nulla dalle forze di governo, assai poco anche dalle opposizioni (vedi il trattamento riservato Salvini quando ha inutilmente tentato di cavalcare una delle tante manifestazioni di protesta) – e per questo sono potenzialmente massa di manovra i populisti nostrani, quelli già sulla scena ma soprattutto dei nuovi capipopolo che, come i negazionisti, tenteranno di emergere approfittando del malcontento.Probabilmente l’esercito dei garantiti è numericamente più grande di quello dei non tutelati – non fosse altro perchè è salita al 58% (+3% rispetto al 2019) la quota degli italiani che risparmia, tanto che sono cresciuti dell’8% i depositi nei conti correnti, arrivando alla quota record di 1.600 miliardi – ma ciò non toglie che i “vulnerabili” siano molti milioni, e lo iato che ormai li separa dagli altri e spacca la società rischia, da un lato, di produrre crescenti invidie sociali, e in particolare risentimento verso chi percepisce un reddito garantito, e dall’altro di creare sacche di marginalità e disagio, polveriere di proteste sempre più nervose e insofferenti che potrebbero generare tensioni e problemi di ordine pubblico stile anni Settanta. E nel momento in cui in Europa si riaffaccia il terrorismo, il pericolo di una saldatura, seppure involontaria, tra fenomeni sociali e fenomeni eversivi diventa concreto e assai preoccupante. Anch’io, come Massimo Cacciari, ritengo intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana, indotta a dire che “è meglio rischiare di ammalarsi di Covid che morire sicuramente di fame”, ma al contrario del filosofo polemista non sarei così sicuro che chi vive di Stato e parastato prima o dopo sarà penalizzato, a meno che non si pensi ad un crollo verticale del Paese che coinvolga tutto e tutti. Per il semplice motivo che gli “intangibili” sono politicamente rappresentati e il loro pensiero si riflette in quei maledetti sondaggi unica lettura di chi sta al governo e siede in parlamento, dai quali si evince, nonostante tutto, una maggioranza di italiani favorevoli alle scelte fin qui compiute. Nessuno avrà il coraggio di toccarli. La scelta dei bonus e di ristori – per quanto difettosi nella loro esecuzione pratica – ci dice che andremo sempre di più verso un uso tutelante e calmierante delle risorse che non abbiamo. Ergo “cattivo debito”, secondo la definizione di Draghi. Mentre poco o nulla si farà in termini di investimenti (“debito buono”), cioè le uniche spese che potrebbero raddrizzare la barca rovesciata della nostra economia.Certo, ci sono catastrofi sociali da evitare, ed è per questo che un po’ tutti, anche Draghi, sono favorevoli ad aumentare il debito. Ma un conto è fare deficit per sostenere senza distinzione tutte le attività commerciali, comprese quelle che saranno destinate comunque a chiudere – si pensi solo a quante subiranno le conseguenze della trasformazione dello smart working da fenomeno momentaneo a componente fissa e di largo uso nell’organizzazione del lavoro, cosa (per fortuna) non certo sopprimibile per legge – e altro è investire nel sostenere lo sviluppo dell’industria 4.0 e nella trasformazione digitale del nostro capitalismo, nel modernizzare le infrastrutture obsolete, nel valorizzare la formazione scolastica e universitaria, nelle eccellenze della ricerca. Nel primo caso si tenta – a mio avviso inutilmente, perchè non ci si riuscirà comunque – di mettere una pezza al tessuto socio-economico lacerato nella convinzione, o nella speranza, che finita la pandemia tutti torni come prima (come se il prima non fosse già abbastanza compromesso dal lungo declino che ci accompagna da un quarto di secolo). Nel secondo caso si punta sulla trasformazione, approfittando della crisi pandemica per recuperare il tempo perduto e fare ciò che (colpevolmente) non si è avuto il coraggio di fare fin qui. Guardate, non è solo una questione di diversità di linee di politica economica. No, anche qui passa una linea di demarcazione sociale, tra la parte più vecchia (non necessariamente solo in termini anagrafici) e conservatrice, ma sarebbe meglio dire “anti-innovativa”, del corpo sociale, e quella più dinamica e aperta al cambiamento. L’una grande e politicamente rappresentata, l’altra minoritaria e priva di qualunque rappresentanza. L’una perfettamente assuefatta allo Stato sussidiario e ristoratore, l’altra che vive di mercato e nel mercato.Il combinato disposto tra l’emergere e l’acuirsi di queste due fratture sociali – “intangibili” e “vulnerabili”, “anti-innovativi” e “dinamici” – che s’incrociano e s’intersecano, e il degrado senza precedenti della classe dirigente del Paese e delle sue istituzioni, non solo rende davvero arduo riuscire a reagire contemporaneamente alla pandemia e alla recessione senza che le due cose confliggano, ma ci espone a pericoli di cui oggi, presi come siamo dalle ansie prodotte dal quotidiano conteggio dei contagiati e delle vittime del Covid, non ci rendiamo conto.Speriamo che l’America rinsavisca e l’Europa trovi consapevolezza di sé, e che entrambe, come nel 1945, ci salvino da un destino di lacrime e sangue. (By Enrico Cisnetto direttore Terza repubblica.it)

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Americana: Per una storia del romanzo degli Stati Uniti di oggi

Posted by fidest press agency su martedì, 4 aprile 2017

Roma Martedì 4 Aprile 2017, ore 9:00 Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere. Sala Ignazio Ambrogio Via del Valco di San Paolo 19 Chi sono oggi gli autori statunitensi più rappresentativi? Che ne è stato dell’eredità della grande triade modernista Fitzgerald-Hemingway-Faulkner? E dell’eredità Raymond Carver o di David Foster Wallace? Che direzioni indicano gli ultimi due premi Nobel assegnati agli USA, a Toni Morrison e a Bob Dylan? In quali territori si addentra oggi la scrittura letteraria? Dove si sta dirigendo il romanzo e dove l’industria editoriale? Mattia Carratello e Sara Antonelli ne parlano con Luca Briasco, autore di Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea. Luca Briasco, editor di narrativa straniera per minimum fax, è stato direttore editoriale di Fanucci ed editor di narrativa e saggistica straniere per Einaudi Stile libero. Collabora da più di dieci anni con Alias, il supplemento di il manifesto, e più recentemente a Il Venerdì di Repubblica. Tra le sue pubblicazioni, Retoriche del conflitto. Identità, amore e guerra in A Farewell to Arms (2001) e La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (2011), curato con Mattia Carratello. Ha tradotto quasi 50 tra romanzi e racconti, tra gli altri, di James Ballard, Jim Thompson, Ed. McBain, Richard Powers, Paul Harding, Edward St. Aubyn. Le ultime due traduzioni, Una vita come tante di Hanya Yanagihara e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, premio Pulitzer 2016, sono state particolarmente apprezzate da recensori e critici. Mattia Carratello è editor presso Sellerio di narrativa italiana e straniera. Ha curato la collana Bloom di Neri Pozza, è stato direttore editoriale di Fanucci ed editor di narrativa straniera per Einaudi Stile libero. Insieme a Stefano Ratchev ha scritto le colonne sonore di diversi film, tra cui Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio, Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni, Un giorno speciale di Francesca Comencini, Tommaso di Kim Rossi Stuart e la serie televisiva I delitti del BarLume di Sky Cinema.

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150 anni fa la guerra civile americana

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 aprile 2011

Il 12 aprile 1861 con l’attacco dei confederati a Port Sumter nella Carolina del Sud  si apriva la guerra civile americana che per quattro anni avrebbe opposto sul terreno e sui mari le truppe di Lincoln a quelle degli stati secessionisti. Tra le pagine della guerra di secessione ha indagato Donatello Bellomo, scrittore e storico della navigazione, per il suo romanzo Undici lettere all’ammiraglio (Mursia 436 pagine; 18 euro), in cui  rivive la straordinaria figura di Raphael Semmes, ammiraglio confederato che al comando del Sumter e dell’Alabama ingaggiò le navi commerciali unioniste su tutti gli oceani: dal Cile al Brasile, dalla Malacca all’India, dal Sudafrica alla Spagna sino allo scontro finale nel Canale della Manica contro il Kearsage del capitano nordista Winslow. La guerra ai confini del mare condotta da Semmes si intreccia con una controversa storia d’amore – quella tra il falco degli oceani e la possidente inglese Louise Tremlett, – dando vita a una potente narrazione che ha il fascino di romanzi epocali come Via col vento e allo stesso tempo conduce il lettore dietro le quinte dello scontro tra unionisti e confederati.Nel 1861, mentre nasceva l’Italia unita e si apriva la difficile stagione della guerra al brigantaggio del sud che sarebbe costata  centinaia di migliaia di morti in nome dell’unificazione,  l’America si spaccava in una guerra fratricida con un gravissimo tributo di morti e di danni che avrebbero messo in ginocchio le regioni del Sud. E ancora: se il Risorgimento italiano fu segnato dalle gesta del capitano Garibaldi, uomo di mare prima di essere generale e stratega, la guerra civile americana ebbe in Semmes il suo eroe: 83 le navi nemiche conquistate, accusato di aver condotto una guerra da corsa, fu processato e poi liberato grazie alle testimonianze dei comandanti che aveva sconfitti. Undici lettere all’ammiragliocontrappone le regole della marineria agli orrori della guerra, l’amore e l’onore contro il cinismo della ragione politica in una trama che trascina il lettore in mezzo a battaglie navali mozzafiato tra marinai indimenticabili. (bellomo)

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Libro: Un’americana a Roma

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 gennaio 2011

Un viaggio verso l’Italia che si trasforma in un viaggio dentro se stessi. Gail e Corinna, due turiste americane, lasciano gli Stati Uniti per qualche giorno di riposo a Roma, pensata come una vacanza all’insegna della cultura e del buon cibo si trasforma ben presto in qualcosa di inaspettato ed emozionante. Sulla loro strada incontreranno un pilota dell’Alitalia, Massimo, insieme al suo amico Emiliano scopriranno le meraviglie della città eterna nelle sere d’agosto, posti che dovrebbero risultare familiari ma che riescono a regalare emozioni sempre nuove. La storia si snoda tra Roma ed Amalfi durante il fine estate del 1992, viene raccontata a distanza di quasi vent’anni dal protagonista ad un giovane amico tra i tavolini di un bar; tra un giornale letto ed un caffè ancora da prendere emergeranno discussioni profonde tra i due, due generazioni a confronto sui temi dei sentimenti. Nel libro non viene mai esplicitata una domanda, che avrà sicuramente sfiorato in molti leggendolo, i sentimenti vengono descritti e vissuti senza freni, come meglio non si potrebbe, ciò che poi alla fine rimane permette di riflettere riguardo se ne sia valsa davvero la pena, se siano una cosa che “convenga” o magari invece non proprio un grande affare. L’opera è stata realizzata anche per fare da supporto all’insegnamento della lingua italiana, reso possibile dalla sintassi semplice e diretta e da un utilizzo variegato ma mirato di coniugazioni verbali. Scritto in italiano ma edito negli Stati Uniti, proprio per favorirne la diffusione tra i stranieri che si stanno avvicinando alla nostra lingua o che la praticano già da qualche anno, dedicato a tutti gli emigranti, come del resto anche l’autore è stato, affinchè sfogliando quelle pagine si riescano a riassaporare certi sapori, suoni e quelle emozioni che soltanto il nostro paese riesce a regalare. L’opera è rivolta anche a tutte quelle persone che si sono sempre domandate se i sentimenti ed i modi d’amare cambiano a seconda delle latitudini, chiedendosi magari se un amore “straniero” è da considerarsi un qualcosa di “diverso”, per poi rendersi conto che gli attori principali sono sempre gli esseri umani, non le culture o gli stili di vita. (Claudio Ruggeri “Un’Americana a Roma”, ISBN 9781446629635)
Claudio Ruggeri, 27 anni residente a Grottaferrata (Roma). Il suo mestiere è quello di impiegato presso un’azienda di assistenza informatica a Tor Vergata, scrivere è più che altro un hobby. Ha vissuto all’estero un paio d’anni, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti dove ha anche studiato.

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La malasanità americana

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2010

La lettera della compagnia di assicurazioni Anthem Blue Cross annunciava a mio figlio che il costo della sua polizza aumenterebbe del trentanove per cento fra due mesi. Tutto normale per le compagnie che sono guidate solo dal guadagno. In un periodo economico poco promettente quando la disoccupazione si aggira sul dieci per cento, ci sono sempre quelli che prosperano. Le compagnie di assicurazioni aumentano i prezzi senza controlli e il governo americano continua ad essere bloccato senza riuscire a creare un sistema di sanità che offra copertura a tutti e allo stesso tempo controlli la cupidigia delle corporation. Dopo quasi un anno di discussioni e un disegno di legge approvato dalla Camera e uno meno buono dal Senato, si continua ad essere alla mercé delle ditte di assicurazione. Mio figlio ha poca scelta e dovrà quindi pagare l’aumento o rischiare la bancarotta in caso di malattie serie. I politici statali e federali sono stati scioccati dalla notizia dell’aumento. L’amministrazione di Barack Obama ha iniziato un’investigazione per cercare di vedere se l’aumento è legale. Steve Poizner, il commissioner dell’assicurazione della California, ha anche lui iniziato un’inchiesta al livello statale. Sembra che l’aumento sia stato rimandato di qualche mese. Ciò che sciocca di più è il fatto che i profitti delle compagnie di assicurazioni hanno raggiunto cifre oscene nel 2009. Uno studio del gruppo Healthcare for America ha rilevato che le cinque aziende di assicurazioni più grandi hanno generato profitti del 56% nel 2009. Fra di queste Cigna ha avuto un aumento del 346% di profitti mentre allo stesso tempo aveva ridotto il numero di assicurati del 5,5 %. Wellpoint che include Anthem fra le sue filiali ha generato un aumento del 91% dal 2008 mentre allo stesso tempo ha ridotto il numero di assicurati del 3%. In effetti, queste compagnie non rinnovano l’assicurazione a coloro i quali gli causano spese ingenti e si concentrano invece sui clienti che pagano e non rappresentano un rischio al loro portafoglio. Fanno il loro mestiere che è quello di guadagnare quattrini ai loro investitori. Tutto legale. Tutto parte del sistema capitalista. Chi non vuole comprare l’assicurazione può farne senza. Se i dirigenti delle corporation fanno il loro mestiere, i politici invece non fanno il loro. Si sa che i legislatori repubblicani vedono poco di male quando le aziende di assicurazione aumentano i prezzi perché accettano volentieri il sistema di offerta e richiesta senza pochi o nessun controllo. I democratici però che sempre dicono di difendere  i più poveri rimangono bloccati dalle regole del governo. Il Senato americano, nonostante abbia passato il disegno di legge per riformare la sanità, continua ad operare con la necessità della supermaggioranza di 60 voti per approvare disegni di legge. In effetti, ciò dà alla minoranza, in questi tempi il Partito Repubblicano, il potere di bloccare leggi che non siano piacevoli alle aziende alle cui il Gop è legato ideologicamente. I democratici però con la loro maggioranza hanno nelle mani lo strumento legale di approvare leggi schivando il filibuster. Si tratta del processo chiamato “reconciliation” che solo richiede 51 voti al Senato invece di 60 per approvare leggi. La reconciliation si applica solo a leggi che hanno a che fare con questioni di bilancio. La mggior parte del disegno di legge sulla riforma della sanità ha infatti implicazioni sul bilancio. I democratici quindi potrebbero agire. Obama però continua ad insistere che vuole trattare di governare in modo bipartisan e spera che i repubblicani alla fine comincino a cooperare. Nel frattempo dopo quasi un anno di dibattiti sulla sanità le corporation continuano a fare quello che vogliono. Brian Sassi, il direttore delle polizze individuali della Anthem, ha spiegato che il 39% riflette l’aumento massimo possibile ma ciò non tocca la maggioranza dei loro assicurati. L’aumento massimo è infatti quello che ha ricevuto mio figlio. Non è l’unico. Sassi ha anche dichiarato che i clienti come mio figlio sono molto importanti per la sua azienda. È vero. Senza di loro i profitti della Anthem svanirebbero. (Domenico Maceri)

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